Relazione M.G. Gabrielli Comitato Direttivo FILCAMS CGIL, 17-18/11/2014

Care compagne, cari compagni

Voglio prima di tutto ringraziarvi e ringraziare tutte le strutture, le delegate e i delegati, per il risultato della manifestazione del 25 ottobre. Una bellissima piazza S. Giovanni che ha visto la FILCAMS con una presenza straordinaria caratterizzare il corteo.

Quello del 25 ottobre era un risultato non scontato per la CGIL e ancora di più per la nostra categoria che per larga parte delle sue lavoratrici e lavoratori vede il sabato, la domenica e spesso anche i giorni festivi come giornate di lavoro.

Per questa difficoltà credo che il nostro risultato di partecipazione sia anche motivo di orgoglio.

La risposta dei delegati, degli iscritti, dei lavoratori alla manifestazione è stata frutto della capacità di far comprendere le nostre posizioni e proposte, discutendo nei luoghi di lavoro e non solo, del perché i provvedimenti e le idee messe in campo dal Governo per il paese sono sbagliate, a partire dal Jobs Act.

Questa risposta è un dato rilevante in una fase dove si tende costantemente alle divisioni, a puntare il dito sullo scollamento tra il sindacato e il lavoro, a indicare l’inefficacia e il non ruolo dei cosiddetti corpi intermedi.

Quella piazza, a partire da noi, dalla FILCAMS, è stata la migliore e vera rappresentazione di una realtà diversa.

Come già sapete, nell’ultimo direttivo CGIL è stato indicato il percorso di mobilitazione con un pacchetto di 4 ore di sciopero da utilizzare nel mese di novembre e la proclamazione dello sciopero generale per venerdì 5 dicembre.

Un percorso in linea con le valutazioni svolte sin dal mese di settembre quando si è deciso la manifestazione del 25 in cui abbiamo detto che l’obiettivo e il nostro lavoro dovevano traguardare la manifestazione stessa.

Pensando ai nostri settori, il giudizio e la preoccupazione per i contenuti del Jobs Act e della Legge di stabilità vengono rafforzati. Non ci sono segnali e attenzioni per il turismo, per il terziario e servizi, salvo nella prosecuzione della spending review; non si danno risposte ai problemi veri, a partire dal lavoro.

La filosofia del Jobs Act nel contrapporre i giovani con i vecchi, i privilegiati contro i precari, assume a verità una finzione cioè:
- il lavoro si crea se si riformano le regole del mercato del lavoro
- si possono assegnare diritti e tutele per chi oggi ne è privo se si tolgono i diritti e le tutele esistenti.

Entrambi gli assunti sono falsi e lo sono ancora di più guardando i possibili contenuti che dovrebbero prendere corpo nei decreti attuativi. Per questo, anche le mediazioni interne al PD e con il Governo, per provare a modificare le questioni più delicate del Job Act, non producono inversioni sostanziali tali da cambiare il profilo della riforma.

Cosa dovrebbe prendere forma anche dopo le possibili mediazioni:

    -L’unico contratto precario che sarà eliminato è il contratto a progetto ma nulla si continua a dire rispetto alle altre forme di contratto atipiche e precarie. Senza risposte anche le tanto nominate Partite IVA.

    -I CO.CO.CO. avranno accesso all’ASPI ma non si ravvisano estensioni delle tutele a chi non ne ha; tutele come la malattia, il diritto al riposo, la maternità (salvo che non si faccia riferimento al bonus per le nascite).

    -Non c’è estensione reale delle tutele nel caso di perdita del lavoro e che accompagni il lavoratore in questa flessibilità tra un lavoro e l’altro. Lo stanziamento indicato di 1,5 miliardi per gli ammortizzatori, è addirittura più basso di quanto è stato assorbito nel corso del 2014. Quindi, anche registrando la disponibilità emersa in questi ultimi giorni a ricercare risorse aggiuntive, non si comprende come si possa garantire copertura reale e uguale a chi oggi ne è privo.

