Riforma dei licenziamenti: La via d’uscita della conciliazione

11/09/2001

Il Sole 24 ORE.com




    Riforma dei licenziamenti – Nel Mezzogiorno la litigiosità è oggi quattro volte superiore rispetto al Nord

    La via d’uscita della conciliazione
    Lina Palmerini
    Il tema dei licenziamenti entra nell’agenda d’autunno del Governo. Nonostante le parole d’ordine dei vari esponenti dell’Esecutivo puntino ad abbassare i toni e a confermare che non si procederà senza dialogo sociale, la questione sembra ormai oggetto dei prossimi incontri con le parti sociali. In realtà, l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (che, appunto, regola i licenziamenti) è più volte entrato e uscito dall’agenda di confronto tra Governo e parti sociali per i ripetuti altolà di Cgil, Cisl e Uil, che si oppongono a qualsiasi discussione sulle modifiche normative. Ma nonostante le frenate di Umberto Bossi che si fa garante dei diritti e tutele di lavoratori e pensionati, l’orientamento a cambiare fa breccia anche nel fronte sindacale. Il segretario confederale della Cisl, Raffaele Bonanni, responsabile del mercato del lavoro, ha lanciato la sua ricetta di modifica: più spazio ad arbitrato e conciliazione; preferire la strada del risarcimento all’obbligo di reintegrazione. Una proposta che è seguita a quella del ministro delle Attività produttive, Antonio Marzano, diretta solo ai neo-assunti per i quali non si applicherebbe l’articolo 18. L’utilizzo di filtri extragiudiziari potrebbe essere una soluzione all’attuale intreccio tra contenzioso e mercato del lavoro (si vedano anche gli altri articoli in pagina). Per quanto non si risolva la questione centrale — cioè il nodo della reintegrazione in caso di licenziamento illegittimo —, un maggior ricorso alla conciliazione e all’arbitrato potrebbe riequilibrare l’attuale quadro del processo di lavoro, che registra una maggiore litigiosità nelle regioni meridionali. Secondo un’indagine condotta da Mario Macis, ricercatore della Bocconi, nel quadriennio dal 1994 al 1998 la litigiosità del Sud in materia di licenziamenti è quadruplicata rispetto al Nord. Un dato che sembrerebbe in controtendenza se confrontato con il fatto che al Sud i giudici sono meno favorevoli al lavoratore (nel Meridione è a vantaggio del dipendente licenziato il 53% delle sentenze; al Centro-Nord il 57 per cento). Il paradosso si spiega, però, se si tiene conto del processo di autoselezione del contenzioso sui licenziamenti. Al Sud, a causa delle condizioni del mercato del lavoro meno favorevoli, il lavoratore ha più interesse a ricorrere alle vie legali. Il posto perso non può, infatti, essere facilmente rimpiazzato. E così i magistrati si trovano a dover decidere anche su casi in cui il motivo del recesso è molto grave e non può non essere ritenuto legittimo. Il fatto di favorire la ripresa del dialogo tra imprese e sindacati per prevedere forme semplificate di conciliazione e arbitrato, che però lascino intatto l’articolo 18, potrebbe essere una via di mediazione. Prima e dopo il referendum, (che chiedeva l’abolizione delle attuali regole e su cui non è stato raggiunto il quorum), Cgil, Cisl e Uil con Confindustria tentarono un’intesa poi fallita. Non ci si mise d’accordo su un punto, dopo due anni di trattativa: assoggettare al giudizio arbitrale e ammettere tra le cause di impugnabilità non solo le leggi ma anche la violazioni contrattuali. Su questo si divisero Confindustria e Cgil e appare difficile, ancora oggi, riuscire a intravvedere un compromesso. Una mediazione di questo tipo potrebbe, però, rappresentare una prima via d’uscita allo scontro politico in atto sulle modifiche all’articolo 18. Alla riforma sono, infatti, contrari i sindacati e la sinistra Ds. Dalla Margherita e da alcune componenti diessine si sono invece levate voci e proposte di legge a favore di una revisione della disciplina. L’opposizione ha trovato i toni più accesi soprattutto nel sindacato di Sergio Cofferati e nelle sue promesse di «autunno caldo e di scontro sociale». Più attenti a rispettare il merito della trattativa sono Cisl e Uil che preferiscono aspettare il confronto con il Governo e non agitare, sin d’ora, la minaccia di ricorrere alla piazza. Se il tema divide la sinistra, anche per la maggioranza questo sarà un banco di prova. A fronte delle imprese che chiedono misure di maggiore flessibilità in uscita proprio per incentivare l’occupazione, alcune componenti dell’Esecutivo — soprattutto Lega e parti di An — restano infatti più prudenti.
    Lunedí 10 Settembre 2001
 
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