Relazione F. Martini Comitato Direttivo FILCAMS CGIL, 24/11/2009

Comitato Direttivo Filcams Nazionale. Roma, 24 novembre 2009

Relazione di Franco MARTINI, Segretario generale FILCAMS CGIL

1. Vorrei iniziare questa introduzione gettando uno sguardo sul mondo circostante.
Mi è già capitato di dire che nella costruzione di un progetto politico all’altezza delle sfide che la nostra categoria si trova a dover fronteggiare, soprattutto dentro una crisi come quella che stiamo vivendo, la Filcams deve essere soggetto politico.
Che significato attribuire a questa affermazione? Per soggetto politico intendo un sindacato che non si chiuda in sé stesso, che non delimiti il confine della propria azione in una visione corporativa e settorialista della rappresentanza, ma che sappia collocare la propria missione dentro la prospettiva di un cambiamento della società, perché le dinamiche che determinano la condizione di lavoro delle nostre lavoratrici e lavoratori sono sempre più fortemente dipendenti dall’assetto economico, sociale e civile del nostro Paese.

Per queste ragioni penso che la Filcams debba prendere posizione ed essere soggetto attivo dentro vicende che stanno scuotendo la vita politica italiana, perché significa dire “da che parte stiamo” nella battaglia di civiltà in atto.

Un emendamento alla finanziaria 2010 prevede di mettere in vendita i beni confiscati alla mafia. Contro questa proposta si stanno mobilitando le forze che in tutti questi anni si sono battute per la legalità, contro tutte le mafie. Tredici anni fa, oltre un milione di cittadini firmarono la petizione che chiedeva al Parlamento di approvare la legge per l’uso sociale dei beni confiscati alle mafie. Un appello raccolto da tutte le forze politiche, che votarono all’unanimità la legge 109/96. Pio La Torre pagò con la propria vita l’impegno a sottrarre ai clan le ricchezze accumulate illegalmente. Oggi, l’emendamento introdotto in Senato alla Legge Finanziaria rischia di tradire questo impegno. Non è difficile immaginare, infatti, che la messa in vendita dei beni confiscati consentirà alle organizzazioni mafiose di rientrarne in possesso e questa sarà la resa dello Stato, poiché la L. 109/96 ha dato un importante contributo, per il significato simbolico, oltreché materiale, dato alla lotta contro le organizzazioni mafiose.
Per tutte queste ragioni, proponiamo che la Filcams aderisca all’appello lanciato dal Presidente di “Libera” e “Gruppo Abele” Don Luigi Ciotti, e sia parte della mobilitazione in atto.

Per ragioni analoghe, proponiamo anche di aderire all’Appello di Saviano:

Signor Presidente del Consiglio, io non rappresento altro che me stesso, la mia parola, il mio mestiere di scrittore.
Sono un cittadino. Le chiedo: ritiri la legge sul "processo breve" e lo faccia in nome della salvaguardia del diritto. Il rischio è che il diritto in Italia possa distruggersi, diventando uno strumento solo per i potenti, a partire da lei.
Con il "processo breve" saranno prescritti di fatto reati gravissimi e in particolare quelli dei colletti bianchi. Il sogno di una giustizia veloce è condiviso da tutti.
Ma l’unico modo per accorciare i tempi è mettere i giudici, i consulenti, i tribunali nelle condizioni di velocizzare tutto.
Non fermare i processi e cancellare così anche la speranza di chi da anni attende giustizia.
Ritiri la legge sul processo breve.

Non è una questione di destra o sinistra. Non è una questione politica. Non è una questione ideologica.
E’ una questione di diritto. Non permetta che questa legge definisca una volta per sempre privilegio il diritto in Italia, non permetta che i processi diventino una macchina vuota dove si afferma il potere mentre chi non ha altro che il diritto per difendersi non avrà più speranze di giustizia.”
E’ un’altra sponda della medesima battaglia!