    -Ci sono però con certezza: l’introduzione delle norme sul demansionamento, e le norme sulla videosorveglianza dove, in virtù sempre delle ultime mediazioni, si potrebbero avere dei correttivi.

    -Non c’è alcun cenno – parlando di futuro – in merito alla previdenza, tema che proveremo ad affrontare nella giornata di domani, sul quale mi limito a dire che abbiamo due aggravanti legati alla Legge di Stabilità. La norma sul TFR e l’aumento dell’imposta sul risultato netto dei fondi di previdenza complementare dall’11% al 20%, così come l’aumento della tassazione sui rendimenti del TFR lasciato in azienda che sale dall’11% al 17%.

Non c’è nulla che ci possa far dire che con questi contenuti “stiamo cambiando verso”. Non c’è nulla che risponda a quella richiesta di un mondo del lavoro universale nei diritti, nelle tutele, nelle opportunità e nelle possibilità.

Ma si insiste nel voler proseguire su questa strada, tanto che anche la mediazione che si sta tentando sull’art 18 è vuota. Il ruolo deterrente e la salvaguardia contro i licenziamenti illegittimi viene completamente depotenziata facendo scattare, per i licenziamenti economici, un indennizzo “crescente con l’anzianità di servizio” che sostituisce la reintegra che sarà mantenuta solo per i licenziamenti nulli, per motivi discriminatori insieme a fattispecie specifiche e limitate di licenziamenti ingiustificati di natura disciplinare.

Un segnale arriva, sul tema della conciliazione dei tempi di vita e lavoro rivolta non solo alla cura dei figli ma alle cure parentali in generale. Sembrano previsti anche congedi dedicati alle donne inserite nei percorsi di protezione relativi alla violenza di genere.

Tracce, queste ultime, anche interessanti, ma nel complesso le mediazioni che si sono ricercate non modificano l’impianto e non sarebbero sicuramente in grado di bilanciare la immotivata e totale destrutturazione dell’art 18.

E mentre si parla del problema del LAVORO che non c’è e della disoccupazione giovanile allarmante, e si corre a voler approvare ad ulteriori colpi di fiducia questo DDL, non si commenta il risultato deludente di “Garanzia Giovani” (il programma finanziato con i soldi dell’UE) che aveva quale obiettivo quello di costituire la possibilità di un lavoro proprio per i giovani.

Bisognerebbe quanto meno interrogarsi del perché non sta funzionando mentre si prova a varare una riforma complessiva che persegue lo stesso obbiettivo e quindi comprendere che forse per creare lavoro c’è bisogno di altro!!

Ma ci sono altre ragioni, che possiamo declinare in chiave FILCAMS, per dire che si continua a non produrre quel cambio di passo necessario. Il matching tra Jobs Act e Legge di Stabilità risulta infatti ancora meno convincente.

Nel suo insieme – come già espresso dalla Confederazione – la Legge di stabilità è inadeguata e insufficiente in termini di investimenti e politiche di sostegno alla crescita. Il tratto della legge non è espansivo ma continua in realtà a perseguire la politica di austerità , di precarizzazione del lavoro e di deflazione salariale, che rischiano solo di allargare il ventaglio di disuguaglianze.

Dalla valutazione generale, possiamo entrare nel particolare esaminando e facendo una cernita dei provvedimenti che intercettano in modo diretto la Filcams.

Nel DDL Stabilità è presente “a copertura della manovra” un ulteriore intervento di taglio alla spesa della pubblica amministrazione. Siamo quindi in linea di continuità con la spending review già attuata con i tagli lineari dal 2008 in avanti. A questo si aggiunge l’assenza di provvedimenti annunciati e mai attuati come, ad esempio, la riduzione delle stazioni appaltanti e l’esame delle spese “discrezionali” ad iniziare da quelle per studi e consulenze.

Sempre in materia di tagli si procede ad una spending review sul sistema degli Enti Locali (Regioni, Provincie, Comuni).

In entrambi i casi, è impossibile non vedere il rischio di determinare effetti negativi sulle prestazioni, a partire da quelle sanitarie, sul livello della tassazione locale, nonché sull’occupazione a partire dagli addetti ai servizi dati in appalto che saranno sottoposti a taglio.

