Relazione F. Martini Comitato Direttivo FILCAMS CGIL, 3-4/12/2008

Comitato Direttivo Nazionale Filcams Cgil – Roma, 3-4 dicembre 2008

Relazione di Franco MARTINI, Segretario Generale Filcams Cgil

A quasi tre mesi dal cambio della Segreteria Generale, è il momento che il Direttivo Nazionale possa discutere e confrontarsi su una proposta di lavoro, che individui gli obiettivi politici ed organizzativi che la Filcams intende conseguire nella fase di medio e lungo termine. Lo facciamo in una situazione caratterizzata da forti elementi di criticità, sia nel settore che nel Paese, tali da aprire scenari nuovi ed ancor più complessi per il futuro. Ma proprio per questo è indispensabile che il gruppo dirigente possa misurarsi su una proposta in grado di guardare oltre il contingente; per cogliere, a partire dal contingente, tutte le risorse indispensabili, per alimentare il processo di innovazione di cui la categoria sente il bisogno, per riproporsi come soggetto protagonista nella vita del nostro settore.

L’accordo separato nel terziario ha inevitabilmente prodotto uno shock, è stato vissuto come un colpo basso alla storia, alla tradizione, alla pratica sindacale unitaria sempre seguita dalla Filcams. Forse, nelle prime settimane successive alla firma di quell’intesa, ha anche prodotto molta incertezza, preoccupazione, timore per i possibili sviluppi negativi, per la paura di un progressivo isolamento della nostra organizzazione. Forse, anche qualche principio di paralisi.

La manifestazione del 15 novembre, invece, ha capovolto lo stato d’animo della categoria, ne ha completamente ribaltato l’umore.
Sono ancora davanti a noi le immagini indimenticabili di quella manifestazione, il clima, i colori, la serenità, la combattività. Non siamo gente che si monta la testa, né che perde il contatto con la dimensione concreta della realtà. Sappiamo che quella manifestazione non ha risolto il problema per il quale l’abbiamo indetta, anche se non è stata priva di effetti, come vedremo successivamente. Quello che voglio dire, è che la risposta della Filcams, dei suoi gruppi dirigenti locali, dei quadri, dei delegati, delle semplici lavoratrici e lavoratori, testimonia la voglia della categoria di scendere in campo, di far sentire la propria voce, di prefigurare un protagonismo che va ben oltre la mera vicenda dell’accordo separato. Noi dobbiamo saper cogliere questa domanda di protagonismo ed essere all’altezza di rispondervi, con un alto investimento, in termini di iniziativa politica e di innovazione organizzativa. Dobbiamo sentirci ancor più incoraggiati nel farlo, perché quella piazza, quel corteo, quel popolo parlano molto del nostro futuro, del futuro possibile di questa categoria, ancora più sviluppato di quello che già sapientemente in questi anni è stato da tutti voi costruito.

Anche per questo, voglio ringraziarvi una volta ancora –a nome della Segreteria- per quello che avete fatto. Non è retorico dire che ci avete regalato una bella ed importante pagina della nostra storia; ma è ancor meno retorico dire che quella non sarà una pagina relegata nell’archivio storico: da lì vogliamo partire per delineare il nostro progetto di lavoro per la fase che abbiamo davanti a noi.

2. L’accordo separato nel terziario dopo lo sciopero del 15 novembre

Come dicevo in precedenza, occorre capire se e quali condizioni nuove si siano create dopo lo sciopero e la manifestazione del 15 novembre.
Della manifestazione si è detto. Delle difficoltà a gestire lo sciopero già sapevamo, perché sono difficoltà congenite al settore, anche quando gli scioperi sono stati proclamati e realizzati unitariamente. Pur tuttavia, il quadro presenta luci ed ombre, che dovremo indagare, poiché esse descrivono potenzialità e difficoltà, in parte oggettive ed in altre soggettive. Così come, dovremo riprendere e proseguire la pratica del monitoraggio sull’andamento degli scioperi, poiché uno sciopero non è mai atto burocratico e formale, è un termometro degli orientamenti e delle aspettative delle persone coinvolte. Più in generale, dovremo aprire una riflessione sulle forme di lotta nel settore, dato che sempre più difficilmente potremo misurarne l’efficacia applicando i semplici modelli del mondo manifatturiero.

Per tornare all’accordo separato, occorre ribadire che l’iniziativa messa in campo dalla Filcams non ha mai avuto l’obiettivo di sanzionare l’irreversibilità della situazione creatasi il 18 luglio. Noi abbiamo combattuto e combattiamo quell’intesa, innanzitutto, perché non ne condividiamo i contenuti sui punti noti; ma, in secondo luogo, perché riteniamo la situazione creatasi con la divisione tra i sindacati, assolutamente sfavorevole per gli sviluppi dell’iniziativa. Per queste ragioni, non abbiamo mai abbandonato l’obiettivo di ricostruire le condizioni per ricomporre il quadro critico, determinatosi con la firma separata.

Dopo lo sciopero del 15 novembre, in occasione dell’ultimo incontro sulla riforma del modello contrattuale, Confcommercio è tornata sulla questione del Ccnl, ribadendo la necessità che il vulnus creato con la firma separata venga recuperato. Fisascat e Uiltucs, pur confermando le difficoltà determinate dal progressivo deterioramento dei rapporti unitari, specie a livello territoriale, hanno espresso la volontà di verificarne le condizioni.
La coerenza dei nostri comportamenti ci impone di compiere questa verifica, perché è il primo degli obiettivi per i quali abbiamo chiesto alla categoria di mobilitarsi.
Naturalmente, è inutile attardarci fra di noi sulle condizioni entro le quali tale verifica possa essere compiuta. Ho già avuto modo di ribadire sia a Confcommercio, che a Fisascat e Uiltucs che la Filcams non potrà mai sottoscrivere i testi sull’apprendistato e sul lavoro domenicale così come sono stati sottoscritti quel giorno e –debbo dire- anche i nostri interlocutori ne sono consapevoli. Altrettanto consapevoli dobbiamo essere noi che i margini entro i quali poter agire non sono ampi, come sempre accade quando occorre ricostruire un equilibrio che non smentisca radicalmente le posizioni sostenute da ognuna delle parti. Quell’equilibrio si ricompone se ognuna delle parti è disponibile a fare un passo indietro. Le nostre obiezioni di merito sono note, in particolar modo, sul lavoro domenicale vogliamo salvaguardare la forza delle intese aziendali o territoriali in essere e respingere il concetto di obbligatorietà in antitesi alla disponibilità che il lavoratore deve poter esprimere.
Il nostro compito è verificare se la ristrettezza dei margini sia compatibile con la trasparenza delle soluzioni, perché non servono pasticci, né ipocrisie. Poter ricomporre il quadro unitario sul contratto, con risposte accettabili alle nostre obiezioni, sarebbe un indubbio successo politico per la Filcams, sarebbe un premio alla nostra iniziativa ed una condizione sicuramente più favorevole per le lavoratrici ed i lavoratori. Ma farlo attraverso un pasticcio sarebbe una tragedia per noi! Credo bastino queste poche parole per chiarire tra noi la limpidezza del patto con il quale il gruppo dirigente e la Segreteria Nazionale debbono procedere alla verifica unitaria.

