Riforma del lavoro e articolo 18, la vendetta sociale del premier – di Mario Pirani

29/03/2002

Riforma del lavoro e articolo 18, la vendetta sociale del premier

La modifica al centro dello scontro attuale, invece, non corrisponde ad alcuna esigenza economica né ad una emergenza sindacale, perciò è intollerabile
Probabilmente Berlusconi cerca ispirazione in Reagan o Thatcher, ma essi sfidarono i sindacati su scelte economico-sociali vitali per i loro paesi e non procrastinabili


MARIO PIRANI

C´È QUALCOSA di inspiegabile nel susseguirsi delle posizioni, assolutamente contrastanti l´una con l´altra, assunte da Berlusconi in tutta la vicenda dell´articolo 18. Un giorno apparenta «la piazza» sindacale (e, tanto per non perdere l´abitudine, anche i magistrati) ai terroristi delle nuove Br, sbeffeggia lo sciopero generale, proclama che tirerà dritto «come la Thatcher», e il giorno dopo, nel teatrino del Costanzo show, si dichiara l´uomo più disponibile del mondo al dialogo coi sindacati. Anche se in quest´ultima occasione l´ansia di trasmettere una immagine accattivante deve avergli causato una tale tensione interna da spingerlo a compensarla con quell´urlo iracondo contro gli emigranti, «che tra poco ci butteranno fuori dal nostro paese», quale neppure a Bossi sarebbe scappato. Né questo alternarsi umorale si è limitato ad esternazioni puramente verbali. Non va dimenticata, infatti, la sequenza che ha visto, dapprima, il governo partire lancia in resta, brandendo la delega, per applicare unilateralmente la riforma, in base alla proclamata fine della concertazione; poi, però, di fronte alle prime proteste, ai dissensi interni alla stessa maggioranza, a reprimenda autorevoli come quelli della Conferenza episcopale, ecco rispuntare l´animo gentile del Cavaliere che, rivoltosi alle parti sociali, le invitò a riappropriarsi della trattativa, dando loro due mesi di tempo, prorogabili, per arrivare ad un accordo, recepibile, a quel punto, dal governo; ma non era passata una settimana che ci aveva ripensato: le ciance erano inutili, le parti sociali tornassero a farsi da parte, la maggioranza parlamentare aveva il diritto di applicare il suo programma e così avrebbe fatto.
          Non è necessario rievocare la cronaca di quel che è seguito in questo surriscaldato scorcio di marzo, compresa la ricomparsa del terrorismo, se non per sottolineare come l´instabilità volatile dei comportamenti del premier abbia assunto scansioni pressoché quotidiane.
          Non rientra, peraltro, nei nostri compiti e possibilità appurare se questi alti e bassi siano imputabili a una sindrome ciclotimica o riflettano solo l´avventurismo di una politica mal concepita, alle prese con i primi impatti critici. Ci limiteremo, perciò, ad un tentativo di analisi di quest´ultimo aspetto, anche perché resta il quesito sulla inspiegabilità di certi atteggiamenti. Del resto non è un giudizio solo nostro. Uno dei due grandi elettori sociali di Berlusconi (l´altro è D´Amato), il presidente della Confcommercio, Sergio Billè, al limite dell´esasperazione, ha dichiarato ieri alla "Stampa": «Mi chiedo a cosa serva questo ‘sharonismo´ del governo. Non si possono fare le riforme con l´accetta, addirittura abolendo il tavolo del confronto. L´art.18 è stato un errore madornale… qualcuno mi dimostri che se non si fanno subito queste modifiche all´art.18, ormai diventato la favola di tutta Europa, non si possono fare altre vere riforme».
          Ma probabilmente, più che in Sharon, Berlusconi cerca ispirazione nei precedenti della Thatcher, di Reagan e di Craxi, tre leader che, forti del consenso della maggioranza degli elettori, sfidarono apertamente i sindacati su grandi questioni economico-sociali. Solo che il terreno delle scontro erano, appunto, scelte vitali e non procrastinabili: la «lady di ferro» doveva ristrutturare drasticamente un´industria carbo-siderurgica decotta, quanto protetta, e liberalizzare un apparato economico ancora fortemente statalista, con le Trade Unions schierate testardamente a sua difesa; il presidente Usa si trovava alle prese con la paralisi del trasporto aereo, in balia dei controllori di volo; sul primo premier socialista del nostro Paese incombeva l´onere d´imbrigliare la spirale inflazionistica innescata dalla scala mobile, che ci stava spingendo vero esiti sudamericani. Il valore preminente della posta in gioco era tale che essi, non solo vinsero la partita, ma allargarono il loro consenso. Basta pensare per l´Italia al patto di San Valentino che sancì la riforma della scala mobile e al susseguente referendum fallito per abrogarlo, con solo mezza Cgil all´opposizione, mentre Cisl, Uil e la corrente socialista della Cgil stavano col governo.
