Relazioni industriali nella Ue: Il sindacato cerca nuovi ruoli

04/12/2000

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Sabato 2 Dicembre 2000
italia – lavoro
Il rapporto sulle relazioni industriali nella Ue in discussione a Modena.

Il sindacato cerca nuovi ruoli

(DAL NOSTRO INVIATO)

MODENA Il primo rapporto sulle relazioni industriali messo a punto dalla Commissione europea si rivela ricco di sorprese. Ma la ricerca di novità finisce per scontrarsi con il nodo della rappresentanza anche a livello europeo.

Presentato in un convegno sulla europeizzazione delle relazioni industriali organizzato dall’associazione italiana di studio delle relazioni industriali e dal dipartimento di economia aziendale della facoltà di economia dell’Universita di Modena, il rapporto svela una riduzione drastica delle ore di sciopero, la tendenza al decentramento della contrattazione, il positivo impatto dell’euro sulle relazioni industriali (almeno nel settore dell’auto, la moneta unica avrebbe funzionato da pungolo alla competizione), la lenta convergenza dei salari reali tra i vari Paesi.

C’è tanto da scavare ancora, a sentire giuristi, economisti e rappresentanti delle istituzioni comunitarie intervenuti a Modena. Dalla lettura dello stato dell’arte delle relazioni industriali emerge infatti che se un nuovo livello europeo di contrattazione deve esserci, sarà necessario individuare chi è tenuto a tesserle e in base a quale mandato. Per Manfred Weiss, dell’Universita Wolfgang Goethe di Francoforte e presidente dell’associazione internazionale di relazioni industriali «il calo dei sindacati è un dato di fatto che però non impedisce loro di contare a livello orizzontale; la rappresentatività va disgiunta dalla eleggibilità, essere di meno non vuol dire essere poco influenti basta guardare a cosa succede nei trasporti in Francia». In netto contrasto gli esperti di evidente impronta anglosassone, per i quali non è affatto così e i numeri contano, eccome, dissente Alan C. Neal dell’Università di Warwick, mentre per Gian Primo Cella «l’eredità della Thatcher è semplicemente un dato di cui prendere atto».

Per Tiziano Treu dell’Universita Cattolica, la questione si collega al futuro del diritto del lavoro: «Bisogna preoccuparsi — dice — se ormai i sindacati si coagulano intorno a pensionati e lavoratori dipendenti, ignorando i lavoratori della new economy». Per Tito Boeri, dell’Universita Bocconi, «l’analisi dei tassi storici di sindacalizzazione è completamente assente e questo crea problemi perchè proprio il dimezzamento drastico a partire dagli anni settanta del tasso medio di sindacalizzazione, e le ragioni sottostanti, possono guidare l’azione degli stessi attori della contrattazione, a qualsiasi livello essa si svolga».

Grande enfasi pone il rapporto su quella decentrata. E ai patti per l’impiego a livello locale ha dedicato un’analisi specifica Hubert Krieger della Fondazione di Dublino: almeno 300 quelli realizzati e 50 di 11 Paesi sono stati passati al setaccio. Il risultato? Questi patti «stressano» i sindacati ma li coinvolgono maggiormente con il management soprattutto quando c’è da minimizzare una crisi aziendale o da condurre in porto politiche che bilanciano sicurezza e flessibilità del lavoro.

Rita Fatiguso