Retorica del declino o rischi? Lite sull’Istat

19/05/2004

    19 maggio 2004

    Retorica del declino o rischi? Lite sull’Istat

    L’economista Sylos Labini: «Promuoviamo un piano di rilancio sulla ricerca applicata». Il sociologo De Masi, preside alla Sapienza: «Ci vogliono scuole e formazione d’eccellenza»

    ROMA – L’accusa del centrodestra: fra le pieghe del rapporto Istat c’è una certa retorica del declino, si riecheggia la pubblicistica che «vende» un’Italia cronicamente incapace di cambiare marcia. Risposta della sinistra: i numeri sono numeri, l’istituto di statistica fa analisi inappuntabili. Ascoltando economisti e professori la verità sta nel mezzo: si trova chi scommette su una svolta, chi individua nell’Europa l’unica ciambella di salvataggio, e chi non è in grado di scorgere alcun futuro macroeconomico per il Bel Paese.
    Renato Brunetta , economista di Forza Italia, ammette una situazione da «débâcle», «un’economia che va male nei fondamentali», ma scorge luci in fondo al tunnel, un Pil in crescita, la ripresa dietro l’angolo: «Paghiamo l’assenza di governance per tutti gli anni ’90, le conseguenze di Tangentopoli, l’assenza di decisioni strategiche. Ma oggi alcune riforme stanno cambiando il quadro, il trend sembra prossimo a un’inversione di tendenza, tutto il resto è sociologia deleteria».
    Allarga l’analisi al continente
    Giorgio La Malfa : la prima responsabilità della stagnazione, e del crollo della competitività, «è la moneta unica e un’insensata politica monetaria della Bce, che porterà conseguenze gravi per tutti i Paesi della Ue. Non è un caso che l’Inghilterra sia l’unico Stato che in Europa va bene». L’Italia, aggiunge l’esponente repubblicano, «è certamente in declino, ma analogo dibattito si è svolto recentemente sulle pagine di Le Monde , sulla tenuta del tessuto imprenditoriale francese». Crisi dunque europea, non solo nostrana, ma conclusione all’insegna del pessimismo: «Purtroppo ancora non esistono strategie di lungo periodo per superare la crisi».
    Paolo Sylos Labini
    ammette di essere ormai «apocalittico», soprattutto di fronte all’attuale governo, eppure è convinto che l’Italia abbia ancora qualcosa da dire nell’economia mondiale. Quelle sul Pil sono ormai discussioni che riguardano solo «agricoltura e servizi, perché l’industria non esiste». La cura possibile è «una seria riforma dei distretti industriali. Fare infrastrutture non alla keynesiana, tanto per rilanciare il prodotto interno. Un piano di rilancio europeo, meglio se promosso dall’Italia, fondato proprio sulla ricerca applicata».
    Da sinistra
    Napoleone Colajanni concorda con La Malfa: «L’Italia nelle classifiche occupa sempre la coda dell’Europa, ma anche gli altri non stanno bene». E ritiene proprio l’Europa l’unica soluzione di lungo periodo: «Il problema può essere affrontato solo a livello continentale. Chiunque oggi pensasse che nella Ue ci può essere una ripresa diminuendo la spesa pubblica, e privatizzando quel poco che rimane di pubblico, si sbaglia. La forza degli Usa dipende dalla grande impresa, lo 0,21% di quelle americane ha il 68% dei profitti. In Europa il confronto non è nemmeno abbozzabile. Senza una politica europea di concentrazioni, cosa che la Commissione non fa, non si va da nessuna parte».
    Luciano Gallino
    , sociologo, in un libretto di successo di circa 100 pagine ha raccontato il disfacimento dell’industria tricolore. Ascoltando l’Istat non cambia idea: «Scontiamo l’assenza di una seria politica industriale. Non c’è stata in passato, continua a mancare. Mentre altrove i governi, nonostante le parole, dirigono eccome l’economia: l’accordo fra Aventis e Sanofi è stato pilotato giorno e notte dall’esecutivo francese». Per Domenico De Masi , preside di facoltà a La Sapienza, esiste solo una via d’uscita, «scuola e formazione di eccellenza», «purtroppo però non è così, La Sapienza produce in un anno lo stesso numero di brevetti della Hewlett Packard in meno di tre di giorni, dunque siamo senza speranza».

    Marco Galluzzo
    /Politica