“Retroscena” E il premier si sfoga: «Maggioranza ingrata»

21/04/2005

    giovedì 21 aprile 2005

    Retroscena

      «CASINI VUOLE FARMI LA PELLE, MA GIANFRANCO CHE CI GUADAGNA?»

        E il premier si sfoga
        «Maggioranza ingrata»
        «Il primo applauso caloroso che prendo è per le dimissioni»

          Augusto Minzolini

            ROMA – QUEL passo, quello di dimettersi, Silvio Berlusconi alla fine lo ha fatto, ma gli è costato, eccome se gli è costato. Ancora ieri mattina a Giuliano Ferrara che è andato a trovarlo il premier si è presentato combattuto dall’idea di non fare il «gran passo». «Se fosse per me non mi dimetterei – gli ha spiegato – ma qui tutti mi dicono che queste sono le regole da seguire. A me, invece, piacerebbe davvero sfidarli in Parlamento, costringerli a votarmi la fiducia». Più tardi ad un altro interlocutore privilegiato il premier ha confidato di non capire davvero la testardaggine di An a volere il Berlusconi «bis».

            «D’accordo – ha spiegato – l’altra sera ho sbagliato a non avvertire Fini subito che non mi sarei dimesso dato che Ciampi non me lo aveva chiesto. Capisco che c’è rimasto male. Ma in politica non si ragiona così: che senso ha per lui passare per il Berlusconi “bis”? Quelli di An sono i principali fautori della riforma istituzionale che stiamo approvando e lì l’ipotesi del “bis” non è neppure contemplata visto che il premier può cambiare i ministri quando vuole. Questo passaggio ha un solo risultato quella di indebolire la mia immagine, di darmi uno schiaffo, un esercizio di puro masochismo visto che è quella con cui l’intero centro-destra si presenterà alla elezioni. Ai giochi strani degli ex-dc mi sono abituato, a Casini che mi vuole fare la pelle pure, ma Fini cosa ci guadagna? Mi vogliono far fare un governicchio, cuocermi a fuoco lento per un anno e poi… Alla fine perdiamo tutti. Io non ho potuto fare altrimenti perchè ora Forza Italia non è preparata per andare alle elezioni».

              Poi, mentre con il trascorrere delle ore il premier è tornato ad accettare per forza la tanto deprecata liturgia delle dimissioni, il suo umore è mutato avvicinandosi alla depressione. «Certe volte – si è sfogato il Cavaliere con un suo consigliere prima di pranzo – non si può fare quello che si vuole. Capisco che non posso non dare le dimissioni dopo che An ha preso quella posizione, anche se questa strada non mi convince. Comunque, l’importante a questo punto è fare tutto in tempi brevi. E non dovrebbero esserci problemi se se tutti gli alleati saranno di parola». Poi, ad un amico incontrato per caso che gli chiedeva di fare un’altra sorpresa rimettendo Giulio Tremonti al governo, il premier ha regalato una battuta laconica: «Sì, così alla fine esco io».

                Già, l’amarezza del Cavaliere è stata grande. Tutti si sono accorti che il premier dimissionario non era quello baldanzoso di sempre. Era un’altra persona. Mentre l’aula del Senato applaudiva il suo discorso, sui banchi del governo il ministro della Giustizia Castelli commentava: «Adesso si applaudono anche i tacchini scelti per il Natale». E alla buvette gli altri ministri del Carroccio, delusi dalla scelta del Cavaliere, si sono lasciati andare alla stessa previsione: «Oggi è andato in scena un suicidio politico». Anche il premier si è accorto di quella strana atmosfera, tant’è che uscendo da Palazzo Madama ha consegnato a due senatori queste tristi parole: «Questa è una maggioranza ingrata, il primo applauso di cuore che prendo è quello delle mie dimissioni».

