Relazione P. Ruffolo – Conferenza di Organizzazione – Orvieto 16-17 Maggio 1994

Relazione di Pietro RUFFOLO

Introduzione

La Conferenza d’organizzazione è per definizione il momento nel quale si pone e si affronta il problema dell’adeguamento del modello organizzativo e delle strutture. Ma essa non può essere qualcosa di avulso dal contesto nel quale si svolge e dove ricercare il punto di raccordo con quello che accade nel Paese.

La premessa è la seguente: la nostra Conferenza di organizzazione non può fare a meno di entrare in stretta relazione al momento che viviamo caratterizzato come è da un rivolgimento profondo mai avvenuto negli ultimi decenni di vita democratica.

Rivolgimenti, trasformazioni che investono essenzialmente il sistema politico, quello istituzionale e sociale ma che inevitabilmente finiscono per incidere nelle nostre scelte, nella nostra vita e nella determinazione dell’identità programmatica che a Rimini abbiamo assunto.

Voglio dire che le trasformazioni in atto nel Paese ci consegnano una situazione radicalmente nuova che a Rimini non avevamo delineato con questi parametri e questi riferimenti. Attenzione però a non cadere tutti noi in un errore quello cioè di immaginare che il dibattito di questi due giorni sia un dibattito precongressuale mirato solo ad affrontare la dimensione politica che impedisca invece di operare le scelte e le correzioni organizzative necessarie.

Il Comitato Direttivo della CGIL nazionale ha già deciso di avviare il percorso congressuale delineando tappe e scadenze che la nostra categoria al momento debito sarà chiamata ad affrontare, ma oggi non dobbiamo perdere di vista l’occasione che questa Conferenza di organizzazione rappresenta e cioè quella di riformare il nostro modello organizzativo.

Va dunque ricercato un punto d’equilibrio nella nostra discussione per impedire di far prevalere unicamente la dimensione politica e contemporaneamente evitando di pensare che le questioni organizzative le risolviamo ripiegati solo su noi stessi correggendo qua e là, mentre il mondo va da un’altra parte, immaginando cioè una specie di autosufficienza sindacale, come se quello che avviene nelle sfere già descritte non ci riguardasse.

Ecco dunque che l’asse politico della nostra Conferenza non può che essere quello di leggere il rapporto intercorrente tra le trasformazioni in atto, istituzionali, sociali, economiche e culturali da un lato e i problemi che esso pone ad un sindacato del progetto, del programma e della solidarietà come a Rimini lo abbiamo definito.

Da questo punto di vista io credo che sia corretto immaginare che una riflessione ed una riforma del nostro modo di essere Organizzazione debba prevalentemente tenere conto di due grandi questioni: la prima riguarda i processi in atto sul terreno della riforma istituzionale del Paese; la seconda attiene all’assetto della contrattazione e alla realizzazione di quel processo di riforma delle sedi, dei poteri, degli spazi della contrattazione sancito dall’accordo del 23 luglio.

Se vogliamo favorire realmente una riforma organizzativa non possiamo prescindere dall’insieme di queste due questioni anche perchè per un sindacato dei diritti, la

promozione e la difesa degli stessi passa in maniera rilevante attraverso una riforma istituzionale che faccia del rapporto partecipazione-democrazia-controllo il cardine dei suoi esiti e contemporaneamente non può prescindere dagli assetti e dalle scelte contrattuali.

LA QUESTIONE ISTITUZIONALE

La questione istituzionale è naturalmente legata anche all’analisi della fase politica che viviamo.

Non intendo ripercorrere le linee del dibattito già svoltosi nella CGIL sulla scorta della relazione del compagno Trentin al Direttivo Confederale del 7 aprile scorso, mi interessa sostenere l’importanza di saper, da parte del sindacato, giocare d’anticipo proprio su questo terreno.

La scelta di chiuderci in difesa, lasciando alla destra l’amministrazione delle sue contraddizioni e permettendole di riprodurre in campo sociale la divisione del Paese che si è già manifestata in campo politico è sbagliata.

Occorre invece misurarci con il programma di governo e con le scelte non facili che questo governo dovrà compiere per conciliare posizioni in molti casi radicalmente contrastanti.

Certo: per rispondere colpo su colpo agli attacchi che stanno per essere portati alle conquiste del sindacato e dei lavoratori, ma anche per proporre politiche e soluzioni alternative.

Conflitto, capacità progettuale e cultura della mediazione: si tratta di elementi tra loro in stretta relazione che non possono essere scissi altrimenti rischieremo di autoconfinarci dentro un radicalismo conflittuale fine a se stesso e senza sbocchi.

Dunque proprio sul terreno delle riforme istituzionali e del federalismo il sindacato deve dire la sua e scendere in campo. Non possiamo aspettare che le contraddizioni tra le elucubrazioni confederative dell’ultraottantenne sen. Miglio e le spinte revansciste e annessionistiche del fascista Mirko Tremaglia si risolvano come d’incanto.

Dobbiamo dire e spiegare al Paese qual’è il nostro progetto, e come intendiamo interpretare il concetto di federalismo che può avere vari significati e diversi contenuti.

A me sembra importante punto di partenza la discussione che si è svolta nel Direttivo CGIL Nazionale. Sia la relazione di Trentin che il documento conclusivo del C.D. CGIL hanno fatto utile ricorso al concetto di federalismo, specificando che si intende con ciò esprimere la necessità di perseguire un progetto di revisione istituzionale, secondo le indicazioni fornite dalla commissione bicamerale, che ampli i poteri delle regioni e il sistema delle autonomie in una prospettiva in cui il federalismo si affermi come percorso che unifichi le diversità anzichè esaltare i particolarismi.

Bisogna guardare con attenzione altresì a quanto di interessante viene elaborato in materia nello scenario più generale. A differenza di quello estremizzante, strumentale e dannoso proposto dalla Lega quello della Fondazione Agnelli ad esempio appare un progetto federale dettato da criteri ed elementi più equilibrati e razionali. Dividendo l’Italia in dodici regioni la proposta punta da un lato a favorire l’autosufficienza finanziaria basata sull’autonomia impositiva e dall’altro a garantire i rispetto degli equilibri tra Stato, Regioni ed Autonomie locali: non si sottrae allo Stato il potere di imporre e riscuotere tributi e lo si distribuisce tra il Parlamento, le Regioni e i Comuni. Il punto è dunque, non rimanere neutri nè tantomeno passivi di fronte ai processi di riforma istituzionale per condizionarli e su di essi incidere in modo propositivo.

Dobbiamo però per parte nostra essere coerenti con le decisioni assunte dalla Conferenza di organizzazione della CGIL e percorrere con determinazione la strada del decentramento. Avviare cioè quel processo di redistribuzione dei poteri e il loro trasferimento dal centro verso i livelli decentrati dell’organizzazione. Una scelta del genere però non deve essere, nella nostra impostazione, figlia di una cultura della separazione.

