Relazione M.G. Gabrielli Comitato Direttivo FILCAMS CGIL, 13/04/2015

Care compagne, cari compagni

I temi da affrontare in questa fase sono molti ma abbiamo ritenuto necessario e non diversamente gestibile, la convocazione di un Direttivo dedicato solo ed esclusivamente alla valutazione dell’ipotesi di rinnovo del Contratto Nazionale del Terziario con Confcommercio siglato il 30 marzo u.s.

A questo, si aggiunge la valutazione sulla situazione degli altri tavoli contrattuali ancora aperti, a partire proprio da quelli che sono correlati al Contratto appena siglato: Confesercenti, Federdistribuzione e Distribuzione Cooperativa.

Nelle passate settimane avevamo ipotizzato un percorso relativo alla Conferenza d’Organizzazione che abbiamo dovuto ridefinire nella modalità che vi è stata già comunicata. In estrema sintesi, la discussione e quindi il contributo al documento Confederale per la Conferenza, sarà discusso e costruito nel Direttivo previsto per il 27 Aprile, inoltrando, prima di questa data, una bozza di documento alle strutture. Questa bozza vuole ripercorre il lavoro già fatto dalla Filcams nell’Assemblea Organizzativa del 9 Luglio 2013 aggiornando e modificando i contenuti e gli obiettivi e, su questa base, costituire il contributo anche per la discussione Confederale.

Entro subito nel merito dell’Ordine del Giorno.

Premetto che dovrò essere didascalica ma non voglio dare per scontato che le questioni di merito siano state lette e comparate e quindi ritengo utile, almeno le più rilevanti, specificarle.

Per valutare con un buon grado di obiettività l’ipotesi di accordo del rinnovo del Contratto Nazionale del Terziario Confcommercio, dobbiamo ripercorre e tenere presente l’intera trattativa: la piattaforma unitaria presentata nel 2013, l’interruzione della trattativa avvenuta a Giugno 2014, la decisione assunta nel Comitato Direttivo Filcams del 17 e 18 novembre 2014.

Sulla piattaforma Unica e Unitaria, con cui siamo andati alla consultazione delle lavoratrici e dei lavoratori si è riproposto un problema che in misura più marcata almeno negli ultimi rinnovi contrattuali, della Filcams come di altre categorie, era già emerso.

L’avvio della trattativa ha visto da parte di Confcommercio la presentazione di una piattaforma rivendicativa, meno pesante rispetto a quelle che ci venivano presentate ad altri tavoli, ma con la stessa matrice: stabilire una scambio per arrivare alla definizione di un rinnovo contrattuale dove a “destrutturazione” del CCNL e alleggerimento dei costi esistenti si poteva, al massimo, quale contropartita, produrre un risultato salariale.

Tra le richieste originarie e più significative di Confcommercio, su cui la trattativa è rimasta a lungo bloccata, ricordo a tutti noi:

      ·un contratto di inserimento per soggetti svantaggiati della durata di 24 mesi con sotto inquadramento di due livelli e poi di un livello per ulteriori 12 mesi nel caso di trasformazione a tempo indeterminato; inoltre esclusione dal computo di tutti gli istituti e norme di legge (compreso i diritti sindacali),

      ·sospensione di 72 ore di ROL per tutta la vigenza del Contratto,

      ·regolamentazione dei permessi dei Dirigenti Sindacali,

      ·regolamentazione dei permessi mensili per i titolari di Legge 104,

      ·allungamento del passaggio dal V al IV Livello da 18 mesi a 24 mesi,

      ·introduzione del lavoro intermittente,

      ·il sotto inquadramento al V livello della figura professionale, già esistente nel Contratto, dell’allestitore di commissioni nei magazzini d’ingrosso medicinali,

      ·introduzione di una nuova flessibilità con cancellazione degli attuali articoli dal 125 al 130.

        Una nuova formula che doveva prevedere il superamento dell’orario settimanale con un 30% di prestazioni di lavoro aggiuntive da porre a recupero (pari a 12 ore per un orario settimanale di 40). Nell’eventualità di mancato recupero, le ore potevano essere scalate dai permessi individuali dei lavoratori con possibilità, in caso di non capienza, da parte del lavoratore, di andare anche a debito. Cancellazione di qualsiasi ruolo delle Organizzazioni Sindacali e delle Rappresentanze rispetto alla materia della flessibilità.

