Relazione F. Martini Convegno “La Condizione Lavorativa nel Settore Turismo”, 18/06/2009

CONVEGNO FILCAMS CGIL
La condizione di lavoro in Italia: il caso del turismo
Roma 18 giugno 2009

Relazione di Franco Martini, Segretario generale FILCAMS CGIL

1. Le ragioni di questa iniziativa
Nel ringraziare tutti i partecipanti, i rappresentanti delle Associazioni datoriali e delle Istituzioni presenti, voglio, innanzitutto, rispondere alla domanda che probabilmente qualcuno si sarà fatto: perché un convegno sul settore promosso dal sindacato di categoria?
Si riconferma in questo caso la convinzione, che in noi è profondamente radicata: non esiste un’ azione di rappresentanza e di tutela sindacale delle lavoratrici e dei lavoratori di un settore produttivo, che possa risultare pienamente efficace, senza un’ analoga azione del sindacato volta a favorire uno sviluppo qualificato dell’economia e dei settori ove ci troviamo ad agire. Se un’ azienda va male, se un settore declina, diritti e condizioni di chi lavora sono maggiormente a rischio ed un’ azione sindacale che venisse costretta ad una linea puramente difensiva, alla lunga non potrebbe che essere perdente. Per questo, a noi serve guardare l’orizzonte, avere piena consapevolezza del mare da solcare, tanto più se dovesse risultare turbato dal maltempo.
Ma in questo caso, vi è una ragione in più. Il Paese subisce pienamente la crisi che ha investito le economie del mercato globale. L’Italia, che vive immersa in questa crisi da posizioni più svantaggiate, per limiti e debolezze accumulate negli anni, ha bisogno di sfoderare qualche arma in più, per provare a recuperare qualche posizione. Il turismo potrebbe rispondere a questa esigenza, quale industria finalizzata ad estrarre una nostra risorsa naturale, che non brilla come l’oro, non zampilla come il petrolio fuoriuscito dal pozzo, ma indubbiamente preziosa come quelle di cui non disponiamo, una risorsa che abbonda e che molti ci invidiano.
E, tuttavia, ci muove la preoccupazione che ciò che appare affermazione ovvia, scontata, banale, in realtà si traduca in una nuova occasione sprecata per il Paese.
Per questo vogliamo dare il nostro contributo a promuovere nuove sollecitazioni, verso imprese ed istituzioni, affinché la stessa crisi possa essere vissuta come opportunità per affrontare e rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo di questo settore importante per l’economia del nostro Paese.
Presentiamo come base per questo nostro confronto il primo rapporto di una ricerca sulla condizione lavorativa nel settore turistico, curata del Dott. Domenico Moro, ricerca promossa dalla Filcams e realizzata con il contributo dell’Ente Bilaterale Nazionale del Turismo ed affidata al Centro Studi Filcams Cgil.
Ci sembra utile che la nostra discussione avvenga libera da luoghi comuni o pregiudizi, affidandola ad analisi obiettive, che la ricerca scientifica può mettere a disposizione. Si tratta di un nostro contributo, attraverso il quale, ovviamente, esprimeremo il nostro punto di vista. E’ importante poterlo confrontare con quello di chi ha accettato il confronto e che io ringrazio nuovamente, a nome della Filcams.

2. Turismo italiano: crisi o declino?
Per prima cosa, abbiamo voluto mettere il termometro al settore, per provare a misurarne lo stato di salute e non possiamo certo dire che il turismo italiano goda di buona salute!
Pur partendo da posizioni indubbiamente privilegiate, data la consistenza del nostro patrimonio naturale, artistico e culturale, l’Italia sembra aver perso seriamente il treno della crescita registrata in questo settore a livello mondiale. Se la globalizzazione è processo che accorcia le distanze del mondo, sposta, movimenta merci e persone, soprattutto, che schiude il mondo a nuove civiltà per troppo tempo rimaste chiuse in se stesse, il turismo dovrebbe essere settore che più di altri trae vantaggio da questi processi e l’Italia, conseguentemente, essere tra i Paesi che più di altri trae beneficio.
Negli ultimi quindici anni, invece, è successo esattamente il contrario. Tra il 1995 ed il 2008 il mercato turistico mondiale ha registrato una crescita del 72,4%. L’Italia, al contrario, è passata dal primo posto degli anni ’70 al quinto del 2006, per quanto riguarda gli arrivi. Queste posizioni sono state perse sia nei confronti dei più diretti competitori, come Spagna e Francia, sia nei riguardi dei paesi emergenti, come Turchia, Nord Africa, Croazia e Slovenia. Qui, il termometro è implacabile, poiché, quello che dovrebbe essere un settore tra i più generosi nella formazione della ricchezza nazionale, segna una regressione, pressoché unica o quasi, tra i paesi europei: l’incidenza del turismo sul PIL nazionale in dieci anni è passato dal 6,13% al 5,68%.
