“Ricerche/1″ Il nostro socialismo reale – di G.Alvi

26/11/2002

          RICERCHE/1 Lunedì 25 novembre 2002

          La palla al piede
          GARE PERSE. L’Italia resta al penultimo posto, prima della Grecia, nell’indice della libertà economia elaborata dal Centro Einaudi e dal
          Corriere della Sera

          Lo Stato pesa troppo.
          Persino più che nella Repubblica Ceca.
          I dati sono del 2000 (governo di centrosinistra)
          ma la situazione non è migliorata con Berlusconi.
          Anzi il ministro Tremonti, già alfiere del mercato,
          oggi guida le truppe dei neointerventisti.
          In due interviste, Bersani lamenta il rifiuto
          del «salotto buono» verso la competizione
          aperta. E Marzano dice che anche
          il liberismo ha le sue crisi

          MERIDIANO
          Il nostro
          socialismo reale
          di Geminello Alvi

          L’indice sulla libertà economica dell’Unione Europea voluto dal Centro Einaudi, dal Corriere della Sera e da Lazard ci riconferma verità sgradevoli, che una nazione di volubili, com’è la nostra, oblierebbe volentieri. Siamo nel confine preciso tra gli Stati della Ue e quelli dell’una volta socialismo reale.Struttura dell’economia e delle tasse ci mettono al penultimo posto. Primi solo della Grecia; ma di molto più vicini alla Lituania e all’Ungheria che a Regno Unito od Olanda; superati persino dalla spocchiosa Repubblica Ceca.
          Forse sarebbe ilcaso di pensarvi, mettere da parte la nostravanità e chiederci che genere di pervicace nazione del socialismo reale siamo? Se ancora quasi soccombiamo al confronto coi satelliti dell ’Unione Sovietica.
          Una costituzione che si fonda sul lavoro aveva già un’eleganza abbastanza greve
          da deliziare il marxista Suslov.
          Anche se era fatta per una nazione senile il cui centro era non l’individuo, ma la famiglia. Infatti partorirà dopo cinquant’anni l’esito più stravagante: avere ormai
          più pensioni che lavoratori e una crescita della quota per interessi che surclassa quella dei salari.
          Giacché il fine della politica italiana sarà dal dopoguerra uno: redistribuire.
          Vaticani, marxisti o craxiani, tutti, favoriranno l’evolversi dei redditi da lavoro il più possibile in rendite per le famiglie. Il salario netto oberato da tasse perderà peso, mentre pensioni e interessi sui Bot così lo surrogheranno. I giovani avranno lavori
          precari e salari miserrimi, ma ai loro padri e alle zie saranno date pensioni di
          anzianità e rendite dei titoli di Stato, da dargli quando dovranno farsi casa.
          Seguaci vaticani e di Togliatti, previdenti come sempre, hanno insomma avvia-
          to il nostro socialismo. Ma il movimento reale delle cose ha fatto sì che infine la
          più parte della nazione fosse felice di constatare che il lavoro era ormai quello
          degli altri. Allora sì, ha potuto donarsi alle sfilate, e agli esibizionismi in tv,
          persino alla ricerca della felicità sancita dalla costituzione americana; ma sem-
          pre filtrata dai viaggi esotici pagati coi bot di zia. E da ciò appare evidente il
          perché le pensioni erano e siano oggi giudicate irriformabili. Sono la nostra
          costituzione reale, cui si sono adeguate generazioni di sindacalisti geniali.
          Così genialmente che metà dei loro iscritti sono pensionati e che i metalmec-
          canici devono pagare la pensione ai bottegai,che non hanno versato i contri-
          buti. Solo il confluire di anime nutrite da millenarie sapienze ecclesiali nel reali-
          smo marxista poteva tanto. Tra l’altro non trascurando le ragioni, come si usa-
          va e s’usa dire, dell’impresa. Perché banche e industrie dell’Iri erano, a ben
          pensarci, soltanto un accessorio del nostro socialismo. Il centro della ridistri-
          buzione restava la famiglia. E perciò, c’erano ogni volta troppi produttori d’au-
          to in Italia, almeno da quando a Ford fu negato l’acquisto dell’Isotta Fraschini
          nel1930. Meglio uno solo, ne dedusse infine la peculiare non libertà economi-
          ca italiana.
          Un quadro ingiusto, replicheranno tutti? Forse. Eppure serve a capire il per-
          ché siamo nella ricerca del Corriere più prossimi alla Lituania e surclassati
          persino da Portogallo e Spagna.Che a dirigerli hanno classi dirigenti conscie
          di che disgrazia sia stato il fascismo e però non disastrate dal Sessantotto e
          dai concili. Con una loro propria volontà, mentre la nostra élite di destra o di
          sinistra resta a crogiolarsi nel più ipocrita dei diritti pubblici.Quello che ha
          plasmato uno Stato per chi ci lavora e non per i cittadini.
          Ma chi può credere che la nostra università iformatissima serva agli studenti?
          Serve molto meglio aglia ccademici boriosi che si perpetuano coi litigi in carrie-
          ruzze; mentre dilagano i corsi a pagamento, indici del loro fallimento.
          E rieccoci al rapporto 2002 del nostro Indice. Perché se è l’insieme delle no-
          stre libertà economiche a difettare, è l’indice dell’apparato burocratico pubbli-
          co che ci rovina il voto finale. Il problema della politica in Italia è rifare lo Stato,
          disfarsi delle remore dei più che lo vogliono com’è, residuo d’ideologie primo-
          novecentesche e arcaiche innervate in atavismi familiari. Siano pensionati,
          imprenditori o accademici, qui sono sempre tutti intenti a perpetuare i diritti
          acquisti del socialismo reale delle famiglie. Al riparo di una costituzione econo-
          mica reale, nata vecchia, per redistribuire e non per creare, e che andrebbe
          perciò riformata non fossimo tutti socialisti reali della famiglia.

          Lo Stato pesa
          troppo.Persino più che
          nella Repubblica Ceca.
          I dati sono del 2000 (governo
          di centrosinistra)ma la situazione
          non è migliorata con Berlusconi.
          Anzi il ministro Tremonti,già alfiere
          del mercato,oggi guida le truppe
          dei neointerventisti.In due interviste,
          Bersani lamenta il rifiuto del «salotto
          buono »verso la competizione
          aperta.E Marzano dice
          che anche il liberismo ha
          le sue crisi