Ad oltre 10 anni dalla dichiarazione di Roma, che impegnava i Governi a dimezzare i sottoalimentati nel mondo, nel recente summit romano la Fao ha ammesso il suo fallimento!
L’obiettivo fissato nel 1996 è praticamente irraggiungibile Nell’Africa sub-sahariana 40 milioni di malnutriti in più.
"Alla fine di questa giornata, quando saremo ancora qui, oltre 17 mila bambini saranno morti di fame. Ne scompare uno ogni cinque secondi. Sei milioni in un anno". Ha scelto parole raggelanti il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, per dare inizio al Vertice mondiale sulla sicurezza alimentare della Fao, che si è svolto a Roma la scorsa settimana.
Fra le cause all’origine della grave crisi alimentare mondiale, non c’è solo l’aumento demografico, ma anche l’eccessivo e sconsiderato uso delle risorse ambientali, un legame importante fra cambiamenti climatici mondiali e questione alimentare. E poi: "I metodi di produzione alimentare impongono un’attenta analisi del rapporto tra lo sviluppo e la tutela ambientale. Il desiderio di possedere e di usare in maniera eccessiva e disordinata le risorse del pianeta è la causa prima di ogni degrado dell’ambiente".
Una categoria che opera nel settore del consumo deve sentire propria questa problematica e impegnarsi per sensibilizzare il Paese e condurre battaglie coerenti.

Infine, sabato 28 novembre, a Roma, si terrà la manifestazione nazionale, nel quadro della giornata mondiale contro la violenza maschile sulle donne, per la libertà di scelta sessuale e di identità di genere. Per la civiltà della relazione tra i sessi. Per una informazione libera e non sessista. Contro lo sfruttamento del corpo delle donne a fini politici ed economici. Per una responsabilità condivisa di uomini e donne verso bambine/i, anziane/i, malate/i, nel privato come nel pubblico. Contro ogni forma di discriminazione e razzismo, per una scuola che educhi alla convivenza civile tra i sessi e le culture diverse.
Una categoria come la Filcams non può non essere in prima fila a questo appuntamento, che sarà a Piazza della Repubblica dietro lo striscione “le donne della Filcams” e ciò vale anche per gli uomini della Filcams!

2. La situazione nella quale si trova ad operare oggi la Filcams è sensibilmente diversa da quella conosciuta negli ultimi anni. Certamente, lo spessore e la natura della crisi presenta conseguenze inedite per la nostra categoria ed il compito nostro è saperla leggere oltre le luci natalizie, che rischiano di accecarne la dimensione qualitativa.
Intanto, occorre evitare facili ottimismi, in seguito alle previsioni Ocse, che danno la nostra economia con un trend di ripresa superiore a quella degli altri paesi. Da un lato, nel settore della grande distribuzione, le grandi catene distributive ostentano lievi segnali e caute manifestazioni di ottimismo per le previsioni di vendite natalizie. Ma tali previsioni non sembrano essere accompagnate da coerenti analisi, circa le proiezioni sugli andamenti per il 2010. I rapporti revisionali, sia del settore privato (Confcommercio), che della Cooperazione (Rapporto annuale) confermano dati preoccupanti fino a tutto l’anno prossimo.
Del resto, il ricorso alla CIG è triplicato rispetto al periodo medesimo dell’anno precedente e l’ammontare delle ore dei primi 9 mesi di quest’anno equivale a quelle consumate negli ultimi tre anni. I posti di lavoro persi nei primi nove mesi sono 130 mila, che passeranno a 180 mila nel 2010, sempre secondo le stime fatte.
Il saldo fra esercizi commerciali avviati e chiusi vede la perdita di 20 mila negozi e se le procedure di mobilità sono diminuite nelle ultime settimane è solo perché il grosso è già stato fatto, la scrematura è stata fatta.

Gran parte degli effetti della crisi sono stati attenuati relativamente dal ricorso alla CIG in deroga, con un intervento delle regioni che non potrà essere illimitato, data la riduzione dei trasferimenti dal centro alla periferia. Al tempo stesso, contratti di solidarietà e riduzioni di orario hanno fatto la loro parte per attutire il peso della crisi.

Non v’è ombra di dubbio che la crisi nel settore distributivo è generata da un calo dei consumi, a sua volta determinato da una riduzione del reddito destinato ai consumi. Tutto ciò descrive la vera natura della crisi italiana, che è crisi di crescita, di produzione della ricchezza. Le famiglie hanno meno soldi da spendere e ciò produce mutamenti anche consistenti nell’orientamento al consumo, in alcuni casi favorendo un consumo più intelligente e meno avvezzo agli sprechi. Ma occorre andare con prudenza ed evitare di confondere causa con effetto. Il ri-orientamento dei consumi spesso è dettato da una condizione di necessità, ma se non supportato da una educazione al nuovo consumo, rischia di non avere le basi per determinare dinamiche virtuose.