Naturalmente, questo tentativo, già difficile di suo, diventerebbe impossibile se contestualmente dovesse intensificarsi la pratica separata ad ogni livello. Per questo, abbiamo chiesto di attivare unitariamente il lavoro delle commissioni sulla bilateralità ed il welfare integrativo, previste dal Ccnl; ed abbiamo altresì chiesto di frenare o fermare le macchine della contrattazione territoriale, dove si va procedendo a colpi di intese separate. Purtroppo, questa ultima richiesta continua a risultare inascoltata e da parte delle Ascom e di Fisascat e Uiltucs si va procedendo in alcune province italiane alla presentazione di piattaforme ed alla firma di intese senza la Filcams, tra l’altro, con risultati in alcuni casi a dir poco discutibili. L’ultimo caso in ordine di tempo, di assoluta gravità per le consolidate tradizioni locali, è quello di Bologna, dove solo casualmente la nostra organizzazione è venuta a conoscenza di una piattaforma, poi divenuta intesa separata, nonostante la richiesta di essere convocata.

Per tutte queste ragioni, nelle prossime ore andremo ad un definitivo chiarimento con i firmatari dell’intesa separata, la cui tendenza a reiterare sul territorio quella pratica dimostra da che parte viene la volontà di mettere in discussione il quadro unitario nel settore. Noi non siamo disponibili a subire questa scelta che ci esclude e ci difenderemo in tutti i modi che ci sarà possibile.

Se la ricomposizione del quadro unitario sul Ccnl non sarà possibile, sappiamo già quello che dovremo fare. In primo luogo, difenderemo gli accordi aziendali fino alla loro scadenza e li rinnoveremo a partire dai contenuti; lo stesso dovremo fare per quelli territoriali, per quanto sarà possibile. Dove dovranno essere presentate piattaforme faremo le nostre, se non sarà possibile farle unitariamente, non certo assumendo come riferimento la normativa del contratto separato.

Non è la condizione nella quale preferiremo stare, ma se saremo costretti lo faremo. Non so dire se, in questo caso, sarà solo una nottata da trascorrere, per aspettare a breve una nuova alba, né mi interessa alimentare lo storico contraddittorio tra l’ottimismo della volontà ed il pessimismo dell’intelligenza. Credo che il gruppo dirigente della Filcams, pur continuando ad anteporre le ragioni dell’unità, che sono nel nostro dna, debba evitare di farsi trovare impreparato a gestire una situazione che potrebbe essere radicalmente diversa e non solo per ragioni interne al settore. In questo caso, dobbiamo fare tesoro dell’esperienza di queste settimane, che ci ha portati fino alla manifestazione del 15 novembre: dobbiamo assolutamente privilegiare il rapporto con le lavoratrici ed i lavoratori del settore. Noi non facciamo politica, come qualcuno ha detto, noi ci occupiamo delle condizioni materiali di chi lavora nella distribuzione (e non solo). Per questo, dobbiamo far sentire la nostra vicinanza a tutti coloro che subiscono gli effetti negativi dell’intesa separata, senza neanche poter esprimersi; noi dobbiamo dare voce a questa parte del mondo del lavoro, perché al sindacato che fa “per” loro (spesso, peccando di presunzione), vogliamo essere il sindacato che fa anche “con” loro, affinché essi stessi se lo possano sentire loro questo sindacato, un punto di riferimento per tanti giovani, donne del settore sui quali si scaricano prevalentemente le soluzioni sbagliate che noi contestiamo. Per queste ragioni, continuiamo ad insistere sul diritto dei lavoratori a potersi pronunciare attraverso la consultazione sull’esito delle intese per il rinnovo del Ccnl; e per le stesse ragioni, nei prossimi giorni e nelle prossime settimane dovremo intensificare il lavoro di propaganda, per diffondere le nostre opinioni, farlo in questo periodo pre-natalizio, che vedrà il settore della distribuzione in uno dei suoi periodi più frequentati dai consumatori e dai cittadini.

4. Il terziario nella crisi del Paese

Ma vedrà il nostro settore anche in uno dei periodi più critici da qualche anno a questa parte.
Il contesto nel quale è stata generata la firma separata per il rinnovo del contratto appare decisamente lontano, se rapportato ai venti di crisi, che ormai soffiano con sempre maggiore violenza sull’economia italiana. Anche per questo riteniamo assolutamente miopi comportamenti e pratiche sindacali apertamente anti-unitarie, quando le difficoltà crescenti del settore richiederebbero il massimo sforzo di unità e solidarietà. Il superamento delle divisioni dovrebbe essere, per queste ragioni, interesse di tutte le organizzazioni sindacali ed associazioni dell’impresa e questa è una delle principali motivazioni che stanno alla base della nostra sfida unitaria. Noi crediamo che la ricomposizione del quadro unitario sulla vicenda contrattuale dovrebbe rappresentare una risposta delle parti sociali alla crisi del settore, la ricerca di una azione comune per mettere al centro del confronto politico ed istituzionale le esigenze che stanno alla base dello sviluppo. Anche per questo, riterremmo importante che il tentativo di superare le divisioni avvenisse anche sulla base di una premessa politica, atta a contestualizzare il confronto tra le parti non più semplicemente sulle questioni che ci hanno divisi a luglio, ma su quello che dovrebbero unirci in questo inverno.

In ogni caso, non rinunceremo alla necessità che la Filcams promuova una autonoma azione, concreta, incisiva, sulle ragioni della crisi e sulle sue conseguenze.

Già il bilancio della stagione turistica aveva fatto capire che la nostra economia era entrata in una fase nuova, caratterizzata dal prevalere di fattori di criticità. Le stime delle rilevazioni condotte dall’Osservatorio turistico-alberghiero hanno registrato un calo del 2,5% di presenze nei primi 9 mesi dell’anno, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Non è secondario sottolineare, inoltre, che il crollo delle presenze di stranieri è stato addirittura del 4,8%, dato non certo di poco significato, se si pensa al ruolo che l’industria turistica ha sempre avuto negli attivi della bilancia commerciale.