Il modello organizzativo indicato dalla CGIL nella Conferenza di organizzazione del novembre scorso che assume il forte ruolo dei regionali confederali non può contraddire quell’identità solidaristica che contrassegna la natura essenziale di un sindacato dei diritti. E’ necessario che viva nelle nuove condizioni che si sono create nel Paese un’idea rinnovata di solidarietà e confederalità.

Le scelte di natura organizzativa non devono muoversi dentro una logica di contrapposizione e di separazione perchè il valore fondante dell’unità della CGIL rimane appunto quello della solidarietà e del suo ruolo di promozione di valori e di scelte generali.

Per questo riproponiamo l’idea, il concetto-guida della dialettica degli interessi capace di far vivere una più netta e trasparente dialettica che le strutture, diverse nella loro rappresentanza esprimono e, insieme, la possibilità di comporre questa dialettica nel nome delle priorità, dell’identità programmatica e dei valori che condividiamo e liberamente assumiamo.

L’idea della dialettica degli interessi è quanto mai oggi più che attuale, perchè il governo di destra non colpirà inizialmente in modo frontale il sindacato ma metterà a dura prova la tenuta del collante solidaristico e la stessa dimensione confederale. Il rischio è cioè che si ceda terreno alle spinte corporative che sempre accompagnano queste difficili fasi di transizione.

L’ASSETTO CONTRATTUALE

L’accordo del 23 luglio ha definito un assetto più stabile ed esigibile dei livelli contrattuali e del sistema di relazioni, in particolare salvaguardando e accrescendo i due livelli di contrattazione. In questo quadro noi rilanciamo l’idea del contratto unico.

La riforma cioè del CCNL che attraverso il suo rafforzamento, diventa il contratto dei diritti e delle tutele di tutti i lavoratori del terziario. Questa nostra impostazione esce confermata dall’impianto del 23 luglio che delinea il CCNL come contratto quadro di riferimento per i lavoratori di uno stesso settore, ma incontra difficoltà nella sua realizzazione pratica per tre ordini di motivi indipendenti dalla nostra volontà. Il primo è che la Confcommercio ha subito il Protocollo del 23 luglio e non essendo stata protagonista ha raccolto solo le briciole di un negoziato svolto da altri. Questo in parte per motivi oggettivi quali il ruolo sempre più totalizzante della Confindustria ma soprattutto perchè la Confcommercio interpreta le relazioni sindacali e i vincoli che ne conseguono solo come possibilità di interdizione e imbrigliamento del ruolo del sindacato guardando quindi con sospetto ogni forma di evoluzione in positivo del modello di relazioni.

Il secondo è che la forte dialettica in essere nel mondo padronale del terziario, in nome dell’autonomia delle Federazioni categoriali ha impedito che con gli attuali rinnovi si avviasse una graduale fase di omogeneizzazione (anche nei tempi) della parti normative e dei diritti collettivi dei due principali CCNL.

Il terzo motivo è che nel sistema Confcommercio ci sono oltre ai noti problemi di tenuta del ruolo di rappresentanza e rappresentatività storica che la stessa Confcommercio per decenni ha svolto, anche momenti di tensione nel rapporto tra Confederazione e grande impresa.

La volontà della Confcommercio di caratterizzarsi sempre più come rappresentante del lavoro autonomo (volontà rafforzata dall’esito elettorale) fa crescere l’insofferenza della Grande Distribuzione ed aumenta le spinte centrifughe. Il divario tra Confcommercio e Grande Distribuzione si allarga al punto tale da sfociare in aperto conflitto come nel caso del decreto Cassese sulla liberalizzazione e soprattutto nella vicenda degli orari commerciali domenicali.

Noi guardiamo con preoccupazione allo svolgersi di questa dialettica in atto, perchè se si arrivasse ad una fuoriuscita del sistema della grande impresa dalla Confcommercio, il nostro impianto strategico del contratto unico sarebbe fortemente messo in discussione. Ecco perchè noi riteniamo indispensabile seguire ed analizzare le tendenze in atto per sapere adeguare in tempo la nostra riflessione per la definizione opportuna delle politiche rivendicative.

La fase successiva di questa riflessione la collocheremo al congresso fra qualche mese quando saremo in grado di comprendere ed analizzare meglio le dinamiche evolutive in corso.

L’intesa del 23 luglio col Governo Ciampi e col padronato ha dato peso e certezze alla contrattazione di secondo livello, configurandone il ruolo, le materie e le sue scadenze temporali.

Noi, nel presentare le piattaforme dei due rinnovi del turismo e terziario abbiamo assecondato e rafforzato questo impianto consegnando al secondo livello tutta la quota di produttività di settore prevista dall’intesa.

Continuiamo ad essere infatti convinti che solo la piena realizzazione ed estensione della contrattazione aziendale e territoriale possono interpretare meglio le esigenze, le aspettative e i bisogni dei lavoratori in un determinato contesto socio-territoriale.

In particolare la nostra idea è che lo sviluppo della contrattazione territoriale sia anche un efficace antidoto alle antistoriche e confuse riproposizioni delle gabbie salariali. Intendiamo perseguire con coerenza questo obiettivo e però dobbiamo parlarci chiaro e senza infingimenti: non si può puntare al rafforzamento del secondo livello e nello stesso tempo stracaricare di proposte economiche e normative il contratto nazionale. Il caso della piattaforma per il rinnovo del terziario è significativo in questo senso: il dibattito pur essendo qualitativamente molto elevato, partecipato e intenso alla fine ha prodotto una piattaforma pesante che sarà molto difficile, dobbiamo tutti esserne consapevoli, gestire.

Se tutti vogliamo concorrere alla piena realizzazione del secondo livello allora dobbiamo sapere che il CCNL non potrà più essere la sommatoria indiscriminata delle richieste provenienti dalla varie istanze della nostra organizzazione ma diventare uno strumento-quadro agile capace di fornire oltre a tutele e diritti collettivi, griglie e strumenti di intervento per la contrattazione decentrata.

Seguendo le due coordinate sopra descritte, livello istituzionale e assetto contrattuale entriamo ora nel vivo delle nostre problematiche organizzative.

COSTRUIRE LA FEDERAZIONE DEL TERZIARIO

Il congresso di Rimini prima e la recente Conferenza di organizzazione poi hanno ribadito l’obiettivo della realizzazione della Federazione del terziario.

Il nostro approccio a tale obiettivo è consapevolmente realistico. L’idea va tramutata concretamente in progetto, altrimenti rimarrà come una solitaria bandiera che garrisce al vento. Voglio dire che o essa diventa terreno di un confronto tra noi, la Confederazione e le categorie interessate che fornisca gli orientamenti e gli strumenti per realizzarla in concreto oppure questa idea finirà per prendere la strada del dimenticatoio.