Non a caso, questa è una crisi che induce a ripensare modelli di consumo ed al tempo stesso, modelli di organizzazione del sistema distributivo, della rete, dei mercati, dei formati. Gli stessi consumi sono spesso “indotti” dalla struttura del mercato.
Ma questa problematica sembra del tutto assente nel dibattito politico ed imprenditoriale nazionale. Il problema di fondo è rendere competitivo il sistema, agendo sulla leva più scontata, quella della riduzione dei costi, cioè, del costo del lavoro. Da questo si spiega la scelta delle aziende di individuare nel secondo livello di contrattazione l’area di recupero dei costi. Ciò si traduce, nei casi più espliciti, nella disdetta degli CIA, in quelli più soft, nel medesimo obiettivo di recuperare costi corrispondenti a prestazioni definite attraverso i contratti aziendali.

Il tutto, senza porre freno alla riproduzione all’infinito del modello di sviluppo della GDO. E’ paradossale che nel momento in cui ci si trovi impegnati nella difesa, a volte estrema, di una occupazione spesso impossibile, dall’altro lato si proceda a nuove aperture, riproducendo le stesse contraddizioni, non solo in termini di recupero dei costi aziendali, ma in termini di peggioramento delle condizioni di lavoro, soprattutto intervenendo sugli orari e la programmazione delle aperture, nel senso della liberalizzazione selvaggia delle stesse.
E’ chiaro che l’impresa distributiva italiana non trova vie di uscite innovative dalla crisi e subisce le dinamiche esterne, in gran parte determinate dalla composizione dello stesso capitale aziendale, prevalentemente straniero o quotato in borsa, privo della necessaria mentalità industriale. Ed è altrettanto chiaro che tutto ciò si traduce in una grave minaccia per il futuro della contrattazione nel settore.

Per tutte queste ragioni è giunto il momento di mettere in campo una nostra iniziativa contro la crisi, cogliendo lo stesso periodo delle feste come occasione per parlare con una parte ampia del Paese. Individuare forme di mobilitazione basate innanzitutto su iniziative di sensibilizzazione dei cittadini, per immaginare lo sviluppo di veri e propri momenti di mobilitazione per denunciare le condizioni delle nostre lavoratrici e lavoratori.
Si tratta, in primo luogo, di affermare il diritto all’universalità degli strumenti di protezione del reddito, rivendicando la generalizzazione degli ammortizzatori sociali. Si tratta, in secondo luogo, di opporsi in tutti i modi ai licenziamenti, ricorrendo a tutte le soluzioni alternative, che già stiamo sperimentando in alcune situazioni di difficoltà: contratti di solidarietà, riduzioni di orario, flessibilità contrattate.
Contemporaneamente, si tratta di aprire un grande confronto, anche culturale, sul futuro di questo settore, sullo sviluppo futuro della grande distribuzione, sapendo che questo tema non è tema che incrocia la funzione solo delle aziende, ma chiama in causa le istituzioni, le loro scelte programmatiche, i loro strumenti di pianificazione dello sviluppo.

Dobbiamo scrollarci di dosso un certo fatalismo (“tanto è così, ormai….”). Non esistono situazioni acquisite per sempre. In Europa, ad esempio, si assiste ad un ripensamento delle scelte che in questi decenni hanno privilegiato lo sviluppo abnorme della grande distribuzione. Occorre interrogarci guardando oltre i luoghi comuni, sapendo che la crescita occupazionale non si misura solo in termini di teste da contare, ma di ore di lavoro svolte; e, poi, le condizioni di lavoro, compresa la sicurezza, la salute e le malattie professionali; infine, la sua valorizzazione e remunerazione. Lo sviluppo abnorme del part-time è fenomeno che descrive meglio di ogni altro la contraddizione dentro la quale siamo immersi.
Non si tratta di mettere in discussione un modello in quanto tale, bensì, l’assenza di un equilibrio, la rinuncia ad una nuova sostenibilità, ambientale, sociale e del lavoro.