                  Potrà sembrare anche paradossale, ma forse le uniche notizie positive nel giorno delle sue dimissioni Silvio Berlusconi le ha avute su al Quirinale: il premier con soddisfazione ha capito che anche Carlo Azeglio Ciampi vuole fare presto, vuole che il tentativo del Cavaliere («non ci sono altri governi da fare», ha ribadito ieri il capo dello Stato) porti a un risultato, nel bene o nel male, al massimo nei primi giorni della prossima settimana, per rendere ancora praticabile l’altra strada, cioè quella delle elezioni a giugno. Così il premier è sceso dal Colle con il morale più sollevato. Al suo staff ha confidato: «Penso di ricevere il nuovo mandato venerdì mattina e di portare al Colle la lista dei ministri del nuovo governo, quello che nel Cdm di oggi ho definito “della vittoria”, sabato pomeriggio. Rimane da vedere se tutti gli alleati staranno ai patti».

                    Il problema, appunto, è se lo saranno. Sulla carta dovrebbe essere così. Prima di parlare al Senato, il Cavaliere ha anche telefonato al suo interlocutore più ostile, Follini, (lo ha raccontato quest’ultimo) illustrandogli quello che avrebbe detto e spronandolo a dare il via libera al nuovo governo «al più presto». «Presidente – gli avrebbe risposto quest’ultimo – tu devi avere coraggio. Noi dell’Udc ti diamo carta bianca. Più cambi nel governo e meglio è».
                    Ma si sa, quando si parla di poltrone anche le cose più semplici diventano difficili. Il Cavaliere ha in mente i cambiamenti che avrebbe fatto anche senza passare per la crisi: qualche rotazione, la sostituzione dei ministri “tecnici” con ministri “politici”, “new entry” come La Malfa, il socialista Caldoro, il presidente della Confcommercio Billè («me lo ha chiesto Follini» ha precisato ai suoi il Cavaliere, ma l’ipotesi è sempre meno sicura) e, magari, il sogno di riuscire a portare nel governo un nome di peso come Emma Bonino. Non potrà, invece, esaudire la richiesta di Fini che vuole la sostituzione di Calderoli al ministero delle Riforme. Il premier ci ha provato, invano. E adesso medita di rispondere picche ad An, magari ripagandola offrendo le attività produttive ad Alemanno: «Mi hanno chiesto tanto, le dimissioni, il “bis”, e li ho accontentati – è lo sfogo a cui si sarebbe lasciato andare secondo un esponente di Forza Italia -. Adesso non possono esagerare». E anche con l’Udc che ieri ha fatto circolare a una certa ora la solita “voce” («prima di entrare nel governo vogliamo vedere la sua la composizione»), il premier vuole tenere il punto.

                      Del resto ormai l’alternativa è secca: o un nuovo governo Berlusconi, o le elezioni. E passata la buriana del «bis» il Cavaliere vuole andare alla riscossa. Ieri in un passo del suo intervento al Senato è tornato a ventilare l’ipotesi del «partito unico del centro-destra». Poi ha chiesto agli alleati di salire al Quirinale tutti insieme, per bilanciare l’immagine dell’Unione che si presenterà da Ciampi con una sola delegazione: invano. Ma Berlusconi è testardo e la sua battaglia non finirà qui, si vada alle elezioni o al governo «bis». Ieri a Palazzo Madama Gianfranco Miccichè, “viceré” del cavaliere in Sicilia, aveva sottobraccio una cartellina con la sigla «C.S.U.»: l’abbreviazione, però, non sta per la dc bavarese, ma per un nuovo partito, “Centro Siciliano Unito”, che nascerà dalla fusione tra Forza Italia e l’Udc siciliana. «Anche se si va alle elezioni a giugno – spiegava Miccichè – io sono tutt’altro che pessimista. Noi faremo questo nuovo partito mettendo insieme FI e Udc in Sicilia per rispondere alla domanda di autonomia che c’è dalle nostre parti. Marketing, cifre e dati già dimostrano che sarà un’esperienza vincente. Con quello che abbiamo possiamo già avere il 4% a livello nazionale, possiamo diventare il terzo partito della coalizione, superando in termini di consenso anche l’Udc, e avere un nostro gruppo parlamentare. Da questa esperienza potrebbe nascere in futuro una lega del Sud. Non so, invece, se perdendo la Sicilia, l’Udc riuscirà a raggiungere il 4%. E’ questo progetto che terrorizza Casini e Follini».