“Ricerche/5″ Il Paese che non vuole bene al business

26/11/2002

            RICERCHE/5 Lunedì 25 novembre 2002

            Il Paese che non vuole bene al business

            L’Italia resta penultima nella classifica elaborata da Centro Einaudi e Corriere della Sera con la collaborazione di Lazard. Lo Stato pesa troppo

                L’Italia ferma al palo (penultimo posto). Lo scatto della Spagna che passa dalla tredicesima all’ottava posizione. Il recupero dell’Olanda che scalza dalla seconda posizione la Gran Bretagna a dimostrazione che la concertazione paga più della deregulation anglosassone. E poi i cinque più importanti Paesi (dei dieci) candidati a far parte dell’Ue: la loro struttura è in linea coi parametri europei ma il pil pro capite (prodotto interno lordo) resta lontano anni luce dalla convergenza Ue. Questa in sintesi la foto riferita al 2000 e scattata dall’Indice della libertà economica dell’Unione europea, quest’anno alla seconda edizione. Realizzato dal Centro Einaudi in collaborazione con il Corriere della Sera – e con la sponsorizzazione della banca d’affari Lazard – l’indice si è arricchito di un nuovo capitolo: la valutazione della libertà economica di cinque dei dieci Paesi dell’Europa centrale e orientale (detti Peco), ammessi alle negoziazioni per l’adesione nel 2004 all’Unione di cui si parlerà al summit di metà dicembre a Copenaghen.
                L’Italia al palo. Non sono bastate le riforme attuate o messe in cantiere dal centrosinistra per scuotere l’Italia. Il nostro Paese resta al quattordicesimo posto, il penultimo, confermando il ruolo di Cenerentola nell’arena europea sin dal 1995. Il suo voto è 7 contro una media di 7,5 realizzata dai 12 Paesi dell’euro e dai 15 dell’Unione. Nel capitolo più importante – la struttura di base dell’economia – l’Italia archivia perfino un peggioramento rispetto al 1999: ottiene infatti una insufficienza (5,3) contro una media europea del 6,9. Un voto basso, inferiore addirittura a quello dell’Estonia e dell’Ungheria. Sul fronte della corruzione l’Italia resta debole risalendo però alcune posizioni (11°). Meglio il capitolo tasse: con l’introduzione della Dit l’Italia conquista il nono posto.
                Il caso spagnolo. E’ la grande sorpresa di quest’anno. Dalla tredicesima posizione (in realtà era quasi a pari merito con l’Italia alla 14ª) la Spagna di Aznar (vedi l’inchiesta di Mino Vignolo nella pagina successiva, ndr) recupera posizioni fino all’ottava. Il suo voto finale è 7,6. Il balzo è merito soprattutto di miglioramenti della struttura di base dell’economia, del credito e delle tasse. Male, invece, la disoccupazione e l’inflazione che hanno performance peggiori della media Ue.
                I giganti malati. L’analisi dell’Indice mostra come anche altri giganti europei, non solo l’Italia, in termini di liberismo stanno facendo passi indietro. La Francia perde due posizioni – ma almeno mantiene l’eccellenza nella politica monetaria -, la Germania arretra dall’ottavo al nono posto, il Regno Unito deve abbandonare la medaglia d’argento e accontentarsi del bronzo. Un’altra sorpresa, infatti, vede l’Olanda scalare la seconda posizione alle spalle del solo Lussemburgo che però, per le sue ridotte dimensioni ed essendo considerato un paradiso fiscale, non ha peso specifico. La ricetta miracolosa dell’Olanda, come noto, si basa su forti riforme strutturali ottenute con il consenso della parti sociali. Cioè la concertazione.
                L’arrivo dei Peco. L’Indice rivela una libertà economica in linea con il resto d’Europa. Realizzano un punteggio medio di 6,7 contro il 7,5. Una differenza in fin dei conti limitata che dimostra come siano sostanzialmente pronti per l’adesione. E, visto il loro basso peso specifico del pil, la fusione dei cinque Peco con i 15 dell’Ue non porta a modifiche dell’Indice della libertà. La Repubblica Ceca ha un voto medio (7,3) addirittura superiore a quello dell’Italia (7). Ma le incognite restano: con l’allargamento la Grande Europa avrà il 20% di consumatori in più (circa 500 milioni) ma i dieci Paesi porteranno una crescita del pil di appena il 5%. Un gap di ricchezza valutato in circa il 70%. Il viaggio verso la convergenza dei redditi (in termini reali) non sarà breve. Nel caso della Polonia, che da sola rappresenta il 50% del pil dei dieci, l’Indice ha stimato un periodo di almeno 18 anni.
                La storia dell’Indice. L’iniziativa di misurare la libertà economica dei Paesi industrializzati è nata agli inizi degli anni Novanta da un gruppo di economisti liberisti – tra cui il premio Nobel Milton Friedman, capostipite della scuola di Chicago – che ha portato alla creazione dell’Economic Freedom Network, una cinquantina di istituti di ricerca sparsi per il mondo. Da allora, ogni anno, viene stilata una classifica internazionale tra 120 nazioni e pubblicata dal Fraser Institute di Vancouver chiamata Economic Freedom of the World. Due anni fa l’idea, da parte del Centro Einaudi e del Corriere della Sera , di realizzare un Indice della libertà economica più sensibile e ristretto alla realtà europea che monitorasse l’area-Ue alla vigilia della partenza dell’euro.
                La metodologia di calcolo. Da parte del Centro Einaudi (il rapporto è stato curato dai ricercatori Giovanni Ronca con la collaborazione di Paolo Bussi, Davide Donati e Gabriele Guggiola) sono stati mutuati una serie di parametri dall’Indice mondiale e adattati al nostro caso. Ne sono stati individuati 18 raggruppati in sei aree, a ognuna delle quali è stato assegnato un peso specifico in percentuale. Così il «peso dello Stato» (che influisce per il 10%) calcola la spesa pubblica totale; la «struttura di base dell’economia» (pesa il 25%) calcola la disoccupazione, la diffusione dell’information technology, la stabilità della burocrazia; la «legalità» (15%) stabilisce l’indice della corruzione; la «struttura della tassazione» (20%) monitorizza la pressione tributaria e contributiva; la «politica monetaria» (15%) per calcolare l’inflazione e infine il «mercato del credito» (15%) per valutare il flusso del credito al settore privato. I dati su cui l’Indice europeo è stato elaborato sono riferiti all’anno 2000.
                Internet. L’Indice è molto complesso. La versione integrale è disponibile in Rete.
                www.centroeinaudi.it

                www.corriere.it

            Roberto Bagnoli