Il nostro progetto fino ad oggi non siamo riusciti a metterlo a confronto con la Confederazione, nonostante lo si abbia sollecitato ripetutamente. Per ulteriore chiarezza è bene ripercorrere le sue linee.

Esso parte dalla necessità di trasformare la FILCAMS, impegnata oggi prioritariamente sul piano dei contenuti e dei modelli organizzativi sui settori del commercio, del turismo e dei servizi in Federazione del terziario che assuma il ruolo di piena rappresentanza di tutti i lavoratori del terziario privato.

Non è nostra intenzione favorire scelte annessionistiche di settori rappresentanti da altre categorie nè tantomeno di realizzare una matematica sommatoria dei nostri con altri settori contigui o affini: la Federazione del terziario si costruisce attraverso un processo che parte appunto da un confronto politico-organizzativo al nostro interno e con la Confederazione. Diventiamo Federazione del terziario solo se ci insediamo veramente in tutto il terziario, in tutti quei settori che oggi solo formalmente diciamo di rappresentare senza averne la reale rappresentanza e rappresentatività come ad esempio dimostra il caso della consultazione per la piattaforma del terziario, che ha coinvolto solo una parte minimale dei lavoratori della galassia commercio e cioè circa 80.000.

Noi siamo già nel terziario, ora però dobbiamo divenire sindacato del terziario, rappresentando e tutelando i cinque milioni di lavoratori che vi operano. Tutto questo basta a far capire agli altri sindacati di categoria operanti nel terziario, preoccupati del progetto costitutivo della Federazione, che le nostre intenzioni sono pacifiche e non colonialiste. Vogliamo solo mettere a confronto le nostre idee con le loro per trovare soluzioni adeguate.

Il nostro non è un disegno di ingegneria organizzativa fine a se stessa bensì un processo di insediamento e reinsediamento in tutte le realtà del variegato mondo del terziario. Il nostro modello politico-organizzativo va adeguato proprio perchè nel commercio è costruito prevalentemente in funzione della Grande Distribuzione e nel turismo sulle grandi catene alberghiere. Ma anche nella Grande Distribuzione siamo presenti solo in una parte significativa della stessa. Alcune tipologie, come i centri commerciali, intere catene italiane ed estere con grandi dimensioni di fatturato sfuggono al nostro controllo e alla nostra attività. Spesso in queste realtà la flessibilità (alla quale corrisponde una disponibilità dei lavoratori), fuori dal governo sindacale incide fortemente sulla organizzazione del lavoro e sulla distribuzione degli orari di lavoro. Anche nella Grande Distribuzione dobbiamo quindi superare il nostro insediamento tradizionale ed ampliarlo in funzione di politiche organizzative e contrattuali che offrano alla nostra categoria le chances per entrare in territori sindacalmente inesplorati. Negli altri settori abbiamo presidi di rappresentanza talvolta anche consistenti ma non una presenza pervasiva nè tantomeno una piena rappresentanza.

Si tratta dunque di ritarare in questa direzione le politiche organizzative in stretto intreccio con le politiche e gli sbocchi contrattuali. Noi pensiamo allora che il criterio guida per il ripensamento del modello organizzativo in grado di rispondere alle esigenze sopra richiamate è quello di un’organizzazione concepita come processo e come coordinamento di azioni organizzative.

Questo significa determinare una flessibilizzazione delle strutture ed un deciso potenziamento del decentramento che consenta all’organizzazione di aderire pienamente a tutte le pieghe del mondo del lavoro che vogliamo rappresentare. Intendiamoci bene però: flessibilizzazione non significa logica della precarizzazione quanto l’affermazione della cultura del progetto. I punti decisivi di questo rimodellamento sono: il luogo di lavoro, il territorio e il centro nazionale.

Il nuovo modello organizzativo si plasma nei settori e nelle realtà dove dobbiamo insediarci stabilmente e per far questo abbiamo bisogno di individuare e sperimentare nuove ed eterogenee forme organizzative. Il centro nazionale dovrà essere il motore di tale processo, contribuendo ad organizzare il nuovo, favorendo e sollecitando tutte le opportunità progettuali che permettano di disincagliarci da una logica contrattuale ed una taratura organizzativa che ruota prevalentemente sulla grande impresa, per trasformarci in sindacato che si posiziona anche sulla micro impresa, sull’impresa diffusa e comunque in ogni segmento del terziario.

Dunque indipendentemente dal nome nuovo che metteremo alla nostra Federazione, il nostro obiettivo è quello di diventare sindacato capace di raggiungere un nuovo livello di rappresentanza e rappresentatività nel complesso mondo del terziario. Dovremo dunque immaginare soluzioni organizzative eterogenee e moduli flessibili proprio per mettere in campo la nostra capacità di aggregazione. Dall’istituzione di coordinamenti nazionali e territoriali per i lavoratori dell’impresa diffusa e delle specificità come studi professionali e terziario avanzato, all’individuazione di progetti finalizzati per l’insediamento e la sindacalizzazione in quei settori e in quelle aree dove siamo scarsamente presenti, dal potenziamento delle strutture e delle attività di servizio, dalla qualificazione del ruolo e della funzione dell’Ente Bilaterale come presidio per la tutela dei diritti e l’erogazione di servizi nel territorio, alla formazione di istanze associative ed organizzative caratterizzate da ampia autonomia come per i quadri e le alte professionalità, dall’affiliazione alla definizione di patti di collaborazione con associazioni ed ordini professionali, alla sperimentazione di attività di volontariato: queste ed altre debbono essere le scelte guida che concorrono a comporre il disegno organizzativo di quel rimodellamento basato sul progetto e sulla flessibilizzazione.

Ecco qual’è la nostra idea di Federazione del terziario: un sindacato che non cambia sigla, solo per il gusto di farlo, ma che mette in discussione se stesso e il proprio modello politico-organizzativo per affrontare una sfida più alta. In questo contesto deve naturalmente trovare soluzione il problema relativo ai settori affini, in mezzadria e in alcuni casi che ci sono stati sottratti da altre categorie quali area socio-assistenziale, pubblicità, informatica, terziario avanzato, alcune realtà del pulimento, ristorazione ferroviaria, ecc.

La Conferenza di organizzazione CGIL ha ribadito la necessità di sciogliere questi nodi ma ad oggi non si è fatto nessun passo in avanti, mentre nel frattempo incombono scadenze contrattuali. Da questa assise faremo partire nuovamente la nostra sollecitazione al confronto.

ASSETTI DELLE STRUTTURE

Se l’ampliamento della capacità di insediamento attraverso la progettualità diffusa e la flessibilizzazione è il cuore del nostro progetto allora la FILCAMS ai suoi vari livelli deve essere rimodellata in funzione di tale scopo.

