Relazione S. Pellegrini “La festa non si vende”, Trieste

La festa non si vende
L’iniziativa di oggi è una delle tappe della campagna che la Filcams Nazionale ha lanciato, in tutto il territorio nazionale, per contrastare l’indiscriminata corsa alle aperture domenicali e festive .
Il lavoro domenicale e festivo nel commercio genera una complessità tale di problematiche:

    ·dal punto di vista sociale
    ·dal punto di vista culturale del territorio e della comunità (salvaguardia valori e tradizioni )
    · dal punto di vista delle ripercussioni sulla contrattazione e sul reddito

Continuare a proporlo semplicemente come mera contrapposizione ideologica tra due diverse filosofie di pensiero (pro o contro le aperture indiscriminate ) significa sfuggire al merito della discussione che imporebbe invece una approfondita analisi del tema e significa anche per la politica sfuggire al proprio ruolo.
Una delle prime conseguenze negative della deregolamentazione selvaggia del lavoro domenicale e festivo , è la esasperata richiesta da parte della GDO di flessibilità negli orari e nelle forme contrattuali di lavoro offerto.
Massima flessibilità che scarica sulle donne e sui giovani ( che sono i lavoratori di qs settore) la precarietà, data sia dalla mancanza della sovranità del proprio tempo di vita ma anche dalla quasi assenza di una offerta di un lavoro che crei indipendenza economica e che dia una prospettiva di futuro ai giovani
(…..)
C’è la necessità di mettere a confronto le idee e mi rivolgo alla politica, alla buona politica , aprire un confronto onesto , trovare soluzioni che devono fare la giusta sintesi tra bisogni , tra gdo, consumatori ma non ultimi i lavoratori .
La crisi oggi imporrebbe la messa in discussione di questo modello di sviluppo commerciale e di questo modello di consumo , imporrebbe una ampia e doverosa riflessione su quale è il modello sociale che si vuole perseguire.
Tutto questo oggi sta purtroppo fuori dal confronto.
.Apprendiamo dai giornali che la legge sul commercio s’ha da rifare , leggiamo sempre sui giornali che l’assessore Brandi dichiara che la legge è quasi pronta, ma confronto non c’è stato almeno non con noi , eppure la norma regionale tra i principi generali prevede passaggi concertativi con tutte le parti interessate, come metodo di relazione e collaborazione.
Ultimamente da più parti ci chiedono – perché nel contrastare il lavoro domenicale insistiamo su temi quali modello culturale, sociale, consumo sostenibile, politiche di settore, ecc. ecc..
Definiscono la presa di posizione del sindacato – accanimento terapeutico – e ci suggeriscono invece , come ne avessimo bisogno , di limitarci a svolgere il nostro ruolo negoziale contrattando con le controparti datoriali le condizioni del lavoro domenicale e festivo .
Per questa domanda ci sono almeno due risposte la prima è questa :
Lo sviluppo sociale e dei consumi , lo sviluppo futuro di questo settore , sono strettamente connessi con le condizioni di lavoro e di vita delle lavoratrici e dei lavoratori coinvolti.
Occuparsi e preoccuparsi della prospettiva di un settore significa salvaguardare l’occupazione e la buona occupazione .
Consumo e modello di società sono le facce della stessa medaglia.
La seconda risposta è questa:
Non si faccia finta di non sapere che le imprese , soprattutto nei momenti di crisi, non sono disponibili a remunerarlo quanto varrebbe il lavoro domenicale e ancor meno se questo diventa ordinario e non più saltuario .
Inoltre il contratto a firma separata del terziario, è la prova di quanto la GDO non gradisca – e oggi non ne faccia neanche più mistero- che si possa mettere mano su materie quali organizzazione del lavoro che significa appunto : orari , turnazioni, riposi e conciliazione dei tempi.
Quindi la Filcams continuerà sicuramente a svolgere la sua azione negoziale nei luoghi di lavoro, ma è altresì fondamentale che questo vada di pari passo con la regolamentazione legislativa del settore, in contrapposizione alla deregolamentazione ponendosi il nobile obiettivo della protezione e della qualità del lavoro dipendente.
Inoltre è ruolo della politica indirizzare il modello di sviluppo sociale non subirlo.
L’argomento domeniche è anche troppo complesso per essere liquidato come una esigenza per far far fronte alla crisi.
Non ci crede nessuno che la crisi dei consumi si risolve aprendo di più , non ci credono neanche quelli che esaltano questa ricetta.
Neppure il principio di libertà di impresa può prescindere dal modello sociale che si vuole sostenere .
