Ricette per un’Italia malata di berlusconismo

10/10/2003



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  oggi




10.10.2003
Ricette per un’Italia malata di berlusconismo
Lavoro per i giovani, welfare, diritti e un mercato ben temperato. Terza tappa del viaggio nella sinistra
di 
Piero Sansonetti

Robert A. Mundell è un economista canadese, ultimo premio Nobel degli anni ’90, moderato, ha lavorato molto e a livello altissimo in Europa e in America. È professore a Columbia, la più prestigiosa università del mondo. Il dogma di Mundell dice così: «quando il surplus di un’economia viene assorbito dal lavoro, o usato, attraverso l’aumento delle tasse, per finanziare il welfare state, l’economia tende a stagnare». In parole semplici, vuol dire: se si destina la ricchezza ai poveri si provoca la crisi economica. È il principio sul quale si sono basate le politiche dell’occidente – con alti e bassi, accelerazioni e frenate – per tutto il ventennio ’80-’90. Laura
Pennacchi, economista e deputata dei Ds, contesta il dogma di
Mundell. Dice che se facciamo un bilancio serio degli anni ’90 ci accorgiamo che quel dogma è infondato e ha prodotto disastri. E che la verità è la tesi opposta: non c’è vero sviluppo dell’economia se non si migliorano le politiche sociali e se non si riducono gli squilibri di ricchezza. Laura Pennacchi è convinta che per scrivere il programma politico ed economico del centrosinistra bisogna partire da qui. Dal bilancio fallimentare degli anni ’90.
Allora esaminiamo qualche dato. Il primo è questo. La grande crescita degli anni ’90, oltre che squilibrata, è stata molto meno impetuosa di quel che si crede. L’intera Africa sub-saharaina anziché svilupparsi è regredita in modo catastrofico; i paesi ex socialisti sono tornati a livelli di sviluppo inferiori a quelli che avevano raggiunto alla fine degli anni ’80; in grandi nazioni come Brasile, Russia, Argentina, Messico e Turchia, in tutto l’estremo oriente, le crisi economiche e finanziarie si sono susseguite a ritmi finora sconosciuti; negli Stati Uniti (il paese guida del presunto miracolo) il Pil è aumentato, ma i
redditi pro-capite reali sono uguali a quelli degli anni ’60-’70. Lo sviluppo vero, forte, c’è stato in soli tre paesi: India, Cina e Vietnam. I tre paesi che si sono tenuti fuori dalla globalizzazione liberista a guida americana.
Secondo dato: la velocità delle crisi economiche e la recessione dimostrano che sono infondate le teorie in voga qualche anno fa sulla fine dei cicli economici e sul destino ormai inarrestabile e magnifico dello sviluppo capitalista basato sul mercato puro e libero.
Terzo dato: non è vero che esiste uno squilibrio di spesa pubblica così grande tra Usa e paesi a welfare avanzato. È vero che gli Usa spendono per il welfare, in modo diretto, il 15% del Pil e i paesi scandinavi il 34. Cioè più del doppio. Se però calcoliamo da una parte i benefici fiscali offerti dagli Usa ad aziende e cittadini che rinunciano al servizio pubblico, e teniamo conto del fatto che i paesi del nord Europa, invece, tassano le prestazioni sociali, i dati cambiano: la spesa reale negli Usa è del 24,5% del Pil, e nel nord Europa è del 27%. La differenza si riduce al 2,5%. Naturalmente la spesa americana va in gran parte a beneficio delle aziende private che forniscono a pagamento i servizi che il welfare non dà. Qual è il risultato? Che la spesa americana è meno efficiente. Basta una piccola cifra per dimostrarlo: la mortalità infantile negli Stati Uniti è del 7,2 per mille, in Europa è del 4 per mille. Ogni volta che da noi muore un bambino, in America ne muoiono – se così si può dire – quasi due. In quel 2,5% di risparmio nella spesa pubblica c’è la
vita e la morte di circa 50 mila bambini l’anno. La mortalità infantile
non è uno degli indici più chiari di civiltà?