Sul fronte del welfare, si istituisce il bonus per i nuovi nati ma non si risponde alla necessità di potenziare i servizi per l’infanzia. Secondo i dati della FP CGIL, con i circa 3 miliardi e mezzo in tre anni, in un’ottica di servizi per la famiglia e per l’infanzia, potevano essere costruiti ed avviati circa mille asili con la conseguenza di generare anche posti di lavoro.

Sulla previdenza, oltre a quanto già detto sul TFR e sui fondi Complementari, si prevede l’eliminazione delle prestazioni economiche accessorie erogate dall’INPS e dall’INAIL per le cure termali. Si tratta del costo del soggiorno alberghiero sostenuto dai due Enti al fine di consentire ai propri assicurati di usufruire dei particolari trattamenti termali, previsti dalla legge, al fine di evitare l’invalidità di questi soggetti. Il rischio di un tale provvedimento è quello di non comportare alcun risparmio ma anzi un aggravio di spesa. Le stime di impatto sull’occupazione evidenziato da FederTerme – come conseguenza di detto provvedimento – è di circa 400 unità.

Inoltre, sempre nel capitolo previdenza, gli effetti sui diritti delle persone subirà un ulteriore lesione causa la riduzione della tutela assicurata dai Patronati. Il taglio come sappiamo è di 150 milioni di euro. Su questo, la Filcams che vive in maniera sinergica la propria attività con i Patronati, mette un forte impegno di mobilitazione e sostegno. Non solo i tagli pregiudicano attività di assistenza e tutela che i Patronati svolgono in maniera gratuita ma per noi, il Patronato e il sistema dei Servizi in generale, sono il luogo del contatto e della capacità di dare risposte ai bisogni di informazione e di servizi a platee di lavoratori altrimenti difficilmente intercettabile per la frammentazione dei luoghi di lavoro.

Un attacco ai patronati che è anche attacco politico leggendo le stesse dichiarazioni dell’ INPS che ha dichiarato che senza Patronati, la pubblica amministrazione dovrebbe aprire e gestire circa 6 mila uffici permanenti con relativo aumento degli organici.

Sulla formazione continua verifichiamo un ulteriore prelievo di 120 milioni nel 2016 e di 20 milioni nel 2015 che depotenzia gli strumenti di formazione stessi dei Fondi Interprofessionali.

Aldilà di un chiarimento che forse bisognerebbe fare sull’IRAP per la sua finalità, è stridente come non ci siano clausole selettive per l’applicazione, tanto che la deducibilità sul costo del lavoro a tempo indeterminato è indiscriminata quindi vale per le aziende che creano buona occupazione ma anche per quelle che dismettono e tanti sono stati in questi anni i casi delle aziende del terziario, turismo e servizi.

Il regime fiscale agevolato per gli autonomi penalizza proprio i giovani che si affacciano alle professioni e che hanno tendenzialmente redditi più bassi.

Altro aspetto preoccupante deriva dalla razionalizzazione delle Società partecipate locali perché nell’aggregazione dei servizi, su ambiti territoriali ottimali, come vengono definiti nel testo, potrebbero essere affidati alle grandi compagnie private di gestione dei servizi pubblici anche i beni comuni come l’acqua (referendum 2011 sui servizi pubblici locali!!). Preoccupante l’assenza di prime misure di riorganizzazione, soppressione, accorpamento anche delle società che gestiscono servizi “strumentali” nonché l’assenza di strumenti di gestione dei collegati problemi occupazionali (stiamo parlando di un intervento che riguarda oltre 7700 aziende).

Il giudizio sul Jobs Act e sulla Legge di Stabilità, in assenza di segnali significativi di cambiamento, costituiscono una ipoteca negativa sul paese.

Questa è accompagnata da una volontà di modificare anche gli assetti della democrazia a partire da quella parlamentare, e dal non riconoscimento delle voci che sono portatrici di una idea e di una proposta diversa. Si è avviato un processo di delegittimazione che si traduce nel messaggio che tutto ciò che estraneo ed esterno al Governo e al suo Leader è per definizione: difesa dei privilegi, paura e ostacolo al cambiamento, autoreferenzialità dei burocrati, sia essi di stato che sociali, gufi, fannulloni, ed altre categorie negative che vanno estirpate per poter dare un futuro al paese.