Il valore della concorrenza e del libero mercato in un Paese moderno e democratico devono comunque essere sempre mediati con altri valori sociali in cui le persone si riconoscono e che vogliono preservare.
E si pensa veramente, inoltre , che sia possibile proseguire con un modello di consumo che non faccia i conti anche con la sostenibilità dell’ambiente?
Chiediamo che si possa affrontare il grande tema della pianificazione commerciale come ripensamento del riequilibrio del territorio, per evitare le desertificazioni dei centri storici, delle città, cosa che già sta accadendo, prendere in considerazione l’ipotesi di incentivare quelli imprenditori del commercio che approcciano ad un modello distributivo eco-compatibile,un modello distributivo che faccia da deterrente – per esempio – alla produzione smisurata di immondizie, che faccia scelte precise sugli imballaggi, che prediliga produttori locali per accorciare la catena distributiva,.

Pensiamo si debba mettere nell’agenda politica ma anche dell’imprenditoria locale il ripensamento di un modello quello della grande distribuzione . saturo- che oggi a noi pare qualche limite lo stia già dimostrando.
La crisi ha cambiato il modo di consumare ed è molto probabile che superata la crisi si continuerà a consumare in maniera diversa con più oculatezza , sprecando meno .
Ma come può la GDO di fronte alla prima vera crisi che la riguarda cercare ricette che vanno solo verso la richiesta di aperture selvagge?
Non è infrequente sentire direttori di centri commerciali che lasciano intendere la non economicità relativa all’apertura domenicale ma immediatamente dopo affermare di non poterne fare a meno perché “la concorrenza” apre .
Pensate solo cosa significa inoltre in termini di costi e di sperpero energetico tenere sempre aperto …e dove pensate si cerchino di recuperare i costi ? oggi non ci sono che due alternative o i prezzi o il costo del lavoro…. Con tutto ciò che ne consegue ….
E’ vero il consumatore gradisce fare la spesa di domenica ma forse questo piacere lo paga nel conto finale alla cassa .
Eppure, che il consumatore non rinuncerebbe ad andare alla domenica nelle cittadelle del consumo è un dato di fatto.
Ma è chi ci amministra che deve guidare, deve indirizzare e contrastare l’impulso verso il nostro imbarbarimento culturale, che porta le persone a considerare ormai la visita al centro commerciale o la spesa domenicale una consuetudine al pari di una passeggiata in città, una gita al mare, o andare a vedere la partita e fa si che “ il fare acquisti domenicali “ diventi un finto bisogno.
Anche la spinta verso la liberalizzazione con motivazioni legate alla Bolkestein non è convincente.
Le regioni potrebbero ancora intervenire e condizionare la Bolkestein e a maggior titolo le regioni a Statuto Speciale , legiferando per rispondere al meglio al bene del territorio comprese le condizioni di lavoro.
Se analizziamo la situazione delle aperture domenicali nella settore della grande distribuzione negli altri paese europei c’è una forte prevalenza di paesi in cui rimane in vigore l’apertura parziale e controllata, o addirittura (austria) in cui vige il divieto totale.
In tutti i paesi europei la domenica è ancora il giorno del riposo settimanale, è un consolidato costume sociale che vede proprio nella domenica il giorno dedicato alle attività sociali e culturali.
Il lavoro domenicale assunto invece, per alcuni , come una regola indispensabile e necessaria ha fatto si che è venuto meno il concetto di lavoro domenicale legato alla essenzialità del servizio .
E si sta dando sempre maggiori risposte ad una esigenza di consumo piuttosto che ad esigenze legate di servizi di necessità essenziale .
La nostra domanda ormai da tempo è la stessa perché posso acquistare di domenica ma non posso fare un conto corrente, andare in banca, fare un certificato in comune o avere risposte in termini di rete di servizi per la famiglia o per la cura della persona come supporto a chi lavora?
Se si può andare a fare la spesa, o a comprare il vestito nuovo o il televisore , forse è arrivato allora il momento di rivedere l’intera organizzazione del nostro modello sociale , dalla scuola, agli uffici pubblici, banche , medici, ecc. ecc.???
Liberalizziamo tutto.???
Ovviamente è una provocazione perché questo comporterebbe il cambiamento radicale della nostra organizzazione sociale e non credo che troverebbe il consenso tra i più ma allora perché il consumo si e nella sua forma più estrema ?
Ma se si vuole affermare la società dell’iperconsumo chiediamo altresì risposte in termini di servizi efficienti. (una cosa non può escludere l’altra).

