“Ricostruzioni” Fazio rinnegò. Poi favorì

21/12/2005

      Lunedì 19 dicembre 2005

    Ricostruzioni Colaninno, Gnutti, Consorte & C. conquistarono la società. Cominciò così l’alleanza tra razza padana e finanza rossa, oggi nella bufera

    Fazio rinnegò l’Opa ostile. Poi la favorì

    In un incontro giurò a Bernabè che avrebbe partecipato all’assemblea Telecom. Invece la fece fallire

    Sergio Rizzo

    Marzo 1999. Franco Bernabè è nello studio di Antonio Fazio, al primo piano di via Nazionale. Da pochi mesi l’ex amministratore delegato dell’Eni è al timone di Telecom Italia, dove gli azionisti l’hanno chiamato dopo la disastrosa gestione di Gian Mario Rossignolo, autoproclamatosi «very powerful chairman». Ma tutto è già successo. Romano Prodi ha dovuto lasciare il posto di presidente del Consiglio a Massimo D’Alema. Roberto Colaninno e i «capitani coraggiosi», infelice (secondo lo stesso Claudio Velardi) definizione coniata all’epoca dal leader diessino, stanno aspettando l’autorizzazione a scalare la compagnia telefonica.

    E per Bernabè quell’incontro con il governatore della Banca d’Italia è l’ultima spiaggia. Per sabato 10 aprile ha convocato l’assemblea con all’ordine del giorno la fusione fra Telecom e Tim. Estremo tentativo per rendere indigesto il boccone a Colaninno e ai suoi. Bernabè sa che se a quell’assemblea verrà raggiunto il quorum del 33,33% del capitale ordinario, il progetto di fusione sarà certamente approvato e la scalata quasi sicuramente sventata. Gli servono quindi tutte le azioni disponibili. Ma sa che non può contare su quelle del Tesoro, che dopo la privatizzazione continua pur sempre a essere il principale azionista singolo, con un pacchetto del 3,46%. Secondo una ricostruzione mai smentita, contenuta nel libro «L’Affare Telecom» di Giuseppe Oddo e Giovanni Pons, D’Alema in persona ha dato disposizioni per lettera a Mario Draghi, dopo un colloquio con lo stesso direttore generale del Tesoro alla presenza del ministro Carlo Azeglio Ciampi (che di lì a poco approderà al Quirinale), perché il principale azionista non si presenti in assemblea. La motivazione ufficiale è quella di preservare quell’atteggiamento di «neutralità» del governo che ancora oggi, a distanza di sei anni, rivendica Franco Bassanini, all’epoca dei fatti sottosegretario alla presidenza. Anche se di «neutralità» più che benevola nei confronti degli scalatori certo si trattava.

    Non senza una certa apprensione Bernabè chiede a Fazio che intenzioni ha la Banca d’Italia, secondo azionista di Telecom. Il fondo pensioni di via Nazionale ha in portafoglio una quota del 2,29%, che potrebbe anche risultare determinante. Soprattutto, potrebbe essere d’esempio per i fondi controllati dalle banche, che pendono dalle labbra e dai gesti di Fazio. La risposta è proprio quella che l’amministratore delegato di Telecom Italia sperava di sentire: «Stia tranquillo, dottor Bernabè. Lei sa bene quanto io sia contrario alle Opa ostili. La Banca d’Italia verrà in assemblea e farà il proprio dovere di azionista». Bernabè esce rincuorato. Ma forse nel fondo immagina che non si dovrebbe fidare, nonostante abbia tutti gli argomenti per stare tranquillo. Compreso il fatto che Fazio è sempre stato l’autentica spina nel fianco dei governi del centrosinistra, e non sarebbe affatto strano che su questa vicenda tenesse un comportamento opposto.


    Il giorno prima dell’assemblea sono state depositate certificazioni per il 33,5% delle azioni. La scalata di Colaninno e soci sarebbe quindi fallita. Ma la mattina dopo, quando in assemblea non si presenta che il 22,8%, la delusione è cocente. Com’era prevedibile, fra gli assenti c’è anche la Banca d’Italia e alcuni fondi controllati dalle banche. E quello che brucia di più è la motivazione con cui «fonti» di via Nazionale giustificano l’assenza: «La non partecipazione all’assemblea risponde agli autonomi criteri seguiti dall’istituto in materia, il relazione al non diretto coinvolgimento nelle specifiche vicende aziendali». Una prosa che rende addirittura elementare individuare nell’autore della dichiarazione il capo della segreteria del governatore, Angelo De Mattia. Improvvisamente il quadro del peccato originale è chiaro. D’Alema, quindi, è da poco a Palazzo Chigi quando Colaninno sta mettendo a punto la scalata del secolo. Con lui ci sono i bresciani Emilio Gnutti e i fratelli Lonati, esponenti di quella «razza padana» su cui il leader diessino aveva deciso di puntare per rivitalizzare l’asfittico e familistico capitalismo italiano. Sono i mesi durante i quali il Monte dei paschi di Siena, alla cui presidenza «l’ulivista debole» Pier Luigi Fabrizi ha sostituito Luigi Spaventa, già sfidante di Silvio Berlusconi alle politiche del 1994, spedito al vertice della Consob, punta la Banca agricola mantovana, di cui Colaninno è importante azionista.


