Relazione M. Meschieri Comitato Direttivo FILCAMS CGIL 05-06 marzo 2009

COMITATO DIRETTIVO FILCAMS-CGIL ROMA 6 MARZO 2009

Relazione introduttiva di Marinella Meschieri, Segreteria Nazionale FILCAMS CGIL

L’analisi, le riflessioni, le proposte che abbiamo fatto insieme due anni fa nel convegno “a 8 giorni dall’8 marzo” purtroppo sono ancora attuali, mentre la nostra società progressivamente si sta sempre più imbarbarendo.

CGIL, CISL, UIL quest’anno dedicano l’8 marzo al tema della violenza. Il manifesto recita: VIOLENZA SULLE DONNE, DIAMOCI UN TAGLIO.

Il Governo ha varato il Decreto antistupro (CDM 20 febbraio 2009), che trovate nella cartellina, Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica, di contrasto alla violenza sessuale e in tema di atti persecutori.

Assumeranno, così, 2.876 lavoratori addetti alle forze dell’ordine di cui 297 agenti dei vigili del fuoco, spacciando queste assunzioni come la grande scelta che contrasterà la violenza. E’ una beffa. Dimenticano, ad esempio, di dire che nella pianta organica dei vigili del fuoco mancano 4.000 persone. Ricordo che alle forze dell’ordine sono stati tagliati fondi e che spesso manca anche la carta per stampare un fax.

Questo decreto, prevede la pena dell’ergastolo per l’omicidio commesso in occasione di violenza sessuale, atti sessuali con minorenni o violenza sessuale di gruppo: in realtà (art. 576 comma 5 c.p.) non vi è nulla di nuovo sotto il sole, vedi sentenze.
Si affidano nuovi compiti ai questori e la sicurezza, cavalcando l’onda dell’emotività, aiutati da molti mass media che alimentano un clima di paura, viene affidata alle “ronde”.

Una “soluzione” che non risolve il problema, ma innescherà ulteriori forme di violenza, l’esperienza passata ce lo ha insegnato: questa è un’idea distorta del controllo del territorio.

E’ evidente che, in barba alle raccomandazioni provenienti dagli organismi internazionali a tutela dei diritti umani, il Governo italiano, tanto per non smentirsi, ha presentato un provvedimento demagogico che, senza aver prima analizzato il fenomeno che vuole contrastare, teorizza forme repressive senza mettere a disposizione le risorse necessarie per intervenire. Ricordo che ai centri antiviolenza sono stati sottratti i fondi per destinarli alla detassazione degli straordinari.

Nel decreto si distingue tra violenza “normata d’emergenza” di serie A (lo stupro e le violenze sessuali), un tema che “fa notizia”, desta allarme sociale e suggerisce provvedimenti immediati e stanziamenti di fondi, e violenza “taciuta” di serie B (maltrattamenti in famiglia, violenza economica, violenza assistita, mobbing sul lavoro) che, poiché si sviluppa fra le mura domestiche o lavorative, nel privato, non lascia segni, non desta allarme sociale e quindi non necessita di misure di protezione adeguate né di stanziamenti speciali.

Insomma, se viene stuprata una ragazzina di 17 anni dal genitore o dal convivente della madre, secondo i nostri legislatori si compie un reato meno grave, siamo di fronte a un delinquente comune che, a differenza dello stupratore sconosciuto, può accedere a tutti i benefici penitenziari.

Peccato che la maggior parte delle violenze (il 70% circa) avviene nell’ambito familiare e solo il 30% su strada. Una svista del legislatore?

Il decreto peraltro chiarisce che il “bene giuridico” tutelato non è certo la dignità della donna in quanto persona o la sua sfera di autodeterminazione sessuale, o il suo diritto a vivere una vita libera da ogni forma di violenza, ma piuttosto la “sicurezza della collettività”; è questa, e non il corpo della donna, ad essere messa a repentaglio.