A questo “paradigma contrattuale” si sono aggiunti i dati tendenziali del settore che nel corso del 2014 rendevano evidente, l’assenza della tanto auspicata “ripresina” e l’ingresso in deflazione. Condizione oggettiva, per un settore che vive prevalentemente, se non esclusivamente, di domanda interna, condizionando ed indebolendo, in tal modo, anche la ricerca di un risultato salariale.

Il risultato che si stava evidenziando a Giugno 2014 non consegnava alcun equilibrio tra le varie posizioni.

Ma il punto di rottura è stato determinato dall’articolato sulle flessibilità. Credo non ci sia bisogno di andare a riprendere la proposta scritta e il giudizio che ne abbiamo dato.

Nella irremovibilità della parte datoriale a ridimensionare e togliere le parti più dirompenti e canalizzare la discussione su un piano più vicino alle OOSS, abbiamo fatto la scelta di non firmare, assumendoci un precisa responsabilità.

Una decisione che ha provocato, anche al nostro interno, una animata e tesa discussione con posizioni contrapposte. Abbiamo avuto l’intelligenza e il senso di responsabilità di non fare inutili e dannose forzature tra di noi e mantenere rispetto e fermezza nella decisione.

Della condizione che si è determinata a giugno va indicato un altro aspetto, non secondario: non si è consumata una firma separata.

Probabilmente i cambiamenti intervenuti nel paese e nella politica hanno condizionato ma l’interruzione unitaria della trattativa non poggiava su punti di convergenza: Fisascat e Uiltucs avevano il mandato della propria delegazione a firmare quel contenuto.

Abbiamo apprezzato e riconosciuto a Fisascat e Uiltucs, la coerenza con il percorso costruito nel regolamento della piattaforma ma il peso che noi abbiamo esercitato ci ha fatto subire anche il ricatto ingiustificato e insensato, da parte di Confcommercio, che contestualmente alla rottura della trattativa ha interrotto il tavolo sulla rappresentanza sindacale.

Il contesto politico del paese, la responsabilità di dare una risposta ai lavoratori, il convincimento di avere diritto al Contratto ed evitare di abdicare alla contrattazione trasformando il contratto stesso in uno strumento vuoto perché vuoto è il ruolo collettivo dei lavoratori e delle Organizzazioni Sindacali, sono state tra le valutazioni del nostro Direttivo del 17 e 18 novembre 2014.

In quel Direttivo abbiamo indicato quale percorso rimettere in moto per rivendicare il contratto nazionale. Anche qui, per continuità, ripercorro solo alcuni punti:

prima di tutto, l’apertura di una riflessione con Fisascat e Uiltucs per ricercare una sintesi nuova per arrivare ad un risultato comunque unitario.

Per il punto di rottura a cui eravamo arrivati, ci siamo detti che per costruire un risultato contrattuale non si poteva prevedere rilanci e neppure il buttare a mare quella parte del lavoro svolto che avevamo anche noi considerato condivisibile e su cui effettuare ulteriori selezioni e puntualizzazioni. Avevamo valutato inoltre che, qualora ci fosse stata la disponibilità, da parte di tutti, a lavorare per un rinnovo diverso, questo poteva comportare anche un bilanciamento differente tra parte normativa e salariale.

Ancora prima di poter prefigurare se e quale poteva essere il risultato, avevamo considerato il percorso da intraprendere come esplorativo accompagnato da una buona dose di cautela e attenzione per la complicazione di tenere insieme i tavoli del terziario in una soluzione omogenea e per le diversità che ci erano note tra noi e le altre parti sindacali e datoriali.

Un’esplorazione che abbiamo avviato e che ha marcato – come valuteremo tra un po’ – delle evoluzioni rilevanti. Un tratto di diversità rispetto a quanto delineato a giugno utile per poter riavviare un negoziato.

Un segnale di apertura credibile arrivato anche da Confcommercio che rendeva possibile il percorso.

Siamo pervenuti, attraverso questi passaggi, a configurare la costruzione di un’ipotesi di accordo che evidenzia dei coni d’ombra, delle criticità ma costruisce anche equilibri nuovi, eliminando molti punti negativi e consegnando un salario non rispondente alle esigenze e alle aspettative ma non scontato per la discussione in corso nel settore e nel paese.

Vado subito alle questioni nodali della trattativa di Marzo, partendo dal fatto che la maggior parte delle richieste di Confcommercio, che sopra vi ho riepilogato, sono state eliminate (alcune di queste erano ancora presenti nelle ultime fasi della trattativa di giungo).