I numeri sappiamo essere noiosi, anche se impietosi. In questa relazione ne farò uso in misura limitata. Li troverete nel rapporto distribuito questa mattina e vi offriranno il quadro di un processo che descrive il lento ed inesorabile declino di questo nostro settore dell’economia, dimostrando che lo stato di salute che oggi registriamo è il frutto di scelte o, piuttosto, di mancate scelte che vengono da lontano.
Questo spiega perché, nella crisi che stiamo oggi vivendo e che, inevitabilmente, si ripercuote negativamente sul turismo internazionale, l’Italia rischia più degli altri Paesi. Nel gennaio 2009 rispetto al gennaio 2008 la contrazione nell’occupazione delle camere d’albergo è stata del 9,1%, con una conseguente caduta di addetti del 4,5%. La bilancia commerciale ha visto una caduta del 4,4%.
Un dato che più degli altri può rappresentare, anche simbolicamente, la natura strategica della crisi di questo settore nel nostro Paese è quello che riguarda la caduta subita dalle città d’arte, un vero e proprio crollo del 7%, proprio là dove dovremmo esaltare la ricchezza del nostro patrimonio culturale.
Ma l’anno che abbiamo alle spalle, l’ultimo vissuto prima della “grande crisi”, ci consegna un altro dato significativo, la caduta degli investimenti nel settore, appena 38,9 miliardi, contro i 70 della Spagna e i 46,1% della Francia. Possiamo dire che la caduta degli investimenti è sinonimo di disimpegno, di rinuncia, di abbandono, è sintomo pericoloso, perché rende più difficile la ripartenza dentro una crisi di tali proporzioni.
Viene da chiedersi, dunque, come sia possibile una tale situazione, quali siano le cause che fanno di un punto di forza quale è il turismo in Italia, segmento debole dell’economia.

3. Nanismo delle imprese, stagionalità, deficit infrastrutturale….
Il nostro ragionamento non può che spostarsi sui mali endemici del settore, noti da tempo, che descrivono una struttura dell’industria turistica italiana, nella quale, parlare di industria, è poco più che un eufemismo.
Innanzitutto, il tema della dimensione dell’impresa turistica. L’economia italiana, è noto, è patria del piccolo è bello e ciò ha rappresentato un indubbio vantaggio, quando la flessibilità è diventato il terreno della competizione da costi. Le economie distrettuali hanno saputo rappresentare un punto di forza, facendo della territorialità e dell’integrazione tra i suoi fattori economico-sociali, elemento di vantaggio, rispetto alle tradizionali rigidità delle economie manifatturiere.
Oggi, il mercato globale tende a ridefinire regole e parametri della competizione ed il settore turistico non è esente da tali processi. Ad iniziare dal processo di internazionalizzazione delle imprese. Il nanismo delle imprese, rischia oggi di rappresentare un grave fattore di handicap per il nostro settore turistico. In Italia, il 55% degli addetti al turismo è concentrato in aziende di piccolissime dimensioni (2-9 addetti), contro il 43% in Francia ed il 22% in Gran Bretagna. Tra le prime 300 catene alberghiere mondiali solo cinque sono italiane e la prima occupa appena il 120esimo posto. Tra i primi dieci tour operator europei solo uno è italiano, Alpitour, che pur detenendo da solo circa un quinto del mercato italiano, ha un fatturato che non arriva neanche alla decima parte del primo gruppo continentale (un tredicesimo di quello del leader europeo Tui). Le poche aziende italiane di dimensioni maggiori, spesso sono controllate da gruppi stranieri, come Jolly Hotel, Costa Crociere, mentre è raro che i gruppi italiani investano all’estero.
E’ fin troppo evidente che in un mercato dove le economie di scala diventano sempre più fattore competitivo, la piccola dimensione diventa condizione svantaggiosa per la produttività e per i costi. La produttività sappiamo essere funzione della dimensione di impresa, quella delle grandi è quasi il doppio di quelle piccole. Nelle catene alberghiere italiane la produttività per addetto è di 50mila euro, contro i 21mila del resto degli alberghi.
Altra causa che contribuisce alla crisi del settore, oltre al nanismo delle imprese, è indubbiamente la stagionalità del mercato turistico, tema che va approfondito oltre la banalità dei luoghi comuni. È fuori discussione che a dicembre è impensabile fare il bagno nel mare della Versilia, come improbabile è sciare ad agosto nelle stazioni appenniniche. Ma al netto degli estremi, la stagionalità, come dimostrano le classifiche sulla diversa incidenza nelle nostre regioni, non è fatto solo naturale, bensì, risultante di vari fattori, dalla capacità di sviluppare eventi in grado di attrarre flussi interni ed esterni, all’ efficienza nella gestione delle strutture produttive.
L’offerta turistica non può essere delocalizzata, è un prodotto fortemente antropizzato, dunque, deve essere raggiunto dal flusso turistico.
