Rendite finanziarie, allo studio una stretta fiscale

16/05/2005
    lunedì 16 maggio 2005

      UN’ALIQUOTA UNICA E PIÙ ALTA TRA IL 18 E IL 21% GARANTIREBBE TRA I 4 E I 7 MILIARDI
      Rendite finanziarie, allo studio una stretta fiscale
      Il governo cerca nuove risorse da destinare al taglio dell’Irap e dell’Irpef

        Roberto Giovannini

        ROMA
        Chissà: forse nei prossimi giorni la situazione politica precipiterà, magari l’incontro tra il premier Silvio Berlusconi e le parti sociali non solo non darà il sollievo sperato, ma porterà a un ulteriore indebolimento del governo. Esito probabile, visto che proprio ieri il leader della Cisl Savino Pezzotta ha definito «sorprendente» la richiesta di aiuto dell’Esecutivo alle parti sociali, e il numero uno di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo ha detto chiaramente che si tratta di un appello decisamente tardivo. In ogni caso, i cervelli economici della Casa delle Libertà in queste difficili ore continuano a lavorare a un possibile piano di emergenza per cercare – insieme – di rilanciare la traballante economia italiana cercando di limitare (almeno) le conseguenze negative sui conti pubblici, che scatenerebbero una prevedibile reazione dell’Unione Europea o peggio dei mercati. E nel menu delle misure allo studio – finalizzate a trovare almeno parte delle risorse necessarie per finanziare i tagli previsti per Irap e Irpef – c’è anche un progetto che farà sicuramente discutere: una revisione (al rialzo, naturalmente) della tassazione delle rendite finanziarie.

        Se c’era qualche dubbio in proposito, il vertice lussemburghese dei ministri economici europei ha chiarito che sarà difficile, se non impossibile, avere un via libera da parte di Bruxelles a un massiccio taglio dell’Irap (il progetto è di intervenire per 12 miliardi di euro) finanziato in deficit, cioè senza adeguata copertura. Bisognerà trovare risorse, così come risorse servono anche per realizzare l’altro elemento della strategia dell’Esecutivo per rilanciare economia e consumi, ovvero un alleggerimento dell’Irpef per le fasce più deboli, attraverso in particolare l’introduzione del cosiddetto «quoziente familiare». Qualcosa si può ottenere (ma non troppo, almeno di ciò è convinto il ministro dell’Economia Domenico Siniscalco) riducendo la spesa pubblica. Ma serve altro.

        E dunque, torna in campo una opportunità che aleggia da molti anni, ma che per molte e solide ragioni finora si è sempre preferito non considerare. Ovvero, una riforma della tassazione delle rendite finanziarie, una misura in grado di fornire almeno una parte delle risorse necessarie a realizzare i progetti del governo. Attualmente gli interessi sui titoli pubblici, sui depositi postali, le obbligazioni e gli investimenti finanziari «non qualificati» (fondi, ecc.) sono tassati con un’aliquota del 12,5%, mentre al 27,5% sono colpiti i rendimenti di conti bancari, certificati di deposito e altri strumenti. Già nello scorso autunno – quando si trattava di cercare soldi per il taglio dell’Irpef – i tecnici misero a punto diverse soluzioni. Ad esempio, secondo le simulazioni, introdurre un’aliquota unificata per tutte le rendite finanziarie – tra il 18 e il 21% – permetterebbe di incassare tra i 4 e i 7 miliardi di euro in più. Più o meno la metà delle risorse necessarie per la riduzione dell’Irap che grava sul costo del lavoro delle imprese. Una soluzione che nei giorni scorsi era peraltro stata definita «interessante» dallo stesso viceministro dell’Economia Giuseppe Vegas, che ha già proposto a suo tempo di uniformare il trattamento tributario degli strumenti finanziari e quello sui redditi degli immobili, affitti compresi.

        Sull’altro piatto della bilancia, naturalmente, le possibili ripercussioni politico-sociali di questa mossa. Si tratterebbe di una misura che andrebbe certamente bene ai sindacati e agli industriali, e anche l’Unione (che ipotesi simili sta senza troppo rumore mettendo a punto per la prossima legislatura) farebbe davvero fatica a contestare quella che tecnicamente si può definire come una sorta di patrimoniale sulle rendite, una tassa sul «capitale» per ridurre il prelievo sul «lavoro».

        Pochi giorni fa il tema è stato autorevolmente rilanciato da Giuliano Amato. Vero è che non sarebbero da escludere proteste e malumori da parte di ampie fasce di risparmiatori, i «Bot People» già penalizzati da rendimenti non certo importanti. Una scommessa non priva di rischi, quindi, ma che – come spiega l’eurodeputato e Consigliere economico del premier Renato Brunetta – «si potrebbe correre. A patto – afferma l’economista – di avere una maggioranza forte e coesa in grado di varare un piano economico forte e credibile».