Riforma forense a ostacoli Criteri più severi per l’Albo

26/01/2010

La promessa iniziale era che sarebbe stata approvata entro il 2009. Poi era stato garantito che sarebbe andata almeno al Senato entro la fine dell’anno scorso. Siamo arrivati alla fine di gennaio e la riforma dell’ordinamento forense resta arenata nei fondali di un’agenda politica che aveva il «processo breve» come priorità assoluta.
Adesso che il ministro della Giustizia, Angelino Alfano ha ribadito l’importanza della riforma, al Consiglio nazionale forense tornano all’attacco per una celere approvazione. Restano però ancora da sciogliere alcuni nodi che avevano profondamente diviso le associazioni di categoria: da una parte le sigle istituzionali guidate da Cnf e Oua, dall’altra associazioni come l’Unione giovani avvocati italiani, l’Associazione nazionale forense e l’Associazione giuristi e consulenti legali.
«Alcuni angoli sono stati già smussati— fa notare Guido Alpa, presidente del Consiglio nazionale forense —. Dal testo che andrà in Senato è stato espunta la parte che prevedeva il divieto di iscriversi all’albo per chi avesse più di 50 anni o per chi da più di 5 anni non avesse utilizzato il proprio titolo».
Resta però lo scoglio rappresentato dalla continuità professionale: chi non dimostrerà di esercitare regolarmente o dichiarerà un reddito troppo basso sarà a rischio cancellazione dall’albo. «In realtà nel testo della riforma — precisa Alpa — sono caduti i riferimenti al reddito. È però verosimile che chi dovesse dichiarare un reddito inferiore a 5 o 7 mila euro l’anno sarà convocato dall’Ordine regionale di competenza che chiederà le ragioni di un così basso giro d’affari». Una convocazione che potrebbe facilmente trasformarsi in una spada di Damocle da cui dipende l’iscrizione all’Albo, sostengono i detrattori della riforma. «Ma c’è di più— dice Gaetano Romano, presidente Ugai — Con questa norma, legata alla continuità professionale, ci sono circa 50 mila avvocati a rischio: tutti avranno interesse a far salire il numero delle loro udienze, magari con cause pretestuose. Provate a immaginare che tragedia sarebbe se ciascuno di loro attuasse un simile progetto: saremmo alla paralisi della giustizia italiana. Senza considerare quanto aumenteranno le parcelle di quegli avvocati costretti ad arrivare a una soglia minima di reddito».
Paralisi del sistema e parcelle impazzite, è questo il contraccolpo che potrebbe portare una riforma tanto attesa? «Assolutamente no — smentisce Maurizio de Tilla, presidente dell’Oua — quelli citati sono elementi marginali davanti all’importanza storica di una riforma monumentale attesa da decenni. Semmai noi chiederemo al Parlamento di rimettere nel testo l’obbligatorietà del pagamento dei praticanti». Eppure all’Agiconsul si pongono una domanda non proprio marginale: «In un Paese moderno la professionalità di un avvocato può essere demandata a organismi composti da stessi avvocati che certifichino se un collega sia in possesso dei requisiti per esercitare, con tutti gli intuibili effetti distorsivi della concorrenza?». Al Senato spetta la prima risposta.