Relazioni industriali anno zero La grande paura del sindacato

28/07/2010

I timori di Cisl e Uil dopo la riforma della contrattazione
ROMA — Che il sistema delle relazioni industriali in Italia andasse cambiato rapidamente, per consentire alle imprese di reggere la spinta della competizione globale, è una considerazione che si è fatta strada negli ultimi anni, conquistando quasi tutti i soggetti in campo, al punto da aver già determinato alcuni importanti cambiamenti.
È del gennaio dell’anno scorso l’accordo sulla riforma del modello contrattuale che è andato a modificare una materia ferma dal 1993. Un’intesa sottoscritta da Confindustria, Cisl, Uil e Ugl, fortemente voluta dal ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, che ha pagato il prezzo di lasciare fuori il maggior sindacato italiano, la Cgil, portatore di una proposta diversa e alternativa.
Quell’accordo aveva lo scopo di aprire la porta a un sistema di relazioni industriali nuove, improntate al dialogo e alla collaborazione, con un potenziamento della contrattazione di secondo livello, aziendale o territoriale, per avere spazi più ampi di manovra salariale a livello decentrato. Al tempo stesso il nuovo modello non rinnegava il contratto collettivo nazionale «come strumento primario, solidaristico ed universale di tutela del potere di acquisto delle retribuzioni».
Ed è proprio su quella stessa linea d’innovazione, perseguita un passo dopo l’altro, che va collocato l’accordo appena siglato dagli stessi sindacati, Cisl, Uil e Ugl, con la Fiat di Sergio Marchionne, quell’intesa sul sito produttivo di Pomigliano d’Arco con cui l’azienda ha voluto scrivere una pagina nuova nel sistema delle relazioni industriali. Ancora una volta la Fiom Cgil ha preferito non firmare, con la conseguenza che la portata pur dirompente di quel documento si è scontrata con un risultato del referendum presso i lavoratori non del tutto convincente, con un 62% dei dipendenti favorevoli all’intesa.
È a questo punto che Marchionne ha deciso di dare un’accelerazione improvvisa al processo di cambiamento faticosamente portato avanti da governo e sindacati. Lo ha fatto per la Fiat, l’ha fatto per salvaguardare la scelta di Pomigliano, l’ha fatto sparigliando le carte e rilanciando come nessuno si sarebbe aspettato. L’intenzione (mai ancora espressa ufficialmente) è quella di sottrarsi alla regole del contratto nazionale, disdettando l’adesione a Federmeccanica per dare vita a un contratto dell’auto. Una mossa dirompente, capace di generare un terremoto se soltanto tutte le imprese, prima dell’auto e poi degli altri settori, decidessero di seguire l’esempio di Marchionne e mettersi fuori dall’attuale sistema delle relazioni industriali.
I primi a lanciare l’allarme sono stati i sindacati, proprio quelli che finora non si erano negati: Cisl, Uil e Ugl. Che ruolo infatti avrebbero oramai le confederazioni se il sistema dei contratti collettivi nazionali saltasse? Una considerazione che deve aver fatto, dall’altro lato anche Confindustria se, da entrambe le parti, è iniziato un pressing forsennato per ricondurre Marchionne a uno schema più classico. Lo stesso Sacconi, sempre in prima linea sul piano dell’innovazione, non ha condiviso lo spariglio di Marchionne, perché quel passo di troppo ora rischia di far saltare tutto. A partire dall’accordo di Pomigliano, sul quale domani è previsto un altro tavolo, che Bonanni e Angeletti avrebbero fatto saltare aprendo la strada a una nuova stagione conflittuale.
Ma ormai il rilancio c’è, e comunque vada, se anche (come sembrerebbe) Fiat dovesse restare in Federmeccanica, ottenendo garanzie diverse ma ugualmente convincenti per restare a Pomigliano, il re è nudo. La mossa di Marchionne ha in ogni caso messo in evidenza la necessità di cambiare. E velocemente.
Sul punto non si può non notare una certa afasia dell’opposizione, con il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani che sperimenta le virtù contorsionistiche del «ma anche», sostenendo che la Fiat deve garantire tutti gli impianti ma deve anche tener conto del 40% dei lavoratori che ha detto «no» a Pomigliano. Persino un imprenditore come il deputato Matteo Colaninno, preferisce chiamare in causa il governo che «ha la responsabilità di non aver favorito relazioni industriali serene proprio quando dialogare era necessario al cambiamento». Piuttosto che prendersela con il sindacato perché «non è giusto che la responsabilità di quanto avviene ricada tutta su di loro». Intanto mentre il deputato Francesco Boccia prepara un’interrogazione e auspica la buona volontà di tutti «sia Epifani che Marchionne», resta il senatore Tiziano Treu a esprimere un dissenso contenuto: «Bisogna evitare – avverte – che si faccia la newco e si esca dal contratto: Cgil, Fiom ma anche i Cobas, per piacere, un passo indietro».