    Negli ambienti diessini è noto che Colaninno stia progettando la conquista di Telecom Italia insieme ai suoi alleati approfittando della debolezza della compagine azionaria della compagnia telefonica. Ed è pure nota la «benevolenza» (a dir poco) con cui i vertici del partito guardano a quel disegno. Così nessuno si stupisce quando, il 7 gennaio del 1999, l’Unipol di Giovanni Consorte entra nel capitale della Bell, la società di Colaninno e Gnutti (dove c’è anche la Banca Antonveneta che qualche anno dopo finirà nelle mire di Gianpiero Fiorani), che controlla l’Olivetti, da cui scatterà il takeover alla società guidata da Bernabè. E nessuno, a maggior ragione, si stupisce quando qualche mese più tardi nel gruppo arriverà anche il Monte dei paschi di Siena, banca che ha sostenuto l’Opa Telecom prestando 2 mila miliardi agli scalatori, e che nel frattempo ha stretto un’alleanza con l’Unipol, avendo già inquadrato nell’obiettivo la Banca nazionale del Lavoro.


    La strategia comincia a prendere sostanza: creare un’alleanza di ferro fra la finanza «rossa» (il Monte e l’Unipol) e la «razza padana», radicata nelle zone forti del Paese, il centro-nord. Un asse in grado di contrapporsi a quello che viene considerato il «fatiscente capitalismo senza denari» degli Agnelli e dei Cuccia. Magari anche sotto il benevolo sguardo del governatore della Banca d’Italia, che però quando sarà la volta di dare la mano decisiva, bloccherà il progetto di acquisizione della Bnl da parte del Montepaschi.


    E siccome l’alleanza deve fondarsi anche sugli uomini, ecco che qualche nuova stella comincia a brillare. Per esempio quella di Vincenzo De Bustis, manager della Banca del Salento (il collegio elettorale di D’Alema), che il presidente del Consiglio tiene in grande considerazione. Quella banca viene considerata un gioiellino, e si decide che verrà comprata dal Monte dei paschi, che aspettando la Bnl ha varato una politica di acquisizioni di piccole banche locali. Piccola, la Banca del Salento lo è sicuramente: ha una novantina di sportelli. Ma il prezzo, invece, non lo è affatto. L’accordo viene firmato il 23 dicembre del 1999 e il Monte dei paschi si impegna a pagare l’astronomica cifra di 2.500 miliardi di lire. E il contorno dell’affare assomiglia a quello di una beffa. Eh, già, perché quando l’accordo sembra chiuso a 2 mila miliardi, si fa avanti il San Paolo con un’offerta concorrente, e il Monte deve mettere sul piatto altri 500 miliardi. Sarebbe nulla, se la banca senese non fosse uno degli azionisti di controllo dell’istituto torinese. Quello che con quell’enorme somma è stata fatta successivamente, rimane un mistero. De Bustis, invece, arriva alla direzione generale del Monte, dove rimane qualche anno. Ma il progetto di acquisizione della Bnl non va in porto. Il manager stimato da D’Alema se ne va alla Deutsche bank, istituto il cui nome ricorre nelle scalate bancarie degli ultimi mesi. Mentre il gruppo dei «capitani coraggiosi» si sfalda. Nel 2001 la maggioranza di governo cambia e pochi mesi più tardi Telecom Italia passa improvvisamente di mano. Colaninno incassa e prende un’altra strada, questa volta solitaria.


    Gli altri invece no. Ci sono altri affari in vista. C’è da scalare l’Antonveneta insieme all’arrembante banchiere lodigiano Gianpiero Fiorani. E la Bnl. Si ritrovano così tutti insieme nella Hopa. Consorte, Fiorani, Gnutti, e anche un certo Stefano Ricucci, che ha fatto i primi soldi proprio con la scalata a Telecom Italia. All’ombra dei «capitani coraggiosi», prima che alcuni di loro si rivelassero soltanto «furbetti del quartierino». Una linea rossa tra ieri e oggi.