“Retroscena” E nel primo Consiglio dei ministri la lite stava già per riprendere (A.Minzolini)

26/04/2005
    domenica 24 aprile 2005

      Retroscena

        UNA TELEFONATA DI GASPARRI AL QUIRINALE PER CHIEDERE DI NON NOMINARE STORACE MINISTRO
        E nel primo Consiglio dei ministri
        la lite stava già per riprendere
        Il Cavaliere: in questa crisi ci abbiamo rimesso tutti, su di me terrorismo

        Augusto Minzolini

          ROMA
          SICURAMENTE il Berlusconi-bis, o meglio “ter” se si calcola anche quello del ‘94, sarà ricordato negli annali della Repubblica per una serie di precedenti. Per la prima volta, infatti, un ministro dimissionario, Maurizio Gasparri, ha telefonato al segretario generale del Quirinale, Gaetano Gifuni, e al premier incaricato, Silvio Berlusconi, per porre un veto sulla nomina a ministro di un suo compagno di partito, Francesco Storace, per di più senza parlarne con il leader del suo partito, cioè Gianfranco Fini. Un comportamento da «kamikaze», per usare le parole del premier, che ha avuto un epilogo inaspettato: Gasparri, fino a due giorni fa intoccabile, è finito fuori dal governo per volontà di Fini. Un altro precedente è dato anche dal personaggio che è andato nel ministero di Gasparri, Mario Landolfi: per la prima volta un esponente di partito che sei mesi fa ha accusato il premier in carica, cioè sempre il Cavaliere, di aver fatto la riforma fiscale per un’interesse personale, viene promosso a ministro. Appunto, ci sono personaggi come Storace, Landolfi che non sono stati teneri con il vecchio governo che sono stati premiati e portati nel «nuovo» e amici di antica data del premier, come Antonio Marzano e Giuliano Urbani, che ne sono usciti.

          Ed ancora. Un altro precedente paradossale lo hanno offerto gli ex-dc che dopo aver concordato con il premier programma e lista dei ministri e aver strappato usando tutti i mezzi possibili (anche le amicizie Oltre Tevere) il ministero della Cultura per Rocco Buttiglione (Berlusconi avrebbe voluto affidarlo a un esponente di Forza Italia, Enrico La Loggia), hanno fatto fare a uno degli uomini più vicini a Pierferdinando Casini, Lorenzo Cesa, una dichiarazione che fa venire i brividi ancor prima che il nuovo governo prestasse giuramento: «Il confronto – è stato l’avvertimento dei democristiani – avverrà in Parlamento». E, infine, anche Fini ha fornito un precedente che sarà ricordato: ha aperto la crisi chiedendo una cosa e ha ottenuto l’opposto. Già, ha aperto la crisi intimando la riduzione dell’influenza della Lega sul governo e la rimozione del ministro delle riforme, il leghista Calderoli; l’ha chiusa accettando la conferma di Calderoli, e subendo l’ingresso come vice-premier del custode del rapporto tra la Lega e Forza Italia, Giulio Tremonti. Non è finita: Fini aveva aperto la crisi per pacificare il suo partito, ma l’ha chiusa con An che è ancora più in subbuglio per il siluramento di Gasparri.

            Insomma, c’è da dire che molti avrebbero fatto bene a risparmiarsi il Berlusconi-ter. E forse l’unico che è consapevole di questo – ed ha il coraggio di dirlo – è il Cavaliere. Certo in questa crisi è riuscito a strappare qualcosa anche lui come la nomina di Tremonti a vice-premier e la promozione di Scajola a un ministero più importante, tutti fatti che dovrebbero ridare a Forza Italia un po’ di tranquillità. E, ancora, ha portato a casa la nomina di Gianfranco Miccichè a ministro per lo sviluppo del Meridione, lo strumento migliore per sigillare ulteriormente quella cassaforte di voti per il centro-destra (e per Forza Italia) che è la Sicilia. Ma in fondo il premier è il primo a sapere che questo governo risolve qualche problema, ne lascia irrisolti degli altri e ne apre di nuovi. Soprattutto, a differenza del governo che mise in piedi nel 2001, sulla scia della vittoria nelle politiche, questa volta il premier ha avuto a che fare con il ritorno della “partitocrazia”. Si è difeso, per quel che ha potuto, ma le scelte questa volta, come in un passato più remoto, non sono state determinate solo dalla sua volontà, ma anche dal peso dei partiti e addirittura delle correnti che condizionano i partiti. Un meccanismo che fa a pugni con quella che era l’immagine di un tempo del “berlusconismo”.

              Forse proprio per questo ieri, al di là delle battute in pubblico e dei sorrisi forzati al brindisi ufficiale al Quirinale, il Cavaliere non era contento. Si è reso conto che la sua battaglia non è finita, ma comincia ora. Ieri pomeriggio prima di salire dal capo dello Stato per giurare Berlusconi si è lasciato andare a questo sfogo con i suoi uomini più fidati: «Questa è una crisi che non andava aperta, perchè alla fine ci abbiamo rimesso tutti. Io, comunque, sono stato al gioco. Volevano un cambio di programma e l’ho fatto. Volevano un cambio di ministri e l’ho fatto, sacrificando anche chi ha lavorato bene e riscosso consensi come Girolamo Sirchia. Ho sopportato i veti incrociati e i regolamenti interni alle correnti di An. E in ultimo anche l’avvertimento dell’Udc che dice ci vediamo in Parlamento. Ma a questo punto debbono dire cosa vogliono perchè per me questo si chiama terrorismo interno. In più debbono sapere che in questa crisi si è consumata quel poco di pazienza che mi era rimasta».

                Già, forse il premier si deve rendere conto che se vuole vincere le elezioni gli manca poco tempo. Per cui dopo aver accettato dimissioni, cambi di ministri, aver sacrificato amici e promosso nemici, ora deve riportare nella sua maggioranza, con le buone o con le cattive, un po’ di rigore. I segnali di ieri non sono rassicuranti. Nel brindisi al Quirinale il premier si era preso da parte, ad uno ad uno, tutti i ministri per pregarli di «non enfatizzare polemiche interne al governo». Inutilmente. Roberto Maroni in consiglio dei ministri ha posto il problema dei fondi del ministero per lo Sviluppo per il Sud. E un ministro di An si è subito inalberato: «Gli accordi sono quelli, non c’è nulla da chiarire se non si riapre la crisi di governo». Berlusconi, al solito, ha fatto appello «all’unità e alla coesione per battere la sinistra». Ma forse a questo punto per ridare smalto alla sua autorità non bastano più le parole: «Dovrebbe dimostrare in qualche occasione – si lamentava ieri sera uno dei suoi consiglieri a cui non è piaciuta la soluzione data alla crisi – di essere ancora il Berlusconi di un tempo, quello che quando si rendeva necessario era capace di usare anche il bastone».