Repubblica.it – Lavoro, un ricatto chiamato co.co.co.

22/02/2017

Grazie a Monica Papini, Firenze, e Gianna Bondi, Ravenna

E’ vero che, se la disoccupazione è una piaga, quella dei lavoratori over 45 è zeppa di pregiudizi e stereotipi e “quella delle lavoratrici è ancora più maligna perché mette in gioco l’intera figura femminile”, come mi scrive Monica Papini da Firenze. Monica ha quasi 50 anni, due figli all’università, è disoccupata da 3 anni. In questo tempo si è laureata in Sociologia con una tesi che nasce dalla sua storia. Titolo “Le lavoratrici over 45”. “Mi sono sentita dire che non avevo le competenze necessarie per rispondere al telefono in un’agenzia immobiliare, dopo quasi 30 anni di esperienza come impiegata e contabile”. Per le donne – scrive in una bellissima lettera - alla soglia dei cinquant’anni “la perdita della funzione sociale” coincide con la menopausa: come se la fine della funzione biologica segnalasse “la fine dell’intera persona”.

Anche Gianna Bondi ha 50 anni. E’ di Ravenna. Racconta la storia di quattrocento donne come lei: adulte, spesso sole con figli ancora piccoli a carico, part-time in un’azienda che le pagava 5, poi 7 euro l’ora e adesso messe tutte di fonte alla scelta, chiamiamola così: o accettate un co.co.co. o vi licenziamo. “Vorrei dirlo a Teresa Bellanova, che ha fatto quell’intervento così appaludito all’Assemblea Pd: “Questo governo ha detto basta ai co.co.co.”, ha detto. Invito Bellanova al nostro presidio davanti alla sede della Nielsen Italia, ad Assago, il prossimo 2 marzo. Venga a vederci”, chiede.

La storia, racconta Gianna che è delegato sindacale, è questa: la Consulmarketing Spa, Milano, ha circa mille dipendenti. Di questi 456 fanno ‘monitoring’: rilevamento prezzi, sono quelle persone che scannerizzano i codici a barre nei supermercati. Lo fanno in esclusiva per la Nielsen, un appalto per la raccolta dati. I 456 sono per oltre l’80 per cento donne, quasi tutte ultraquarantenni. All’inizio precarie. Quattro anni di battaglie. Nel 2012, legge Fornero, vengono stabilizzate in deroga al contratto nazionale: stipendio mensile di 500/600 euro.

A luglio 2014 entrano nel contratto nazionale, con l’impegno dell’azienda a portare entro il 2018 gli stipendi a pieno regime: 800/900 euro al mese. Dopo un anno e mezzo, però, l’azienda apre una procedura di licenziamento collettivo. Propone a tutti l’alternativa di un co.co.co. “Cioè non ci garantiscono più la continuità del lavoro né contributi ferie malattia infortuni. Né per noi né per i figli”. Altre lotte: i dipendenti firmano un contratto di solidarietà, scaduto il 5 dicembre scorso. Il 19 gennaio 2017 l’azienda apre una nuova procedura di licenziamento per tutti i 456, questa volta senza l’alternativa del contratto a termine. “I capi area però avvicinano le rilevatrici: se non accettate un co.co.co entro il 5 aprile questa volta vi licenziamo e basta”, afferma Gianna che chiede, naturalmente, che il Ministero segua la loro battaglia. “Ce ne sono tante di vertenze, lo so. Ma questi sono uomini e donne, soprattutto donne, che non ne troveranno un altro, di lavoro. E che devono mantenere i loro figli. L’azienda dice che le commesse non sono più redditizie ma poi ci offre i co.co.co. che esistono ancora, eccome se esistono. E, penso io: non ce li proporrebbe se non ci guadagnasse. Mi sbaglio?”.

Concita De Gregorio