“Rifondazione 2″Fausto visto da vicino: il politico che piace a tutti

03/03/2005

    giovedì 3 marzo 2005

    personaggio

    CENE, SALOTTI, PIACEVOLI VILLEGGIATURE: LA PRESENZA DEL LEADER PRC È APPREZZATISSIMA, A DESTRA COME A SINISTRA
    Fausto visto da vicino:
    il politico che piace a tutti

    Lui stesso teorizza: «Uno può avere anche idee politiche repellenti. Ma
    potrebbe essere gradevolissimo per prendere un caffè o giocare a bocce»

    Mattia Feltri

    ROMA

    Poiché il congresso di Rifondazione comunista si apre oggi, 3 marzo 2005 alle 16, ed è il sesto, Fausto Bertinotti è un po’ più tranquillo. Non c’è neanche un “8”: nella data, negli orari, niente. Lui ha il terrore del numero otto. «Non ha superstizioni, è un uomo razionale», dice l’amica Rina Gagliardi. Ma non è vero: «Il giorno otto è morto suo padre», conferma la moglie Lella. «Adesso abitiamo all’interno otto, ma ho dovuto impormi. Sta superando un po’ questa fobia». E anche il congresso gli fa meno paura, sebbene conservi un’ansia da prestazione per lui classica. «Non c’è congresso che abbia affrontato serenamente», dicono quelli che gli stanno accanto. «E’ emozionatissimo, e si è dimenticato del congresso del ‘99, drammatico perché successivo alla caduta del governo Prodi», aggiungono.


    Non c’è possibilità che Bertinotti perda: ha con sé il sessanta per cento dei delegati, ma averne contro il quaranta è lancinante per un uomo abituato a piacere a tutti. «La gente mi chiama e mi chiede: quando avete un buco? Dammi una data», dice Lella dispiaciuta di non poter accontentare tutti. Non è soltanto una questione di cene. Sì, le cene, i salotti, tutto vero. Bertinotti adora il convivio, se non proprio con chiunque con molti, e teorizza: «Una persona può avere anche idee politiche repellenti. Ma in un angolo magari conserva qualcosa di interessante. Potrebbe essere gradevolissima per prendere un caffè o giocare a bocce». E infatti ci si ricorda di una serata nel gennaio 2003, al compleanno dell’amico attore Leo Gullotta, quando arrivò l’ambasciatore americano Thomas Foglietta che si illuminò, allargò le braccia e dentro vi accolse Bertinotti per un caldo abbraccio. Qualche disinformato si stupì.


    Tutta gente trasecolante se salta fuori che Bertinotti è stato “Al Matriciano” con Gigi Sabani – e Gigi gli faceva le imitazioni – o alla tal festa con Ricky Tognazzi, Carlo Verdone e Ramona Badescu. Se salta fuori che il segretario abbandona la lotta per cedere al soufflé al cioccolato della Taverna Ripetta, che peraltro sembra abbia piegato caratteri all’apparenza più rigidi, come quelli di Ornella Muti e Ivano Fossati. Bertinotti detesta questi trasecolanti. «Lui si confronta, non si contamina», dice Lella, senza specificare in quale caso rischi la contaminazione edonista e capitalistica. Non certo durante le serate a casa di Vittorio Cecchi Gori e Valeria Marini, carissimi amici.

    «Qualche sera fa, prima che vincesse l’Oscar, ci siamo visti tutti insieme “Million dollar baby”. Quanto ci è piaciuto», ragguaglia Valeria. La quale approfitta dell’occasione per rettificare una notizia circolata la scorsa estate: «Io e Fausto non giochiamo a tennis insieme. E’ capitato al ping pong».

    Ma, ecco, non è soltanto una questione di cene o di villeggiature a Capri con Ricky e Guia Sospisio («E’ un grande conversatore, sa tutto di arte, di teatro, di cinema», dice Guia) o di ricevimenti con Marta Marzotto («Mette tutti a loro agio, si fa dare del tu dai camerieri», rivela la contessa). La questione, spiega Lella, è che suo marito è sempre in tv. Così lei fa altro, coi soliti giri, ma lui spesso non c’è e non è a disposizione per la quantità di pretendenti. L’impressione, tra l’altro, è che in questi giorni di approccio al congresso Bertinotti abbia faticato a contenere l’apprensione anche per la mancanza degli svaghi.


