Relazioni sindacali, qualcosa si muove

29/03/2004

      sezione: ITALIA-LAVORO
      data: 2004-03-27 – pag: 24
      autore: DI GUIDO BAGLIONI
      Relazioni sindacali, qualcosa si muove
      Icambiamenti nelle relazioni industriali sono normalmente lenti, anche quando c’è dibattito intorno a esse, in primo luogo perché comportano il convergente assenso delle due parti. Eppure, in questo periodo, si nota un certo movimento che non può essere ignorato. Richiamo, solo con un’accenno alcune manifestazioni. L’accordo interconfederale dell’artigianato affida al secondo livello la redistribuzione della produttività sulla base di parametri concordati a livello regionale, nonché l’integrazione del potere d’acquisto delle retribuzioni con riferimento all’inflazione reale. L’accordo sui co.co.co. dei call center proroga le collaborazioni vigenti; contiene norme per orario remunerazione e aspetti previdenziali; prevede la sua applicazione nella singola impresa attraverso il negoziato con le rappresentanze sindacali più rappresentative.
      La Fim-Cisl e la Uilm propongono piattaforme sperimentali in alcune province per avvantaggiare della produttività i lavoratori delle imprese senza contrattazione aziendale. Risponde Federmeccanica sostenendo che i salari di fatto superano l’andamento dell’inflazione e che se un territorio ha una buona economia è perché contiene buone unità produttive; si ribadisce, cioè, che la sede per negoziare i risultati della produttività è quello dell’impresa.
      Di recente è stato presentato al Cnel un rapporto che raccoglie 571 contratti territoriali (siglati fra il 1996 e il 2003) con la prevalenza dell’agricoltura e dell’edilizia e che riguardano principalmente il trattamento economico sulla necessità di accentuare la dinamica salariale che tenga conto del territorio e delle imprese hanno preso posizione anche autorevoli personalità politiche, come Massimo D’Alema. Dai fatti e dagli orientamenti emergono o si confermano questi aspetti: il nostro sistema di relazione industriali continua a comporsi del primo livello (nazionale) e del secondo livello (decentrato, territoriale e aziendale); rispetto all’accordo del luglio ’93, acquista più spazio e legittimazione il secondo livello, specie nella sua variante territoriale; sempre rispetto a detto accordo va sottolineato che la distribuzione relativa alla produttività esce dal primo livello e viene attribuita al secondo livello, la tutela del potere d’acquisto del salario non è più esclusivamente riservata al primo livello. I cambiamenti in atto nel confronto con l’accordo del ’93 sono dovuti a fatti oggettivi: è diminuita la relativa omogeneità sociale e professionale del mondo del lavoro, compensata da crescenti differenze che sfidano la rappresentanza tradizionale dei sindacati; sono accresciute le necessità e gli istituti di tutela nel mercato del lavoro; è noto il peggioramento della economia per competitività, quota di mercato internazionale, struttura della produzione, dimensione dell’impresa. La questione salariale, è assai avvertita per l’aumento del costo della vita (soprattutto nelle zone metropolitane), perché bisogna tener conto dei vincoli più stretti della concorrenza e della spesa pubblica, perché diventa sempre più insufficiente affrontarla con modalità centralizzate.
      Nel contempo, assieme all’elemento primario della salvaguardia del potere d’acquisto, risulta assai rilevante quello della distribuzione di quote della produttività o di altri indicatori economici positivi, riconoscendo l’apporto e il coinvolgimento concreto dei lavoratori e le differenze che li caratterizzano. Se vogliamo parlare oggi di politica dei redditi, si vede come sia di fatto diventata più complessa e mutevole specie tenendo conto delle novità legislative (legge Biagi) e negoziali nell’impiego del lavoro. Essa comprende: remunerazione e protezione sociali congrue per le nuove figure lavorative; tutela normativa e difesa generalizzata del potere d’acquisto nel contratto nazionale, che resta la base del nostro sistema di relazioni industriali; tutele e riconoscimenti ulteriori e più specifici con il secondo livello. Anche se i contenuti possono essere in parte gli stessi, le due varianti di questo livello appaiono sensibilmente differenti. Gli accordi aziendali hanno una lunga tradizione e riguardano le specificità e i risultati dell’impresa o del gruppo. Sono il frutto dello scambio e della collaborazione fra le parti, con autonomia rispetto ai contratti nazionali e alternativi rispetto alla variante territoriale. Questa è meno definita e va affrontata senza rigidità, provando e riprovando, con un certo grado di coordinamento. Essa comporta certamente modalità diverse: può essere generalizzata (come nel caso dell’artigianato) ma, più frequentemente, valida per contesti specifici, o comunque, più ristretti. Spesso può intrecciarsi con le materie degli accordi bilaterali o riguardare integrazione per il costo della vita locale, distribuzione di produttività media ambientale o settoriale, protezione sociale, per i soggetti più svantaggiati.