Successivamente, la presentazione della Finanziaria 2009 aveva scaricato le conseguenze dei tagli su un’area significativa delle attività affidate alle imprese in subappalto, a partire da quelle che operano nella scuola.
tagli medi che oscillano da 30 al 40%, ma che nelle pulizie dell’esercito salgono in al 50%. Sul piano sociale si tratta di migliaia di licenziamenti, superiori alle entità stessa delle riduzioni.

Più recentemente, i dati relativi all’andamento dei consumi, diffusi da Confcommercio alcuni giorni fa, non lasciano dubbi sulla pesantezza della crisi. Il reddito di lavoratori e pensionati si è impoverito a tal punto che il tema della quarta settimana è diventato per molti quello della terza. Il quadro congiunturale delle imprese ad ottobre 2008 appare un bollettino impietoso: l’andamento negativo del settore del commercio è previsto secondo un trend continuo per i prossimi tre anni; Confcommercio non parla volentieri di crollo, dato che segnala un mezzo punto negativo per ciascuno dei prossimi tre anni, ma è evidente che la realtà è ben più consistente. Del resto, il taglio progressivo dei contratti a tempo determinato e l’avvio dei processi di riduzione del personale rappresentano un campanello d’allarme inconfondibile. Anche la Cooperazione non sembra passarsela bene

Di fronte ad un quadro come questo dobbiamo chiederci cosa può e deve fare la Filcams. Ce lo chiedono quelle centinaia e centinaia di persone che vedono allontanarsi le proprie certezze e non sanno a chi rivolgere le proprie inquietudini. In noi, soprattutto giovani e donne, vedono un sicuro punto di riferimento, come Giorgia, la giovane delegata romana di un’azienda di pulizie, che con il suo toccante intervento, ha appassionato la scorsa settimana la platea delle donne Cgil: “la sfida, che vi chiediamo di portare avanti, è elaborare e sostenere proposte che ci aiutino davvero in questo difficile equilibrio, nei diversi ruoli di mogli, madri, lavoratrici, maestre, badanti”.

La prima cosa da fare è tutelare le lavoratrici ed i lavoratori del settore di fronte agli effetti della crisi, a partire dalla difesa dell’occupazione ed il sostegno al reddito.
Voglio, a questo proposito, sottolineare l’importantissimo lavoro fatto in questi giorni dalla nostra categoria a difesa delle lavoratrici e dei lavoratori delle imprese di pulizia, il cui futuro è messo a rischio dalle decisioni del Governo nella Finanziaria 2009. All’inizio, quasi in perfetta solitudine, poi, strada facendo con la partecipazione delle altre organizzazioni sindacali, siamo riusciti a creare un’ importante mobilitazione, sfociata la scorsa settimana nella manifestazione davanti al Ministero della Pubblica Istruzione. Lì sono stati strappati impegni la cui coerente attuazione verificheremo in queste ore, poiché essi contengono una soluzione possibile del problema.

Occorre riflettere con attenzione su questa vicenda, apparentemente secondaria, potremo dire una goccia nel vasto oceano della crisi e dell’occupazione a rischio. Ma si tratta di una vicenda molto significativa, che non parla di garantismi, nè di nicchie corporative a difesa di privilegi. Chi accusa la Cgil di fare politica, quando sceglie di battersi per i diritti, dovrebbe rivolgere il proprio sguardo sui volti e sulle mani delle persone che quel giorno hanno invaso Viale Trastevere, sguardi preoccupati per la paura di perdere quel modesto reddito, assolutamente vitale per il sostentamento del nucleo familiare; mani logorate dall’uso delle sostanze utilizzate per pulire pavimenti e arredi. Persone semplici, che chiedono di poter continuare a lavorare in quei siti scolastici, dove per mandare i propri figli o nipoti hanno, oltretutto, pagato le tasse fino all’ultimo centesimo. In mezzo a tanti sentimenti di preoccupazione che legavano quelle persone, e soprattutto, di fronte al sentimento di solitudine che può prendere chi sente di appartenere alla categoria dei meno importanti, vi era un sentimento che dava loro un briciolo di fiducia, il fatto che il sindacato, la Filcams era con loro, che la Filcams non li avrebbe lasciati soli e questa è la prima cosa concreta che dobbiamo fare nella crisi, essere a fianco delle lavoratrici e dei lavoratori dei nostri settori, che hanno meno strumenti per difendersi.

Sicuramente, non in tutti i casi riusciremo a salvaguardare i posti di lavoro. La prima ondata di riduzione è quella mascherata dal mancato rinnovo dei contratti a tempo determinato, una prima scrematura che può apparire meno indolore per chi decide di ridurre la forza lavoro impiegata, ma che getta migliaia di giovani in una condizione di totale assenza di prospettive.

Ma lo stesso lavoro dipendente della distribuzione corre rischi crescenti. Innanzitutto, nel Sud, dove i saldi della grande distribuzione risultano pesantemente in passivo, tanto da far dire ai responsabili del settore, che la cosa migliore da fare sarebbe il ritiro dalle attività in quell’area del Paese.

Per queste ragioni, la nostra categoria si sente pienamente dentro le ragioni che hanno portato la Cgil a mettere in campo la sua piattaforma di richieste al Governo ed a sostenerla con lo sciopero del 12 dicembre. Se tutti riconoscono la necessità di rilanciare i consumi nel Paese, se dovremo fronteggiare una crisi del lavoro, che già al Nord ha fatto conoscere la sua dimensione critica, non occorreva essere particolarmente fenomenali per capire che la detassazione degli straordinari parlava di un mondo del lavoro o ad un mondo del lavoro assolutamente estraneo alla realtà; non occorreva essere chissà quali geni incompresi per capire che le risorse andavano destinate al sostegno dei redditi colpiti dalla crisi, a partire da quelli esclusi dai trattamenti previsti dalle leggi in essere, e noi ne sappiamo qualcosa.

Lo sciopero generale del 12 dicembre

Così come abbiamo bene rappresentato le ragioni della categoria il 15 novembre a Piazza Navona, vi chiediamo un nuovo sforzo per contribuire alla riuscita dello sciopero e delle iniziative promosse dalla Cgil il 12 novembre. Sarà quella un’altra occasione per portare davanti al Paese i problemi del nostro settore, che parlano degli stessi problemi del Paese. A partire dal progressivo indebolimento dei redditi da lavoro e da pensione, che colpiscono i nostri lavoratori due volte, la prima come consumatori, la seconda come dipendenti del settore della distribuzione o del turismo, o dei servizi, che vedranno messo a rischio il loro posto di lavoro, proprio per effetto del calo della domanda di consumi.