Quarto dato. Lo sviluppo degli anni ’90, anche nei paesi ricchi, non
ha debellato la povertà ma l’ha aumentata. E ha impoverito le classi
medie. Un noto studioso americano, Paul Krugman, sostiene che la
classe media sta viaggiando verso la scomparsa. Un lavoratore medio, negli Usa, negli anni 70 guadagnava circa trenta volte meno di un spermanager. Oggi guadagna mille volte di meno. Cioè, se il suo salario annuo era di 30 o 40 mila dollari (e oggi è rimasto lo stesso, a parità di valore della moneta, ma sono molto aumentate le ore di lavoro) è successo che il suo capo supermanager, che negli anni ’70 guadagnava un milione di dollari (se la passava bene), oggi guadagna 30 o 40 milioni. Un dato italiano: secondo la Confcommercio, nel corso degli anni ’90 il potere di acquisto delle retribuzioni (salari, stipendi, pensioni) è diminuito del 4,4%. Nello stesso periodo
i profitti sono aumentati del 33,5%.
Laura Pennacchi dice che non è possibile scrivere un programma politico di governo della sinistra senza partire dalle questioni fondamentali. I rapporti tra Europa e Stati Uniti e i rapporti tra Sud e Nord del mondo. La sinistra deve combattere gli squilibri e tornare a credere al valore dell’uguaglianza. È un valore chiave: il principio su cui può basarsi una nuova fase dello sviluppo. Nel globo e nei singoli paesi. Laura Pennacchi dice che ridare spessore alla parola «libertà» è impossibile se si trascura la questione dell’uguaglianza. Senza uguaglianza, la libertà rischia di diventare solo libertà di scelta sul mercato.
Questa è l’idea della destra. Libertà uguale mercato. La sinistra invece crede nella libertà come valore in sé: basato sulla partecipazione, sulla autonomia e sull’integrità della persona. Una sinistra libertaria non può che essere egualitaria. E allora quale sviluppo? Laura Pennacchi dice che bisogna lavorare sul miglioramento della domanda, e non dell’offerta. Che vuol dire? Migliorare le condizioni di vita di chi chiede, cioè dei cittadini, dei consumatori, impedire che siano poveri. Politiche sociali e di riequilibrio del la ricchezza anche come politiche di sviluppo. La redistribuzione dei redditi per rilanciare l’economia. Oggi le politiche liberiste tendono invece a migliorare l’offerta, a rendere meno costosi i prodotti con l’abbassamento delle tasse, del costo del lavoro, dei servizi. È la politica di Bush e di Berlusconi, che punta sull’opulenza
e sulla differenza tra i ceti. Bisogna invertire questa politica. Immaginare la ripresa dello sviluppo in una prospettiva del tutto diversa. Per esempio – chiedo – per essere più concreti? Laura Pennacchi dice che bisogna abbandonare Reagan e tornare a Keynes, e che bisogna investire in capitale umano e in ricerca. Grandi piani di educazione permanente, far lavorare le donne, non frenare l’immigrazione. La Pennacchi vorrebbe rilanciare le famose 150
ore. Cosa sono? Una conquista degli operai metalmeccanici del 1972: ottennero che le aziende mettessero a disposizione 150 ore all’anno per l’istruzione dei dipendenti. Servirono a far prendere la licenza media a migliaia di operai. Oggi dovrebbero servire per la licenza superiore. Per fare queste cose c’è bisogno dell’Europa. Non è possibile uno sviluppo puramente nazionale. La destra non vuole l’Europa perché immagina l’Italia come una provincia americana
e la sua ricchezza come un avanzo della ricchezza americana.
