“Retroscena” Era già pronta la lista dei ministri del governo

19/04/2005
    martedì 19 aprile 2005

    Retroscena

      DIETRO LE QUINTE DI UNA GIORNATA PIENA DI TENSIONI E COLPI DI SCENA
      Era già pronta la lista
      dei ministri del governo
      Quando An ha chiesto di sostituire Calderoli è saltato tutto

      Augusto Minzolini

        ROMA
        CHE la commedia degli equivoci stava per andare in scena un osservatore acuto lo avrebbe capito assistendo ai pour parler che si sono svolti tra i leader del centro-destra nel salotto del premier a Palazzo Grazioli, mentre nel primo pomeriggio di ieri tutti attendevano l’arrivo di Marco Follini con la lettera di fedeltà al Cavaliere e alla coalizione che nelle intenzioni di molti doveva aprire la stada al Berlusconi-bis. In quella sede, in un’atmosfera non entusiastica ma neppure funebre, di fronte a un Silvio Berlusconi poco loquace e a un Gianfranco Fini tutto sulle sue, Francesco Nucara, involontariamente, ha posto in termini accademici la questione delle dimissioni del presidente del Consiglio. «Secondo me – ha spiegato il segretario del Pri – se Follini conferma la sua volontà di restare in questa alleanza di governo, dal punto di vista istituzionale il Presidente non sarebbe tenuto a rassegnare le dimissioni». E’ bastato questo a far saltare i nervi ad uno dei grandi sostenitori del Berlusconi-bis, Gianni De Michelis. «Ma cosa dici? Sei impazzito? – è insorto – Le dimissioni sono essenziali».

          Se quel passo fosse stato scontato, a quel punto Nucara si sarebbe dovuto ritrovare solo e beffeggiato. E, invece, nel silenzio di tutti, a quell’ora – sono quasi le 15 – l’unico che prende la parola quando Follini non è ancora arrivato, è il ministro dell’Interno, Beppe Pisanu, uno dei plenipotenziari, insieme a Gianni Letta, a cui in questi giorni il Cavaliere ha affidato il compito di trattare con gli ex-dc. E Pisanu, invece, di schierarsi con De Michelis, prende le difese del segretario del Pri. «Ha ragione Nucara – osserva il responsabile del Viminale – dal punto di vista istituzionale le dimissioni non sono obbligate.

          Possono essere opportune o meno, ma questa è una valutazione squistamente politica del presidente del Consiglio. E bisogna vedere cosa dirà Ciampi, se le reclama oppure no. Qualora le richiedesse bisognerebbe valutare se vale la pena andare contro i desiderata del Quirinale».

            Già, solo questo avrebbe dovuto far venire qualche dubbio ai leader presenti. E, invece, niente. Ieri pomeriggio tutti hanno lasciato palazzo Grazioli, sicuri che di lì a quelche ora Berlusconi avrebbe rassegnato le sue dimissioni nelle mani del Capo dello Stato. Invece, alle 18 e 30 il Cavaliere si è comportato in modo opposto, mettendo in subbuglio con l’ennesimo colpo di scena l’intera politica italiana. Lo ha fatto alla sua maniera, sorprendendo un po’ tutti. Mentre Follini pensava già ai nuovi ministri, Gianfranco Fini emetteva un comunicato in cui dava per scontate le dimissioni del premier e Umberto Bossi implorava il Cavaliere di ripensarci per non finire infinocchiato, il capo del governo è andato da Ciampi e non ha proferito neppure la parola dimissioni. Gli ha illustrato la situazione partendo dalla decisione dell’Udc di ritirare i ministri mantenendo, però, la fiducia al governo, e sventolando alla fine la lettera che Follini gli aveva recapitato qualche ora prima, per confermare la sua fedeltà alla coalizione. Poi il premier ha ricordato precedenti analoghi nella storia della Repubblica in cui ministri erano stati sostituiti senza crisi di governo. «Questa – ha rimarcato il Cavaliere – è una crisi “de facto” e non “de iure”. Del resto anche lei Presidente si trovò in una situazione analoga nel ‘93 quando da presidente del Consiglio sostituì i cinque ministri che si erano dimessi perchè il Parlamento aveva negato l’autorizzazione a procedere contro Bettino Craxi senza aprire la crisi».
            Di fronte a questa posizione, al capo dello Stato non è rimasto che suggerire al premier di verificare la sua maggioranza in Parlamento.