Non sottovalutiamo che quando si parla di commercio si parla di lavoratrici donne ….
Non si può far finta di non sapere che i soggetti coinvolti in tutta questa dinamica sono prevalentemente donne e non farsi anche carico di cosa ciò significa .
La loro presenza (la nostra presenza ) nel mercato del lavoro richiede una domanda di conciliazione di vita/lavoro .
Non si può ignorare che le ricadute sulla vita familiare sono ancora più marcate per una donna che lavora anche di domenica, perché ancora oggi è la donna che si fa carico della mancanza di servizi a sostegno della famiglia.
(La condivisione è lontana, la conciliazione un chimera , i servizi insufficienti).
Come mi auguro non possano lasciare nell’indifferenza di chi ci amministra i recenti studi scientifici della Fondazione Europea per il Miglioramento delle Condizioni di vita e lavoro .
Hanno rilevato che coloro che lavorano con frequenza costante di domenica sono maggiormente a rischio rispetto a problemi di salute legati all’ aumento di stress, stato ansioso, affaticamento .
Lo stesso dato è supportato anche dalle indagini sullo stress da lavoro correlato in cui emerge in tutta la sua drammaticità il senso di solitudine che le donne avvertono rispetto alla conciliazione del lavoro con il loro tempo di vita.
Ripercussioni che dovrebbero essere tenute in considerazione per le conseguenze che questo produrrà sulla salute fisica e psicologica presente ma anche futura .
Se si vuole favorire l’occupazione femminile e anche questo è un grande tema ed il commercio è un settore che assorbe molta occupazione femminile non si può prescindere da tutto ciò.
Le donne non possono continuare ad essere i soggetti più deboli ,insieme ai giovani, del mercato del lavoro e molte sono le donne oggi , troppe ,che rinunciano all’occupazione perché non conciliano più lavoro e famiglia soprattutto quando la richiesta di flessibilità e disponibilità è così spinta.
Dal punto di vista dell’offerta lavorativa penso di non offendere nessuno se ribadisco che ormai la qualità del lavoro che viene offerto è precaria anche dal punto di vista della sua sostenibilità reddituale –part time a poche ore ,proprio per garantire la presenza e la flessibilità sette giorni su sette, non possiamo chiamarla certo buona occupazione.
Nella GDO si contano ormai le teste , non le ore di lavoro , più teste a meno ore cadauna per garantire il servizio 7 giorni su 7.
La piccola distribuzione invece con poco personale si trova nella condizione di non riuscire a garantire le aperture anche se lo ritenesse utile.
L’insieme di questi punti motiva il fatto che La Filcams e la Cgil non possono essere favorevoli a questo modello di consumo , alle richieste di una Grande distribuzione che, per cercare di essere convincenti, portano in sé tante giustificazioni dal servizio al consumatore, alla libertà di impresa , alla crisi e ora anche alla Bolkestein .
No , credo che ormai sia chiaro e innegabile che la società dell’iperconsumo rischia di creare forti squilibri se non è governata.
Il consumo è sicuramente una attività economica indispensabile , ha creato occupazione , non va certo demonizzata e noi non la vogliamo demonizzare , ma in nome di un consumo intensivo e libero ,non vanno sostituiti ordini di valori , valori legati anche al territorio..
Un Paese che ritenga indispensabile lavorare il 25 aprile o il 1 maggio o il 26 dicembre piuttosto che Pasqua è un paese e una politica che sta perdendo di vista il valore della persona , ma anche della sua storia e questo non è degno di un paese civile.
In questa regione purtroppo si è riaperto il dibattito sulle aperture domenicali ,
E’ una storia infinita .
L’impostazione di questa legge aveva ribaltato il concetto della Bertossi che avevamo fortemente contestato .
Si è ripristinato oggi il concetto che le attività commerciali osservano la chiusura obbligatoria domenicale e festiva .
Fatte salve alcune deroghe.
La mediazione raggiunta nel 2007 era stata apprezzata anche dalla parte sindacale pur ritenendo che ci fossero ancora necessarie delle modifiche volte a prevedere chiusure obbligatorie nelle festività civili e religiose anche nei centri storici e nelle città turistiche ,
Perché , mi ripeto, nessuno dovrebbe pensare che importanti festività possano diventare solo occasioni consumistiche trasformando, valori, tradizioni, consuetudini in consumi., non possiamo accettare di farci divorare dal consumo.
Chiediamo modifiche che risolvano definitivamente il contenzioso con l’Outlet di Palmanova.