Susanna che è qui con noi vi spiegherà con più tempo le valutazioni che ci hanno portati alla conferma dello sciopero. Noi non disprezziamo tutto ciò che può andare in tasca ai cittadini, ma il pacchetto anticrisi del Governo non assume la portata, la dimensione di questa crisi e la necessità di affrontarla con terapie d’urto, con provvedimenti eccezionali, come eccezionale è la crisi. Dovremmo mettere in campo una manovra di circa 1,5 punti di PIL nei prossimi due anni ed invece si offre un piatto di lenticchie attraverso la social card. Noi parliamo di rilancio dell’economia reale, della produzione, degli investimenti pubblici, come ha fatto Gordon Brown nel suo Paese, per fronteggiare il rischio recessione, soprattutto nel Mezzogiorno e qui parliamo del raddoppio dell’Iva agli abbonati Sky. Siamo proprio su due lunghezze d’onda diverse. Gli stessi provvedimenti previsti per il sostegno al reddito delle fasce di lavoratori sprovvisti di ammortizzatori vengono “appaltati” alla bilateralità, con una scelta di deresponsabilizzazione del soggetto pubblico, dalla costruzione di un sistema universale di tutele. Se il Governo ha ritirato il preannunciato provvedimento sulla detassazione degli straordinari, significa che cambiare si può, soprattutto se è in campo una iniziativa forte e coerente del sindacato ed è per questo che la Cgil decide di essere in campo, per dire che le misure sono insufficienti, che vanno modificate, rafforzate, secondo la piattaforma approvata all’Assemblea dei Quadri e Delegati, sulla quale stiamo discutendo con le lavoratrici ed i lavoratori. Sostegno all’occupazione, al reddito, agli investimenti pubblici e privati, rafforzamento della coesione sociale, qualificando il welfare. Sospensione degli effetti della Bossi-Fini. Questa è il nostro piano anti-crisi, ispirato in gran parte alle piattaforme unitarie, elaborate in questi mesi, che noi intendiamo sostenere con coerenza e decisione.

(modello contrattuale)

Ma la natura e la portata della crisi pongono in essere la necessità di pensare a come deve essere il nostro Paese oltre la crisi, quale nuovo sviluppo sostenere. L’emergenza non può essere scissa dal nuovo sviluppo. Occorre per questo che la Cgil contribuisca attraverso la propria iniziativa a ridefinire il profilo strategico dello sviluppo del Paese e su questo terreno lavorare per ricostruire le maggiori convergenze possibili, innanzitutto con Cisl e Uil e poi con gli strati più innovativi dello stesso mondo economico e produttivo.
Nel nostro caso, non basta occuparci di come il settore distributivo, o quello turistico passeranno la nottata, occorre mettere in campo politiche di settore che contengano elementi in grado di guardare oltre l’emergenza: quale futuro per la distribuzione in Italia, a partire dalla grande; quale futuro per il turismo, risorsa inestimabile della nostra economia. C’è modo e modo di affrontare la crisi. E’ vero che essa colpisce tutti i paesi, ma non tutti i paesi hanno la stessa forza per fronteggiarla, poiché dipende in primo luogo dalla struttura dei singoli settori, dalla forza intrinseca del sistema di imprese. L’impresa distributiva italiana, la grande distribuzione, è la più debole tra i paesi concorrenti ed è ovvio che rischia fortemente di subire più degli altri la marginalizzazione. C’è un dato che impressiona non poco, se guardiamo alla composizione del capitale. Come è noto il mondo Coop è l’impresa italiana per eccellenza (un po’ come la Ferrari, fatta tutta in casa…): nel volume d’affari dei grandi distributori internazionali era al 51° posto (2006).

Se vogliamo con qualche prospettiva in più difendere l’occupazione nel settore distributivo, se vogliamo difendere i diritti degli occupati, occorre che la Filcams scenda pienamente in campo, come sindacato che interviene sulle politiche di settore, con proprie proposte e iniziative autonome. Ciò che rende più forte ed autorevole un sindacato è proprio la capacità di dire la nostra su materie che altri considerano per noi territorio “off-limits”. Con tutto il realismo e l’umiltà che non deve mai abbandonarci, dobbiamo tuttavia lanciare la nostra sfida per una modernizzazione sostenibile del settore, sostenibile in quanto compatibile con i diritti di chi vi lavora, con l’ambiente dove è insediato, con i valori sociali con i quali è chiamato ad interagire. Questa sarà la nostra stagione sindacale per i prossimi mesi, che dovremo riempire con iniziative in grado di aggiungere un nuovo punto di vista sui problemi del settore: il nostro.

Una sfida lanciata innanzitutto al sistema delle imprese, in tutta la sua articolazione, quella grande, rappresentata da Federdistribuzione, quella piccola, da Confesercenti ed il mondo della Cooperazione.
Una sfida lanciata alle Istituzioni, non solo il Governo centrale, ma anche Regioni ed autonomie locali.

Il tema è quello dell’Italia che sarà, o dovrà essere, dopo la crisi e di come, dentro la crisi dei modelli di sviluppo che si sono susseguiti in questi decenni, possa esistere un’ idea virtuosa del consumo e del suo ruolo nello sviluppo della società. Dal consumismo, quale paradigma di un modello di sviluppo piegato dalla crisi contemporanea, al consumo, quale leva di un meccanismo di sviluppo equilibrato e compatibile. E questo vale anche per gli altri settori da noi rappresentati, come, ad esempio, quello del turismo o dei servizi.

Il tema è quello del rapporto tra nuove politiche del consumo e nuovi processi organizzativi del lavoro. Lo svolgimento del tema offre numerosi terreni di iniziativa che la categoria deve considerare come propri, da non delegare ad altri, ma da sviluppare con altri, la Cgil, altre categorie, altre associazioni:

    la politica dei prezzi, che non vede le grandi catene distributive immuni da responsabilità, nel determinare le dinamiche, spesso condizionate da assenza di processi di razionalizzazione della rete o da strumentali politiche di marchio;

    cosa consumare, cioè, l’orientamento del consumo, la qualità dei prodotti, la costruzione, potremmo dire, di una nuova identità culturale del settore, che assieme ad una equa politica dei prezzi, unisca il rispetto della salute del consumatore e la tutela dell’ambiente, dove le attività vengono insediate;

    dove consumare, cioè, la distribuzione territoriale degli insediamenti commerciali ed una nuova programmazione urbanistica, che non renda socialmente invasiva l’attività commerciale;

    il rapporto tra grande e piccola distribuzione commerciale, per tutelare la stessa dimensione antropica del nostro Paese, come fattore di coesione sociale.