Una semplificazione continua e un gioco di contrapposizioni che parlano alla pancia di un paese che al settimo anno di crisi, austerità e decrescita, sta portando a sintesi rabbia, difficoltà, povertà, mancanza di prospettive.

In questo nuovo linguaggio e visione del futuro, si è arrivati a dire molte cose di poco senso ma tra le più preoccupanti c’è il ritornello che le manifestazioni e lo sciopero sono una libera scelta e come tali devono essere rispettate ma non si prende in considerazione il messaggio che la piazza rivolge alla politica e a chi governa.

Una chiusura sul merito oltre che una manifestazione d’arroganza; una modalità di operare pericolosa perché si frappone una ulteriore distanza laddove ci sarebbe bisogno di comunicazione e coesione. Invece il premier agisce in velocità in un moto perpetuo di annunci, dichiarazioni, imperativi , consegnate solo ai media e alla rete oltre che al rapporto con le imprese ma non con i lavoratori.

Per questo anche per la CGIL e per la FILCAMS, la modalità con cui siamo in campo non è aspetto slegato dalle proposte e dalla nostra idea per il paese.

Nel Direttivo CGIL del 12 Novembre, è stato fatto esplicito riferimento al mantenimento dello schema sindacale in cui continuare la nostra azione, evitando di essere trascinati e farci coinvolgere nell’idea – da più parti adombrata – che in CGIL si stia preparando e lavorando per le prove tecniche di un nuovo partito di riferimento per il lavoro.

Confermare lo schema sindacale significa proseguire quel faticoso lavoro a cui dare carattere di continuità nei luoghi del lavoro e in altri luoghi non strettamente sindacali per aggregare, intorno alle idee, le associazioni, i disoccupati, i giovani, i precari, i nostri iscritti.

Poi ci deve essere un grado di consapevolezza perché siamo comunque in uno scenario con delle nuove variabili:

la prima consapevolezza e che non ci troviamo davanti ad una “spallata” con cui, intensificando mobilitazioni e scioperi, si produce automaticamente un cambiamento. E’ utile fare questa riflessione, per evitare la polemica con chi – anche da parte sindacale – bolla come ideologiche le iniziative della CGIL. Di contro, banalmente, se lo sciopero e le mobilitazioni non hanno questa finalità, rinunciare a manifestare e occupare spazi dove convogliare diverse idee e proposte, significa non avere più neppure diritto al dissenso e a dare voce alla nostra gente.

L’altra consapevolezza che discende dalla prima è che la situazione che stiamo vivendo ha tali complicazioni da non poter attendere l’elaborazione di cosa succederà dopo le nostre iniziative. Alla domanda di cosa si fa dopo le mobilitazioni di Novembre e lo sciopero di Dicembre dobbiamo provare a rispondere subito.

Anche per il problema del dopo…..Nello schema sindacale, ogni iniziativa dovrà parlare delle nostre proposte: della creazione di lavoro, della lotta alla precarietà, della buona occupazione.

Nel solco delle iniziative Confederali, la tabella di marcia della FILCAMS parla lo stesso linguaggio ad iniziare dall’iniziativa di domani sulle pensioni, e del 24 novembre sulle donne e i migranti. Proseguiremo nel corso dei prossimi mesi con l’iniziativa sulle società partecipate, sugli appalti – dove diventa centrale la proposta di legge della CGIL e tutto il lavoro intenso che produrremo per la raccolta delle firme – e ancora i temi della legalità, dell’evasione, come proseguiremo la nostra campagna “Job Art” sul binomio turismo e arte in un paese che non vuole parlare di politiche di sviluppo, e il tema della contrattazione con gli approfondimenti che avevamo già deciso di avviare nel Direttivo di settembre.

Inoltre, la situazione in cui stiamo vivendo continua a parlare anche a noi, alla nostra capacità di essere un sindacato che saprà rispondere a nuovi scenari e rappresentare le istanze del lavoro.

