“Retroscena” «Cambiano idea continuamente; gli resta un giorno per decidere»

18/04/2005

    sabato 16 aprile 2005

      retroscena

        A METÀ POMERIGGIO SI ERA VICINI A UN’INTESA, POI SFUMATA
        «Cambiano idea continuamente
        Gli resta un giorno per decidere»
        Il Cavaliere a Palazzo Chigi si sfoga con gli alleati rimasti «fedeli»
        «Fra l’altro il segretario dell’Udc è anche un gran maleducato»

        Augusto Minzolini

          ROMA
          ALLA fine quella che doveva essere la crisi politica più breve della storia – aperta la mattina e chiusa la sera – si è trasformata, invece, in una «buca» storica. Marco Follini, che secondo gli alleati avrebbe partecipato insieme a Giuseppe Pisanu, Gianfranco Fini e Gianni Letta addirittura alla stesura del documento per il patto di fine legislatura che avrebbe aperto la strada al «Berlusconi-bis», prima ha detto «sì», chiedendo solo un quarto d’ora per informare il vertice del suo partito. E, invece, è ritornato solo un’ora dopo per comunicare un imbarazzato: «Per il momento non firmo».

            In quei sessanta minuti è successo l’inverosimile. Nello studio del Cavaliere quarto d’ora dopo quarto d’ora gli altri leader della maggioranza hanno cominciato a fare una lunga serie di appunti ai modi di Follini e alla sua mancanza di educazione: «E’ un vero maleducato – è sbottato ad un certo punto lo stesso Berlusconi – non ci si comporta così con nessuno, tantomeno con un presidente del Consiglio». Marco Follini, invece, si è sentito impartire una lezione di scaltrezza politica da Pier Ferdinando Casini, che per l’ennesima volta si è spogliato dei panni di presidente della Camera per rindossare quelli di leader degli ex-democristiani. «Se lo firmi ora – gli ha spiegato – ti leghi le mani. Intanto un partito che apre una crisi al mattino e la chiude la sera, finisce per fare una figuraccia. In secondo luogo se firmi ora il documento politico e poi non riesci a trovare un accordo sui ministri, quelli ti accuseranno di aver fatto tutto questo casino solo per le poltrone. E non ti preoccupare troppo delle insistenze di Fini che vuole farti firmare subito. Quello si è venduto al Cavaliere».

              Inutile aggiungere che la richiesta di tempo degli ex-Dc ha mandato su tutte le furie sia Berlusconi che Fini. «Questi due (Casini e Follini ndr) – ha detto un premier infuriato – non possono pensare di fare quello che vogliono. E di sicuro non possono pensare di tenermi per giorni sui carboni ardenti. Domani voglio una risposta. La verità è che sono mossi solo dalla brama di potere e si preparano a passare dall’altra parte, con il centrosinistra. Se dicono di «no» si va alle elezioni senza di loro, magari ad ottobre». Fini, che si era prodigato per tutto il giorno nell’opera di mediazione, ha preso l’atteggiamento di Casini e Follini quasi come un’offesa personale: «Quando si dice di “sì” è “sì”. Non si può cambiare idea dopo un quarto d’ora. C’è un problema di serietà».

                Eppure a quella mediazione avevano lavorato in molti dal mattino, da quando gli ex-Dc avevano annunciato in direzione il ritiro della loro delegazione dal governo. Letta e Pisanu, coadiuvati da Fini, hanno sudato quattro camicie per convincere un Berlusconi irremovibile sulla scelta di continuare avanti senza gli ex-Dc, a cambiare idea, a trovare la strada di una mediazione. Solo all’ora di pranzo il Cavaliere che per dodici ore è andato avanti alternando minacce, dubbi e ripensamenti, ha dato un mandato ai suoi ambasciatori: «L’Udc prima scrive nero su bianco che è pronta ad appoggiare un nuovo governo presieduto da me, che accetta un programma di fine legislatura, che è pronta a trovare un’intesa sui ministri, eppoi io vado al Quirinale da Ciampi a dimettermi per formare subito un "Berlusconi-bis". Altrimenti io vado avanti con questo governo e se la situazione diventa insostenibile andiamo alle urne ad ottobre con l’Udc fuori dalla coalizione».

                  Su questi punti i plenipotenziari del centro-destra si sono messi subito al lavoro e dopo ore e ore di trattative con Follini, è stato stilato il documento che nelle intenzioni di tutti doveva essere risolutivo. Invece, c’è stato il «sì» del segretario dell’Udc e poi il suo repentino voltafaccia. Infine, come sempre avviene in questi casi, entrambe le parti si sono rinfacciate le colpe. Secondo il Cavaliere e i suoi alleati nel documento veniva riaffermata la validità dell’alleanza, si arricchiva il programma con una serie di interventi per il Mezzogiorno e per le imprese, si individuava in Berlusconi il candidato per Palazzo Chigi anche per le elezioni del 2006 e ci si accordava per alcuni cambiamenti – non troppi – da apportare alla struttura del governo uscente.

                    Per gli ex-Dc, invece, quella mezza paginetta non garantiva la necessaria «discontinuità». Probabilmente Follini avrebbe voluto che nel documento venisse in parte modificato il programma del governo ora in carica nella politica giudiziaria, ma, soprattutto, avrebbe voluto maggiori garanzie sui ministri da cambiare e sugli eventuali sostituti. Nella sua testa, ad esempio, un ministro dell’Udc troppo vicino a Berlusconi, come Giovanardi, non sarebbe dovuto rientrare nel nuovo governo e magari avrebbe dovuto far posto a Bruno Tabacci, uno dei critici più severi del Cavaliere. «Qui per vincere le elezioni – è stata una delle battute del segretario dell’Udc – bisogna fare una squadra di all stars.

                    Bisogna fare una squadra di governo totalmente nuova». Poi come un obiettivo del genere si possa coniugare con la sua intenzione di lasciare la vicepresidenza del consiglio non si sa.

                      La verità è che ieri sera per dare un senso al «rinvio» sono state gettate al vento molte parole. E’ probabile invece che l’accordo che non è stato firmato ieri si possa fare oggi oppure domani. «L’importante per noi – confidava ieri sera un ministro ex-Dc, Rocco Buttiglione, in un momento di sincerità – è che domani (oggi, ndr) ci sia sui giornali solo la notizia della nostra direzione che ritira i ministri dal governo e non quella che la crisi è già conclusa». Appunto, è tornata la liturgia di un tempo.