Tutto questo ci riconduce alla natura dell’impresa e del lavoro. Noi dovremmo porre una nuova attenzione alle dinamiche che investono l’impresa del settore, innanzitutto, per cercare di anticiparle, per poter confrontare le scelte che potranno essere agite nei prossimi anni. Se l’impresa distributiva non verrà sollecitata all’adozione di politiche innovative, non v’è ombra di dubbio che la concorrenza di mercato si offrirà sempre più come terreno di sviluppo di una liberalizzazione selvaggia. Ed in questo, la crisi non aiuterà, perché, contrariamente a quello che potrebbe apparire una contraddizione, tanto minore sarà la quota di reddito nazionale destinata al consumo, quanto maggiore sarà il tentativo delle aziende di sottrarsi vicendevolmente la clientela. Ed in questa guerra, l’allungamento indiscriminato degli orari, fino all’idea di una apertura no stop dei negozi, è una risposta inevitabile. La vicenda delle aperture domenicali non può che essere inquadrata dentro questa strategia. Ed anche per questo noi non possiamo rispondere solo sul terreno dello strumento contrattuale, poiché essa diventerebbe inevitabilmente paradigmatica dei nuovi equilibri sociali che una tale organizzazione del lavoro andrebbe a determinare.

Se poi a questo scenario aggiungiamo il fatto che l’introduzione delle nuove tecnologie informatiche nel settore distributivo, secondo alcune stime, determinerà un taglio del 50% degli attuali addetti alle casse e ad altri reparti, si può facilmente immaginare quali sconvolgimenti sarebbero in arrivo tra non molto.

Non vorrei esagerare, ma i nuovi, prevedibili assetti nel settore della distribuzione, per le loro implicazioni economiche, sociali e sociologiche, sono tali da essere determinanti nel ridefinire una parte significativa della gerarchia di valori del nostro villaggio globale, quali sono le nostre periferie urbane o le stesse grandi aree metropolitane.

Noi non possiamo stare fermi ad attendere che ci passi sopra un futuro imprecisato. Dobbiamo cercare di capire, studiare, confrontare con altri Paesi, dobbiamo attrezzarci di una nostra teoria, che possa divenire pratica sindacale.

Ma l’attenzione alle dinamiche dell’impresa è necessaria anche per contrastare fenomeni di “smottamento”, là dove potremmo con più ragioni pretendere buone pratiche e buone politiche.
Credo che la Filcams debba assumere a breve un’iniziativa per incalzare il mondo della cooperazione, affinché, almeno da quel settore il sistema di relazioni sindacali possa risultare propedeutico ad una qualificata funzione della cooperazione. Non vogliamo nascondere il rischio di uno scivolamento, lento ed inesorabile, della stessa cooperazione verso politiche aziendali lontane dai valori fondanti che hanno ispirato il movimento cooperativo. Il nostro non è un discorso ideologico, noi facciamo il nostro mestiere e non guardiamo in faccia né Governi, né sistemi di impresa. Ma non per questo dobbiamo rinunciare a produrre un’iniziativa comune, od incalzare azioni del mondo cooperativo nel settore della distribuzione, che dimostrino la possibilità di mettere in campo risposte diverse, alternative a quelle ispirate ad un puro liberismo, spesso antitetico con la tutela dei diritti, attuando i contenuti dell’Accordo per lo sviluppo e per nuove relazioni sindacali dell’aprile 2007.

Tutto quanto detto vale nella stessa misura per il turismo, dove l’attenzione per le politiche di settore deve rappresentare un altro pezzo della costruzione di una nostra identità sindacale. Qui siamo addirittura al paradosso, un settore invidiatoci da tutti, privo di strategie adeguate. Ma come potremmo tutelare adeguatamente, nelle sue prospettive occupazionali, il dipendente di un albergo o di un’altra struttura turistica senza porci il problema di favorire la fruizione dei beni culturali, ambientali, paesaggistici del nostro Paese. Sarebbe come difendere gli operai che costruiscono i treni, senza porsi il problema dello sviluppo di una politica della mobilità su rotaia.

Tutto ciò spiega la ragione per la quale nel settore che rappresentiamo la sfida sindacale è rivolta contestualmente ad imprese ed istituzioni, norme contrattuali e norme legislative spesso sono le facce di una stessa medaglia. Lo abbiamo visto nel rapporto tra norme che regolamentano le aperture degli esercizi commerciali e organizzazione degli orari; ma ciò vale anche nel settore degli appalti, dove la lotta al massimo ribasso e per salvaguardare la responsabilità delle aziende appaltatrici ha un rapporto diretto con le condizioni materiali e con il sistema delle tutele delle lavoratrici. Tanto più a fronte dell’ alta vulnerabilità che alcuni di questi settori hanno con attività illecite, spesso gestite dalla mafia.
In definitiva, dobbiamo sfidare le imprese e le istituzioni su nuove politiche di sviluppo dei nostri settori e lo faremo a partire da iniziative mirate, che metteremo in agenda nelle prossime settimane.

La risorsa LAVORO

Ma la vera sfida che dobbiamo lanciare alle imprese è quella sul valore del lavoro nel nostro settore. Il lavoro nel nostro settore parla della più enorme delle contraddizioni esistenti nella nostra società, una quantità enorme di risorse umane e professionali, depauperate da politiche volte alla progressiva precarizzazione; un capitale enorme di ricchezza umana e professionale, esclusa dai processi di valorizzazione.
Quello che più facile è stato a dirsi in tutti questi anni è stata la denuncia dei diritti sottratti nelle più svariate forme, lavoro nero ed irregolare, contratti di lavoro discontinui, di breve durata, ricatti e condizionamenti. Ci siamo battuti in tutti questi anni per difendere i diritti conquistati con i contratti e con la contrattazione di secondo livello. Oggi, questa difesa appare sempre più difficile, di fronte all’ondata di piena delle politiche di destrutturazione normata del mercato del lavoro (L.112). Ma noi, continueremo a batterci contro il mancato rispetto dei diritti o contro la loro sottrazione, anche per via contrattuale.

Probabilmente, però, dobbiamo farlo mettendo in campo, se riteniamo sia possibile, un’idea nuova di valorizzazione professionale nel settore, sconfiggendo il luogo comune che i nostri settori, escluso ovviamente le alte professioni, siano per definizione, settori a basso contenuto professionale. Se, da un lato, è giusto combattere l’uso strumentale dei tempi determinati, dei part time/elemosina e di quant’altro offra il supermercato della destrutturazione, dall’altro, dobbiamo capire se sia possibile riprogettare una più alta professionalità, alla quale destinare gli strumenti contrattuali finalizzati alla mobilità professionale, a partire dalla formazione.

Anche per questo dobbiamo dotarci di un’attenzione maggiore per quei settori apparentemente più distanti dalla nostra tradizione e cultura, come può sembrare quello dei quadri e delle alte professioni, dove è stato condotto un grande lavoro che ha fatto della nostra categoria un punto di riferimento insostituibile in un mondo dove le tutele individuali non hanno mai avuto riferimenti certi e agibili. Un patrimonio sindacale che non dovremo assolutamente disperdere nel nostro lavoro futuro.
Così come, dobbiamo prestare attenzione ai settori di frontiera, quali quello rappresentato dalle collaboratrici domestiche.