Il tema delle infrastrutture, per questo risulta essere determinante per capitalizzare l’investimento turistico. Siamo qui a parlare del ruolo strategico assunto dai collegamenti aeroportuali, stradali, marittimi e ferroviari, che relegano l’Italia in coda ai principali competitori. Sappiamo essere, il nostro territorio, spesso ostile “naturalmente” alla realizzazione di moderne infrastrutture. Non abbiamo deserti dove costruire autostrade, ma pianure, colline, centri storici, paesaggi impareggiabili, quindi, da noi è oggettivamente più complicato. Ma non possiamo coprire dietro l’alibi di un ambientalismo ostile “a prescindere”, o dietro la promessa di opere faraoniche, il vuoto delle politiche infrastrutturali. Le risorse destinate alla infrastrutturazione sono state sistematicamente ridotte, come denuncia l’Associazione Nazionale dei Costruttori, proprio dal Governo che del “Cantiere Italia” aveva fatto la propria bandiera. E questo vuol dire voler male ad un settore, il turismo, che necessita di una rete infrastrutturale adeguata allo sviluppo.
Come si vede, dai pochi esempi fatti si trae la convinzione che il turismo è settore interdisciplinare, che per il proprio sviluppo chiede che vengano messe in campo diverse politiche, che incrociano diversi settori. Occorre, dunque, parlare di sistema, in questo caso di sistema-Italia, dove pubblico e privato, imprese e Stato (centrale e regionale) affermino un progetto integrato di sviluppo, una strategia compiuta.
Abbiamo parlato, in precedenza, del nanismo delle imprese, per fronteggiare il quale da parte delle imprese stesse vengono denunciate difficoltà in ordine al reperimento delle risorse finanziarie, per effetto di politiche condotte dagli istituti di credito, che nei confronti delle piccole imprese, non solo turistiche, spesso si mostrano refrattarie.
Questo è un problema vero e va risolto. Tuttavia, va risolto attraverso obiettivi finalizzati. Il credito non può servire alla sopravvivenza, a mettere toppe per chiudere falle. Il credito, che deve essere indirizzato verso la minore impresa, deve aiutare processi di innovazione, deve aiutare processi di razionalizzazione della struttura produttiva del turismo italiano, deve favorire processi di integrazione verticale, tipici della dimensione industriale.
Non vogliamo semplificare processi che esprimono una indubbia complessità. La crescita dimensionale può anche risultare essere un cane che si morde la coda. Da un lato, i dati sul fatturato del settore alberghiero confermano la maggiore redditività delle catene rispetto alla media del settore. Le catene italiane generano un fatturato pari al 7% del totale, una percentuale quasi doppia alla numerica delle loro strutture sul totale. Dall’altro, le catene registrano difficoltà finanziarie, prodotte da un eccessivo ricorso all’indebitamento. Questo è fenomeno non solo del settore turistico, ma tipico dell’industria italiana, dovuto alla carenza di capitali disponibili. Ma proprio per questo l’intervento pubblico deve essere finalizzato a favorire l’ingresso di investitori, anche esterni al settore. Quando affermiamo credito sì, ma finalizzato, intendiamo dire che una delle prime finalità deve essere proprio quella dell’irrobustimento della struttura produttiva del settore.

4. Quale turismo? La frontiera della qualità e della sostenibilità
Torneremo successivamente sulle politiche dell’impresa turistica. Ma parlare di finalità strategiche significa parlare anche (e soprattutto) di offerta, di prodotto turistico, poiché è su questo terreno, quello del rapporto prezzi/qualità che si gioca la partita e la qualità, oltre ad essere quella del servizio, che vedremo dopo, è proprio quella del prodotto turistico.
L’idea che noi, come Paese, siamo stati baciati dalla fortuna, disponendo dell’enorme patrimonio storico, culturale, ambientale e –quindi- altro non vi sia da fare che vivere di rendita, è un’idea completamente fuori dalla realtà. Innanzitutto, perché in un mercato mondiale divenuto ormai oligopolistico, dal punto di vista dei pochi grandi gruppi multinazionali che vi operano, la competizione è sempre più affidata a strategie di marketing, tese a rafforzare la fidelizzazione ai marchi delle aziende ed in queste strategie le aziende di grandi dimensioni sono oggettivamente più avvantaggiate; in secondo luogo, perché lo stesso patrimonio ereditato dalla storia e dalla natura necessità di una continua politica di valorizzazione, di promozione e di manutenzione.
Nel primo caso, abbiamo già detto che occorre favorire processi di crescita dimensionale delle imprese. Nel secondo caso, vogliamo dire che la particolarità del nostro patrimonio, la sua ineguagliabilità, deve rappresentare la bussola delle politiche di settore. Che cos’è il brand “Italia” se non ciò che deriva dall’enorme vantaggio competitivo rappresentato da questo patrimonio. Bastano pochi dati per capire di cosa stiamo parlando e, soprattutto, di cosa dovremmo arrossire…
In Italia ci sono 5.500 tra musei, monumenti ed aree archeologiche, contro i 3.000 della Gran Bretagna, 2300 della Spagna e 1200 della Francia. Eppure, i primi cinque musei italiani fatturano appena il 13% del Louvre!! Nella classifica mondiale per visitatori, il primo museo italiano, gli Uffizi, occupa il ventunesimo posto, con 1,6 milioni di visitatori, a fronte del Prado di Madrid con 2,7 milioni e della National Gallery di Londra con 4,2 milioni.