Lo scoglio politico e sindacale relativo all’orario e alla flessibilità ha trovato una soluzione che riteniamo abbia rovesciato e annullato le impostazioni di Confcommercio.

Nell’art 124, relativo alle procedure per l’articolazione dell’orario settimanale, si prevede che le comunicazioni dell’eventuale variazione dell’orario possano essere fatte con un preavviso di almeno 30 giorni (prima era previsto entro il 30 novembre) pertanto la modifica porta con se che invece di parlare di applicazione in anno di calendario 1 gennaio – 31 dicembre, si passi ad anno mobile ed eventuali variazioni dovranno essere comunicate con il medesimo preavviso.

Nell’art 125, quello relativo alla Flessibilità dell’orario, Il superamento dell’orario contrattuale non viene modificato restando il limite di 44 ore settimanali per 16 settimane. Viene invece modificato il termine di recupero di queste ore eccedenti che può essere effettuato nel corso di tutto il restante dell’anno e non più in 16 settimane. L’elemento di modifica e di penalizzazione, rispetto al CCNL 2008 – che ha rappresentato la mediazione – è il venir meno dell’incremento di 8 ore di permesso – di cui all’art 121 punto 2 – che erano riconosciute aggiuntivamente nel caso in cui l’azienda faceva ricorso al regime di flessibilità.

Viene introdotto una ulteriore gestione dell’istituto prevedendo, qualora le ore eccedenti non vengano recuperate al termine del programma annuale di flessibilità, il pagamento delle ore stesse con il riconoscimento dello straordinario.

Resta, con i riadattamenti per rendere le norme coerenti tra loro, tutto l’articolato contrattuale di cui agli art 126 fino all’art 130 che si occupano delle altre modulazioni della flessibilità e della banca delle ore.

In tutti gli articoli, a partire dall’art 125, viene salvaguardato e mantenuto l’altro punto dirimente per noi, relativo al ruolo della contrattazione di secondo livello sulla materia.

Riteniamo questo risultato sulla flessibilità, pur nell’ambito di una penalizzazione relativa alle ore di permesso aggiuntive, un risultato più che significativo perché esattamente contrario a quello che veniva proposto e perché rispondente alla nostra impostazione.

Un lavoro che ha visto una volontà condivisa di tutte le Organizzazioni Sindacali pur partendo, su questo tema, come ci è noto, da posizioni diverse. Un lavoro faticoso nei confronti di Confcommercio che lo considerava, a giugno, il cuore del Contratto e che ha compreso come, non rimuovendo la loro proposta, non si sarebbe sbloccato alcun risultato.

Questo aspetto però merita qualche ulteriore commento. Avrete visto il risalto della stampa e delle dichiarazioni di Confcommercio su questa materia ma, chi come noi conosce i Contratti Nazionali, la proposta che era sul tavolo a giugno e la formulazione a cui siamo pervenuti, con una comparazione semplice riesce a comprendere come, in realtà, si sta provando a vendere un prodotto che, al netto delle modifiche che ho illustrato, non è un prodotto nuovo e di impatto rivoluzionario.

Avvalendoci di un minimo di bibliografica contrattuale, emerge che le norme sulla flessibilità dell’orario risalgono almeno al 1994 – Titolo VI, Orario di Lavoro, dall’art 31 all’art 40 – sono passati 20 anni o poco più.
Nel corso dei vari rinnovi sono state oggetto di modifiche, aggiustamenti e rivisitazioni, fino a giungere al testo del 2004 e 2008. Dall’esercizio che vi ho sopra proposto, risulta evidente che il testo che esce dall’ipotesi di accordo del 30 marzo è in linea con quanto previsto nel 2008 e soprattutto, in linea con la nostra impostazione.

Sul Mercato del Lavoro: non possiamo non evidenziare il danno che la norma Poletti ha provocato sull’apprendistato modificando i parametri esistenti. Questa condizione ha portato ad un arretramento delle percentuali di conferma degli apprendisti rispetto all’Accordo di Riordino della Disciplina dell’apprendistato che avevamo firmato nel marzo 2012 perché scende dall’80% al 20% (percentuale prevista dalla Legge stessa). Su questo, si è riusciti ad inserire un leggero miglioramento perché, a differenza della legge, il 20% vale per tutte le aziende indipendentemente dalla dimensione numerica. Le ore di formazione, la durata del contratto e i livelli di inquadramento restano invariati.