Secondo il Ministero degli Interni, in sei casi su dieci gli autori delle violenze sessuali sono italiani ovvero il 60,9%. Il 7,8% sono rumeni e il 6,3% marocchini.

Nel 2008 in Italia gli episodi di violenza sessuale sono diminuiti dell’8,4%, secondo i dati diffusi dal dipartimento della Pubblica sicurezza, la maggior parte degli stupri rientra nelle violenze sessuali non aggravate, anche queste in diminuzione del 7,4%. Le vittime di violenza sessuale sono per lo più donne (85,3%) di nazionalità italiana pari al 68,9%.
I casi di stupro di gruppo, aumentati nel 2007 (+ 10,9%) sono invece diminuiti del 24,6%.

In realtà sappiamo bene che sono poche le donne che denunciano, tanto è che l’indagine Istat effettuata nel 2006 su un campione di donne di età tra i 16 e i 70 anni, ha stimato che 6 milioni 743 mila donne italiane, sono state oggetto di violenza fisica, o sessuale nel corso della vita.
Di queste, circa 1 milione hanno subito lo stalking ovvero comportamenti persecutori. Nel totale, la maggior parte di queste violenze sono ad opera dei partner (il 69,7%) e la grandissima maggioranza, oltre il 90%, non è stata denunciata. Così come è consistente la quota di donne che non parla con nessuno delle violenze subite.

Le stime dicono che ogni anno circa 1 milione di donne subisce stupri o tentati stupri. Tra tutte le forme di violenza fisiche, è più frequente essere spinta, strattonata, afferrata, l’aver avuto storto un braccio o i capelli tirati (56,7%), l’essere minacciata di percosse (52%), schiaffeggiata, presa a calci pugni e morsi (36,1%). Segue l’essere colpita con un oggetto o tirato qualcosa (24,6%), la minaccia o l’uso di usare pistola o coltelli (8,1%), il tentativo di soffocamento o ustione (5,3%.) o altra violenza fisica (5,9%).

Tra tutte le forme di violenza sessuale, le più diffuse sono le molestie fisiche, ovvero l’essere toccata sessualmente contro la propria volontà (79,5%), l’aver avuto rapporti sessuali non desiderati vissuti come violenza (19%), il tentato stupro (14%), lo stupro (9,6%) e i rapporti sessuali degradanti e umilianti (6,1%), costretta ad avere rapporti sessuali con altri (1,6%), altra violenza sessuale (3,3%).

Le donne che hanno subito più violenze dal partner, in quasi la metà dei casi ha sofferto, a seguito dei fatti subiti, di depressione (35,1%), perdita di fiducia e autostima (48,5%), di sensazione d’impotenza (44,5%), disturbi del sonno (41%), ansia (36,9%), difficoltà di concentrazione (23,7%), dolori ricorrenti (18,5%), difficoltà a gestire i figli (14,2%) idee di suicidio e autolesionismo (12,1%). Il punto però è che solo il 18,2% delle donne considera la violenza subita in famiglia un reato, per il 44% è stato qualcosa di sbagliato e per il 36% solo qualcosa che è accaduto.

La sola repressione non è un deterrente efficace, non lo è mai stata.
I dati riportati dimostrano che la leva da agire è la cultura. È in come si forma il pensiero che si negano diritti e pari dignità.
La violenza non è solo rivolta alle donne, la troviamo ovunque, nelle strade, nelle scuole, negli stadi, nei luoghi di lavoro ove il mobbing e le molestie sessuali sono in aumento. La crisi economica potrebbe acuire ulteriormente i disagi, esasperare le contraddizioni.
Nell’incertezza, nella paura ce la si prende con le persone più deboli, le donne, gli immigrati. In questo clima trovano nuovo spazio anche la xenofobia e il razzismo.

E così si parla molto di repressione spacciandola per sicurezza e si parla poco del paese reale, della crisi e delle misure necessarie.