Relativamente al Pil derivante dal turismo culturale l’Italia è ultima fra i grandi paesi europei, con 54 miliardi di euro, mentre la Francia è a 65 miliardi e la Spagna a 79. Se poi non basta, aggiungo che l’Italia con un numero di siti Unesco (43) più che doppio rispetto agli Usa (20), ha un ritorno 16 volte inferiore, quattro volte inferiore a quello francese (33 siti) e sette volte inferiore a quello britannico (27).
So di non dire niente di nuovo, poiché si tratta di dati noti a tutti noi, ma fanno sempre un certo effetto e, soprattutto, confermano che non basta aver ricevuto in eredità una rendita, occorre sapientemente farla fruttare e farla fruttare, in questo caso, oltre alle specifiche politiche di recupero, restauro e conservazione del patrimonio storico-culturale-ambientale, significa attuare politiche di sistema.
La forza economica del settore turistico non si misura solo nella capacità di vendere le camere, ma offrendo un valore aggiunto, che sta nella catena di attività-servizio. Ciò che può fare la forza del settore turistico italiano è l’interdipendenza strategica tra offerta turistica e sistema di valore più complessivo, rappresentato dal sistema-Italia, ovvero dall’insieme dell’economia e delle politiche pubbliche.
Ciò candiderebbe il turismo ad essere settore in grado di cimentarsi sulle principali sfide dello sviluppo moderno e fare di questo elemento di forza, a partire dalla sostenibilità ambientale. Se lo sviluppo sostenibile è sempre più tema sul quale sconsigliare ogni ilarità o sarcasmo, lo è a maggior ragione in questo settore, dove l’ambiente è quota-parte consistente del prodotto offerto. Il turismo ecosostenibile è condizione dello sviluppo futuro del settore, per questo diventa per noi priorità indiscussa. Questo vale, sia per la manutenzione dell’ambiente e del paesaggio sempre, “da gennaio a dicembre”, sia, a fronte degli effetti legati alla stagionalità, che accentuano l’impatto ambientale del nostro settore, se si pensa all’approvvigionamento idrico potabile, alle acque reflue e il sistema di depurazione dei rifiuti, al trasporto e l’inquinamento atmosferico, al consumo di energia elettrica ed a tutti gli altri aspetti sociali, in primo luogo, nell’impatto con le popolazioni residenti.
Anche in questa direzione le politiche pubbliche di sostegno alle imprese del settore debbono essere fortemente finalizzate, ad esempio, in materia di risparmio energetico e riciclaggio dei rifiuti e privilegiando una filiera corta anche nel turismo. Ciò significa privilegiare mezzi di trasporto che consumino meno combustibili fossili, incentivare la costruzione di eco-strutture alberghiere, alimentate con energie rinnovabili. Ciò significa, anche, privilegiare le produzioni locali, con minori spostamenti di merci e offrendo benefici per le popolazioni locali.
L’Italia può –dunque- fare del turismo sostenibile il proprio punto di forza, rendendosi interprete avanzata di quanto contenuto nell’”Agenda per un turismo europeo sostenibile e competitivo”, i cui principi sono stati definiti nell’ottobre 2007 dalla Commissione Europea.
Ma le nostre politiche pubbliche vanno in questa direzione?

5. Il sostegno pubblico al settore
Abbiamo previsto in questo confronto la presenza del Governo centrale, rappresentato dalla neo-Ministra Brambilla e dei Governi regionali, rappresentati dal loro Presidente Vasco Errani, per capire se avremmo avuto di fronte due concorrenti o due collaboratori. Come sappiamo, infatti, la legislazione in materia ha vissuto con la legge 135 del 2001 e soprattutto con la modifica del titolo V della Costituzione, una modifica significativa, rendendo il turismo materia esclusa dai principi fondamentali sanciti dallo Stato, quindi, di maggior competenza delle regioni.
Oggi è stato ricostituito il Ministero del turismo, sapendo –tuttavia- che tale decisione è avvenuta a valle di un processo di frazionamento e di frammentazione delle competenze, oltreché di un loro decentramento alle regioni.
Non è nostra intenzione fare della decisione di ricostituzione del Ministero oggetto di una discussione “sportiva”, divisa fra tifoserie, vorremmo distinguere il fine dal mezzo. Lo strumento è utile se sono chiare le finalità, gli scopi e di questi dovremmo discutere serenamente.
Sarebbe sicuramente sciocco non cogliere nelle finalità del Titolo V della Costituzione l’obiettivo di fare del localismo la dimensione più idonea per valorizzare gli ambiti territoriali, il loro patrimonio, la loro promozione, investendo sulla maggiore capacità che le specifiche condizioni hanno di realizzare questo intervento.