Sul contratto a termine si è aperta una discussione con una proposta nuova di Confcommercio che prevedeva la possibilità di utilizzare il tetto del 20% spostandolo tra i diversi punti vendita di un’azienda. Per essere più chiari la percentuale del 20% non utilizzata in un punto vendita – in tutto o in parte – può essere spostata su un altro punto vendita che quindi, per ipotesi, può anche avere il 40% di contratti a termine rispetto ai lavoratori a tempo indeterminato.

Una regolamentazione che abbiamo ritenuto non idonea e che ha trovato, quale mediazione, un punto di buon senso prevedendo la possibilità di utilizzo fino al tetto massimo del 28% cioè lo stesso che oggi è utilizzato per assunzione di contratti a termine e di contratti interinali. Quindi, non modificando le percentuali già esistenti, la scelta, per l’azienda, sta solo nella modalità con cui comporre questa percentuale. Di miglior favore, a nostro avviso, è il fatto che la percentuale continua ad essere calcolata sul punto vendita e non sul totale azienda come previsto dalla riforma Poletti.

Nodo sicuramente critico sempre relativo al Mercato del Lavoro è quello del Contratto di Sostegno all’occupazione. Uno scoglio che, sminato il problema della flessibilità, non si è riusciti ad eliminare ma solo introdurre un numero di paletti per delimitarne l’uso.
Rispetto al testo presente sul tavolo a giugno, sul quale avevamo già apportato diverse modifiche rispetto alla proposta Confcommercio, abbiamo lavorato per: rafforzare le causali di ricorso riferendoci alle condizioni più complesse di disagio lavorativo (ad esempio, persone che non sono riuscite a trovare ricollocazione anche dopo aver utilizzato e terminato eventuali ammortizzatori sociali); abbiamo indicato come sperimentale l’istituto rendendolo applicativo entro la vigenza contrattuale e posto a monitoraggio e verifica in occasione del prossimo rinnovo. E’ stata eliminata la possibilità di escludere dal computo delle norme di legge questa forma contrattuale.

Resta per noi il problema politico, che ha occupato insieme alla flessibilità, una parte rilevante della trattativa. Confcommercio ha fortemente sostenuto questa forma agevolata di assunzione considerandola migliore di un contratto a tutele crescenti la cui previsione di utilizzo per le proprie aziende viene considerato scarsa e di poca attrattiva. Indubbiamente dichiarazioni singolari e forse verificabili nel tempo. E’ indubbio che per noi, il punto non è fare delle scelte contrarie alle assunzioni – accusa che ci è stata mossa durante la trattativa – ma la qualità del tipo di intervento.

Questa ipotesi di accordo unitaria arriva dopo il Contratto Separato del 2011 ed è difficile superare e ricomporre questa storia contrattuale.

Ma il problema non è dell’oggi poiché abbiamo provato a discuterlo, facendo una scelta, all’atto di presentazione della piattaforma e durante i mesi di trattativa.

Nella piattaforma con cui ci siamo presentati ai lavoratori abbiamo espressamente dichiarato di aver fatto una scelta di responsabilità nel presentare una piattaforma unica e unitaria, nella consapevolezza di un contesto economico e sociale problematico e che ci poneva la necessità di una convergenza di sforzi comuni.

Questa scelta, fatta allora, non poteva di certo rimuovere le valutazioni di merito che hanno motivato divergenze e scelte diverse rispetto al Contratto 2011 ma continuando ciascuno a mantenere le proprie impostazioni, abbiamo considerato la nuova fase contrattuale utile per provare a individuare nuovi e diversi punti di sintesi rispetto alle questioni non condivise nel 2011, spazio da poter ricercare anche nella contrattazione di secondo livello.

Un terreno da lavorare molto difficile. Abbiamo dovuto far comprendere alle controparti, a Fisascat e Uiltucs che se c’era una totale chiusura sui temi del Contratto Separato del 2011 non avremmo potuto fare alcuna discussione. Soprattutto, abbiamo dovuto scegliere come e su cosa intervenire poiché un intervento ampio, nel tentativo di riprodurre un risultato diverso da quello del 2011, non trovava spazi di sostenibilità per essere realizzato. In questa ricerca – durante la trattativa – il punto di contatto lo abbiamo costruito intorno all’istituto della malattia.