In ogni caso, è il lavoro, è la nostra rappresentanza, il tratto prevalente che deve caratterizzare la nostra iniziativa, sapendo che la Filcams è una delle strutture che più di tante altre può interpretare quel grande meticciato di cui abbiamo parlato all’ultimo Congresso della Cgil. Qui c’è di tutto, lavoro strutturato e precario, basse professioni ed alte professioni, nativi e stranieri, giovani e meno giovani uomini e, soprattutto, tante donne, tantissime donne. Noi ci troviamo a dover gestire molte delle sfide che stanno dinnanzi allo sviluppo del Paese: la donna ed il diritto al lavoro; la questione giovanile; la società multietnica e multiculturale; La ricerca e l’innovazione, nelle alte professioni; i servizi alla persona nella ricerca dei nuovi fattori coesivi.

Un progetto per la contrattazione di II livello

Abbiamo già detto che la contrattazione di secondo livello sarà il terreno sul quale dovremo rispondere alle insidie contenute nell’accordo separato. Non vale ripetere all’infinito che questo è l’appuntamento principale che deve mobilitare le nostre strutture. Dobbiamo presentare le piattaforme, aziendali e territoriali; dobbiamo provare a farlo con Cisl e Uil di categoria e se non ci riusciremo dovremo farlo da soli, anche se non è la via che preferiamo. Dobbiamo costruirle in un rapporto stretto con le lavoratrici ed i lavoratori.
Il panorama, ad oggi, presenta luci ed ombre. In alcune grandi aziende siamo riusciti a sbloccare la piattaforma unitaria (ieri la Metro), in altre siamo fermi al palo (come l’Esselunga). Indubbiamente, le vicende legate alla mobilitazione contro l’accordo separato non ci hanno consentito di sviluppare una discussione che coordinasse tra noi i contenuti della nuova stagione contrattuale di secondo livello. Nei prossimi giorni cercheremo di recuperare questo ritardo, come già stiamo cercando di fare nei coordinamenti nazionali dei grandi gruppi, dedicando un’apposita riunione seminariale del gruppo dirigente. Ma già qualcosa oggi e domani possiamo cominciare a dire. Se vogliamo tentare un salto di qualità esso deve essere rappresentato dalla contestualità territoriale dell’iniziativa (non ci possono essere realtà ferme ed altre avanzate) e dai contenuti, i quali dovrebbero andare oltre la mera questione del lavoro domenicale, per cominciare ad aggredire i nodi dell’organizzazione del lavoro. Dobbiamo individuare alcuni “assi” lungo i quali muovere la nostra elaborazione e non c’è dubbio che tra questi dovremo considerare o riconsiderare con sufficiente attenzione alcuni temi prioritari:

    quello della salute e sicurezza, a fronte del fatto che i nostri settori, non so dire con quanta vostra sorpresa, occupano posti di riguardo nella triste graduatoria degli infortuni, con il commercio al secondo posto, solo dopo gli edili, e alberghi e ristoranti al settimo; dobbiamo, poi, considerare il peso non irrilevante che le malattie professionali hanno e in tanti casi neanche riconosciute dalla legge.
    quello della formazione, non solo come strumento finalizzato al rientro nel mercato del lavoro, ma anche alla mobilità di carriera, a fronte di una struttura delle classificazioni che, probabilmente, meriterebbe di essere rivisitata, dopo tanti anni;
    naturalmente, quello del mercato del lavoro, per provare a porre un argine alla dilagante destrutturazione operata attraverso il ricorso spesso strumentale a tipologie contrattuali precarie, indice di assenza diffusa di investimento sulle risorse umane del settore;
    in particolare, dovremo provare a rafforzare la contrattazione di genere in un settore dove la condizione della donna nel lavoro è pane quotidiano, con un companatico il più delle volte amaro, data la scarsa propensione delle imprese ad assicurare i diritti.
    Bilateralità (vedi ultimo capitolo della relazione)

La Filcams

Il progetto politico al quale vogliamo lavorare definisce le ragioni che stanno alla base delle scelte organizzative che dovranno caratterizzare la vita della Filcams nei prossimi mesi.
In parte, esse si configurano come una continuità ed uno sviluppo di scelte praticate fino ad oggi. In parte, però, dovranno configurare l’apertura di una fase nuova nella vita della categoria, un investimento sul futuro, perché nella Filcams convivono oggi elementi di forte potenzialità, con situazioni ampiamente mature, soprattutto nell’assetto del gruppo dirigente più alto, Nazionale e Regionale. Non è cosa di ordinaria amministrazione, ad esempio, vivere il cambio della segreteria generale in concomitanza con la conclusione dell’esperienza di direzione di quasi tutta la segreteria nazionale e di un pezzo consistente dell’apparato nazionale (tanto per rimanere alla struttura nazionale). Chi pensasse di gestire questa situazione come questione di semplici avvicendamenti, di mere cooptazioni non coglierebbe il significato più profondo dei processi in atto nella categoria e rischierebbe di perdere un’ occasione per fare della Filcams un altro laboratorio di innovazione sindacale, di cui la Cgil ha bisogno.

Un carattere della politica organizzativa che sicuramente troverà conferma nel lavoro della nuova direzione nazionale, sarà il ruolo fondamentale e preminente del territorio. Noi abbiamo bisogno di una categoria fortemente proiettata sul territorio, poiché è quella la dimensione dove meglio possono essere intercettate le dinamiche di cui sono investiti i nostri settori, dove il lavoro, prevalentemente atomizzato, precario, deve poter essere ricomposto attraverso l’azione contrattuale del sindacato.
Abbiamo alle spalle una conferenza di organizzazione della Filcams che di questo ha discusso, confermando la validità delle scelte finalizzate a sostenere le nostre strutture ed i nostri quadri territoriali.
Oggi, la Cgil è stata chiamata a ratificare le scelte della conferenza nazionale attraverso delibere impegnative, il cui percorso di attuazione passerà anche per le categorie, come vi è stato detto questa mattina. Quello che vogliamo qui ribadire è che l’adesione della Filcams a quelle scelte è ispirata alla ferma convinzione che ogni modifica agli equilibri nella redistribuzione delle risorse non potrà mai avvenire per finanziare il debito, bensì, per sostenere una politica di forti investimenti, quindi, di forte sostegno ai punti più deboli dell’organizzazione, sia territorialmente, che categorialmente.

