“Résumé” Il lunedì nero dei Ds rafforza Romano e Silvio

12/06/2007
    martedì 12 giugno 2007

    Pagina 7 – Primo Piano

    Retroscena
    Come cambiano scenario strategi

      E il lunedì nero dei Ds
      rafforza Romano e Silvio

        Prodi fiducioso: “Il combinato disposto degli ultimi fatti stabilizza il governo”
        Berlusconi: “Ci vorrà un bel coraggio ora a insistere sul conflitto d’interessi”

          Augusto Minzolini

            Lui, uno degli uomini «ombra» di Massimo D’Alema, pretende che il suo ragionamento resti anonimo. E in fondo è comprensibile: non è il caso di metterci la faccia lo stesso giorno in cui le intercettazioni sul caso Unipol fanno crollare l’ultimo rudere di quella che era considerata la diversità diessina. E l’amarezza del personaggio è ancora più grande perché si intreccia ad una condizione di profonda impotenza. «La verità è che abbiamo sbagliato – ammette -. Non abbiamo fatto nulla quando potevamo salvaguardare lo stato di diritto in questo Paese perché sotto sotto speravamo di metterla in quel posto all’avversario. E ora ci siamo finiti in mezzo. Crocifissi per niente. In una condizione che non offre grandi vie d’uscita: certo la foglia di fico del risultato di Genova ci permette di reggere (se avessimo perso non ce l’avremmo fatta), ma il trend continua ad essere negativo. La verità? Siamo troppo nella merda per cui nessuno ha la forza di offrire una via d’uscita. Berlusconi pensa di andare alle elezioni usando la clava del referendum. E noi andiamo avanti in balia degli eventi esterni. Altroché disegni nascosti: siamo in piena afasia politica».

            Speculare è l’analisi di uno degli strateghi del Cavaliere, Fabrizio Cicchitto. La fotografia della situazione è identica anche nel linguaggio crudo in ossequio al realismo. «Di là sono tutti nella merda, troppo per tentare qualsiasi cosa – spiega -. Io sono un garantista e non infierisco, ma le intercettazioni mettono una pietra tombale sulla diversità Ds. Anche Rifondazione ha tanti guai: le manifestazioni di sabato a Roma su Bush, dimostrano che una parte dell’elettorato gli sta sfuggendo. Prodi, invece, è nella sindrome del resistere, resistere e non si accorge che è sul ridotto della Valtellina. Marini e Rutelli, infine, sono capaci solo di giocare di rimessa. A noi non resta che vedere cosa succede di là. Se qualcuno ha il coraggio di far saltare il tavolo. Ma non credo. Tanto alle elezioni ci arriveremo lo stesso: la maggioranza è inerme di fronte al referendum».

            Impotenza. Afasia politica. In fondo non potrebbe essere altrimenti se si pensa che chi punta a cambiare il quadro politico tenta di avere come interlocutore l’uomo dai piani luciferini, Massimo D’Alema, cioè lo stesso che nelle intercettazioni telefoniche con il patron dell’Unipol ha prima indossato i panni di James Bond consigliando a Consorte prudenza («Giovanni attento alle comunicazioni, vediamoci di persona»); e un attimo dopo si è trasformato alla cornetta in un «ultras» della scalata alla Bnl: «Giovanni facci sognare».

            Con D’Alema, per il momento «fuorigioco», è difficile per i teorici delle grandi intese del centro-destra, Casini e Fini, trovare degli alleati efficaci sull’altra sponda: i vari Marini, Rutelli, Dini parlano di «dopo-Prodi» a parole, ma non sono capaci di aprire i giochi. Mentre Arturo Parisi, il dottor Stranamore, è pronto a polemizzare con i ds ma solo per rinsaldare la poltrona del Professore: «Le intercettazioni? – è l’unica battuta che ha regalato ieri nelle segrete stanze del governo -. Il mondo dei ds già lo conoscevamo». Appunto, il silenzio di ieri sulla vicenda è condizionato alla lealtà della Quercia al governo.

            Insomma, non sono i soci del partito democratico quelli che possono cambiare la situazione. Gli unici che potrebbero far saltare il tavolo hanno tempi diversi. I neo-comunisti di Rifondazione si leccano le ferite per questa tornata elettorale, ma prima di ripetere il «trauma» del ‘98, quando misero in crisi il primo governo Prodi, vogliono dargli ancora una prova d’appello: «La nostra vera partita – ha spiegato ai suoi Franco Giordano – è su tesoretto, pensioni, Dpef. I cedimenti di questi mesi sono serviti ad accumulare crediti nei confronti del governo. Se non ci verranno incontro su questi argomenti ci costringeranno a fare quello che non vorremmo».

            Ma i tempi per un’operazione del genere sono più lunghi. Riguardano l’autunno. E magari nel valutare la situazione Bertinotti e i suoi terranno d’occhio cosa sta maturando sul lato opposto della coalizione, dalle parti di Clemente Mastella. Tra i mastelliani, infatti, ormai da settimane va di moda uno scenario particolare: «Per evitare il referendum – rimarca Paolo Del Mese – noi siamo pronti anche ad aprire la crisi di governo e ad andare alle elezioni magari passando dalla parte di Berlusconi». Per cui se toccherà a Mastella far fuori Prodi bisognerà attendere la prossima primavera.

            Per cui, a ben vedere, se non ci saranno colpi di reni degli altri attori, le strategie che sembrano imporsi dalla connessione elezioni-intercettazioni sono quelle di Prodi e, per altro verso, di Berlusconi. Il primo si è assicurato un altro pezzo di strada: la pace con Bush, la vittoria risicata a Genova e le intercettazioni che hanno messo in un angolo gli insidiosi alleati, gli hanno regalato qualche boccata d’ossigeno. Certo il governo è sempre alla mercè di un paio di senatori, ma ieri sera il Professore con i suoi era fiducioso: «Il combinato disposto degli ultimi fatti stabilizza il governo».

            Sull’altro versante anche Berlusconi è libero di perseguire la sua politica preferita. «Se dall’altra parte non si muove nessuno – ha osservato – noi possiamo chiedere solo le elezioni. Questo è evidente a tutti, meno che ai nostri alleati. Io però salirò al Quirinale per far presente a Napolitano la condizione di profonda crisi in cui si trova il nostro paese alle prese con un governo impotente e impopolare che ha messo in subbuglio anche i corpi dello Stato. Starà a lui decider se prenderne atto». Ed ancora: «Io sono un garantista e non voglio strumentalizzare le intercettazioni. Però d’ora in avanti voglio vedere se qualcuno avrà ancora il coraggio di parlare di conflitto di interessi. Da tutto questo, infatti, emerge un quadro chiaro: come io ho sempre sostenuto il rapporto tra la sinistra e il mondo delle cooperative è diretto. Sono facce di una stessa medaglia». Insomma, la campagna elettorale è pronta, deve solo arrivare il momento. «Noi – osserva Massimo Berruti, fedelissimo del Cavaliere – dobbiamo tenerci stretto Prodi. Via Visco, via Padoa Schioppa, ma non Prodi. Con lui a Palazzo Chigi il centro-destra arriverà all’80%».