Ricostruire il potere sindacale sul lavoro (B.Ugolini)

10/12/2007
    lunedì 10 dicembre 2007

      Prima Pagina (segue a pagina 3) – Politica

      L’opinione

      Turni e sicurezza
      Gli sfruttati

        IL MONITO I morti e la manifestazione di oggi chiamano in causa tutti, dagli imprenditori alla politica

          Ricostruire il potere sindacale sul lavoro

            Bruno Ugolini

            Oggi è come se tutto il mondo del lavoro fosse a Torino, una città in lutto, raccolta attorno ad una ferita cocente. Nel corteo dei lavoratori in sciopero al primo posto saranno i metalmeccanici, i compagni delle vittime, ma anche delegazioni provenienti da altre città. Con tutti loro saranno idealmente milioni di operai e impiegati chiamati in tutta Italia dai sindacati ad indossare un bracciale nero.

            È il simbolo di un rifiuto generale ad una catena di morti che non ha fine. L’acciaieria di Torino è diventata un cimitero orrendo. Un luogo emblematico del lavoro oggi.

            In quella acciaieria erano presenti, secondo i testimoni, una serie di condizioni nefaste. Basta però scorrere l’elenco sterminato dei morti di quest’anno, per capire come la morte abbia colpito ovunque. Ecco perché la manifestazione di oggi può rappresentare non solo un forte sussulto d’indignazione ma un monito e una riflessione. Molti dovrebbero sentirsi chiamare in causa. Non solo i rappresentanti della Thyssen-Krupp. Alludo agli imprenditori che ogni giorno dissertano di produttività, di orari da allungare, di straordinari da ordinare a piacimento, di assenteismo da debellare. E chiudono gli occhi di fronte ad una parola che Romano Prodi ha saputo usare: «sfruttamento».

            Ciascuno deve fare la sua parte. Così il governo e il Parlamento che non possono indugiare sul varo definito dei decreti attuativi del piano sulla sicurezza inerente il lavoro. Altri sono poi i soggetti chiamati in causa: dalle Asl, all’Inail. Lo stesso sindacato, le forze di centro-sinistra dovrebbero riflettere sul ruolo del lavoro oggi, su un progetto di società che non si limiti a riparare i danni. Appaiono davvero d’altri tempi le teorizzazioni di un Renato Panzieri, ma anche di un Sergio Garavini, sul “controllo operaio”. Oppure le esperienze adottate alla Fiat, ai tempi di Bruno Trentin, quando delegati preparati come Cesare Cosi ne sapevano di più di Cesare Annibaldi sull’organizzazione del lavoro. Quando lo slogan “La salute non si vende” era tradotto in obiettivi. C’era, allora, un potere sindacale nei luoghi di lavoro, poi in gran parte smantellato insieme a molti apparati industriali.

            Oggi è il magistrato Raffaele Guariniello a ricordare che i controlli in fabbrica sono assai fragili. È vero esistono i “Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza” ma spesso sono privati di strumenti e poteri per conoscere, indagare, offrire soluzioni, contrattare. Ma poi erano presenti i rappresentanti operai per la sicurezza nei capannoni in fase di dismissione della torinese Tyssen-Krupp? Non credo. Così come non erano presenti ispettori capaci di costringere il gruppo siderurgico a misure immediate, senza limitarsi a verbalizzare le lacune accertate.

            Ora ha detto bene Giorgio Airaudo, segretario della Fiom di Torino: «Occorre ripensare il patto tra lavoratori-governo-imprese in relazione allo sfruttamento inumano delle persone». Occorre tra l’altro riconquistare le otto ore al giorno. Ricominciando dalla fabbrica, senza attendere decreti e contratti, ricostruendo un potere sindacale sulle condizioni di lavoro. La lotta per salari adeguati, per impedire i ricatti (o fai lo straordinario o te ne vai), non può essere separata dalla lotta per la difesa dell’integrità psicofisica. La vita vale di più della busta paga: non si può lavorare 12 e più ore al giorno, Forse è possibile in Cina o in Romania. Dovrebbe essere vietato in Italia. Così come è vietato per legge il suicidio.