Al tempo stesso, sarebbe un errore non cogliere le problematiche connesse alla mancanza di un indispensabile coordinamento nazionale di tali politiche, che pure la 135 prevedeva e che non è stato realizzato. Sappiamo che tutto ciò si traduce in norme e regolamenti delle attività turistiche diversificate fra regioni e regioni, ben oltre la comprensibile dimensione delle specificità, con riflessi tutt’altro che indifferenti sull’attività sindacale.
Oggi, ad esempio, mancano criteri omogenei fra le regioni per classificare le varie strutture ricettive, quindi, possono essere attribuite le medesime quattro stelle ad alberghi con caratteristiche di servizio differenti.
Ma questa mancanza di coordinamento e la conseguente frammentazione delle politiche sul turismo emerge anche nella composizione della spesa turistica per regioni, dove si evidenzia l’estrema variabilità degli stanziamenti, che rende impossibile individuare linee di tendenza od omogeneità nelle singole regioni. Spesso, l’assenza di progetti strategici produce dispersione di risorse ed in alcuni casi situazioni molto curiose, come quella del Lazio, che pur avendo un numeroso ed importante patrimonio mussale, spende per questo poco più che un decimo del Piemonte ed un quarto della Campania.
Il problema, quindi, è capire se la ricostituzione del Ministero risponda o meno alla necessità di realizzare questo coordinamento tra regioni, di dotarci di una immagine unitaria del turismo in Italia, di realizzare una “cabina di regia” che, senza riproporre un anacronistico ed impossibile centralismo, elabori una programmazione unica negoziata, attraverso la concertazione stato-regioni.
Inoltre, sarebbe utile capire se la ricostituzione del Ministero risponda alla scelta, in questo caso tardiva, ma sempre auspicabile, di riconsiderare l’intervento pubblico nella crisi che stiamo vivendo, immaginando, quindi, una maggiore disponibilità dello Stato a destinare risorse pubbliche verso l’economia del turismo.
Sicuramente, fra questi interventi, da tempo reclamati dalle imprese e che noi riteniamo di dover condividere, la questione fiscale è di una certa importanza. Se la competizione avviene in un mercato globale, occorre avviare processi di armonizzazione delle politiche fiscali, per eliminare svantaggi nei confronti dei paesi competitori, a partire –ad esempio- dall’Iva.
Naturalmente, gli aiuti fiscali alle imprese debbono essere finalizzati alla stabilità del lavoro e ad un processo di industrializzazione del settore, ma è indubbio che rappresentano una rivendicazione legittima.
Da quanto affermato sinora può essere delineato un quadro della condizione del settore turismo nel nostro Paese, che evidenzia la condizione di svantaggio rispetto ai paesi concorrenti, sia nell’assenza di politiche pubbliche volte a promuovere e coordinare le azioni, mortificando le risorse finanziarie e lo stesso patrimonio culturale ed ambientale; sia nell’eccessiva destrutturazione delle imprese, con un fenomeno di nanismo, divenuto ormai una patologia del sistema.
Questa condizione di debolezza, già esistente prima della crisi, rischia oggi di rendere veramente impervia la sfida alla quale siamo chiamati.

6. Le politiche dell’impresa
Come rispondono le imprese in questa situazione? Questa domanda ci porta al cuore della questione che abbiamo voluto porre al centro di questa iniziativa.
Naturalmente, la nostra valutazione guarda alla tendenza generale, consapevoli che non si può fare “di tutta un erba un fascio”, ma quello che emerge mediamente nelle politiche condotte a livello delle imprese, non ci appare come una risposta di grande respiro. L’obiettivo della riduzione dei costi, anche in questo caso, come in altri settori, concentra l’intervento delle aziende principalmente sulla riduzione del costo del lavoro. E’ giusto che sia così? E’ veramente questa la vera risposta da dare?
Naturalmente, il parametro preso a misura della competitività del nostro sistema è quello dei prezzi della nostra offerta turistica, la cui dinamica, secondo Confindustria, è cresciuta nella prima metà degli anni duemila più della media. Perché l’Italia costa di più? Una prima risposta è già contenuta nell’analisi fin qui svolta: l’assenza di una vera struttura industriale, a partire dalla dimensione dei nostri tour-operator, impedisce la realizzazione delle necessarie economie di scala. A questo, poi, si aggiungono le diseconomie del sistema Italia, prodotte dall’assenza di politiche adeguate al sostegno dell’offerta turistica, innanzitutto, il grave deficit infrastrutturale.
Ma l’attenzione quasi ossessiva delle imprese alla necessità di ridurre il costo del lavoro, dato che il costo del personale rappresenta all’incirca il 60% dei costi fissi degli alberghi, suggerisce di concentrare l’indagine su quanto la dinamica sfavorevole dei nostri prezzi sia determinata anche dalla bassa produttività del fattore lavoro.
Ed allora, entriamo dentro questo tema, provando anche a sfatare alcuni luoghi comuni, disponibili, da parte nostra, a confrontarci con molta obiettività.
Intanto, è proprio vero che il costo del lavoro, in questo settore, risulta veramente superiore alla media europea?