CENTRO NAZIONALE

Come già detto la riforma degli assetti definita con l’intesa di luglio, non può non orientare le scelte organizzative.

Con l’accordo di luglio abbiamo salvaguardato le prerogative e le funzioni dei due livelli, quella aziendale-territoriale e quella nazionale. Ma non c’è dubbio che per come è impostato, per la cadenza che assume la contrattazione dei livelli retributivi, il punto di direzione nazionale della categoria assume compiti e responsabilità rilevanti. Ne va difesa l’autonomia e rafforzato il ruolo anche in vista dello sviluppo dell’integrazione europea.

Noi pensiamo che la qualificazione dell’autonomia passa anche attraverso una razionalizzazione dei compiti e delle funzioni della Federazione nazionale. Il nostro punto di partenza è che la Segreteria deve avere maggiori compiti di direzione e di elaborazione orizzontale, affidando al funzionariato politico la dimensione verticale-settoriale. A tale proposito abbiamo per tempo ridefinito la suddivisione funzionale degli incarichi e delle competenze di tutto il centro nazionale in modo tale che le due dimensioni quella orizzontale e verticale fossero adeguatamente distribuite. Oltre a razionalizzare gli incarichi, abbiamo favorito un più generale processo di ricambio e ridotto il numero dei componenti la Segreteria nazionale.

Anche se la macchina non è ancora a pieno regime, i primi risultati stanno arrivando ed è quindi ovvio che faremo una analisi ulteriore ed appropriata del suo funzionamento al prossimo congresso. Nella ridefinizione organizzativa dunque, il nazionale deve assumere la funzione di centro regolatore cui spetta il compito di orientare, coordinare e determinare la politica di reinsediamento sociale della FILCAMS naturalmente in stretto raccordo con le strutture territoriali FILCAMS e Confederali. In questo senso il centro nazionale deve poter contare sulla certezza delle risorse e indirizzare la politica dei quadri; argomenti questi che affronterò più avanti.

REGIONALI

La FILCAMS non può rinunciare ai regionali e per questo sosteniamo la necessità di ricercare soluzioni organizzative non univoche ma flessibili.

Va rifiutato il concetto dei modelli meccanicamente imposti a realtà regionali tra loro differenti. Il regionale allora deve essere riorganizzato senza superarne il relativo livello congressuale. Dunque strutture snelle e leggere negli apparati, titolari della contrattazione regionale, davvero in grado di coordinare, dirigere ed elaborare le politiche su tutto il territorio regionale con specifico riferimento al turismo, alle politiche e agli orari commerciali, al mercato del lavoro, alla formazione dei quadri, al sistema degli appalti, alla tutela dei consumatori e al coordinamento organizzativo.

Non serve dunque indicare una modellistica dei compiti dei regionali, è necessario invece che tutti gli spazi e le competenze a loro disposizione siano adeguatamente gestiti.

Quando parliamo di modello flessibile intendiamo specificare che le scelte organizzative relative all’assetto dei regionali debbono essere sostanzialmente ispirate da tre criteri: il primo è quello della conferma delle FILCAMS regionali come strutture ed istanze congressuali per le situazioni di effettiva funzione contrattuale e vertenziale; il secondo può essere quello della ricerca di momenti di intreccio e di raccordi organici del regionale (che rimane istanza congressuale) con il comprensorio più significativo dal punto di vista della consistenza politico-organizzativa. Terzo invece è quello della costituzione di coordinamenti che naturalmente non siano istanze congressuali nelle regioni dove essi non esistono. I tre modelli non sono tra loro alternativi e possono coesistere in funzione appunto del modello flessibile già indicato.

AREE METROPOLITANE

Allo stesso modo va risolto il problema inerente ai rapporti tra regionali e aree metropolitane.

Bloccato al momento il processo istituzionale, saltati i tempi di attuazione della Legge 162 a suo tempo sanciti, il rischio della sovrapposizione di funzioni e dei poteri relativi alla direzione esiste. Come abbiamo già detto in altre occasioni, è difficile pensare ad un modello unico in grado di risolvere tale questione perchè differenziate sono le realtà e quindi le risposte possibili.

Strutture uniche di direzione, con compiti differenziati oppure affiancamento nel lavoro delle due segreterie e sinergie operative o ancora presenza intrecciata tra segreteria dell’area metropolitana e segreteria regionale: sono di volta in volta i modelli che vanno attuati, in raccordo, circa le scelte più idonee da assumere, tra i due livelli di direzione e la FILCAMS nazionale. Nelle aree metropolitane va comunque rafforzato e valorizzato il livello sub metropolitano che si può realizzare attraverso suddivisione territoriale o settoriale.

I COMPRENSORI

E’ il punto di forza del progetto organizzativo.

Il luogo cioè dove si dispiega pienamente la capacità di realizzare quel processo di insediamento e reinsediamento che è il fulcro della nostra proposta. I comprensori sono la spina dorsale della Federazione ed è lì che si esprime la promozione di vertenzialità settoriale, la capacità di fornire assistenza e servizi che la categoria deve assumere nel territorio.

Il centro nazionale sosterrà politicamente, organizzativamente ed economicamente il loro rafforzamento che deve essere sempre legato alla capacità di mettere in campo progettualità diffusa. Utile ricordare infine, come deciso dalla Conferenza di organizzazione CGIL che la stessa articolazione della nostra categoria nel territorio potrà non coincidere con le strutture confederali e ciò per favorire una maggiore adesione dell’intervento della categoria nella realtà sociale, produttiva o di servizio.

RAPPRESENTANZE SINDACALI UNITARIE

L’intesa unitaria di categoria sancita dai direttivi del 17 dicembre con al centro l’elezione del 100% della rappresentanze era giusta nella sua impostazione originaria ma non ha trovato riscontro e fondamento nella sua realizzazione concreta. Forse perchè non avevamo preso coscienza che un processo di generale convinzione sulla scelta del 100% anche al nostro interno non era maturato ma poi soprattutto perchè i veti della Fisascat ne hanno impedito la sua attuazione.

Infatti con una brusca caduta di autonomia, la Fisascat completamente appiattita alle posizioni della Confederazione ha sabotato l’accordo che precedentemente aveva liberamente sottoscritto. Le tre Confederazioni hanno voluto poi offrire una sponda per ricomporre questo dissidio invitandoci a ripristinare il terzo a favore delle OO.SS. riconosciute firmatarie di contratto ma, ironia della sorte, riproponendo la soluzione da noi adottata e decisa.

Il testo di una lettera inviataci dalle tre Segreterie confederali recita infatti così: laddove i seggi da ripartire nell’ambito del terzo riservato siano inferiori a tre è necessario privilegiare l’ipotesi di assegnazione dei seggi che garantisca la presenza nella R.S.U. a tutte le organizzazioni, a condizione che ciascuna delle stesse abbia riportato un numero minimo di voti pari almeno alla metà del quorum elettorale complessivo.

