Riforma degli ordini professionali: record di annunci

29/09/2003




sabato 27 settembre 2003
Riforma degli ordini professionali: record di annunci, poi la scomparsa
      E’ la riforma mancata che detiene il record nazionale degli annunci mai realizzati. I primi progetti risalgono a 35 anni fa. Poi, quasi tutti gli anni, ne sono stati scritti a decine, sino a superare oggi la quota delle centinaia. Qualche giorno fa, la riforma sembrava cosa fatta. Poi, improvvisamente, tutto è tornato in alto mare. Con un paradosso: che oggi sono le professioni «liberali», riunite nel Cup, il Comitato unitario delle professioni, accusate di essere corporative e contrarie alla riforma, che hanno deciso di passare all’attacco e di raccogliere 50 mila firme per presentare in Parlamento una proposta di legge di iniziativa popolare, sollecitando la riforma. Un tormentone, un’anomalia tutta italiana, quella della mancata regolazione delle professioni, con tanti vinti (il mercato, gli utenti e gli stessi professionisti) e nessun vincitore. Nonostante le assicurazioni dell’altro ieri del ministro della Giustizia, Roberto Castelli, il più amareggiato oggi sembra il sottosegretario Michele Vietti, che alla riforma ha legato la sua faccia. Dopo aver convinto a luglio i «quattro saggi» della Casa delle libertà (oltre allo stesso Vietti e a Castelli, Giuseppe Gargani e Ignazio La Russa) a mettere al centro dell’impegno riformatore la questione professioni, il suo viso era raggiante. Oggi è una smorfia. E la riforma non solo non è stata calendarizzata, come promesso, in un prossimo Consiglio dei ministri, ma è sparita persino dal ruolino di marcia della Commissione Giustizia del Senato.
      Ma perché è così difficile introdurre in Italia qualche elemento di innovazione in un mondo che tra vecchie e nuove professioni coinvolge oltre 5 milioni di persone? Nonostante i proclami, esiste uno schieramento «trasversale» che, di fatto, blocca ogni cambiamento. Da un lato vi sono i rappresentanti delle professioni liberali (notai, commercialisti, medici, architetti, ingegneri), riuniti in 28 ordini e collegi, per un totale di 1,7 milioni di iscritti, che arrivano a 3,3 milioni compresi i dipendenti. Dopo aver ostacolato ogni ipotesi di cambiamento, ora promuovono, appunto, una raccolta di firme, attraverso il Cup.
      Dall’altro, vi sono le professioni emergenti, quelle della «net economy», della consulenza, dei servizi alle imprese, i «knowledge workers», riuniti in associazioni, che formano una galassia di oltre 2,2 milioni di professionisti alla ricerca di un riconoscimento, in parte rappresentati dal Colap. In palio un mercato che è sempre stato gelosamente protetto dalle vecchie professioni, impermeabili a ingressi indiscriminati, una «riserva di caccia col filtro», assediata da nuovi protagonisti.
      Gli oggetti dello scontro sono gli accessi alla carriera, la formazione universitaria e degli iscritti, albi e registri, i codici deontologici, la qualità delle prestazioni, le tariffe, la concorrenza, la pubblicità, il «lobbying». La sindrome che avvolge vecchie e nuove professioni è quella di non essere ancora riuscite a entrare nelle stanze della concertazione tra parti sociali e Governo, dove si attuano gli «scambi politici» e si definiscono progetti, norme e affari.
      E pensare che sia il Centro-sinistra, con il Governo Prodi nel ’98, sia il Centro-destra, che ha patrocinato i «Professional day», ci hanno ripetutamente provato e si dichiarano tuttora paladini della riforma.
      Oltre al testo unificato al Senato vi è la «bozza Vietti», che tenta una mediazione forte basata su «sistema duale» e «zone riservate» per vecchie e nuove professioni. Alla Camera vi sono due progetti di area Centro-sinistra sulle nuove professioni, su cui vi è persino un disegno di legge del Cnel. Mentre all’orizzonte, oltre alla petizione popolare del Cup, si aggira il fantasma della «legislazione concorrente». Nella revisione del titolo V della Costituzione, andranno definiti i confini del rapporto Stato-regioni anche in materia di libere professioni. L’esempio della Calabria, che ha approvato una disciplina regionale specifica sulle professioni, potrebbe essere seguito da altri.
      Il ministro degli Affari regionali, Enrico La Loggia, ha affidato a tre università il compito di dipanare la matassa. E così, mentre il Governo stenta a trovare il bandolo, le regioni potrebbero assumere l’iniziativa, complicando il «risiko» di una riforma, tanto annunciata quanto mai nata e urgente
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Walter Passerini


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