Guardiamo al valore delle retribuzioni, dalla ricerca condotta in preparazione di questa iniziativa, elaborando i dati Eurostat, le retribuzioni del turismo italiano risultano inferiori, con un divario rispetto alla Ue a 15 di ben 15,6 punti percentuali (17,8 per gli uomini).
Per quanto riguarda il costo del lavoro orario, sempre rispetto alla Ue a 15, esso risulta inferiore alla media europea del 9,4%. Solo Spagna e Grecia risultano avere un costo del lavoro orario più basso del nostro.
Al netto delle altre considerazioni che troverete nel rapporto, possiamo sicuramente affermare che il lavoro dipendente nel turismo italiano non costa più che negli altri paesi competitori e non è questo –dunque- l’handicap principale.
Allora, guardiamo alla produttività, forse sono troppo bassi i livelli in rapporto ai salari? I dati elaborati sono del 2002, gli ultimi disponibili e per quanto soggetti ad un inevitabile aggiornamento, ci offrono una fotografia anche qui ben lontana dai luoghi comuni. Il confronto con l’Ue a 15 colloca solo la Francia al di sopra del nostro Paese (fatta 100 la media, 140,8 la Francia; 106 l’Italia). Tutti gli altri paesi sono al di sotto. Ma anche per la Francia e questo è un altro dato interessante, così come per Olanda, Gran Bretagna e Germania, il costo del lavoro risulta superiore alla produttività registrata, mentre per l’Italia è vero il contrario, 102,47 il costo del lavoro, 106 la produttività. Questo scarto risulta, poi, ancora maggiore confrontando la produttività con le retribuzioni.
Vi è poi una relazione tra produttività e dimensione d’impresa. Il valore aggiunto nelle imprese da 1 a 9 addetti è di 21mila euro, che salgono a 27mila400 euro in quelle tra 10 e 49, per raggiungere le 32mila500 in quelle tra 50 e 249. Stessa dinamica per la redditività delle aziende turistiche, dove il Ritorno sugli Investimenti (ROI) triplica nella fascia da 50 a 249 addetti e quadruplica in quelle oltre 250, rispetto alle microimprese.
La relazione fra dimensione di impresa e salari genera, in definitiva, un circolo vizioso, in quanto la moderazione salariale diventa a sua volta un freno all’aumento delle dimensioni aziendali, all’innovazione ed all’aumento della produttività.
Affermare questi dati non significa inchiodare questo confronto ad una visione ideologica, nè vestire corazze per difendere tabù. Ad esempio, non siamo così nostalgici da non capire che la flessibilità, in questi settori, rappresenta una delle leve sulla quale le imprese hanno necessità di agire, tant’è che la contrattazione da tempo si esercita nel negoziarla. Il punto è un altro: rendere competitivo il settore turistico italiano, offrire nuove prospettive di sviluppo, guardando oltre la crisi, si fa mortificando la base professionale, oppure, valorizzando il lavoro? Questo è il vero tema, quello che parla, poi, della condizione di lavoro in questo settore.
Intanto, dobbiamo avere piena coscienza che il mercato del lavoro nel settore rappresenta una realtà di grande consistenza, per quanto non sia sempre facile quantificarne la composizione. Stiamo parlando, in ogni caso, di una platea di un milione di addetti ed anche oltre, nella sua punta massima, naturalmente, influenzata dalla stagionalità, che porta la punta minima a poco meno di 700mila addetti. Un mercato del lavoro tra i più flessibili, dove la quota dei contratti part-time è significativamente superiore alla media degli altri settori ed è in prevalenza composta da donne. Per non parlare di quelli a termine, il cui ricorso è veramente consistente. L’entità del peso del lavoro temporaneo nel settore turistico ha superato il 90% nel 2008, secondo i dati forniti da Unioncamere per il 2008, dalle aziende intervistate. Il più alto di tutti i settori.
Difficile da misurare, non è però priva di significato la quota del lavoro irregolare, che ha soprattutto nel lavoro immigrato la sua quota prevalente.
Viene da domandarsi in che misura bassi salari, lavoro irregolare, destrutturazione di imprese e lavoro possano rappresentare la risposta moderna e vincente della nostra industria turistica?!
Occorre dire che neanche il galleggiamento, alla lunga, sarebbe garantito da questa scelta, che noi combattiamo con forza, per tutelare diritti e condizioni di chi lavora e per il bene del settore. Se il settore ha bisogno di innovazione occorre dire che questa passa innanzitutto nell’investimento sul fattore umano. Non si può immaginare che promuovere l’offerta turistica, nella moderna competizione, sia azione di basso contenuto professionale. Al contrario, la qualità del prodotto e del servizio sono sempre più ciò che fa la differenza.
Il fattore lavoro è –dunque- un fattore dell’impresa sul quale occorre investire, innanzitutto, attraverso la formazione professionale, paurosamente carente nel settore. Del resto, la formazione è pratica incompatibile con la precarietà del lavoro, con la sua esasperata temporaneità. E’ impressionante registrare la quota pressoché irrilevante di presenza di quadri e dirigenti nel settore.