Come si vede, si nega il principio affermato dalla nostra intesa di categoria anche se poi vengono utilizzate le sue soluzioni. Bizzarria del destino sul quale sarà opportuno in seguito riflettere. Noi siamo convinti che il futuro quadro politico non riserverà soluzioni legislative favorevoli alla conservazione di rendite di posizione alle tre Confederazioni, ecco perchè rimaniamo convinti che la scelta di mettere in palio il 100%, anche se rischiosa ci sembrava giusta e anticipatrice.

Rivendicare con orgoglio l’originalità della scelta adesso non serve. Bisogna agire. E’ finito il tempo della riflessione, è giunto il tempo dell’agire. Dopo la lettera delle Confederazioni abbiamo modificato il testo della nostra prima intesa e deciso di avviare a tappeto in tutta Italia le elezioni delle R.S.U. a partire comunque dal 1 giugno e per tutto il mese di giugno.

In questi giorni stiamo svolgendo il negoziato con la Confcommercio, la nostra sensazione è che si voglia tirare per le lunghe ed ecco perchè indipendentemente dalla conclusione del negoziato riteniamo che si debba dare inizio alle elezioni stabilendo una data ed un periodo preciso. Non ci sono alibi nè deroghe possibili. La scelta è immodificabile e come tale va solo realizzata. La parola ora spetta ai lavoratori. A loro è assegnata la verifica della nostra rappresentatività nel settore.

COMITATI DEGLI ISCRITTI

L’esperienza fin qui dimostra come nei nostri settori sia irrilevante il numero dei comitati degli iscritti.

Non intendiamo riaprire nessuna polemica circa l’opportunità di tale decisione e offriamo invece una proposta che ci permetta anche in questo caso di entrare nella fase operativa. La nostra idea è che congiuntamente alla campagna per l’elezione delle R.S.U., si costituiscano comitati degli iscritti in tutti i posti di lavoro di ogni settore merceologico da 30 dipendenti in su. Proviamo in questo modo ad uscire da una situazione di stasi per poi fare una verifica successiva. Nel frattempo vanno valorizzate le esperienze fin qui realizzate a livello di comitati degli iscritti in specifici settori che si sono concretizzati in alcune regioni d’Italia.

COORDINAMENTI NAZIONALI

Va confermato il loro ruolo di mero coordinamento di indirizzo politico nella gestione delle vertenze di gruppo.

Uno dei limiti registrati fino ad ora è la loro variabilità è indispensabile quindi che vengano dettate regole sulla loro composizione che ne garantiscano la stabilità e soprattutto la rappresentatività.

UFFICI VERTENZE

Riflessione a parte merita il capitolo delle nostre strutture vertenziali. In questi anni abbiamo scoperto l’importanza che i servizi ricoprono per la tutela dei diritti collettivi ed individuali di migliaia di lavoratori anzi, per meglio dire la Conferenza di organizzazione CGIL li ha assunti come scelta strategica.

Lo abbiamo fatto senza confondere lo nostre origini costitutive evitando conflitti ideologici tra sindacato-istituzione o sindacato-movimento. Se questo scoglio lo abbiamo superato occorre a maggior ragione pensare ai servizi come tali e quindi soggetti anche ad una gestione efficace ed efficiente, non solo per migliorare la qualità da offrire ai lavoratori ma anche per riconoscere la piena dignità politica nel diritto di cittadinanza in CGIL.

Su questo terreno la FILCAMS si trova ad un livello avanzato. I nostri lavoratori richiedono molta attività di servizio perchè operano spesso in quei settori dove vengono maggiormente calpestati contratti e legislazione vigente. I nostri uffici vertenze ne sono una prova tangibile dalla ricerca organizzativa nazionale del ’92 risulta che abbiamo recuperato in un anno più di 17 miliardi a favore dei lavoratori dei nostri settori.

Pensiamo quindi di procedere, con una politica di intervento, che si basi su tre aspetti fondamentali:

1. allargare nei territori la gestione diretta del servizio da parte della categoria;

2. fornire servizi adeguati, attraverso software, a tutte le strutture che intendessero fare tale scelta;

3. costituire un coordinamento nazionale che affronti le problematiche specifiche del servizio.

La riunione degli uffici vertenze del 17 marzo a Bologna ha riconfermato tale necessità. Su questo la FILCAMS tutta dovrà operare scelte organizzative adeguate investendo risorse e personale.

Sappiamo che questa strada può trovare le CdLT in disaccordo. Occorrerà far comprendere che si tratta, non di una scelta autarchica sotto il profilo finanziario, ma di un’operazione per certi aspetti vitale e, per la nostra categoria, un momento di intreccio insostituibile con le politiche sindacali di settore: penso alle imprese di pulizia, agli studi professionali, alla piccola e piccolissima azienda.

Da ultimo voglio invece porre una riflessione che esula dagli aspetti fin qui toccati e che riguarda quello che in sindacalese definiamo il problema delle coerenze.

Questa questione che anche nel passato ha spesso determinato effetti negativi e seri condizionamenti alla affermazione e alla evoluzione di linee politiche e rivendicative della nostra federazione, rischia oggi di vanificare lo sforzo che stiamo producendo e che dovremo sempre più accentuare, di misurarci con tutte le difficoltà interne ed esterne all’organizzazione, che hanno indubbiamente connotati di straordinaria complessità.

C’è quindi ormai la necessità inderogabile di riflettere attentamente su un dato che permane come una costante di sofferenza nella vita interna dell’organizzazione e che conseguentemente scarica i suoi effetti improduttivi anche all’esterno, sulla prassi quotidiana, sull’attività corrente, sui rapporti unitari, in una parola sui risultati politici e contrattuali.

Mi riferisco a quel singolare fenomeno certamente non generalizzato ma purtroppo ricorrente a fasi alterne di scarsa e alle volte nulla coerenza nella fase di gestione articolata di linee politiche o di impostazioni contrattuali, pure insieme definite nelle sedi opportune e quindi sintesi naturale di confronti e dibattiti democratici.

In sostanza voglio affermare con tutta l’ovvietà del caso che se una scelta, un percorso e quindi un obiettivo, una volta individuati e assunti complessivamente non ritrovano lo sforzo unitario e convergente di tutta l’organizzazione, si scontano nel migliore dei casi ritardi e complicazioni quand’anche si rischia di vanificare il tutto mettendo in crisi la risoluzione delle finalità che ci siamo assegnate.