La materia diventa oggetto di secondo livello, e la scelta, seppur può apparire debole rispetto alla frattura che si era determinata con la firma separata in realtà non può essere liquidata come di secondaria importanza.

Segna nei fatti un intervento e una spazio che non c’era, non era previsto, e che ci permette di continuare ad agire contrattualmente e di sostenere le nostre posizioni. In giro per l’Italia dove abbiamo recuperato in questi anni, in tutto o in parte la carenza malattia, sono stati realizzati da noi, dalle strutture territoriali, dalle delegate e dai delegati centinaia di accordi.

Sulla bilateralità è necessario fare due precisazioni poiché, come è ben visibile, abbiamo ristrutturato tutto l’articolato.

Questo capitolo – come ricorderete – era già presente dal mese di giugno ed è stato nella sostanza un lavoro di adeguamento del testo del 2008 con l’Accordo di Governance.

Più precisamente, sapete che il primo Accordo fu sottoscritto il 10 dicembre del 2009 ma l’evoluzione e completezza della Governance è stata raggiunta con l’Accordo Interconfederale del 20 febbraio 2014 sottoscritto tra Confcommercio, CGIL – CISL e Uil e con l’Accordo del 19 marzo 2014 tra Filcams-Fisascat – Uiltucs e Confcommercio.

Questi Accordi ridisegnano ruoli, scopi, competenze, strutture, gestione degli Enti e Fondi a livello Nazionale e territoriale declinando criteri di trasparenza, razionalizzazione ed efficacia degli Enti compreso le incompatibilità. Per rendere questi contenuti vincolanti e cogenti andavano tradotti nel Contratto a modifica dell’impostazione prevista nel 2008 che con tali Accordi abbiamo inteso superare.

Elemento nuovo è invece quello riguardante l’omissione da parte delle aziende rispetto all’iscrizione dei lavoratori ai Fondi Est e Quas, dove in sostituzione della precedente previsione che dava due opzioni al datore di lavoro viene indicata una sola opzione e cioè che in caso di omissione di versamento, deve essere corrisposto al lavoratore in busta paga un elemento distinto della retribuzione.

La seconda questione intorno alla bilateralità vorrei provare ad esporla così: la prima tappa è stata quella di non sfuggire al fatto che il nostro sistema della bilateralità doveva essere profondamento riformato costruendo quindi la Governance, la seconda tappa quella di aver reso la Governance cogente e vincolante dentro al Contratto, la terza, la più impegnativa è quella che abbiamo già iniziato a fare da un po’ di tempo ma su cui molto dobbiamo ancora fare: essere coerenti con la Governance stessa per determinare la discontinuità e un vero punto di rottura, per avere una bilateralità a supporto e vantaggio delle esigenze e dei bisogni dei lavoratori e delle imprese.

Per questo vi anticipo che tra i prossimi appuntamenti della Filcams dovremo convocare la Consulta della Bilateralità per fare il punto della situazione e lavorare in modo coordinato e sistematico tra struttura nazionale e territoriale per tradurre questi obiettivi.

Ci sono nel testo altri aspetti positivi ed altri critici che non sono esattamente “ad immagine e somiglianza” della Filcams ma frutto della mediazione complessiva. Non li affronto nel dettaglio, per necessità di sintesi e perché il testo contrattuale è stato già consegnato e credo ampiamente letto.

Ultimo capitolo è quello relativo al salario. In questa fase abbiamo ritenuto importante comunque salvaguardare i due aspetti: salario strutturale ed elemento economico di garanzia per il secondo livello contrattuale. La determinazione di un risultato salariale significativo non era un dato scontato.

Abbiamo a lungo discusso anche tra di noi su questo problema, in considerazione dei dati economici del 2014, delle previsioni non positive per il 2015, degli andamenti dell’inflazione che avevano non solo messo in discussione la nostra richiesta di piattaforma ma la stesse determinazione di un nuovo punto di equilibrio.

I Contratti Nazionali chiusi prima del nostro non ci hanno consegnato un punto di riferimento, i contratti che si apriranno nel settore dell’industria hanno già paventato uno prospettiva quanto meno provocatoria parlando – come nel caso di una parte di Confindustria – di restituzione più che di incremento.