Secondo Laura Pennacchi, i cardini del progetto di governo della
sinistra sono questi: diritti, lotta alla povertà, immigrazione. Bisogna aumentare i diritti dei lavoratori, bisogna aumentare le possibilità di lavoro, poi bisogna agire sui redditi, aumentare il grado dell’educazione, e costruire strumenti contro la povertà come il reddito minimo di inserimento garantito dallo Stato. Guido Rossi – economista liberale – sostiene che la forma capitalismo rischia il
collasso. La sinistra non deve avere paura di riscoprire il «gouvernament» e di abbandonare l’idea «governance».
Che differenza c’è? La «governance» assegna allo Stato un
compito da notaio, di “vigile”, ma assegna al mercato e ai privati il compito di motore e di regolatore. Il «gouvernament», contro il quale si batte da sempre la destra, assegna invece allo Stato il compito di decidere, regolare, governare, distribuire. La «governance» ci ha portato alle privatizzazioni di tutto. Le privatizzazioni sono costate moltissimo ai paesi che le hanno fatte: in termini di soldi e in termini di efficienza. C’è un punto in comune, assai rilevante, tra le analisi e le ricette di Laura Pennacchi, che fa parte della sinistra dei Ds, e quelle di Pierluigi Bersani, che è uno degli uomini chiave della maggioranza del partito, ha una lunga esperienza di ministro e oggi è uno dei responsabili economici della Quercia. Il punto in comune
è questo: rilancio del welfare, e cioè degli strumenti necessari per affermare una maggiore giustizia sociale. Bersani dice che i pilastri del programma di governo del centrosinistra devono essere tre: nuovo welfare, nuovo mercato, nuova politica per i giovani. Questi tre pilastri possono sorreggere un edificio anche molto complesso e notevolmente diverso da quello precedente, cioè dalla status quo.
Vediamo di capire meglio cosa intende Bersani con le parole magiche «welfare», «mercato» e «giovani».
Innanzitutto Bersani spiega che vuole un welfare più robusto e non più gracile di quello attuale. E quindi che bisognerà spendere di più e
non di meno di quel che si spende oggi. Poi spiega che quando dice riforma del welfare dice anche riforma del fisco. Le due cose sono legate, perché welfare e fisco sono i due terminali più importanti della spesa pubblica: di entrate e spese.
Allora partiamo dal fisco. Deve riacquistare progressività. La progressività del fisco è uno degli strumenti essenziali per ottenere la redistribuzione della ricchezza, e la redistribuzione è uno degli obiettivi forti del centrosinistra. Bersani pensa anche a degli esperimenti nuovi e molto arditi. Per esempio quello del fisco alla rovescia. Che vuol dire? Occuparsi, attraverso il fisco, dei poveri.
Cioè prevedere aliquote negative. Il criterio della progressività deve fissare qual è il punto-zero, cioè il livello dei redditi che prevede l’esenzione fiscale; e poi stabilire aliquote sempre più alte a seconda di quanto si è più ricchi di quel livello zero, ma anche aliquote negative per chi sta sotto il livello zero. Quindi, talvolta, dal fisco si riceve, anziché dare. E il fisco diventa il luogo dello Stato addetto alla riequilibrio dei redditi. Quanto al welfare vero e proprio, Bersani insiste su un concetto: l’universalismo. Dice che il welfare deve essere universalistico, cioè riguardare il cittadino e non solo il
lavoratore. E deve essere un welfare dei diritti e non dell’assistenza, come è invece il welfare americano. I diritti essenziali sono quelli a vivere dignitosamente, a curarsi, a studiare: devono essere garantiti a tutti i cittadini. Occorre affrontare il tema della non-autosufficienza, cioè soprattutto degli anziani (ma non solo loro) e rimettere mano sulla riforma sanitaria. Da quando è entrata in vigore (25 anni fa) la scienza e la teconologia hanno fatto enormi progressi. La nuova offerta di salute è grandissima: deve entrare nel welfare.