    Dicono sia diventato di centro, prodiano, filoamericano, ormai distante dai movimenti no global sposati sin dal G8 di Genova. E lo dicono dentro Rifondazione, così lui è obbligato ad andare da Giuliano Ferrara, a Otto e mezzo (si sottolinea mezzo), a sostenere che la democrazia in Iraq un po’ l’hanno esportata pure i no global. Ma su di lui pesano i pettegolezzi, come quello secondo cui abbandonò un World Social Forum di Porto Alegre per prendere il sole a Ipanema, e senza nemmeno l’accortezza di lasciare in albergo la polo col coccodrillo, logo dei loghi. E ci mette niente a ironizzare uno come Luca Casarini: «Lui andrà al governo, Vittorio Agnoletto ha trovato un bel posto al Parlamento europeo e io sono sotto processo a Cosenza per cospirazione». Adesso, poi, gli avversari interni ridacchiano anche per questa cosa della «ricerca» di cui Bertinotti ha parlato al settimanale Panorama.


    «Sono trent’anni che Fausto è alla ricerca, da che lo conosco. Magari andrà avanti fino alla fine, senza approdare a nulla. Capita, no?», dice Lella. Non c’è proprio niente da scherzare, lascia intendere. Insomma, non s’è ammorbidito, non è che avendo sessantacinque anni e sentendo arrivare la vecchiaia stia cercando la scorciatoia consolatoria della religione. Non c’è nessuno, fra i familiari e famigli, che possa dubitarne. Ha sempre letto l’Osservatore romano, ha sempre frequentato i gerarchi della Chiesa e i preti del dissenso, ha sempre letto San Paolo. «L’ho visto commuoversi alle cerimonie religiose», dice Raul Mantovani, quello che una sera del novembre 1998 interruppe una cena di Bertinotti con Mario D’Urso per dirgli: «Ti porto in Italia Ocalan». E Bertinotti rispose come avrebbe risposto chiunque: «Oca… chi?».


    A questo congresso già vinto, Bertinotti deve convincere tutti che non basta contribuire alla sconfitta di Berlusconi, ma bisogna contribuire alla vittoria del centrosinistra, e poi della sinistra nel centrosinistra. Senza che l’opposizione interna – benedetta per imprescindibili ragioni di immagine e democrazia – scada nel velleitarismo del «sempre dalla parte del torto», o nella demagogia alla Antonio Pennacchi, scrittore, che di Bertinotti disse: «Il capo del proletariato è uno con l’erre moscia. Ma vaff… O no?». Se dovesse riuscirci, si commuoverà. I suoi ne sono certi, perché è un uomo sensibile, dicono. Rina Gagliardi ricorda del giorno in cui, a un congresso della sinistra europea, incontrò il vecchio maestro Pietro Ingrao: «Si sono stretti, hanno pianto venti minuti, han fatto il laghetto».


    Trascorso il fine settimana, il segretario potrà tornare alle sue numerose occupazioni e ai pisolini di sette-nove minuti in taxi fra un appuntamento e l’altro. Potrà tornare, nelle notti speciali, a cantare in qualche casa privata con il caro Antonello Venditti. Ributtarsi davanti alle telecamere, nonostante gli alleati comincino a sospettare che tutti lo invitino nel ruolo dell’avversario che rafforza gli elettori di destra nei loro convincimenti (e chi lo pensa è stalinista, dice Bertinotti). Potrà tornare a parlare col figlio Duccio di Aristotele, a far giocare i nipotini («nel ruolo di nonno è perfetto, perché ai nonni non competono compiti educativi», dice la moglie Lella con l’ironia che la rende simpatica a tutti), a concludere la biografia di Ho Chi Minh lasciata a metà. A sfoggiare una lattina di chinotto e abbasso la coca cola. A provare finalmente un’avventura di governo, visto che soltanto Berlusconi più di lui è stato uomo simbolo della Seconda Repubblica. E poi, più avanti, progetterà il giro del mondo. «E’ il mio sogno. Un mese, un mese e mezzo per i continenti, senza che Fausto debba rientrare per qualche emergenza…», dice Lella. Un progetto ancora lontanto. «Mah, non è detto». Già, ci sono di mezzo il congresso, la campagna elettorale. E soprattutto Berlusconi.