Per questo credo che l’avvio della discussione per la Conferenza di Organizzazione sarà un appuntamento importante a cui dovremmo partecipare portando uno spaccato del lavoro e una esigenza di riorganizzazione compatibile e sostenibile. Per questo, anche la discussione che è stata messa in calendario dalla CGIL per parlare dell’identità e dell’autonomia del Sindacato dopo l’ulteriore tsunami politico a cui abbiamo assistito, va colta con favore.

Nello scenario che si prospetta, l’Organizzazione dovrà essere sempre più funzionale al ruolo e all’azione che ci proponiamo di sostenere e per questo auspichiamo e lavoriamo per una discussione a tutto campo.

Come non possiamo rinviare una discussione sulla contrattazione partendo dal fatto che, la velocità con cui il Governo si muove, ci consegnerà a breve un pacchetto sulla contrattazione aziendale ed i minimi salariali.

Un modello che tende a precarizzare ancora di più il tessuto dei lavoratori e colpire il ruolo contrattuale del Sindacato. A quell’appuntamento dovremmo arrivare con una proposta riflettendo su quanto emerso anche dal Congresso e quanto già di quei nostri ragionamenti è superato o rischia di essere superato ancor prima di vedere la realizzazione.

Parlare di contrattazione inclusiva resta per tutti noi un orizzonte irrinunciabile pieno di contenuti ma dobbiamo pensare se da solo, rispetto all’idea di riforma del modello contrattuale del Governo, questo sarà sufficiente.

Per questo, la categoria riconferma la necessità di mettere in agenda momenti di approfondimento e riflessione su ruolo contrattuale dei prossimi anni.

E in questa discussione dobbiamo collocare anche la nostra attuale situazione sui rinnovi dei CCNL.

Sono complessivamente 10 Contratti Nazionali aperti e non rinnovati. Sono trascorsi quasi 12 mesi dalla presentazione delle piattaforme sindacali nel commercio e cooperazione, 18 mesi nel turismo e nel multiservizi, poco meno di 12 mesi per gli studi professionali, oltre tre anni per il settore dei termali.

Credo che non dobbiamo ripercorrere qui, con il gruppo dirigente, le ragioni che non ci hanno ancora consentito di far maturare i rinnovi contrattuali o ridiscutere il valore che, per i nostri settori, assume il Contratto Nazionale.

C’è però il rischio di neutralizzare l’importanza dei contratti per il fatto stesso di non riuscire a raggiungerne il rinnovo. Come siamo consapevoli che il semplice trascorre del tempo non ci consegnerà una soluzione.

Credibilmente, alla luce di quanto ho detto prima riferendomi alle posizioni ispirate dal Governo su un “nuovo modello contrattuale”, ci potremmo trovare da Gennaio a discutere di contrattazione con parametri diversi e non certo migliorativi.

In questo quadro di riferimento noi non possiamo rimanere fermi ma dobbiamo riaffermare e rivendicare il diritto ai rinnovi chiamando le Associazioni datoriali a questa responsabilità.

II contratto dei termali vede due questioni impraticabili per ragioni di sostanza e principio: la richiesta datoriale di ampliare la sfera di applicazione invadendo il CCNL Turismo e una revisione del trattamento di malattia. Ad oggi, dobbiamo oggettivamente dire che, anche causa un futuro incerto del settore, non è facile intravedere come potrà proseguire la trattativa considerando i possibili riverberi previsti – come detto – nella Legge di stabilità.

Sul Turismo, le soluzioni che si sono affacciate nell’ultimo periodo in Confindustria seguono lo schema “CCNL pulito/senza destrutturazioni” e “patto per la crisi” nel quale, ad esempio, affrontare i temi della tutela occupazionale e delle terziarizzazioni introducendo una qualche forma temporanea di calmierazione del costo del lavoro (soluzione finalizzata a sgombrare il tavolo dalla richiesta di ROL, Scatti, diminuzione pagamento straordinario, aumento utilizzo contratti a termine, etc). Dopo una iniziale esplorazione comune si è palesato un “raffreddamento” da parte della Uiltucs (così come avvenuto per il Terziario su una soluzione similare). Al netto delle nostre valutazioni di merito, per cui riteniamo questo percorso da approfondire fino in fondo, credo in realtà che non possiamo che richiamare un principio.