Cioè bisogna assicurare a tutti non livelli minimi di assistenza sanitaria
ma livelli massimi. Sta qui, secondo Bersani, la carica egualitaria del centrosinistra. In questo principio: lo Stato deve offrire parità di risposte a parità di bisogni. Essenzialmente su tre terreni: salute, sicurezza e istruzione. Naturalemnte una riforma del welfare che abbia queste caratteristiche, comporta delle spese. Dunque non si possono abbassare le tasse, bisogna invece allargare la base impositiva. Cioè rendere più efficiente il fisco, scovare gli evasori, fare emergere tutte le aree di produttività sommersa o illegale. È un lavoro che il centrosinistra ha già in parte compiuto – con ottimi risultati – nella legislatura precedente. Secondo pilastro del programma è il mercato. Che va riformato.
Bersani dice che il centrosinistra vuole un mercato onesto, aperto,
ben regolato. Che vuol dire? Che il mercato deve essere attraversato
da politiche industriali e per lo sviluppo progettate e guidate dallo Stato. Che si devono rifondare le regole in gran parte abbattute dal berlusconismo. Che bisogna ripristinare il principio di concorrenza,
eliminando i conflitti di interesse tra politica ed economia e abolendo le rendite monopolistiche o degli oligopoli; e infine che va cancellata la deregulation e quindi stabiliti i livelli minimi di qualità dei prodotti, di qualità della produzione, di qualità dell’ambiente, di qualità del
lavoro dei dipendenti eccetera. A tutto questo si aggiunge la necessità di una politica industriale che favorisca la piccola e media impresa (anche questa influisce sul mercato). Liberalizzare o no? Privatizzare
o no? Bersani distingue: l’ordine di privatizzare non ce l’ha dato il dottore, l’ordine di liberalizzare sì. Bersani dice che liberalizzare è sempre di sinistra ed è la via per battere il capitalismo monopolistico: «il mercato o lo si rifiuta e lo si butta dalla finestra, o lo si riforma e lo si civilizza. Per riformarlo occorre liberalizzare, cioè battere i monopoli». Che vuol dire liberalizzare? rendere più facile l’accesso di tutti alle professioni, all’impresa, all’iniziativa privata. Privatizzare, invece (e cioè affidare ai privati la gestione dei servizi pubblici),
non sempre è di sinistra: bisogna valutare di volta in volta, e niente impedisce che il centrosinistra permetta il ritorno della mano pubblica in molti campi strategici dell’economia.
Terzo punto del programma di Bersani: le politiche per i giovani.
L’obiettivo è quello di svecchiare il paese. Demograficamente e psicologicamente. Come si fa? Sia aumentando l’immigrazione regolare sia con una politica meridionalistica che rilanci le conoscenze e le capacità produttive del Sud, sia con politiche specifiche, mirate verso i giovani. Si tratta di abbassare l’eta media della parte «trainante del paese». Quali misure specifiche? Per esmpio una politica che aiuti i giovani a trovare case in affitto a basso costo, e
poi misure per togliere precarietà al lavoro. Sono le due condizioni per mettere su famiglia. Quando si parla di politiche di sostegno alla famiglia bisogna pensare a queste cose, e non a regalare qualche euro a chi fa un paio di figli.
Chiedo a Bersani se l’aver favorito la flessibilità è stato un errore del
centrosinistra. Bersani dice che la flessibilità è stata introdotta in Italia
in tempi troppo brevi. E quindi non è stato possibile combatterne l’effetto deleterio: la precarietà. Il centrosinistra ha introdotto la flessibilità e ha verificato la sua efficacia economica. Non si è occupato però di politiche di sostegno, cioè di combattere la precarietà. Questo ora va fatto. Il centrodestra invece di fare questo si è impegnato ad aumentare flessibilità e precarietà.

(3- continua. Le pruntate precedenti sono state pubblicate il
30 settembre e il 6 ottobre)