Per quanto ci riguarda, per quanto concerne le risorse delle quali noi siamo titolari, non un solo centesimo dovrà essere speso per tenere in vita modelli autoreferenziali e siccome questo dipende solo da noi, ciò rappresenterà l’atto di maggiore coerenza della nostra politica organizzativa e finanziaria. La Filcams da anni ha praticato questa scelta e noi, oggi, non potremo che confermarla e rafforzarla ulteriormente, per quanto possibile.

Ovviamente, tutto ciò non fa che rafforzare una modalità operativa che veda la struttura nazionale in “presa diretta” con le strutture regionali e territoriali. Ciò rappresenta un modo di intendere la funzione di direzione della struttura nazionale che va ben oltre il coordinamento delle grandi aziende della distribuzione o dei settori. La stessa crisi, nella sua complessità e pericolosità, richiede una maggiore capacità di “fare squadra”, un maggior senso di appartenenza ad un progetto sindacale, in grado di rispondere ai bisogni delle più diverse realtà settoriali e territoriali che noi rappresentiamo. E’ qualcosa che va oltre una semplice operazione di lubrificazione di ingranaggi comunicativi e relazionali forse un po’ troppo ossidati, da una pratica fortemente verticalizzata.

Poiché abbiamo alle spalle le scelte della Conferenza di Organizzazione di Venezia e su quelle basi noi imposteremo il lavoro, la mia opinione è che dovremo accentuarne la valenza, secondo un ordine di priorità ed una gerarchia di valori, dettati dal contesto nel quale noi ci troveremo ad agire, ivi compreso, il rischio di una crisi non breve dei rapporti unitari, che per la prima volta, dopo anni, impone di far convivere la nostra vocazione unitaria, con l’ulteriore rafforzamento della presenza Filcams nei luoghi di lavoro e nell’iniziativa in generale. Questo, ad esempio, è un cambio di mentalità al quale nessuno di noi è pronto ed io aggiungo, al quale pochi di noi vorrebbero rassegnarsi; ma non possiamo attardarci in una paralisi che ci farebbe mancare l’appuntamento con le novità presenti nel contesto nazionale.

In questo senso, credo possa essere definita un’agenda tematica, sulla quale nelle prossime settimane il gruppo dirigente più ristretto e lo stesso direttivo della Filcams potranno tornare, per precisare contenuti e proposte.

1. Il pianeta bilateralità, fondi integrativi ed altro. Vogliamo uscire definitivamente dall’ambiguità di una posizione che non rende mai chiaro il nostro pensiero su questa materia e che ha prodotto un impegno non del tutto convinto della nostra organizzazione nelle varie sedi della bilateralità. Noi consideriamo questo sistema, costituito da un insieme di strumenti prodotti dalla contrattazione, un sistema utile alla funzione di tutela dei lavoratori, soprattutto delle fasce più deboli, attraverso l’erogazione di prestazioni definite dalla contrattazione. Dobbiamo dirlo, senza remore, né particolari imbarazzi, che per settori del mondo del lavoro come i nostri, caratterizzati da forte polverizzazione, intrinseca debolezza, questi strumenti aiutano. Naturalmente, devono servire per la funzione per i quali sono stati pensati e realizzati, l’erogazione di prestazioni, non il finanziamento dei sindacati e delle associazioni di impresa. Se dovesse prevalere questo secondo aspetto, non solo la Filcams non sarebbe interessata, ma combatterebbe coerentemente contro questa visione distorta, in tutte le sedi.

Ma noi siamo per qualificare questo sistema, tant’è che abbiamo chiesto di partecipare alle commissioni contrattuali per dare il nostro contributo. Pensiamo che questo sistema si qualifichi non solo erogando prestazioni sempre più qualificate ai lavoratori, ma combattendo il rischio di implosione dello stesso sistema. Non è moltiplicando all’infinito enti, fondi e quant’altro che noi potremo assicurare loro un futuro certo. Logica e buon senso ci portano a dire che è arrivato il momento di invertire la rotta, razionalizzando, ri-accorpando, vincendo la logica autoreferenziale, che frena i processi virtuosi, per il mantenimento di posizioni di organizzazione o di associazione. Non mi interessa dare la colpa agli altri, né dire che gli altri sono più conservatori di noi. Spesso, dietro le critiche agli altri si nascondono suggestioni che attraversano la nostra stessa organizzazione. Dunque, a noi non resta che l’obbligo della coerenza con questa impostazione.

Ma anche per esercitarla in tutte le sedi, senza fughe, né sbavature, dobbiamo decidere che tutta la nostra rappresentanza nei vari organismi degli enti, dei fondi integrativi, di quelli interprofessionali non potranno più agire privati del necessario lavoro di “spogliatoio”, spesso abbandonati alla libera inventiva, senza un’efficace azione di coordinamento nazionale. In queste settimane, alcuni di voi mi hanno trasmesso la sensazione di essere stati lasciati un po’ in balia degli eventi, un po’ a se stessi e questo si può comprendere per l’aver dato priorità in questi ultimi due anni alle vicende contrattuali che tutti conosciamo. Ma, in ogni caso, qualunque siano le ragioni, da oggi dobbiamo decidere che il “gruppo” delle compagne e dei compagni presenti dentro questo sistema vivranno dentro un’attività di coordinamento periodico, cosa che già abbiamo inaugurato in questi giorni con i fondi interprofessionali e quelli integrativi.

2. Risorse umane e rinnovamento dei gruppi dirigenti. Per quanto la Filcams risulti una struttura già interessata da anni da un importante rinnovamento dei propri gruppi dirigenti, noi dobbiamo oggi consolidare e sviluppare questa politica.
Rinnovamento è innanzitutto un fatto generazionale. La Filcams è una delle strutture che può contribuire più di tutte le altre all’ingresso di giovani nel sindacato e nei suoi gruppi dirigenti. Per fare questo, dobbiamo favorire l’attuazione concreta della norma regolamentare che stabilisce la conclusione del rapporto di lavoro dipendente al raggiungimento dei massimi requisiti pensionistici, con relativa messa a disposizione degli incarichi. In secondo luogo, confermare gli investimenti sui progetti under 35, magari cominciando a pensare che debbano diventare under 30.

Rinnovamento è per noi, soprattutto, rappresentare nei gruppi dirigenti, fino ai vertici dell’organizzazione, la differenza di genere. Qui, meno che in altre strutture, sarebbero ammesse o comprese sottovalutazioni o peggio resistenze. Non basta dire che i nostri settori sono pieni di donne per colorare di rosa i vertici, non c’è mai automatismo. Spesso ci troviamo di fronte alle stesse difficoltà che si incontrano nelle aziende. Anche le donne sindacaliste sono spesso mogli, madri e figlie e questo le porta a fare 4 mestieri contemporaneamente.
La politica dei tempi, le flessibilità (buone) valgono anche per noi. Dobbiamo, per questo, dotare la Filcams di un luogo nel quale le politiche di genere, nella contrattazione e dentro l’organizzazione, possano essere elaborate e confrontate, non un recinto delle donne, ma uno spazio aperto al confronto dentro il gruppo dirigente.