Sono ormai centinaia di migliaia le persone in cassa integrazione (industria autorizzate 25,9 milioni di ore contro le 3,9 di un anno fa – incremento pari al 553,1%- fonte INPS) o quelle licenziate senza ammortizzatori sociali. I primi toccati dalla crisi sono i lavoratori e le lavoratrici precarie, i contratti a progetto, i contratti a termine non rinnovati, la riduzione nell’utilizzo di lavoratori interinali.
Parliamo di centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori che non hanno ammortizzatori sociali.
Non possiamo e non dobbiamo dimenticarci di loro, la contrattazione deve intervenire anche su questi aspetti.

Crisi nell’industria, calo dei consumi ( meno 4,6% su base tendenziale) incidono negativamente anche nei settori che noi rappresentiamo. Sono 25.438 gli esuberi dichiarati nazionalmente, di cui il 13,5% sono donne.
A questi dati si devono aggiungere quelli delle regioni e delle singole province, nonché centinaia di licenziamenti individuali nelle piccole imprese.
Presumiamo che l’ondata vera di esuberi arriverà entro l’estate. L’obiettivo che ci poniamo è mantenere i livelli occupazionali utilizzando contratti di solidarietà, ammortizzatori sociali in deroga ove possibile e mobilità volontaria.

Uno dei settori più colpiti è il multi servizi, da un lato il Governo ha tagliato le risorse alle scuole, caserme e dall’altro le aziende, per ridurre i costi, riducono le ore del personale impiegato.
Parliamo prevalentemente di donne che avevano già un salario basso e che oggi si ritrovano in una condizione di vera e propria precarietà occupazionale e anche salariale.

In un quadro come quello descritto, a rischio sono le nostre libertà, quelle individuali e quelle collettive.
La responsabilità degli individui, l’agibilità delle proprie scelte sono state conquiste rese possibili anche grazie alle battaglie delle donne, hanno generato una legislazione che puntava ad emancipare gli individui (diritto di famiglia, divorzio, aborto).
Oggi si afferma la tendenza inversa, tutto è costretto dentro modelli sterili che dovrebbero, nelle intenzioni di chi li propone, porre argine all’insicurezza generata dai mutamenti in corso.
Se a questi aspetti aggiungiamo il dibattito sul testamento biologico, sul caso Englaro, emerge con grande evidenza che le libertà individuali, la laicità dello stato sono costantemente messe in discussione.

Il controllo della vita sembra essere l’imperativo di questo Governo.

E non c’è controllo della vita senza poter controllare le donne, lo dimostrano ad esempio: la legge sulla fecondazione assistita, il decreto anti stupro, la legge sulla prostituzione, l’intenzione di elevare l’età pensionabile, la cancellazione della legge sulle dimissioni/lettere assunzione in bianco, il taglio degli istituti del welfare (mancato finanziamento per i fondi della non autosufficienza, del fondo delle politiche sociali), la precarizzazione dei rapporti di lavoro.

Sembrerà una forzatura ma, in realtà, anche la riforma del modello contrattuale penalizzerà ulteriormente le donne perché è un impianto che tornerà a differenziare i settori tra quelli relativamente più forti, che avranno più capacità contrattuali e quelli più deboli; tra quelli a prevalenza maschile e quelli dove prevale l’occupazione femminile.
Ricordo che la contrattazione nazionale e di secondo livello ha contribuito a ridurre le discriminazioni tra uomini e donne, mentre, al contrario, le differenze salariali crescono quando prevale il contratto individuale.

Il nuovo modello produrrà una riduzione strutturale dello spazio di difesa del potere d’acquisto che non sarà recuperato dalla contrattazione di secondo livello.
Si aggiunge il rischio della crescita degli “ad personam” come risposta, contribuendo così ad allargare la forbice delle differenze retributive.

