“Ricerche/6″ Sindacati favorevoli

26/11/2002

            RICERCHE/6 Lunedì 25 novembre 200

            Grande Europa

            Sindacati favorevoli

                Ufficialmente sono tutti favorevoli. I sindacati europei, riuniti nella Ces, sostengono il processo di allargamento dell’Unione europea verso Est. Nella Ces, del resto, sono presenti anche i sindacati dei 10 Paesi che, dal 2004, entreranno nell’Ue. Tutti all’inseguimento della Grande Europa. Ma alla lunga la retorica europeista potrebbe non bastare più. I sindacati dei Paesi membri appoggiano l’allargamento certo per motivi ideali (la riunificazione dell’Europa dopo la caduta del muro di Berlino), ma ancora di più perché non c’è una scelta più conveniente. La globalizzazione, tra le tante cose, significa che le aziende dell’Europa occidentale si spostano con facilità verso Est per risparmiare sul costo del lavoro. Si può tracciare una mappa dei gemellaggi che si sono formati in questi anni. La Germania sceglie preferibilmente la Polonia per «delocalizzare» le sue imprese. Francia e Austria preferiscono l’Ungheria. I Paesi scandinavi, invece, la Lituania, l’Estonia e la Lettonia. L’Italia ha trasferito interi distretti industriali in Romania.
                Le differenze di retribuzione sono enormi. La situazione varia molto da settore a settore, ma in genere il salario di un operaio polacco o ungherese arriva, al massimo, a un quarto di quello di un collega tedesco e alla metà del salario di un operaio italiano. Ma questa forbice può aprirsi quando le aziende, per investire in un Paese dell’Est, pongono come condizione la clausola «No Union», cioè di non avere rapporti col sindacato. E lo fanno spesso. Del resto, lo stato dei diritti sindacati nei Paesi dell’ex blocco sovietico è debole. Di norma non ci sono contratti nazionali di categoria, ma accordi aziendali e la rappresentanza sindacale è frantumata in una miriade di sigle.
                Opporsi all’allargamento dell’Europa verso Est, sulla base del fatto che siamo troppo diversi, non risolverebbe questi problemi di dumping sociale, anzi. Includere questi Paesi nell’Unione apre invece la strada a una graduale correzione degli squilibri più vistosi. Lentamente i nuovi membri dell’Ue dovranno accettare un nucleo minimo di regole e diritti sociali già affermati nelle direttive di Bruxelles. Poco, ma meglio di niente.
                Anche i sindacati dei Paesi entranti, il più importante dei quali è il polacco Solidarnosc, guardano in generale con favore all’appuntamento del 2004. Puntano a un miglioramento delle condizioni salariali e di lavoro dei loro operai e contadini, ma senza fughe in avanti che comprometterebbero la capacità di attrarre investimenti dall’estero. E puntano soprattutto alla grande torta finanziaria dei fondi strutturali europei: gli aiuti all’agricoltura e alle aree deboli che passeranno gradualmente da Grecia, Spagna, Portogallo e Mezzogiorno d’Italia ai Paesi dell’Est.
                Finora l’entusiasmo per l’Europa a 25 nazioni, anche nel sindacato, ha messo in secondo piano queste dinamiche. L’entusiasmo è indispensabile per dar vita a svolte storiche. Ma è bene che sia accompagnato da una dose di realismo. Cioè dalla consapevolezza che, se non si interviene subito per mettere in grado le attuali aree deboli dell’Ue di camminare da sole, la «guerra tra poveri» sarà inevitabile.
            Enrico Marro