          La modifica dell´art.18 non corrisponde, per contro, ad alcuna esigenza economica imperativa né ad una emergenza sindacale d´impatto nazionale. E´ la sua valenza provocatoria, la sua «inutilità» economica, che la rende intollerabile per la stragrande maggioranza dei lavoratori e per la totalità delle organizzazioni sindacali (la vice segretaria generale della Ugl, l´ex Cisnal, il sindacato emanazione, ieri del Msi, oggi di An, Renata Polverini, spiegando l´adesione della sua organizzazione allo sciopero generale, ha dichiarato all´"Unità": «Siamo convinti che il sindacato stia utilizzando ogni strumento che ha a disposizione, manifestazioni e scioperi, semplicemente per dimostrare il suo dissenso nei confronti di provvedimenti del governo che non sono a favore del lavoro… chiediamo che An si faccia promotrice della riapertura del confronto e portatrice di quei temi sociali… che sono l´elemento per cui è riconosciuta e votata». Siamo, dunque, di fronte ad un quadro esattamente rovesciato in rapporto a quello a suo tempo realizzato da Craxi: tutti i sindacati sono uniti per impedire il disegno del governo ed il solco aperto si proietta all´interno della maggioranza. La Cgil, che fino a ieri poteva apparire l´ultima ridotta di una resistenza vetero-fordista, incapace di adeguare la sua piattaforma alle trasformazioni dei processi produttivi e dei nuovi rapporti di classe, si trova al centro di una alleanza vasta e articolata in difesa di un diritto assai sentito, come quello di non essere licenziati senza giusta causa. Tutto questo per un «errore di comunicazione», come vorrebbe far credere il Cavaliere, che si ripromette di spiegare d´ora in avanti di persona perché la sua riforma non minaccerebbe alcun posto di lavoro? Se, però, si trattasse solo di un tabù, vuoto di contenuto reale, non si capirebbe il perché di tanto accanimento nel volerlo abbattere, sfidando impopolarità crescenti. Il fatto è che al simbolo corrisponde anche una sostanza, se pur no nelle dimensioni che hanno finito per essere percepite. Alcune delle modifiche proposte – in particolare quella riguardante le piccole aziende sotto i 15 dipendenti – avrebbero potuto, infatti, essere oggetto di trattativa nel contesto di una riforma più generale che introducesse, in primo luogo, una consistente indennità di disoccupazione, oltre al risarcimento per il licenziamento (solo, infatti, dove chi resta senza lavoro ha una rete di garanzia, la flessibilità in uscita può essere più facilmente introdotta). In Italia, comunque, questa innovazione sostanziale è al di là da venire. E non è tutto: checché ne dicano certi commentatori «cerchiobottisti» che fingono meraviglia per l´intestardirsi dei sindacati, vi è nella riforma Berlusconi-Maroni (e non Biagi, perché nel Libro bianco non se ne fa parola) un punto sostanziale devastante, laddove s´introduce la libertà di licenziamento per tutti quei lavoratori che passassero da un contratto a tempo determinato o parziale ad un contratto a tempo indefinito. L´agognato posto fisso, una volta ottenuto, sarebbe in questo caso insidiato dalla possibilità di venire cacciati comunque, da un momento all´altro, senza giusta causa! E´ evidente che un simile percorso verrebbe abbracciato per tutte le nuove assunzioni in tutte le aziende italiane, di qualsivoglia dimensione. Così, dopo un periodo transitorio, in cui si avrebbe nelle imprese la compresenza anticostituzionale di lavoratori con diritti diseguali (i vecchi assunti non potrebbero essere licenziati, gli altri sì) subentrerebbe, col tempo, l´eguaglianza in negativo: tutti licenziabili .
          Come si vede il simbolo non è così simbolico. Se, però, il governo crede utile, per lo sviluppo dell´economia italiana, introdurre la libertà di licenziamento, lo sostenga senza sotterfugi. La durezza dello scontro sociale non inficerebbe il diritto costituzionale di una maggioranza parlamentare di destra di applicare il suo programma. Difficile, peraltro, si rivelerebbe la coerenza esplicita nell´azione e il mantenimento del consenso sociale e politico. Il contesto economico, infatti, non richiede oggi il bisturi dei licenziamenti indiscriminati. Le aziende grandi e medie necessitano di buone relazioni industriali e, se mai, del funzionamento di regolatori collettivi (cassa integrazione, pensionamenti anticipati, mobilità interna), le piccole imprese sono in genere alla ricerca di manodopera che non trovano e non appaiono, certo, pressate dal desiderio di licenziare qualcuno.
          Se si riflette a queste cose si capisce davvero il riposto contenuto simbolico della riforma dell´art.18: introdurre e legittimare nelle aziende l´arma proibita della vendetta sociale, il segno di un mutamento profondo di status politico e sindacale, l´instaurazione di un deterrente da impiegare, non tanto per licenziare, ma per impaurire e sottomettere i dipendenti. Il sigillo della vittoria della destra nel mondo imprenditoriale. Una ideologia padronale vetero-classista s´incrocia qui con le pretese del modernizzatore.
          Dietro il travestimento riformistico che Berlusconi, a giorni alterni, cerca d´indossare, viene, quindi, fuori l´animus del «rivoluzionario», estremista e forcaiolo, che vuol comandare senza mediazioni politiche e che non sa che farsene dei metodi della vecchia Fiat e della vecchia Dc. L´intervento tragico del terrorismo brigatista, in un contesto così deteriorato, invece d´indurre ad un saggio ripensamento per ricomporre la lacerazione sociale di fronte al risorto pericolo comune, lo ha indotto a rinnovati estremismi, che i ripensamenti di facciata dell´ultima ora non cancellano. L´ammantarsi con la cosiddetta «riforma Biagi» suona, infatti, come una ennesimo tentativo di falsificazione. Lo prova il fatto che solo qualche settimana orsono, quando Cisl e Uil accettarono, su suo invito, di tornare a trattare, a condizione di partire dal Libro bianco, elaborato dal professor Biagi e di annullare la delega sulll´art.18, egli, spazientito, rovesciò il tavolo e li spedì di filato all´accordo con la Cgil, dimostrando nei fatti la sua avversione per il riformismo e la propensione intima e incoercibile all´estremismo. E´ questo il fulcro autentico del sodalizio con Bossi, assai più intimo di quanto fino ad ora si era creduto di capire.