Il governo da un lato incentiva fiscalmente la contrattazione del salario e dall’altro riduce le risorse che la legge n. 53/2000 sollecitava per finanziare il sostegno alle imprese che svolgono contrattazione positiva per conciliare i tempi di vita con quelli del lavoro.

Ma, nel parlare delle discriminazioni ai danni dalle donne, non possiamo consideraci estranei, poiché anche nell’articolazione del sindacato, nel suo darsi forme organizzate deve trovare spazio la rappresentazione della condizione reale delle persone e quindi anche delle donne.

Anche tra noi sindacalisti va promossa la consapevolezza del problema della discriminazione di genere nella quotidianità delle relazioni sindacali.

I corsi di formazione devono mettere al centro la persona e le differenze, solo così si possono costruire risposte concrete che incidano sull’organizzazione del lavoro, sugli orari, la salute e sicurezza, la formazione e la professionalità nella complessità nel riconoscimento della differenza di genere.

Ecco perché tutti i corsi di formazione debbono prevede moduli dedicati alle pari opportunità, alle azioni positive, alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.

Nel 2007, in una riunione con alcune compagne avevamo discusso se costituire il coordinamento femminile in categoria o quali altre forme adottare.
La discussione scartò la costituzione di un coordinamento a favore di gruppi di lavoro che approfondissero alcune tematiche, in particolare mobbing e molestie.

I gruppi di lavoro non sono mai decollati, causa impossibilità per la struttura nazionale di coordinarli per mancanza di tempo e risorse umane.

Questo è il vero problema: qualsiasi forma le donne della filcams decideranno di darsi, (coordinamento?, gruppi di lavoro?, altro?) dovrà mettere le compagne nelle condizioni di poter partecipare e dedicare tempo a queste tematiche.
Dobbiamo essere coerenti.

Combattiamo battaglie sui diritti, cerchiamo nei luoghi di lavoro di conciliare tempi di vita ma, quando guardiamo in casa nostra, anche qui scoppiano le contraddizioni.
Cosa è accaduto in categoria dal 2000 ai giorni nostri:

ANNO 2000 Rilevazione 2009
Presenza nelle segreterie
Uomini 289, donne n. 164 pari al 33%

Segretarie Generali Provinciali
Donne n. 22

Segretarie Generali Regionali
Donne n. 5

Funzionari/e che operano in categoria
344 con incarichi politici e 101 incarichi tecnici
281 uomini e 164 donne molte delle quali con incarichi tecnici

Presenza nelle Segreterie
Uomini 280, donne 198 pari al 41,42%

Segretarie Generali Provinciali
Donne n. 30 di cui 8 aree metropolitane che rappresentano l’80 iscritti su un totale di 12 aree metropolitane

Segretarie Generali Regionali
Donne n. 2

I dati dimostrano che dal 2000 ad oggi vi è un incremento nelle responsabilità di segretarie generali provinciali/regionali,così come aumenta la presenza delle compagne nelle segreterie. Questo dato non può ritenerci soddisfatti perché in molte regioni non vi è neppure una segretaria donna territoriale. La Palma d’Oro per la maggiore presenza femminile và all’Emilia Romagna.

Ma va detto che in alcune occasioni, a parità di capacità tra uomini e donne, la scelta è ricaduta sui primi, perché ci piaccia o no anche la CGIL, nonostante i passi compiuti in tanti anni, ancora “dimentica” le donne. Dobbiamo rispettare quanto stabilito dallo statuto: presenza di genere non inferiore al 40%. Ad esempio nei fondi di previdenza e assistenza le donne sono assenti.

Ma per rispettare le regole che ci siamo dati non basta attenersi ad una formula matematica. Dobbiamo capire perché il “lavoro” di sindacalista è scarsamente appetibile per i giovani e per le donne. Soprattutto se consideriamo che nei nostri settori la media delle donne occupate è il 65%.

