“Ricerche/2″ Avanza la carica dei neocorporativi

26/11/2002

            RICERCHE/2 Lunedì 25 novembre 2002



                Avanza la carica dei neocorporativi

                C’è un nuovo interventismo dello Stato nell’economia. Con un alfiere sorprendente: Giulio Tremonti. Il test del caso Fiat e l’asse tra An e Udc

                    E pensare che un anno fa Giulio Tremonti era arrivato a scomodare perfino Adam Smith. «Gli spiriti animali sono vitali»: così il ministro dell’Economia aveva descritto lo stato di salute dell’economia italiana, citando il profeta del liberismo. Ma era prima dell’11 settembre, giorno dell’attentato alle Torri Gemelle di New York. Dopo, l’economia mondiale è crollata. E gli «spiriti animali», forza primordiale del capitalismo, si sono smarriti. Al loro posto avanza invece la strisciante tentazione di un nuovo interventismo dello Stato nell’economia, accompagnato dal vento del protezionismo, che sembrava essersi dissolto già all’inizio degli anni Novanta. I segnali si sprecano. L’ultimo in ordine di tempo è forse il più singolare: i parlamentari siciliani della maggioranza hanno minacciato di votare contro la Finanziaria se il governo non riuscisse a impedire la chiusura dello stabilimento Fiat di Termini Imerese.
                    Proprio la crisi della casa automobilistica torinese, del resto, è l’emblema di questo ritorno al passato, che lo stesso Tremonti ha dato l’impressione di voler teorizzare. Che altro sono, diversamente, i concetti come «l’utopia delle privatizzazioni» o l’«usare lo Stato», o ancora «il mercato non è un idolo», da lui espressi senza infingimenti?
                    Il fatto è che quei concetti riflettono esattamente quello che sta accadendo a Palazzo Chigi. Se lo Stato non è ancora entrato nel capitale della Fiat, attraverso Sviluppo Italia o la Finmeccanica, è soltanto perché le banche e gli americani della General Motors hanno detto di no. Nel governo l’idea di diventare azionisti del Lingotto è accarezzata da molti, a cominciare dallo stesso Tremonti. Per arrivare fino alla Lega Nord («antistatalista» per definizione e propaganda,) se è vero che un giorno il ministro della Giustizia Roberto Castelli ha proposto ai suoi colleghi di governo: «La Fiat compriamocela noi». Nemmeno il ministro delle Attività produttive Antonio Marzano, che si è sempre dichiarato un «liberista convinto», potrà opporsi a una decisione del genere, se passasse quella linea. L’unico che è rimasto sulla barricata del liberismo è il ministro della Difesa Antonio Martino, che durante un Consiglio dei ministri ha detto pane al pane: «Tenere l’auto in Italia? Io non ci tengo affatto. Lasciamo che a decidere sia il mercato». Ma è ormai come il soldato giapponese sull’isola, l’unico a essere convinto che ci sia ancora la guerra.
                    Perché stupirsi, quindi, che le privatizzazioni si siano fermate? In un anno e mezzo di governo è stata avviata solo la cessione dell’Ente tabacchi italiani. Mentre il ministro dell’Economia diventava il maggiore imprenditore italiano. Se non d’Europa. Tremonti ha in portafoglio 21 partecipazioni di controllo, fra cui quelle di Poste, Eni, Enel, Rai, Finmeccanica, Fincantieri, Rai. Le sue imprese industriali e di servizi hanno 530 mila dipendenti. E non danno certo l’impressione di voler ammainare la bandiera dello Stato. Qualche caso? La Finmeccanica, che nel 1997 doveva essere smembrata e venduta a pezzi, adesso compra aziende private, come l’Aermacchi, e punta a ingoiare altre aziende pubbliche, come la Fincantieri. Per l’Enel il governo aveva previsto la cessione di Wind con la definitiva uscita dello Stato dalla telefonia: ma adesso quell’operazione non è più all’ordine del giorno. Ed è anche circolata l’ipotesi di un interessamento dell’Eni per la Edison.
                    Questa situazione, d’altra parte, non è altro che l’effetto di uno strabismo evidente in una maggioranza di governo che ha vinto le elezioni con un programma liberista, ma nella quale convive pure un’anima statalista e interventista. Che è andata rafforzandosi sempre di più.
                    Così non stupisce che il ministro delle Politiche Agricole Giovanni Alemanno, esponente di spicco della destra sociale, proponga un asse fra An e Udc contro quell’anima liberista del governo che si è espressa fin dall’inizio fra mille contraddizioni nelle azioni di ministri che vogliono diventare soci della Fiat, ma poi fanno comprare al governo Mercedes e Bmw. In ossequio alle leggi del mercato.
                    Gli esempi sono innumerevoli. Nel discorso di insediamento da premier fatto davanti ai senatori nel giugno del 2001, Silvio Berlusconi non ha mai pronunciato la parola «liberalizzazione» e «privatizzazione», che figurano invece nel programma elettorale del centrodestra. Qualche mese dopo, mentre Marzano varava il provvedimento per liberalizzare la costruzione di nuove centrali elettriche, lo stesso Berlusconi si esprimeva contro la cessione dell’Eni. In questo modo: «Nessuna persona di equilibrio può pensare di privatizzare l’Eni». Lo stesso Marzano, in precedenza, aveva bloccato la vendita del’Enichem agli arabi. Intanto Tremonti avviava il piano di vendita del patrimonio immobiliare pubblico.
                    Il governo ha quindi ripristinato le concessioni dell’Alta velocità assegnate senza gara nel 1991, già annullate dal centrosinistra. Senza voler dare ascolto all’Antitrust, che aveva definito quella decisione contraria alla concorrenza. Per oltre un anno il ministro del Welfare, Roberto Maron,i ha inoltre spinto per liberalizzare il mercato del lavoro, allentando i vincoli dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Alla fine c’è riuscito, al prezzo di un violento strappo con la Cgil. Invece si è sempre rifiutato di affrontare il tema di una profonda riforma delle pensioni di anzianità.
                    Quando poi l’inflazione ha ripreso vigore, il governo non ha voluto mettere sotto controllo alcune tariffe, come quelle delle compagnie assicurative, con la motivazione della sovranità del libero mercato. Salvo poi bloccare, per decreto legge, l’aumento delle bollette elettriche. Roba da anni Settanta e Ottanta, quando la regola erano i prezzi amministrati. E il mercato, quello sì, era un’utopia.
                Sergio Rizzo
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