“Reportage” Parlamento polverizzato al rito della consultazione (F.Rondolino)

22/04/2005
    venerdì 22 aprile 2005

      Reportage

        HELGA THALER VIENE SENTITA PER CARICHE DIVERSE; OCCHETTO RAPPRESENTA SÉ E FALOMI; E C’È UNA «CASA DELLE LIBERTÀ» CHE NON È LA CDL
        Il Parlamento polverizzato
        va al rito della consultazione
        Si celebra il trionfo del proporzionalismo: gruppi costituiti da
        una persona sola, onorevoli auditi due volte, omonimie esilaranti

        Fabrizio Rondolino

          HA sicuramente ragione Franco Giordano, capogruppo di Rifondazione alla Camera, quando dice che «non si sono ancora sciolti i partiti e la prassi costituzionale prevede che i singoli gruppi parlamentari siano auditi dal presidente della Repubblica». Che però le «audizioni» debbano essere addirittura ventiquattro, fra gruppi parlamentari, federazioni, partiti e partitini, e senza contare i presidenti delle Camere e gli ex Presidenti della Repubblica, forse neppure il più fiero difensore del proporzionalismo se lo sarebbe mai aspettato. Nella Prima repubblica le consultazioni magari andavano per le lunghe, ma i partiti non erano mai più di dieci, compresi i sudtirolesi e i valdostani. La polverizzazione di questo Parlamento, certo marginale rispetto all’impalcatura bipolare del sistema politico, e normalmente nascosta alle telecamere e ai taccuini, è forse un aspetto dell’inesauribile folklore italico, ma è anche, in qualche modo, il controcampo di quel bipolarismo, che ne mostra tutte le crepe, le infiltrazioni, le fragilità. C’è qualcosa di parodico nei gruppi e gruppuscoli che ottengono di essere ricevuti in pompa magna al Quirinale, fra corazzieri in alta uniforme e commessi silenziosi, lungo corridoi carichi di antichi olii e attraverso saloni adorni di stucchi; ma c’è anche il segno che non tutto, sotto il cielo della politica, è in ordine. E che una legge elettorale concepita per ridurre il potere e il peso specifico dei partiti ha finito con il moltiplicarne il numero e l’influenza.

            La Casa delle libertà non ha neanche provato a formare una delegazione unitaria, e al Quirinale sono saliti ieri alla spicciolata il Nuovo Psi, il Pri, la Lega Nord e l’Udc (oggi seguiranno An e Forza Italia). L’Unione invece ha tentato di mandare al Colle soltanto Prodi, ma non c’è riuscita, e si è suddivisa in cinque delegazioni: Italia dei valori, Comunisti italiani, Prc, Udeur, Verdi e Federazione dell’Ulivo. Quest’ultima comprendeva, oltre a Prodi, i segretari e i capigruppo di Camera e Senato dei Ds, della Margherita, dello Sdi e dei Repubblicani europei. Persino l’ampio Studio alla Vetrata, dove Ciampi in compagnia del fido Gifuni riceve e ascolta i consultandi, è parso improvvisamente piccolo.

              Il viavai al Colle è stato frenetico soprattutto in mattinata, quando, subito dopo Pera e Casini, si sono avvicendate dodici delegazioni, a ciascuna delle quali il cerimoniale della Presidenza aveva assegnato inderogabilmente dieci minuti: sottraendo quelli materialmente necessari per entrare, salutare, accomodarsi, alzarsi, salutare di nuovo e uscire, un tempo davvero minuscolo. Senza calcolare l’eventuale caffè. Fastidioso quanto inutile rito bizantino o corretta prassi costituzionale che siano, le microconsultazioni servono soprattutto ai microconsultati per avere il famoso quarto d’ora di notorietà (letteralmente: ché le dichiarazioni alla stampa sono state quasi sempre più lunghe dei colloqui in sé, causando a volte qualche spiacevole ingorgo di delegazioni fra lo Studio alla Vetrata e la loggia adiacente, dove i politici si offrono alle telecamere).

                Primi nell’elenco, i presidenti del Gruppo misto della Camera e del Senato, Marco Boato e Cesare Marini. E già qui c’è un’incongruenza, una bizzarria: perché Boato è (anche) un deputato dei Verdi e Marini è (anche) un senatore dello Sdi. Quest’ultimo ha poi proposto «un governo di garanzia costituzionale affidato a un ex Presidente della Repubblica o al presidente della Corte costituzionale», contraddicendo così la posizione del suo segretario, Boselli.

                Misteri del Gruppo misto: al quale è sì iscritto un piccolo esercito di 58 deputati e 31 senatori, ma soltanto «pro forma», perché poi quelli che contano sono i «sottogruppi», o «componenti». Naturale che siano ricevuti separatamente l’Union Valdôtaine e la Südtiroler Volkspartei; curioso invece il vero e proprio duplicato costituito dal «Gruppo per le Autonomie» del Senato, cui Andreotti ha dato vita proprio con i rappresentati della Svp e dell’Union (ne fanno anche parte, per la cronaca, il sardo Cossiga e un ligure eletto con la Margherita). Tanto curioso che Helga Thaler Ausserhofer, battagliera senatrice altoatesina, tailleur e filo di perle, ieri è entrata per ben due volte nel Salone alla Vetrata: prima come rappresentate della Svp e poi come presidente del «Gruppo per le Autonomie», rendendo definitivamente surreale l’effetto «porta girevole».

                  E’ poi stata la volta del Movimento idea sociale di Pino Rauti (Mis), che conta sull’indomito senatore siciliano Luigi Caruso. Entrambi – Rauti e Caruso – erano presenti. A seguire, la Lega per l’autonomia lombarda, rappresentata dal senatore (unico) Elidio De Paoli, nato a Rezzato (Brescia) e primo firmatario del disegno di legge S.865 «Istituzione della provincia di Vallecamonica».

                  Dopo il De Paoli, colpo di scena: è annunciata «La Casa delle Libertà». Ma si tratta di un’omonimia, perché ne fa parte il solo Salvatore Lauro, di professione armatore, eletto con Forza Italia in Campania e ora dedito in proprio ad un progetto di riforma costituzionale in cui «si prevede di reintrodurre l’esplicita previsione di Mezzogiorno e Isole, come possibili destinatari degli interventi perequativi speciali da parte dello Stato». Achille Occhetto, come sempre elegantissimo ton sur ton, si è presentato alla Vetrata a nome del suo gruppo, «il Cantiere», che conta, oltre al fondatore del Pds, anche il suo ex capo della segreteria, Falomi. Dopo di loro, l’Unione Autonomista Ladina rappresentata da Giuseppe Detomas, i Liberal-democratici incarnati da Michele Cossa (che ha chiesto «un profondo ripensamento del centrodestra» sulla riforma della Costituzione), e infine gli Ecologisti Democratici, che in realtà sarebbero quelli della Democrazia cristiana di Gianfranco Rotondi. Usciti dall’Udc, alle prossime elezioni si presenteranno da soli «in tutto il territorio nazionale" per "formare il centro-centro». Auguri.