Queste affermazioni non vogliono assumere una sorta di intenzione "processuale" a senso unico. Vogliono essere al contrario uno stimolo ad una attenta e urgente riflessione che ci riguarda tutti sulla necessità di affrontare con le dovute responsabilità e obiettività questo nodo che se non sciolto rischierebbe di mantenere una pesante ipoteca sulla positiva evoluzione della nostra organizzazione. Andremmo cioè incontro al pericolo di una democrazia d’organizzazione zoppa. Restiamo convinti che la democrazia d’organizzazione non può essere solo teorizzata ma soprattutto realizzata pienamente e quindi dobbiamo assumere tra le tante anche questa condizione preliminare come valore in sè e come presupposto indispensabile per la concreta attuazione di idee, linee e programmi.

Dobbiamo superare la logica che alle volte ha portato a giustificare la mancanza di linearità politica e rivendicativa con alibi esterni (difficoltà di rapporto unitario, resistenze padronali, scarso potere contrattuale, ecc.), così come, di utilizzare tale terreno come strumentale opportunità di lotta politica interna.

Nel primo caso va separata nettamente l’obiettività dei condizionamenti dalle responsabilità soggettive sul piano dell’impegno politico, rivendicativo e organizzativo, nel secondo caso si tratta di eliminare completamente tali tentazioni in quanto alla lunga non redditizie per chi le subisce e soprattutto alla fine deleterie per tutta l’organizzazione.

POLITICA DELLE RISORSE

La questione delle risorse, del loro reperimento e utilizzazione rappresenta una condizione essenziale per la riforma organizzativa. Un’atomizzazione esasperata dei centri di responsabilità, non consente l’uso delle risorse rispondente da una lato, al principio delle economie di scala e dall’altro, alle nuove necessità di insediamento della nostra categoria.

In sostanza si pone il problema del nazionale come Centro regolatore delle politiche finanziarie e dell’unitarietà degli indirizzi. Il fine ultimo è quello di convogliare risorse verso il basso a sostegno delle politiche di insediamento, promuovendo in primo luogo progetti nazionali, regionali, territoriali specifici da realizzarsi anche attraverso il concorso ed il raccordo delle strutture orizzontali. A tale proposito come è stato deciso dal direttivo nazionale si è costituito un fondo ed una commissione preposta all’esame dei progetti. La commissione ha lavorato a pieno regime finanziando a tutt’oggi ben 22 progetti di cui vi rendiamo conto.

La filosofia di fondo dunque che ispira la nostra politica delle risorse è la seguente: certezza delle risorse affinchè le stesse vengano destinate alla progettualità. Esistono però due condizioni perchè essa si realizzi: la prima è l’obiettivo irrinunciabile della ripartizione 75/25 tra categoria e Confederazioni ai vari livelli (obiettivo questo ribadito dalla Conferenza di organizzazione CGIL). Ecco dunque che va modificato il rapporto di contribuzione ai vari livelli confederali, in particolare dei comprensori FILCAMS verso le CdLT che spesso risulta eccessivo e frutto di accordi territoriali senza nessuna relazione con le istanze regionali e il centro nazionale di categoria. In molti comprensori della Lombardia, dell’Emilia e della Toscana si ripartiscono alle CdLT a tutt’oggi percentuali intorno al 30%.

La seconda condizione è la trasparenza che non può essere a senso unico. Ogni livello dell’organizzazione deve sentirsi coinvolto, perchè l’interscambio di dati, numeri ed elementi conoscitivi sono basilari per il rafforzamento della democrazia interna. Non è sufficiente che il nazionale operi alla luce del sole e che abbia calato tutte le carte in tavola, la trasparenza è un fattore che deve espandersi a macchia d’olio in ogni segmento della categoria.

Ribadiamo quindi la necessità di mettere a conoscenza del centro nazionale i dati relativi al bilancio di ogni struttura territoriale proprio per preparare un bilancio nazionale consuntivo del ’94 che sia il più chiaro e trasparente e questo dipende dai dati inviatici. Più in generale però quello di cui abbiamo bisogno è avviare un processo di riforma della politica delle entrate che deve tener conto delle decisioni assunte dal direttivo CGIL del luglio ’92 e dal nostro direttivo dell’aprile ’93.

Bisogna imprimere una forte accelerazione perchè il quadro politico presenta molte incognite. Non dimentichiamoci che pendono sulla nostra testa dei referendum Berluscon-Pannelliani che possono introdurre cambiamenti stravolgenti all’attuale assetto di finanziamento del sindacato ed è quindi indispensabile che noi per primi iniziamo una profonda opera di autoriforma che dovrà muoversi lungo le seguenti coordinate:

1- nel futuro della nostra categoria le entrate sempre più dovranno essere rappresentate prevalentemente dalla quota delega di adesione alla FILCAMS stabilendo il raggiungimento in tutti i settori dell’1% o corrispettivo equivalente su paga base e contingenza per tutte le mensilità previste contrattualmente a far data dal 1 gennaio ’95. Obiettivo questo che è in stretta relazione con l’altro rappresentato, come già deciso, dall’arrivare a cogliere la quota di 250.000 adesioni alla FILCAMS nazionale entro il ’96.

Si tratta di una meta ancora realistica e raggiungibile a condizione però che tutti noi si produca un impegno maggiore e più intenso. Infatti anche se quest’anno chiudiamo il tesseramento ’93 con 215.000 adesioni presentandoci come unica categoria in crescita tra i lavoratori attivi le nostre potenzialità non sono appieno sfruttate. Possiamo fare di più e meglio.

2- la riforma radicale dell’attuale sistema di quote di servizio attraverso il loro graduale superamento in un arco temporale realistico, deve prendere il via da un vero dibattito che intendiamo promuovere proprio con questa Conferenza. A oggi la nostra idea di creazione di nuove quote di servizio legate a reali attività di servizio (come recita il documento della CGIL ’92) che sostituirebbero integralmente tutte le quote oggi esistenti si è scontrata con tre ostacoli:

- la freddezza dei nostri gruppi dirigenti;

- la scarsa disponibilità della CGIL nazionale al confronto;

- la mancanza di un dibattito unitario.

Su questo punto in particolare mi riferisco al fatto che con Fisascat e Uiltucs non abbiamo ancora definito un progetto di riforma. Si ipotizza come è noto, tra le scelte possibili, ma non unica, l’eventuale estensione del QUAS a tutti i lavoratori dipendenti attraverso l’istituzione di un fondo che eroghi servizi e prestazioni integrative ma le differenti posizioni sindacali in campo ci hanno impedito di mettere a punto una ipotesi che avesse anche conseguenze sulle quote di servizio definendo opportune proposte di modifica.

A questo punto però noi siamo di fronte a due strade:

a- la prima è quella che consiste nell’accelerare il confronto interno, istituendo un gruppo di lavoro FILCAMS, che dovrà presentare al direttivo nazionale un progetto da confrontare poi successivamente con Fisascat e Uiltucs. Il progetto dovrebbe partire dai punti cardine del documento della CGIL per assumere l’obiettivo di sostituire con gradualità le attuali quote di servizio con quote a carico dei lavoratori a fronte dell’erogazione effettiva e contrattualmente prevista di trattamenti, previdenziali, assistenziali e sanitari ovvero di servizi comunque diretti a soddisfare bisogni di primario rilievo.