              Quella decisione, però, è stata davvero preceduta da una vera commedia degli equivoci, da un festival della furbizia che ha visti protagonisti un po’ tutti i leader del centro-destra. La giornata era cominciata al mattino con il colloquio della “verità” tra il Cavaliere e Follini. Il leader dell’Udc aveva fatto per una volta al suo interlocutore un discorso chiaro. «Caro presidente – gli aveva detto -, io per una volta mi metto nei tuoi panni. Hai davanti due possibilità. Continui a credere che quelli dell’Udc sono degli imbroglioni infedeli, li tieni fuori dal governo, li sfidi e lavori ai fianchi i parlamentari per dimostrargli in che brutto guaio li ha cacciati Follini…». «Sì, questo è uno scenario», lo ha interrotto il premier, «e l’altro?». Follini ha continuato: «Per te quelli dell’Udc rimangono sempre degli infedeli imbroglioni. Ma tu li metti alla prova. Cogli l’occasione per rafforzare la squadra di governo attraverso una crisi, partendo dal fatto che non c’è la possibilità che loro ti possano fare gli scherzi che tu pensi». Alla fine, parola parola, i due si sono trovati d’accordo sull’ipotesi della lettera che Follini avrebbe dovuto scrivere per confermare la sua lealtà verso la maggioranza. «Io la scrivo – erano state le ultime le parole di Follini – ma tu ti devi fidare e andare a dimetterti». A quel punto i due avrebbero parlato – secondo i boatos degli ex-dc – anche di ministeri. Berlusconi addirittura avrebbe offerto a un esponente dell’Udc, Vietti, il ministero della Giustizia, ma Follini avrebbe rifiutato l’offerta.
              Passa qualche ora. Follini torna a Palazzo Chigi con la famosa lettera e se ne va convinto che alle 16 e 30 Berlusconi si sarebbe dimesso. Il segretario dell’Udc è talmente certo che questo scenario sia ineluttabile che celebra la mezza vittoria con Casini. I due arrivano a levarsi qualche sassolino nella scarpa per vendicarsi degli sgarbi ricevuti negli ultimi giorni. «Questo chiarimento sarebbe potuto avvenire molto prima – confida uno all’altro – ma Pisanu nelle trattative ha avuto un comportamento strano. Quando si parlava con Letta, infatti, le cose andavano bene. Quando si parlava con lui andavano male. Ho avuto quasi l’impressione che brigasse per arrivare ad un governo tecnico guidato da lui».

                Ma quel brindisi è arrivato troppo presto. Mentre Berlusconi sta per andare al Quirinale gli arriva una telefonata di Bossi che gli consiglia di non dimettersi. Poi, un’altra di Fini che, per riacquistare la scena, gli chiede la testa del ministro leghista Calderoli. Così Berlusconi che già aveva poca voglia di dimettersi tra le 17 e le 18 la perde del tutto. Gli ultimi retroscena di questa giornata da cardiopalma li racconta lui stesso in serata nei colloqui che ha con i presidenti delle due Camere per fissare i dibattiti parlamentari. Con Casini la conversazione è tutt’altro che calorosa, ma il premier coglie l’occasione per togliersi una soddisfazione semmai il suo interlocutore avesse coltivato l’idea di succedergli alla guida di un governo istituzionale. «Guarda che Ciampi – gli racconta – mi ha assicurato che non ha nessuna intenzione di aprire la strada a governi tecnci». Con Pera, invece, la conversazione è più affettuosa. Il premier quasi si sfoga. «Possono dire quello che vogliono – gli confida – ma io avevo già pronta la lista dei ministri che dovevano entare e di quelli che dovevano uscire. Fuori Sirchia e Marzano, dentro Billè, La Malfa e Caldoro. Non ero convinto che fosse uan scelta giusta, ma quando Fini mi ha chiesto anche la testa di Calderoli ho capito che se mi fossi dimesso il vaso si sarebbe rotto. Ora facciano quello che vogliono. Dicono che gli ex-dc voteranno la fiducia, bene. Ma se pensano di mettermi sulla graticola subito dopo, facendo mancare un giorno sì e un giorno no la fiducia, si sbagliano di grosso. A quel punto andiamo alle elezioni ad ottobre, di corsa».