Chiacchierando qua e là con alcune delegate, a proposito della possibilità di fare le sindacaliste, mi hanno detto:

  • SI, mi piacerebbe provare ma è un lavoro troppo impegnativo, come faccio a conciliare il lavoro con la famiglia?
  • NO, perché penso che per una donna con famiglia e figli sia impossibile fare la sindacalista.
  • Mi piacerebbe ma la mia famiglia vive con difficoltà il mio ruolo di delegata figuriamoci se dovessi fare la sindacalista

È possibile, cambiando l’organizzazione del nostro lavoro, il nostro modo di lavorare, far si che si possano conciliare i tempi di vita e di lavoro?
Io credo sia possibile, ma non ci sono scorciatoie, ci vuole in impegno concreto, si deve investire, destinare risorse.

Non abbiamo il dato aggiornato della nostra rappresentanza di base (era il 45% nel 2000), ma in questi anni non dovrebbe essersi scostato di molto e ciò conferma una grande potenzialità inutilizzata: una platea di delegate che potrebbe essere destinata a ruoli superiori, mettendo a disposizione strumenti anche formativi.
In passato avevamo sperimentato un progetto per favorire l’inserimento delle compagne nelle segreterie territoriali i cui costi erano a parziale carico della struttura nazionale e prevedeva:

Distacco sindacale di 2 mesi/ stage presso la Filcams territoriale.
Lo stage prevedeva:

  • partecipazione ad un corso di formazione nazionale della durata di una settimana (costi in parte a carico del nazionale) nell’ambito del quale le veniva fornito il quadro generale della categoria, ecc.
  • affiancamento con il segretario provinciale in merito a: trattative, assemblee, volantinaggio, risposte al “pubblico”, ecc.
  • conoscenza funzionamento Camera del Lavoro-Servizi (Inca, CAAF, ecc.)
  • Nell’ultima settimana sperimentazione con assemblee gestite direttamente e risposte al “pubblico”.

Al termine dei due mesi, queste delegate sono rientrate nella propria impresa con un bagaglio culturale che ha permesso loro di svolgere con più consapevolezza il proprio ruolo, avendo poi dinnanzi la prospettiva di essere inserite nella segreteria provinciale della FILCAMS.

Esperienza interessante che forse deve essere ripresa, ma che da sola non basta se non interveniamo sull’organizzazione del nostro lavoro.
Insomma, noi Filcams non facciamo eccezione, siamo anche noi lo specchio di un Paese dove esiste una parità formale, ma non una parità sostanziale, infatti:

- le donne nel parlamento italiano sono pari al 22%. L’Italia si colloca al 39° posto a pari merito con il Senegal, le Filippine, Bulgaria ed Etiopia. In Europa il primato spetta alla Svezia con il 47%, la Finlandia con il 42%. Scorrendo i dati della banca mondiale, salta agli occhi il 49% di parlamentari donne che vanta il Ruanda e il 31% del Burundi;
- l’occupazione femminile in Italia è ai minimi storici. La strategia di Lisbona prevede che entro il 2010 l’occupazione femminile raggiunga il 60%. La media europea è al 57,2%. In testa Svezia e Danimarca con oltre il 70%. L’Italia è al 46,3%. Ci sono 7 milioni di donne in età lavorativa che non trovano lavoro e probabilmente si sono anche stufate di cercarlo. Al Sud quasi certamente: è il 31% a non lavorare, le altre avranno rinunciato. Al Nord la situazione percentuale è migliore: lavora il 57,2%. Però se si va a mettere il naso nei Cda d’azienda su 2.217 consiglieri solo 110 sono donne, il 5%;
- le donne, continuano ad essere prevalentemente occupate in settori “più consoni alle loro capacità”: servizi, commercio, turismo, scuola, ecc. Le donne dirigenti si contano sulle dita di una mano anche nei nostri settori. Generalmente si occupano di risorse umane, sono rare quelle che si occupano del commerciale, di bilanci e così via;
- le giovani donne sono le più precarie nonostante l’alto livello di scolarità
- l’Italia è ai primi posti in Europa per i differenziali salariali, seconda solo alla Slovacchia;
- le donne sono prevalentemente occupate a part-time e nei lavori cosiddetti flessibili,
- la maternità non è vissuta quale valore sociale ma come un costo per le imprese.