In questo caso la corresponsione delle quote avrebbe carattere volontario, positivamente accertata mediante specifica delega finalizzata. L’importo della quota di servizio sarà finalizzata alle spese di gestione ad esclusione di qualsiasi intento lucrativo. Dentro questo quadro specifico esiste anche una seconda opzione che può essere rappresentata dalla sostituzione delle attuali quote con specifiche erogazioni una tantum, denominate quote contratto a carico della generalità dei lavoratori beneficiari dei risultati dell’azione sindacale.

b- La seconda strada che possiamo scegliere è relativa alla possibilità di lasciare immutato il sistema di quote servizio in atto e rinviare la loro riforma con i successivi rinnovi contrattuali inserendo però il meccanismo della delega al rovescio.

La Conferenza è chiamata ad esprimersi sulle due ipotesi e anche ad individuare ipotesi ulteriori e alternative. Qualunque sia la scelta che autonomamente compiamo dobbiamo sempre tener conto del successivo impatto unitario. Nel frattempo però non è più rinviabile il superamento delle quote di servizio aggiuntive esistenti in non pochi territori.

POLITICA DEI QUADRI

I nostri gruppi dirigenti, a tutti i livelli ma in particolare a quello intermedio sono sottoposti ad un vorticoso turn-over. Spesso la nostra categoria viene considerata come di passaggio o trampolino di lancio per altri più importanti incarichi: Resta il fatto che non si riesce ad avere una situazione stabilmente consolidata.

La FILCAMS deve dunque riappropriarsi della politica dei quadri, che oggi è gestita prevalentemente dai livelli confederali territoriali, delineando percorsi formativi, di crescita e valorizzazione dei gruppi dirigenti. Va rilevato anzitutto che la presenza di donne nei luoghi di direzione generali ai nostri livelli, pur avendo fatto sostanziali passi in avanti, è ancora insufficiente. Dobbiamo essere coerenti con i dettami del Congresso di Rimini che ha assunto il pieno riconoscimento della differenza di genere come valore costitutivo di un nuovo sindacato generale e quindi muoverci in una duplice direzione:

1- realizzare da un lato il passaggio graduale dalla cultura e dalla pratica della quota, alla scelta dell’attuazione della norma antidiscriminatoria e della sua praticabilità gestionale, obiettivo questo che richiede ancora un ruolo attivo dei coordinamenti;

2- dall’altro accrescere la volontà politica di assunzione della centralità delle politiche proposte dai bisogni e dagli interessi delle donne nel mondo del lavoro e nei nostri settori.

Più in generale però abbiamo bisogno non di una irrealistica e velleitaria gestione autarchica della politica dei quadri ma di un cambiamento qualitativo che porti a codeterminare insieme alle strutture CGIL regionali e camerali, attraverso un patto di consultazione permanente, i percorsi formativi e quelli di prospettiva politica dei nostri dirigenti. Ciò implica che si ripensi il ruolo della formazione, che deve assurgere a momento determinante (e non marginale come lo è oggi) dell’iniziativa della Federazione a tutti i livelli.

Nuove politiche formative e nuove risorse vanno all’uopo delineate e destinate, facendo sì che il Centro nazionale e i regionali di categoria assumano come prioritario ed indispensabile un grande potenziamento dell’attività formativa ed un grande lavoro di fertilizzazione culturale. La ricostruzione di una rete formativa, diretta ed indiretta (istituti culturali, università, ecc;), possono diventare gli anelli di tale processo.

Il rilancio dell’attività formativa, l’attenzione all’aspetto pedagogico-formativo della nostra attività quotidiana deve riemergere con forza e consapevolezza piena ed essere un obiettivo primario del nostro agire. Nessun livello della nostra categoria deve sentirsi escluso dal coinvolgimento per l’attività formativa: dal Centro nazionale ad ogni singolo posto di lavoro ci dovrà essere spazio rilevante per la formazione. Si pensi in particolare al salto qualitativo da imprimere nella ridefinizione e gestione delle politiche rivendicative, al tema salario-produttività che implica la programmazione di un’ampia opera di iniziativa formativa.

COMUNICAZIONE – INFORMAZIONE

La riforma del modello organizzativo deve basarsi sul ripensamento del sistema comunicativo ed informativo sia esterno che interno. Nell’era del villaggio globale è indispensabile costruire un nuovo rapporto con i mass-media per garantire una costante e non episodica presenza della nostra categoria sui temi generali e su quelli più specifici. Grazie all’opera di riorganizzazione dell’ufficio stampa cominciamo a raccogliere primi frutti cosicchè la nostra voce non è più nascosta e flebile, ma chiara e soprattutto stabile sugli organi di informazione della carta stampata.

Ora però va affrontata la questione relativa alla definizione di un progetto per l’uso di canali informatici e telematici che permettano un flusso comunicativo più diretto ed immediato con i territori ed i posti di lavoro. Spesso oggi assistiamo al fatto che le scelte, le decisioni, gli orientamenti e le informazioni dal Centro nazionale non arrivino nei comprensori e nei luoghi di lavoro a causa della presenza di filtri e di ostruzioni che è necessario rimuovere.

Nei prossimi mesi presenteremo un dettagliato progetto in questo senso. Nel frattempo oggi diamo alla nascita e presentiamo il numero zero del periodico Magazine Filcams che diventa il nostro strumento di informazione su carta stampata. Si tratta di uno strumento al quale assegniamo grande importanza perchè è l’anello, di congiunzione tra il centro e la periferia per veicolare informazioni, che mancava.

DEMOCRAZIA DI MANDATO, DI ORGANIZZAZIONE E UNITA’ SINDACALE

Le nostre scelte di natura politica e organizzativa non possono prescindere dalle questioni delle regole, della democrazia di mandato e di organizzazione e devono muoversi dentro quell’orizzonte che il recente direttivo CGIL ha definito fase costituente di un rinnovato sindacato unitario. Il disegno della CGIL di costruzione di un sindacato generale ha innanzitutto bisogno di acquisire e affermare nuove regole e nuovi principi nel modo di essere della CGIL. Con la definizione del progetto di legge di iniziativa popolare sulla rappresentanza la CGIL ha indicato con nettezza l’insieme di valori e regole che sono alla base della propria idea di democrazia, rappresentanza e partecipazione dei lavoratori alla vita sindacale, nel luogo di lavoro, nel territorio, nel paese.

Si è regolato così in modo compiuto la democrazia di mandato. Ora questo nostro autonomo progetto deve diventare legge ed è questa una delle materie rispetto alle quali dovremo giocare d’anticipo con il governo Berlusconi. Contemporaneamente per la CGIL, relativamente al suo regime interno, va definitivamente sancita la fine dei vecchi pluralismi di appartenenza, per realizzare compiutamente un nuovo pluralismo progettuale, delle proposte e dei soggetti sociali.