Per la stessa dinamica che si è concretizzata in Confcommercio dove, a posizioni contrapposte tra noi e gli altri, è prevalso il valore unitario del risultato contrattuale, lo stesso elemento valoriale accompagna anche questo tavolo per cui è opportuno non consumare strappi.

Se Confindustria non accetterà di abbandonare questa ipotesi e ragionare su un altro terreno di soluzioni non potremo che andare verso una nuova mobilitazione.

Situazione a cui potremmo legare i tavoli di FIPE ed ANGEM, con l’unica differenza di lasciare ancora sospeso il giudizio su ANGEM per l’incontro che si svolgerà domani 18 novembre. Se la posizione delle due Associazioni continuerà sulla scia delle richieste improponibili fino ad ora ascoltate e mai rimosse dal tavolo, si aprirà anche qui una convergenza sulla mobilitazione del settore turismo.

In virtù della proclamazione dello sciopero generale sarà necessario comprendere se definirla entro dicembre oppure concentrarci sul mese di gennaio.

Il multiservizi ha visto un “tacito” rallentamento della trattativa motivato oggettivamente dal fatto che noi e le società/associazioni che siedono a quel tavolo hanno dovuto rivolgere l’attenzione alla soluzione dei problemi connessi alla spending review, a partire dagli appalti degli ex LSU nelle scuole. Questa situazione va ora superata, incalzando le controparti ad entrare nel merito del contratto e comprendere se ci sono le condizioni e la reale volontà di giungere al rinnovo.

Sul terziario, credo dobbiamo porci l’obiettivo di uscire dalle secche in cui i tavoli negoziali sono collocati. Oggi, dopo oltre 4 mesi dall’interruzione della trattativa con Confcommercio e nessuna soluzione concreta con le altre controparti (Cooperazione, Federdistribuzione, Confesercenti) diventa necessario far maturare un’idea e decidere il nostro posizionamento.

Per farlo, dobbiamo ripartire da alcuni presupposti chiave.

Per quanto riguarda noi, non è possibile un contratto che preveda la riduzione delle condizioni normative e il paradigma che in fase di crisi per avere una risposta salariale dobbiamo rimettere mano a scatti, permessi, malattia, etc (destrutturazione del CCNL).

Per la Filcams non è possibile un rinnovo che preveda l’eliminazione del ruolo del secondo livello di contrattazione quando si parla di orari e di regolazione delle flessibilità. Ragione per la quale si è interrotta la trattativa nel mese di giugno con Confcommercio.

A queste due condizioni, dobbiamo legare i punti e le valutazioni di contesto che ci possono avvicinare alle altre OOSS e su cui poter ricostruire un terreno di iniziativa:

    -La ricerca di un risultato dei rinnovi contrattuali omogeneo che non determini disequilibrio tra i tavoli negoziali;

    -Il contesto politico, determinato dall’idea del Governo di mettere mano al modello contrattuale che non depone a favore di miglioramenti sul ruolo del CCNL;

    -La condizione per cui, dal 14 settembre 2014, il paese è entrato in deflazione con gli effetti negativi sul consumo e sulla spesa che tenderanno a far peggiorare la percezione e l’andamento di alcuni settori a partire dal commercio/terziario. Situazione che era già presente un anno fa, alla presentazione delle piattaforme, ma che registra un ulteriore proiezione negativa poiché gli indicatori di crescita, anche per il prossimo anno, sono irrilevanti.

    -Il valore unitario del risultato contrattuale su cui lavorare: una componente importante poiché, come abbiamo avuto modo di registrare nel terziario ma anche negli altri tavoli, le posizioni di merito tra noi e le altre OOSS sono spesso distanti. Le ragioni per cui non si è consumato un contratto separato (e probabilmente questa condizione può essere esclusa per il futuro), sono legate quindi a questo fattore rilevante dell’unitarietà di azione finalizzata ai rinnovi.

