Riesce lo sciopero dei buoni pasto

26/06/2003

    giovedì 26 giugno 2003

    Un milione e mezzo gli italiani che usano i carnet per la pausa pranzo.
    Sotto accusa la gara d’appalto del settore pubblico
    Riesce lo sciopero dei buoni pasto
    La protesta dei commercianti: per un ticket di 5 euro, ne riceviamo solo 4,20
    Confcommercio: per sostenere questi prezzi le aziende possono solo ridurre la qualità e licenziare personale
    La replica della Consip: per bar e ristoranti solo l’1% del fatturato riguarda i buoni pasto

    Eduardo Di Blasi

    ROMA Un milione e 400 persone si muovono ogni giorno verso bar e ristoranti con in mano i propri buoni pasto. Un esercito di impiegati del settore pubblico (500mila persone) e privato (900mila), si dirige con i propri ticket da 4, 5, 6, 7 euro verso le casse e paga con questo «denaro convenzionale».
    Ieri circa la metà dei 27mila bar e ristoranti che di norma accettano i buoni pasto, ha rifiutato di prenderli. Lo sciopero del «No ticket Day», organizzata dalla Fipe-Confcommercio, è stata motivata dal risultato della gara d’appalto sui buoni pasto del settore pubblico, svoltasi nel febbraio scorso ed appaltata dalla Consip, una società privata che fornisce consulenza e assistenza al ministero dell’Economia. Lo Stato, lamenta l’associazione dei commercianti, ha voluto risparmiare senza badare al danno economico che avrebbe creato ai ristoratori. L’appalto da 635 milioni di euro in due anni è stato vinto nel nord Italia dalla Ristochef, in Umbria e Lazio dalla Gemeaz Cusin, nelle Marche, in Abruzzo, Campania, Molise e Puglia dalla Repas Lunch Coupon e in Basilicata, Calabria, Sardegna e Sicilia dalla Sodexho Pass. Per aggiudicarsi la fornitura dei ticket agli impiegati statali, queste imprese hanno praticato
    sconti che vanno dal 15,95% della Gemeaz al 16,89 praticato dalla Sodexho Pass. Prezzi che, tuona Edi Sommariva, direttore generale della Fipe «Sono fuori dal mercato». Lo sconto alla fonte non si comprende appieno se non nei risultati che provocherà.
    «Praticamente – spiega Sommariva – un buono ristorante da cinque euro viene pagato al ristoratore 4 euro e 20 centesimi. Gli 80 centesimi che il ristoratore perde accettando i
    ticket li dovrà recuperare in qualche modo». Capiamoci meglio. Il sistema dei buoni pasto si basa su tre soggetti: le società distributrici dei ticket, le aziende che acquistano i carnet per i
    propri dipendenti e i ristoratori che vengono pagati con questi crediti cartacei rimborsati a 60 giorni. Ora, lamenta la Confcommercio, lo sconto eccessivo praticato dai distributori alle
    pubbliche amministrazioni, si ripercuote sui ristoratori. E la colpa di questo è da addebitarsi alla società, la Consip, che ha emesso il bando pretendendo uno sconto base del 9%.
    Società, che, in ultima analisi, se non direttamente, altri non è che il Tesoro.
    «La persona che deve dettare gli stili alimentari di chi mangia fuori casa in una mensa – chiosa Sergio Billè, segretario di Confcommercio -è il ragioniere cui spetta l’ultima parola,
    quella decisiva, per far mangiare bambini e malati a costi sempre più modesti. Oggi è arrivato un superragioniere che ha come unico obiettivo il contenimento della spesa. Gli appalti
    di mensa e buoni pasto non possono essere aggiudicati solo con il criterio della minima spesa». «Con questi presupposti – lamenta Billè – le aziende hanno tre vie di uscita: spendere meno nell’acquisto di prodotti alimentari (ovvero abbassare progressivamente la qualità);
    spendere sempre meno sulla forza lavoro; fallire».
    Anche se la convenzione contratta tra le 4 aziende distributrici e la pubblica amministrazione rappresenta la fetta “minore” della torta (500mila persone contro le 900mila del settore privato), i ristoratori già sono sul piede di guerra. «Il metodo usato dallo Stato – commenta Sommariva – può infatti essere adoperato anche dalle aziende private, almeno le maggiori, che di volta in volta andranno a contrattare il prezzo dei propri buoni pasto con i distributori. Se allo Stato si fa uno sconto del 16%, le imprese private vorranno il 14%, il 12%. Dopando il mercato si fa solo un danno a ristoratori e consumatori».
    Non la pensa così la Consip. «Il fatturato dei buoni pasto che è stato aggiudicato nella gara di febbraio – commenta la società – rappresenta meno dell’1% del fatturato complessivo
    annuo che transita attraverso la globalità dei pubblici esercizi che svolgono attività di ristorazione. In più – ribattono – il fatto che il convenzionamento che doveva riguardare 25mila locali sul territorio nazionale, ne interessa attualmente 27mila, significa che altri 2mila ristoratori che hanno pensato fosse conveniente aderire alla rete dei buoni pasto».
    Alcuni l’avranno pensato, per altri è stata una necessità, soprattutto a Roma, dove molti esercizi dipendono per il 60-70% della propria vendita dai buoni pasto di amministrazioni
    e ministeri.