“Retroscena” La proposta del premier: «Cambio idee e uomini» (2)

08/04/2005

    venerdì 8 aprile 2005

      Retroscena
      La proposta del premier
      «Cambio idee e uomini»
      Incontro in serata con il vicepremier di An dopo un durissimo scontro in Consiglio dei ministri

        Augusto Minzolini

        ROMA
        A sera uno dei colonnelli di Alleanza nazionale che fa di solito la spola tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini ha portato l’ultima ambasciata: «Caro presidente noi di An vogliamo che marchi con forza una discontinuità con il passato, soprattutto, nelle politiche per il sud e nella politica economica…». Quelle parole anche se pronunciate da uno degli uomini cerniera tra il premier e il suo «vice», dimostrano che dalle minacce di crisi di governo o di elezioni anticipate, piano piano il confronto sta scivolando sui temi di una rinnovata azione di governo. Eppure ieri mattina, nei colloqui che si sono svolti a latere del consiglio dei ministri, la situazione stava davvero sfuggendo di mano a tutti. Mentre il consiglio dei ministri di divideva sulla data del referendum sulla procreazione assistita, infatti, sullo sfondo è continuato il braccio di ferro tra il Cavaliere e i suoi alleati.

        Per tutta la riunione del consiglio dei ministri Fini ha fatto in modo di rendere evidente la sua insofferenza. «Se non riusciamo a trovare un’intesa neppure sulla data di un referendum come pensiamo di stare ancora insieme», ha sbottato ad un certo punto. Ma il vero scontro tra il Cavaliere e il suo alleato si è svolto ai margini della riunione, quando il premier ha agitato in faccia al suo interlocutore un titolo del Secolo d’Italia alquanto esplicito, «Fine del berlusconismo», spiegato con una chiosa che recita: «Il dissolversi dell’epopea dell’uomo solo al comando». Un’uscita che al premier non è proprio andata giù: «Questa è una vigliaccata, non ci si sfila così per una sconfitta». Un discorso che si è fatto ancora più pesante: «Io mi assumo tutta la responsabilità fino alla fine di quello che faccio, chi vuole sciogliere le camere o aprire una crisi di governo deve fare altrettanto». Inutile dire che nel suo sfogo il premier ha usato più volte la parola «ingrati» e ha difeso il proprio ruolo: «Il leader della maggioranza sono io, a me spetta l’iniziativa e a nessun altro. Quando si sottoscrive un programma elettorale un alleato fedele deve dire subito se ci sono dei punti che non lo convincono, non si può aspettare di aver perso le elezioni e poi dire che non si è d’accordo. Chi vuole stare dentro una coalizione deve rispettare le regole».

        Il suo interlocutore, ovviamente, si è difeso: «E’ un anno che ti facciamo presente le nostre riserve, che le cose non vanno. Verifiche su verifiche. Ma non è cambiato niente. Eppoi il Secolo è libero di scrivere quello che vuole».

        A quel punto la discussione si è inferocita fino a quando Fini ha pronunciato la frase fatidica: «Se le cose stanno così si pone il problema delle mie dimissioni e gli organi del partito dovranno decidere su cosa deve fare la nostra delegazione al governo. Vado da Bush solo per sensibilità istituzionale». Mezz’ora dopo lo stesso vice-premier ha raccontato l’episodio al coordinatore di An, Ignazio la Russa: «Dopo i funerali del Papa mi dimetto».

        A quel punto sono entrati in azione i pompieri che hanno tentato di spegnere i fuochi della polemica. Certo il partito delle elezioni anticipate ha continuato a fare pressing sul premier usando Gianni De Michelis. «Io ti consiglio di andare al voto – è stato il discorso che il segretario socialista ha fatto ieri mattina al Premier -. In questo modo sarai sicuramente tu a guidare la coalizione, inoltre non dovremmo assumerci la responsabilità di una finanziaria che potrebbe richiedere dei nuovi sacrifici. Inoltre andando al voto subito chi nel centro-destra vuole passare dall’altra parte non ne avrebbe il tempo. Anche nel mio partito qualcuno morde il freno».

          Il premier, però, ha continuato a rifiutare quell’ipotesi («anche se si partisse ora non si riuscirebbero a fare le elezioni prima del 26 giugno, una follia») e alla fine tutti gli alleati ne hanno preso atto. Per cui dal muro contro muro, si è passati ad una fase di studio. Fini e Follini nel pomeriggio hanno fatto delle dichiarazioni distensive in attesa che il Cavaliere lanci un segnale su quello che ha in mente. Il premier, a quanto pare, oltre ad escludere un ricorso anticipato alle urne, boccia anche l’opzione di chi suggerisce una guida diversa, Letta o Casini («è un’opzione che non prendo neppure in considerazione», ha fatto presente Cavaliere a chi ha avuto l’ardire di prospettargliela), o un «Berlusconi bis». Sulla possibilità di ricalibrare il programma dando un segno di «discontinuità» e di promuovere contemporaneamente un rimpasto di governo, il premier non ha, invece, chiuso la porta. Almeno è quello che ha fatto intendere ieri sera a Fini, nel colloquio che ha avuto con il ministro degli Esteri dopo la cena con Bush. Se ne parlerà in un «vertice» di maggioranza la prossima settimana. Ovviamente, i cambiamenti dovrebbero riguardare i ministri «tecnici» che, come fanno presente gli alleati, non sono adatti per affrontare una campagna elettorale difficile, che sarà combattuta fino all’ultimo voto. Il premier, però, pone una condizione: i cambiamenti debbono nascere da una sua iniziativa e non debbono apparire come una cedimento alla pressione degli alleati. «E’ un dato importante – ha osservato – per non logorare l’immagine del candidato-premier alla politiche, cioè del sottoscritto. Perché una cosa sicura, io la mia battaglia voglio farla fino in fondo. Non mi farò certo mandare in esilio a Sant’Elena o ad Hammamet».