7. Il ruolo della contrattazione
Con queste convinzioni, vorremmo far vivere il contributo che può venire dalla contrattazione, per valorizzare il lavoro e contribuire a rendere le imprese più forti sul mercato. Di queste convinzioni vorremmo caratterizzare e qualificare i prossimi appuntamenti contrattuali.
Il sistema di relazioni sindacali, e di conseguenza della contrattazione in questo settore, è certamente consolidato, ma non si può negare che vede, per usare un termine sindacalese, luci ed ombre.
L’aspetto maggiormente positivo risiede nella consapevolezza comune che, pur in un sistema produttivo così frammentato come quello descritto in precedenza, è stato a più riprese confermato un quadro di regole sul lavoro, condividendo che questo è indispensabile per la tenuta del “sistema turismo”. Per questo nel tempo si è consolidata una prassi negoziale che ha sempre condiviso la centralità del “tavolo” contrattuale.
Purtroppo vi è da registrare che i continui interventi a gamba tesa dell’attuale governo su materie di specifica competenza contrattualistica, ha incrinato questo equilibrio, come dimostrano i provvedimenti in materia di orari e mercato del lavoro, che i tre contratti del settore avevano autonomamente definito e che ora trovano difficoltà applicative in virtù delle norme che il governo Berlusconi, appena insediatosi, ha emanato senza il coinvolgimento delle parti sociali.
Cogliamo qui l’occasione per sollecitare la stesura definitiva del CCNL con la stampa dei tre contratti siglati dalle OOSS, con gli aderenti a Confcommercio, a Confindustria, a Confesercenti.
Tra qualche settimana saremo chiamati ad avviare il percorso per il rinnovo dei contratti del Turismo: sappiamo non sarà una strada facile, sia per quanto sta accadendo nel settore sia per i giudizi diversi che le organizzazioni sindacali confederali hanno dato sul modello contrattuale.
La Filcams ribadisce la propria volontà di ricercare una sintesi condivisa da tutti, che sappia portare ad una piattaforma unitaria da presentare alle controparti. La divisione all’avvio del negoziato porrebbe tutti in una condizione di debolezza. Pensiamo, infatti, che a tutt’oggi vi sia stata, e vi sia ancora, una condivisione sui grandi temi che dovremo affrontare portandoli al tavolo negoziale.
Crediamo di non sbagliare se sosteniamo che tutti condividiamo l’esigenza di una verifica dell’applicazione dei contratti vigenti che, proprio sui punti che hanno visto il dibattito più acceso nel passato negoziato, si debba andare ad una “armonizzazione” tra lo scenario legislativo e quello contrattuale, questo a partire da mercato del lavoro e dall’organizzazione del lavoro.
In questo quadro, senza voler entrare nel merito, occorrerà ridefinire un “patto” con il quale si ribadisce il valore primario della contrattazione collettiva, in particolare rafforzando, su questi due temi, il ruolo della contrattazione di secondo livello.
Noi pensiamo che la sintesi tra le esigenze aziendali e quella della salvaguardia della dignità della vita lavorativa, possa trovarsi proprio a questo livello, perché in ogni singola realtà si possa indicare flessibilità e rigidità specifiche.
L’esperienza della passata contrattazione ci insegna che voler sommare tutte le necessità, ad esempio in tema di organizzazione del lavoro, di un settore così complesso, porta a fare la somma dei desideri, che inevitabilmente non può trovare la condivisione del sindacato, perché appare nei fatti una deregolamentazione.
Ma spesso ad ogni azienda necessità un numero di strumenti assai ristretto rispetto alla gamma generale delle possibilità.
Per questo pensiamo che il secondo livello di contrattazione risponda al meglio a questo tipo di tematiche. In questo contesto ci piace segnalare gli accordi che, nati sulla spinta di una richiesta di esuberi da parte dell’azienda, si sono conclusi con la tenuta occupazionale e con una condivisa riorganizzazione del lavoro, costruita congiuntamente con le RSU dei singoli hotel. Ci riferiamo, tra gli altri, a quello della Starwood e di Alpitour, dove il tavolo negoziale ha definito in maniera precisa e concordata ogni aspetto della nuova organizzazione del lavoro, che, si badi bene, non significa dell’impresa, ma di quella parte che incide direttamente sulla qualità della vita degli operatori.
Non ci nascondiamo che, di fronte al tentativo di deregolamentazione che il Governo ha introdotto su orari e turni, si debba anche definire un quadro di garanzie per il lavoratore e la lavoratrice già nel contratto nazionale, senza però intaccare il principio derogatorio su cui il secondo livello può intervenire.
Sul tema del mercato del lavoro vi è un tema che sta coinvolgendo parecchi tavoli territoriali sul quale il confronto è serrato, e che sarebbe opportuno fare una riflessione anche nel prossimo rinnovo: parliamo dell’apprendistato professionalizzante. Come Filcams crediamo che l’apprendistato meriti una riflessione ed un confronto, in quanto rimane l’unico contratto a contenuto misto, formazione-lavoro, di accesso per i giovani al mondo del lavoro.