Bisogna attribuire poteri sanzionatori alla Regione qualora il Comune non intervenga nell’esercizio del proprio ruolo come invece è già previsto dalla legge.
E perché no introdurre anche garanzie per i lavoratori rispetto alle turnazioni, il rispetto del riposo settimanale , oltre alla introduzione di clausole sociali che devono imporre criteri per le assunzioni nei nuovi insediamenti commerciali.Tanto più oggi in piena crisi .
Criteri di salvaguardia della occupazione locale, con particolare riguardo alla crisi occupazionale e che preveda una quota di selezione del personale da assumere , nei nuovi insediamenti, recuperandolo dalle liste di disoccupazione e mobilità.( fare es. Bennet – Sacile )
Invece preoccupante è la discussione che si è riaperta tra le varie forze politiche regionali che lascia supporre che in modo bipartisan, trasversalmente, riaffiora l’antico mito delle aperture libere.
A fare nuovamente da apripista oggi è Trieste ma con motivazioni molto deboli in realtà, strumentali ma deboli.
Trieste ha un centro storico in cui la maggior parte dei negozianti, anche se la norma regionale lo permetterebbe , già non aprono .
Se si arriva di domenica in questa meravigliosa città si rischia di non trovare un ristorante aperto e servizi a disposizione del turista .
Le aperture dei centri commerciali sono un falso problema .
Certo la richiesta della gdo è sicuramente forte ma vorremmo che questo dibattito che riguarda imprese , consumatori ma anche lavoratori fosse un argomento trattato con sensibilità , serietà e rigore proprio per le grandi e gravi ripercussioni che ha e che ho cercato di esporre.
Non si può ridurre tutto ( come ho detto in premessa) ad una semplificazione del tema solo forse per dare risposte a qualche “lobby” locale, per non dispiacere qualcuno o per presa di posizione ideologica .
Il tema è serio e va affrontato seriamente.
Bisogna condividere una norma regionale virtuosa e frutto del risultato di una buona politica e di una buona prassi (che preveda il confronto ) .
La liberalizzazione estrema ci ha già dimostrato qui in regione che non è la strada percorribile, è comoda perché fa da scaricabarile ma non è questo che gli operatori di questo settore chiedono alla politica
Servono regole, governo, per evitare anche il cannibalismo, i dati hanno dimostrato le contraddizioni che si sono venute a creare nel settore tra piccola e grande distribuzione .
La precedente deregolamentazione non ha prodotto incrementi occupazionali ma travasi dalla piccola alla grande distribuzione e spesso con peggioramento delle condizioni lavorative.
I dati in Regione sono stati eloquenti – non sono le aperture totali che hanno favorito l’occupazione né le chiusure parziali che hanno costretto licenziamenti,.
Chi dichiara in maniera strumentale- e lo sta facendo anche in questi giorni con raccolta firme ed esposizione di cartelli con scritto “ più aperture domenicali per salvare l’occupazione “ (centro Torri ) – deve ancora dimostrare al sindacato la veridicità di quello che sostiene – abbiamo chiesto incontri e chiesto i dati precisi rispetto ai presunti licenziamenti dati dalle chiusure domenicali ma non ci sono mai stati forniti perché non ci s o n o dati a sostegno di ciò.
Ormai per alcuni è un puntiglio ideologico per altri forse invece è il rappresentare gli interessi di pochi e questo però con il ruolo di una buona amministrazione pubblica non ha nulla a che fare .
Concludo
Ribadendo che il lavoro domenicale che da eccezionale diventa regola noi lo respingiamo insieme alle lavoratrici e lavoratori che rappresentiamo.
Il valore del lavoratore in quanto persona con le sue esigenze sul piano umano, sociale, del rapporto con le persone intese come momento di aggregazione della famiglia e non solo va salvaguardato .
Questo è un dibattito aperto su tutto il territorio nazionale ma chiediamo alla nostra Regione che sappia delineare piuttosto che uno scenario di selvaggia e generalizzata flessibilità , un futuro dove coesistano differenti interessi e differenti istanze orientando il consumo verso un modello sostenibile per il territorio e sostenibile anche per le lavoratrici e i lavoratori come è ben definito - è ancora nei principi generali designati dalla normativa regionale attualmente in vigore.
Lascio ora la parola a Billa che ci esporrà i risultati dell’indagine realizzata dalle associazioni dei consumatori con il sostegno della regione e che rendono evidenti elementi che sfatano anche le argomentazioni di chi sostiene la totale deregolamentazione per favorire il consumatore.

Trieste, 22 marzo 2011