Da questo quadro dobbiamo ripartire per rivendicare il diritto al Contratto, e chiamare a questa responsabilità le Associazioni datoriali tutte (Confcommercio, Federdistribuzione, Coop, Confesercenti).

In questa discussione, non possiamo ignorare la proposta di un accordo ponte emersa sul tavolo di Federdistribuzione. Un accordo ponte può essere letto come una modalità per evitare, in questa stagione difficile, un risultato contrattuale che porta mediazioni “a ribasso” e peggioramento delle condizioni esistenti. Pur avendo dato una disponibilità ad approfondire i contenuti, la proposta di Federdistribuzione non ha il valore di un rinnovo contrattuale e porta con sé delle complicazioni difficilmente gestibili (Federdistribuzione diventerebbe titolare delle normative esistenti compreso quelle del CCNL separato del 2011, dette norme andrebbero in ultravigenza rinviando la trattativa per il vero CCNL in una fase successiva, non ci sarebbe inoltre alcuna risposta sul salario).

Per rivendicare il rinnovo del Contratto, dobbiamo, prima di tutto, aprire una riflessione con Fisascat e Uiltucs per verificare la possibilità di ricercare nuovi assi strategici che si riconoscano sulle considerazioni e posizioni sopra espresse.

Se il nostro obiettivo è quello di rimuovere i punti dirimenti e divisivi a partire dalla flessibilità, non essendo ad oggi praticabile una differente formulazione su questo tema che sia condivisa da tutti, dobbiamo provare a percorre un’altra strada consegnando alla trattativa la ricerca di un nuovo punto di equilibrio e di mediazione.

Chiedere di arrivare ad un rinnovo contrattuale non significa rilanciare e neppure buttare a mare quella parte del lavoro svolto che avevamo anche noi considerato condivisibile e su cui effettuare però un’ulteriore selezione e puntualizzazione. E’ immaginabile inoltre, che, qualora ci fosse la disponibilità da parte di tutti a lavorare per un rinnovo diverso da quello che si prefigurava a giugno, questo potrebbe comportare anche un bilanciamento differente tra parte normativa e salariale (come ricorderete non siamo arrivati a discutere di salario nella precedente trattativa ma si ipotizzavano delle cifre).

I tasselli indicati possono essere considerati come il nuovo perimetro in cui lavorare per costruire un rinnovo contrattuale diverso con tutte le controparti coinvolte dalla piattaforma unica e unitaria da cui siamo partiti.

Se questa sfida non sarà raccolta o se non si determineranno le condizioni per raggiungere un risultato positivo, valuteremo i percorsi e le iniziative di mobilitazione da mettere in campo per dare delle risposte alle lavoratrici e ai lavoratori e per riaffermare il valore del Contratto Nazionale di Lavoro.

Ancora prima di poter prefigurare se e quale sarà il risultato, dobbiamo considerare questo percorso come esplorativo accompagnato dalla giusta dose di cautela e attenzione per la complicazione di tenere insieme tutti i tavoli del terziario in una soluzione omogenea, e per le diversità che ci sono note tra noi e le altre parti sindacali e datoriali.

Ultima considerazione è quella relativa al CCNL degli Studi Professionali, su cui richiamare l’attenzione di tutta la categoria. I prossimi appuntamenti di trattativa previsti per il 25 e 26 Novembre sono importanti per comprendere gli orientamenti delle controparti. Alcune posizioni, non condivisibili, sono già state anticipate e guardano nella direzione di produrre una riduzione del costo del lavoro e delle regole sul mercato del lavoro (rol, eliminazione del diritto di precedenza del contratto a termine ed innalzamento della percentuale di utilizzo, etc).

Mi limito a dire che in questo rinnovo, svolgiamo un importante esercizio della contrattazione inclusiva e abbiamo l’obiettivo di portare a casa delle soluzioni qualificanti con cui dare maggiori certezze e dignità alle tante partite iva, collaborazioni e praticanti così presenti nel settore.