Dobbiamo, poi, capire in che misura la presenza dei lavoratori e lavoratrici straniere sta determinando un progressivo mutamento nella composizione del mercato del lavoro, in alcuni comparti, per attrezzare la Filcams di una visione multiculturale.

Nelle prossime settimane dovremo, con la collaborazione vostra, attrezzare la segreteria del quadro complessivo della composizione dei gruppi dirigenti, degli apparati, anche in relazione alle scadenze di mandato, per poter programmare e finalizzare il più possibile le operazioni nei gruppi dirigenti, in rapporto stretto con la Cgil.

3. Consolidare e rafforzare la politica di rinnovamento significa far assumere un ruolo decisamente strategico alla formazione sindacale. Non può essere che alle imprese chiediamo di rispettare l’obbligo formativo per i lavoratori e nel sindacato la formazione per tanti anni è stata relegata in soffitta, e in tante strutture oggi è poco più che un optional.
Per fortuna, non è il caso della Filcams, che negli ultimi anni, grazie anche al contributo della compagna Silvia Cecchi, ha avviato un lavoro di riprogettazione della formazione e ha realizzato alcune prime esperienze significative, come quelle del Master. La mia opinione è che per il sindacato l’obbligo formativo dovrebbe rappresentare un vincolo per l’ingresso nei gruppi dirigenti e che la formazione dovrebbe rappresentare uno dei principali criteri ai quali finalizzare la politiche delle risorse.

Per queste ragioni, la formazione dovrebbe accompagnare l’intera vita lavorativa di un dirigente. Conseguentemente, un progetto nazionale dovrebbe rispondere alla domanda di formazione di base, di ingresso, formazione continua (aggiornamento), alta formazione (master) e ogni sindacalista dovrebbe disporre del proprio libretto formativo personale.
Nel frattempo, avendo un buon lavoro alle spalle, avendo uno strumento attuativo, come il Ce.Mu. dobbiamo costruire un “patto” fra noi e l’elaborazione del progetto nazionale di formazione deve rappresentarne la sanzione.
Per questo, dedicheremo una delle prime riunioni del 2009 a questo tema, sul quale la segreteria presenterà una proposta organica.

4. Credo che dobbiamo prestare maggiore attenzione alla dimensione internazionale del nostro lavoro e della nostra iniziativa. Gran parte delle dinamiche che investono importanti nostri settori, hanno origini nei processi di internazionalizzazione dell’economia e dei mercati, compresa la composizione del capitale di impresa.
Per questo la Filcams deve dotarsi di una propria politica internazionale, che riqualifichi la nostra presenza nelle federazioni Internazionali di categoria e che sviluppi lo scambio di rapporti bilaterali tra sindacati dei diversi paesi. Ed al tempo stesso, promuovendo una politica di cooperazione solidale.

5. La struttura nazionale Filcams. In ultimo, credo che dobbiamo affrontare con coraggio il problema del rinnovamento della struttura nazionale che, come già detto, nei prossimi mesi sarà investita da numerose uscite per pensionamenti e scadenze di mandato.
Dico con coraggio, innanzitutto, perché alienandosi dalle esperienze consolidate crea sempre uno stato di ansia in chi rimane. “come faremo senza di lei/lui?”, “che sarà dopo di lei/lui?”. Spesso, ci troviamo a porci questa domanda di fronte alla conclusione di esperienze consolidate. Il coraggio è nell’assunzione di responsabilità in chi rimane.

Ma il coraggio è richiesto anche e soprattutto perché i processi che hanno portato negli anni ad avere un gruppo dirigente molto maturo, fa si che gran parte del futuro vada cercato all’interno di un salto generazionale che investa la stessa nostra struttura nazionale.
Qui, veramente, la Filcams potrebbe essere chiamata a giocare una scommessa di grande contenuto innovativo.
Sono due gli ingredienti per vincere questa scommessa: la disponibilità della materia prima, cioè, una leva di dirigenti appartenenti alla generazione successiva alla mia; l’unità di tutto il gruppo dirigente, cioè, essere convinti che questa sia la scelta più giusta e utile.

Io devo ancora finire di farmi un’ opinione, ma a prima vista credo di non avere dubbi sul fatto che la Filcams debba giocare questa scommessa, così credo di non avere dubbi sul fatto che la Filcams, con il contributo di tutti, possa vincere questa scommessa, offrendosi come laboratorio avanzato alle innovazioni sindacali
Di questo ci occuperemo nelle prossime settimane.

Care compagne e compagni, dopo tre mesi credo di poter dire che la Filcams sia una bella categoria, credo anche che sia una grande categoria, penso possa diventare la più grande categoria della Cgil. Per diventare questo dobbiamo credere in quello che siamo e che possiamo essere dentro la Cgil. Siamo, di fatto, un soggetto politico, per le problematiche, per la composizione della nostra rappresentanza. Siamo veramente un grande meticciato.
Siamo una finestra spalancata sul Paese e sul mondo. Anche per questo, non possiamo essere indifferenti a quello che succede nel Paese e nel mondo, dobbiamo avere qualcosa da dire, perché ci riguarda!

    Siamo contenti che abbia vinto Obama (ed incazzati per l’autocritica di Bush sulla guerra in Iraq)
    Respingiamo l’oscurantismo delle gerarchie vaticane, riproposto in occasione della moratoria chiesta dalla Francia nei confronti dei paesi ove vide la pena di morte agli omosessuali;
    Siamo parte della carovana antimafia, perché la mafia è contro i diritti, calpesta la dignità e spara sulla democrazia e la libertà;
    Siamo contro la violenza sulle donne e stiamo dentro il movimento che in questi giorni ha riproposto il tema dei diritti delle donne;
    Siamo contro lo sfruttamento sessuale dei bambini nel turismo, e per questo facciamo parte della task force dell’OMT;
    Siamo contro le classi differenziate per immigrati e disabili, perché siamo contro i recinti culturali, le zone off-limits;
    Siamo per il multiculturalismo, la vera risorsa della società globale;
    Pensiamo che l’istruzione pubblica sia la pietra angolare della civiltà moderna e siamo contenti di rivedere gli studenti in piazza, a difenderla e noi siamo con loro.

Credo che questo sentimento politico fosse quello che animasse Piazza Navona, desse colore alle nostre bandiere e voce ai nostri slogan. Credo, per questo, che questa Filcams possa guardare con sufficiente fiducia alle sfide che ci attendono, perché questa Filcams, queste sfide può vincerle.