Ancora oggi in Italia le donne sono costrette a scegliere tra lavoro e famiglia e quelle che sembravano soluzioni di pari opportunità, si sono tradotte nel loro contrario e noi della Filcams lo sappiamo molto bene, visto che la maggioranza degli occupati sono donne.
Ad esempio il part-time, nato con lodevoli intenzioni, è divenuto uno strumento di flessibilità per le imprese poiché quando ti cambiano gli orari tutte le settimane è difficile conciliare il lavoro con l’asilo (sempre meno) o trovare un altro lavoro. Insomma, lavorare a part-time nella grande distribuzione o in un’impresa multi servizi non è una scelta.

La vita delle donne, la loro emancipazione è ancora oggi fatta di grandi sacrifici. Pensiamo al milione e mezzo di lavoratrici immigrate che lavorano in Italia, molte delle quali operano nel sommerso. Sono donne che svolgono i lavori che facevano le nostre donne nel sud negli anni 50/60 nel nord Europa. Puliscono le nostre case, accudiscono i nostri anziani e spesso vivono una condizione di solitudine poiché oggi è diventato quasi impossibile il ricongiungimento familiare grazie alle leggi che questo Governo ha introdotto.
Un esempio per tutte: la figlia divenuta maggiorenne di una lavoratrice domestica, per la legge italiana è una clandestina e come tale deve essere rimpatriata.

La soglia di civiltà di qualsiasi paese non prescinde mai da come tratta le donne e in Italia siamo ai minimi storici.
Tutto ciò non deve trovarci “sconfitte”. Deve fare arrabbiare, nella consapevolezza che le difficoltà sono tante, che le donne stesse, specie le giovani, non hanno la percezione di quanto sta avvenendo.
E’ nostro compito parlare e ancora parlare, e agire, affinché aumenti la consapevolezza e la capacità critica.

Occorre sì lottare affinché la legislazione cambi, ma anche agire attraverso la contrattazione per ridurre la precarietà, per stabilizzare i rapporti di lavoro, per rendere possibile conciliare i tempi di vita con quelli di lavoro. E la contrattazione territoriale di categoria e confederale non è secondaria: può intervenire sulle istituzioni affinchè vi siano i servizi necessari atti a far sì che le donne possano lavorare.

Flessibilità, conciliazione, autodeterminazione, pari opportunità sono valori ma anche semi di un cambiamento concreto, oggi come ieri.
Ci sono costati tanto, non possiamo farceli scippare da manipolatori interessati a farci tornare indietro. Sono una dotazione di strumenti con cui possiamo e dobbiamo ricostruire una nuova solidarietà tra donne, giovani e meno giovani, italiane e immigrate, occupate e studentesse, perché solo tutte insieme posiamo attribuire ad essi un nuovo senso di progresso e di futuro.

Dobbiamo investire, è’ nostro compito continuare a fare di luoghi come quello di oggi un terreno di elaborazione comune, di approfondimento, di confronto, ma anche sedi di promozione di iniziativa, verso l’esterno per le tante battaglie che ancora dobbiamo fare, ma anche verso l’interno dell’organizzazione quando questi principi si allentano e si allenta l’attenzione contrattuale alle politiche di genere.

Perché da questa difficile crisi c’è certamente il rischio, come prima dicevo, di uscirne indebolite sul piano occupazionale e sociale, ma c’è anche la grande opportunità di cambiare in meglio, rompendo luoghi comuni e stereotipi, spezzando quegli squilibri e quelle regole non scritte che hanno prodotto immobilismo e crisi, non solo nell’economia ma anche nel sentire comune.