Rifondazione: la giornata dei mille vertici

20/07/2007
    venerdì 20 luglio 2007

    Pagina 4 – Primo Piano

      Retroscena
      Tensione nel Prc

        Rifondazione
        la giornata
        dei mille vertici

          RICCARDO BARENGHI

            ROMA
            Sono in piedi, in mezzo al grande corridoio denominato Transatlantico, i dirigenti di Rifondazione Comunista, il segretario Giordano, il capogruppo Migliore, il responsabile organizzativo Ferrara e l’uomo delle pensioni, quello che padroneggia la materia – numeri, tabelle, costi e risparmi – come forse solo Padoa-Schioppa sa fare. Si chiama Maurizio Zipponi, ed è un ex sindacalista di Brescia, quello che nel ‘97 portò a Roma i suoi operai per convincere Bertinotti a non aprire la crisi del primo governo Prodi (e ci riuscirà pure, anche se poi l’anno succesivo…). Sono lì, parlano tra loro e telefonano all’uomo che manca, il ministro Ferrero che tiene i contatti con Prodi e il suo collega dell’Economia. Il quale, raccontano, quando si incontra con Zipponi dimostra una sorta di ammirazione per la competenza del deputato comunista, tanto che gli è capitato anche di zittire i presenti: «Fatemi sentire che dice». I due non sono mai d’accordo sulle conclusioni, ma questa è un’altra storia.

            Anzi, è la storia di queste ore. E ieri alla Camera dei deputati, la storia cambiava di minuto in minuto, e per capirlo bastava appunto seguire gli uomini che dirigono Rifondazione e che sono stati impegnati in un vortice di vertici improvvisati, telefonini che passavano da un orecchio all’altro, fughe in cortile o dietro qualche angolo, capannelli, bisbigli. In quel primo vertice in piedi, verso le tre del pomeriggio, concordano l’intervento che lo stesso Zipponi avrebbe pronunciato poco dopo in aula per motivare la fiducia del gruppo al governo, «una fiducia – spiega Giordano – anche rivolta al buon esito dell’accordo sulle pensioni». Ma il segretario non fa in tempo e entrare in aula che si riprecipita fuori, ha ricevuto una telefonata (forse da Ferrero) e ha saputo che nella riunione tra Prodi, D’Alema, Rutelli, Padoa-Schioppa, Damiano e Letta sarebbero state respinte le condizioni poste dal suo partito. Corre in sala stampa e detta una dichiarazione di guerra: «La nostra fiducia è condizionata all’accordo sulle pensioni». In altre parole, se l’accordo non ci piace, al Senato potremmo non votarla più. Il che sarebbe la crisi di governo. Giordano torna e di nuovo si riunisce in un vertice improvvisato, sempre in piedi. I suoi compagni lo rassicurano, «hai fatto bene, benissimo». Lui commenta: «Se non lo facevo subito, quelli andavano avanti contro di noi». Tutti accusano il ministro Bonino, «ha rimesso in discussione un accordo già fatto». Passa mezz’ora, notizie non ne arrivano, Giordano sa solo che «la mia dichiarazione ha provocato allarme». Allarme che dopo un po’ si concretizza in una lunga telefonata (forse sempre di Ferrero). Il segretario parla e sorride, chiude il cellulare: «Si è sbloccata, il governo ha mollato su quota 96». E voi accettate quota 95? «Le quote si possono sempre alzare…», risponde allusivo. Clima più sereno ma non è finita.

            Passa un’altra ora e di nuovo vertici in piedi, Zipponi risponde al cellulare: «Ciao Paolo» (ancora Ferrero), gli altri ascoltano, facce scure, altre fughe in corridoio, brevi battute della serie «no a un rinvio a settembre». Spunta Fassino, gli chiediamo a che punto siamo, risponde ottimista che «l’accordo è fatto, ve lo dico da 15 gorni che è fatto». Giriamo la notizia a Zipponi, il quale allunga la mano e fa ironico: «Salutatemi Fassino…» E poi ci spiega: «siamo alla stretta, ma quando le trattative si stringono si può arrivare a un accordo così come si può rompere tutto».

            E se ne va, Giordano pure, la Camera si svuota, si aspetta che Prodi convochi i sindacati. Rifondazione spera ma ha paura, paura «che la Cgil molli troppo e ci lasci da soli». Lo sapranno solo nella notte, che per loro però comincia male: il governo rialza la quota a 97 dal 2010, «e non si tratta». Migliore conclude: «L’accordo non c’è».