Il superamento della figura del segretario generale aggiunto al prossimo Congresso è una scelta in questa direzione, ma non basta. Il passaggio da una CGIL fondata sul primato delle componenti di derivazione partitica ad una CGIL che definisce appartenenze e comportamenti in base al primato dei contenuti politico-progammatici dove poggiare su un più completo modello di democrazia interna, in grado di sostenere l’idea di un sindacato generale garante di una solidarietà tra diversi e quindi capace di mediare nella trasparenza interessi, culture e soggettività diverse.

La ricerca di un rinnovamento reale della nostra vita interna deve avere come riferimento un esercizio democratico diffuso, fatto di coinvolgimento degli iscritti, di poteri degli organi deliberanti, di efficacia nel funzionamento degli esecutivi, di diritti, doveri, dell’etica della responsabilità dei gruppi dirigenti. Il pluralismo degli interessi, delle rappresentanze, dei soggetti delle aggregazioni politiche programmatiche va salvaguardato come risorsa e ricchezza della CGIL. Ma insieme va affermata l’unicità della CGIL, delle linee e scelte strategiche che assume. Il Congresso è la sede sovrana di queste scelte e il confronto tra le diverse posizioni trova qui la legittimazione più piena e risolutiva. Le posizioni e le linee che si affermano democraticamente nel Congresso, a Congresso finito, sono le scelte che vincolano e orientano l’insieme della CGIL e che i gruppi dirigenti indipendentemente della posizioni sostenute in piena legittimità, hanno il dovere di attuare.

La dialettica tra maggioranze e minoranze è una cosa, la contrapposizione tra una maggioranza che governa e una minoranza che diventa o si dichiara opposizione è un’altra. In questo caso si avrebbe, come abbiamo avuto in questi anni, un’organizzazione lacerata, con l’offuscamento di linee e di propositi, con la Babele di linguaggi, con l’indebolimento interno ed esterno, dell’azione contrattuale, rivendicativa e di ruolo della CGIL. E’ evidente che negli scenari nuovi che si aprono, soprattutto dopo il responso elettorale, di tutto abbiano bisogno fuorchè di una organizzazione senza una linea e senza la forza necessaria per sostenerla. Affermato questo, il problema di fondo che abbiamo di fronte a noi è quello di superare per davvero i limiti che il vecchio modello ci propone. Dobbiamo con coraggio misurarci tutti con la costruzione formale e materiale della nuova CGIL, rompere con la logica dei garantismi, delle vecchie appartenenze, delle cooptazioni a senso unico; superare funzioni e procedure poco democratiche e ogni tentativo di misurare e variare le presenze negli organismi e nelle segreterie a seconda delle fortune elettorali di questo o quel partito.

Per compiere questo salto e vincere la sfida decisiva dobbiamo utilizzare, a partire da questa Conferenza, il periodo che ci divide dal Congresso per mettere a punto la fase di ricerca necessaria per la definizione di un progetto compiuto e convincente, che al Congresso poi trovi attuazione. Infine ultima ma non per importanza il tema dell’unità sindacale. Vediamo prima lo stato dei rapporti interni per poi ritornare ai concetti più generali di unità. La battuta d’arresto imposta dalla FISASCAT alla realizzazione piena della prima intesa sulle RSU, non è la fine nè il fallimento del processo unitario è una parentesi fortemente negativa della quale naturalmente terremo debito conto. Dobbiamo ripartire proprio dalle parti più significative di quella intesa ( che non riguarda solo le R.S.U.) per riannodare il processo unitario. In particolare la gestione delle vertenze contrattuali e la verifica attuativa delle procedure di democrazia di mandato saranno significativi banchi di prova che ci diranno meglio dello stato di salute del nostro processo unitario.

Naturalmente esistono altre tematiche come quelle relative alle politiche generali della categoria, quelle contrattuali, delle risorse, degli orari commerciali, della Grande Distribuzione e del turismo ecc. che rappresenteranno utile riferimento per misurare il grado di unità nelle scelte e negli indirizzi. Ci apprestiamo quindi ad affrontare questa fase muniti di una forte dose di realismo e di pazienza. Più in generale però l’unità alla quale la FILCAMS intende contribuire è quella che non può ripartire da premesse vecchie e presupposti superati.

Nella sua storia, a partire dalla Resistenza, la CGIL è stata portavoce fondamentale dell’unità sindacale, in tutte le condizioni, in tutti i sistemi, tanto è vero che dalla costola della nostra unità sindacale sono nate le altre Confederazioni. Ogni qualvolta abbiamo perso su quel terreno la CGIL ha lottato per riconquistare l’unità e questa scelta nelle nuove condizioni la nostra organizzazione non può smarrirla. Il pericolo che avvertiamo come principale, tra i tanti, è quello di una bipolarizzazione che porti sulla strada perniciosa del sindacato di schieramento, configurando da un lato la formazione sindacale fiancheggiatrice dell’opposizione politica e dall’altro quella subalterna agli indirizzi e alle volontà del governo. Una nuova e preoccupante forma di collateralismo sia in una direzione che in un’altra, alla quale anche la Fisascat potrebbe guardare con compiacimento, che comprometterebbe irrimediabilmente le prospettive unitarie.

Certo, i problemi che rimangono ancora da chiarire ovviamente esistono e riguardano il rapporto tra democrazia di organizzazione e democrazia di mandato con quanto ne consegue in termini di titolarità, responsabilità e poteri; e riguardano ambiti e profili di una rinnovata capacità di autonomia rivendicativa e politica. L’importante è però che a questo impegno ci si lavori senza pregiudizi ideologici, in maniera aperta, con una discussione liberata dagli schemi di organizzazione e che a questo processo partecipino non solo e non tanto i ristretti gruppi dirigenti ma l’insieme dei quadri, dei militanti e dei lavoratori.

Un’unità dunque tra diversi, che si arricchisce certo del pluralismo delle culture e dei progetti ma che si dota di regole certe e condivise in tema di rappresentanza, di democrazia di mandato e di organizzazione. Quello che vogliamo confermare qui, di nuovo, davanti ai quadri della nostra organizzazione è il pieno impegno della FILCAMS a contribuire per parte sua al processo unitario. Come è sempre stato nella storia del sindacalismo confederale italiano e come ci insegna l’esperienza del sindacalismo europeo dove si è uniti si conta e si contratta; dove si è separati, e talvolta ostili, non si ha potere e titolarità contrattuale vera. Il responso delle urne ci ha consegnato, oltre alla seconda Repubblica, una fase storica nella quale e per la quale si presenta irrinunciabile e non più rinviabile l’idea di procedere speditamente sul terreno del processo unitario.