Questo argomento porta con se l’apprendistato professionalizzante stagionale che rischia di divenire un’aberrazione sul versante del ruolo che l’apprendistato deve avere, in quanto con la stagionalità nei fatti si annulla un reale percorso formativo.
Occorre separare quelli che sono i contributi all’impresa derivanti dalla decontribuzione, dal percorso formativo e dal tempo di permanenza del lavoratore in questa qualifica “semiprecaria”. Quarantotto mesi di “apprendistato professionalizzante” sono francamente eccessivi ( più di una laurea breve). Il primo anno deve essere quello formativo, serio e programmato, dopo il quale vi è la conferma dell’assunzione a tempo indeterminato. Certo deve seguire a questo un costante aggiornamento formativo, ma ciò deve coinvolgere tutta la platea dei dipendenti e non solo “l’apprendista”. Mentre è comprensibile che all’azienda che si accolla questo percorso formativo per chi viene avviato al lavoro, possa godere degli sgravi anche per gli anni successivi. Sarebbe un elemento di chiarezza e di distinzione tra formazione e sostegni all’impresa.
Ma il grande tema che la contrattazione dovrà affrontare è quello del processo di “esternalizzazione” che sta coinvolgendo molte strutture turistiche.
Su questo ci si lasci dire che come sindacato siamo in assoluto disaccordo su gli indirizzi che anche dalle associazioni datoriali vengono date. Ci riferiamo all’incontro promosso da Federalberghi sul tema, e dalla nota a firma Aica.
L’esternalizzazione di importanti settori riduce il core business dell’hotel ad una semplice azienda di “coordinamento” di servizi, con una logica di scarsa professionalità e qualificazione, basso costo del lavoro, scarsa sicurezza per il cliente, nessuna fidelizzazione del lavoratore all’impresa, contraria alla difesa dell’integrità della filiera produttiva interna all’unità turistica.
Ci sia permesso il paragone improprio, ma assomigliano a quelle terapie farmacologiche che tolgono per qualche tempo il sintomo, lasciando che il male faccia il suo corso sino alla sua irreversibilità.
Il Turismo, inteso come CCNL include molti altri settori oltre a quelli trattati fin qui, ci saranno altre sedi per approfondire, riprendendo le scelte fatte dalla nostra organizzazione, anche su una possibile diversificazione dei CCNL. E comunque quanto detto sul secondo livello di contrattazione riguarda l’insieme del settore.
Ma credo necessario aggiungere qualcosa sulla ristorazione in generale, legata come è allo sviluppo economico generale, e non solo ovviamente a quello turistico. Rappresenta spesso una lente particolare per la lettura del territorio per capirne la ricchezza e la cultura. Non a caso nelle nostre città la piazza è il riferimento ed il Caffé è lì al centro della piazza. La contrazione dei consumi si fa sentire anche nel settore, anche se per fortuna questa riduzione è, per ora, meno forte di quella descritta all’inizio di questa relazione.
Diverso e maggiore, purtroppo, l’impatto della crisi nella ristorazione collettiva, appesantita dalle difficoltà delle amministrazioni pubbliche, dai tagli di bilancio e legata a ritardi di pagamento insopportabili. Mi interessa, a questo riguardo ricordare il lavoro fatto, unitariamente a Fisascat e Uiltucs, insieme alla Fipe ed all’Angem sui temi degli appalti, a partire dalla iniziative congiunte sulla gara economicamente più vantaggiosa. Stiamo adesso lavorando insieme ad altre iniziative con il Taiis. E’ un esempio di lavoro da seguire.
Dobbiamo rilanciare l’iniziativa, innanzitutto, nei confronti del governo (che ricordiamo è il principale committente), soprattutto in questa fase di crisi, per contrastare tutte le forme esplicite, o per lo più mascherate, degli appalti al massimo ribasso e per migliorare il sistema di regole oggi vigenti in materia di cambio di appalto. L’appalto al massimo ribasso è l’autostrada che porta sempre a forme di illegalità più o meno esplicite.
Infine, in questi giorni con Confcommercio si sta cercando di definire un accordo quadro sul tema della difesa dell’occupazione per quanto riguarda il settore del terziario. Noi proponiamo di aprire un analogo tavolo per il settore del turismo, dal quale far scaturire una posizione condivisa per rendere strutturale gli strumenti di tutela, gli ammortizzatori sociali, in un settore che ne è significativamente escluso.
A fronte di questo obiettivo non mancherà certo il contributo del sindacato e dei lavoratori a farsi carico di esigenze di riorganizzazione aziendale con gli strumenti di flessibilità adeguata.

Nel ringraziare nuovamente gli ospiti ed i partecipanti per aver accolto il nostro invito ci auguriamo che queste nostre proposte rappresentino un contributo costruttivo per fare del turismo un settore trainante del Paese, per la sua crescita economica e per la qualità delle condizioni di chi fa impresa e di chi vi lavora, che per noi rappresenta una risorsa insostituibile per lo sviluppo.