Abbiamo svolto la trattativa con l’obiettivo unitario di mantenere un importo e un montante dignitoso e credibile. La cifra che già conoscente è di 85 euro al IV livello, pagate in 5 trance per un montante, dal 1 aprile 2015 al 31 dicembre 2017, di 1.811.00 euro. A questo si aggiunge l’una tantum di 90 euro al III e IV Livello per le aziende a partire da 11 dipendenti e di 80 euro per quelle fino a 10 dipendenti.

Il risultato è stato raggiunto, anche producendo un intervento che vede di fatto gli aumenti salariali spalmati non entro 36 mesi di vigenza ma in 33 mesi a partire dal 1 aprile e portando in ultravigenza le norme precedenti fino al 30 marzo.

Questo nuovo quadro che si è composto, ci ha portato a valutare come segreteria il segnale di cambiamento oggettivo rispetto al risultato che avevamo volutamente lasciato a giungo dello scorso anno.

Un esito, quello attuale, non privo di criticità e di ulteriori oneri politici per la Filcams, per le ragioni che ho anzi detto, ma che nel ribaltare il paradigma che voleva una scambio totale tra normativa e salario ha determinato una conclusione del negoziato su una base diversa.

Abbiamo costruito una risposta salariale, senza produrre degli avanzamenti innovativi ma impedendo la destrutturazione delle norme e producendo comunque dei cambiamenti.

Un risultato che abbiamo valutato come possibile e spendibile – certo – in una fase dove la stessa azione contrattuale ed il ruolo di agente salariale del Contratto – vengono messe in discussione.

Un risultato che vede molto l’impronta della Filcams ma che ha il valore di un lavoro unitario che non possiamo sottovalutare.

Oggi come Direttivo Filcams siamo chiamati a valutare questo risultato e domani lo faremo in modo unitario con l’assemblea dei quadri e dei delegati.

Immediatamente dopo siamo chiamati a portare alla consultazione delle lavoratrici e dei lavoratori l’ipotesi di accordo in un percorso di coerenza con il regolamento che ci eravamo dati.

E’ necessario ora consegnarci un’ultima considerazione relativa agli sviluppi che l’ipotesi di accordo potrà avere o non avere rispetto agli altri tavoli. Avevamo già considerato, nei nostri ragionamenti, che la chiusura di un tavolo contrattuale di per se, può assumere il ruolo di apripista. Questo contratto, pur rappresentando un punto di riferimento, non ci consegna quindi una facilitazione del percorso con gli altri interlocutori.

I primi segnali che arrivano informalmente da Federdistribuzione, Confesercenti e Distribuzione Cooperativa non sono segnali positivi.

E’ presumibile che Federdistribuzione non veda nei contenuti dell’ipotesi sottoscritta alcun interesse da un punto di vista normativo ma solo l’onere di un importo salariale non sostenibile da parte delle imprese loro associate. La linea di Federdistribuzione, ad oggi, resta quella che ci è stata proposta nel mese di luglio e settembre 2014 dove il contratto ipotizzato prevedeva sul salario una sorta di moratoria. Nell’incontro che sarà fissato a breve tra la Presidenza di Federdistribuzione e le segreterie generali di Filcams Fisascat e Uiltucs, cercheremo di comprendere in maniera chiara quale percorso si apre nei confronti di questa Associazione.

Posizione simile possiamo captare dal mondo della distribuzione Cooperativa immaginando che il problema per loro sia l’ulteriore aumento del differenziale di costo con Confcommercio dovuto anche a questo aumento salariale. Anche il tavolo della Distribuzione Cooperativa deve però uscire definitivamente allo scoperto.

Il questa settimana Confesercenti ha chiesto un incontro alle segreterie generali per parlare del Contratto Nazionale del Terziario, sapendo però che in questo caso, abbiamo in sospeso con loro anche il contratto del turismo.

Care compagne e cari compagni, abbiamo ancora molti ostacoli da rimuovere prima di completare il percorso vero, quello che ci permette di consegnare un Contratto Nazionale a tutti i lavoratori del terziario e non solo ai lavoratori dell’area Confcommercio.

Anche per questa condizione riteniamo vada valutata con la giusta dose di positività e senza omissioni l’ipotesi di rinnovo del Contratto con Confcommercio e fare uno sforzo organizzativo ulteriore ma imprescindibile perché contestualmente alla consultazione e al voto per questo rinnovo, dobbiamo avviare una forte campagna di informazione e condivisione con tutti i delegati ed i lavoratori degli altri comparti del terziario.