La nostra iniziativa nella crisi vuole essere questo: di denuncia, di lotta, di proposta. Credo che la Filcams debba inviare nei prossimi giorni una proposta di lavoro a Fisascat e Uiltucs, per verificare la condivisione di un simile percorso, cosa che avrebbe più valore. In ogni caso, la nostra organizzazione deve assumersi la responsabilità di offrire un riferimento alle migliaia di ragazze e ragazzi, di donne e uomini che nel settore vogliono capire che fine faranno e, soprattutto, se c’è qualcuno che si preoccupa del loro futuro.
Se le cose dovessero continuare a peggiorare, rispetto allo sviluppo di alcune vertenze aziendali, non escludo che si debba pensare a forme di mobilitazione proprio nel periodo che ci avvicina alle feste, dove più alto è il nostro contatto con la società.

3. Tutto ciò spiega l’importanza delle vertenze che si sono aperte nel settore. Ovviamente non si tratta solo della GDO. Vorrei ricordare l’importanza e l’attenzione che dobbiamo dedicare al settore delle pulizie in appalto, soprattutto, in seguito alle decisioni del Ministro Gelmini di internalizzare tali servizi, caricandoli sul personale dipendente delle scuole. Abbiamo contestato tale scelta, sia per il venir meno degli impegni assunti mesi fa, circa la continuità delle attività in appalto, sia per l’aggravamento delle condizioni di lavoro del personale scolastico, che nel corso di questi ultimi anni ha visto ridurre la propria consistenza.
Tra l’altro, questa vicenda ha riproposto in queste settimane la vertenza infinita degli ex-lsu, questioni irrisolta, anche per le ripetute speculazioni elettorali di cui si sono fatte responsabili molte amministrazioni locali.
Nell’incontro della scorsa settimana, prima col Miur, poi con i Consorzi, sono state acquisite nuove garanzie di continuità di reddito per alcuni mesi ancora, fino al 31 gennaio 2010. Anche in questo caso, occorre offrire un profilo più ampio alla nostra iniziativa, per rilanciare un dibattito sulla politica degli appalti nel Paese e sullo stesso sistema dei servizi. Il recente convegno del Taiis ha offerto l’opportunità, pur essendosi concentrato in buona parte sul ritardo dei pagamenti, di rimettere insieme soggetti dell’impresa, del lavoro dipendente e delle istituzioni per riproporre all’ordine del giorno la problematica degli appalti. E’ stato importante averlo fatto con la Confederazione, dal momento che su questo terreno dobbiamo saperci muovere con le altre categorie interessate.
Come Filcams, dobbiamo assumerci l’onere di fare da “capofila” di questo lavoro o, per lo meno, condividere la prima fila con le altre categorie che sulla politica degli appalti giocano buona parte della loro rappresentanza.

Le vertenze aperte nella GDO sono lo specchio di come si vuole affrontare la crisi. La prima è stata Carrefour, poi Pam, Panorama, Coin. E’ chiaro che non possiamo subire lo stillicidio! Se giocassimo tutte partite singole non potremmo che perderle. Ovviamente ogni azienda ha la sua storia e le sue peculiarità. Ma dobbiamo cogliere il filo rosso che lega tutte le vertenze, poiché, alcune delle problematiche che vogliamo sollevare con la presentazione delle piattaforme sono propedeutiche ad un percorso che dovrà portarci alla prossima scadenza del Ccnl, per trovare in quella sede alcune sanzioni universali.
Credo, ad esempio, che dobbiamo considerare maturo il momento per definire la nostra posizione sul lavoro domenicale. L’obiettivo è superare il doppio regime (nuovi e vecchi assunti). Per fare questo occorre offrire alle aziende la garanzia del presidio. In cambio, dobbiamo avviare un percorso che porti al superamento dei contratti con l’obbligo del lavoro domenicale. Sono importanti a questo fine i temi della remunerazione e del meccanismo al quale possano venire incardinati la volontarietà la turnazione. Possiamo costruire una posizione, partendo anche dai diversi accordi fatti in materia. Ma indietro non possiamo tornare, se non vogliamo giocarci la rappresentanza di una bella fetta di lavoratori, soprattutto giovani. Per questo dobbiamo avere coraggio, soprattutto nell’affrontare le resistenze che ancora si frappongono a questo salto culturale e sindacale. Occorre far capire che con il sacrificio di pochi, si possono creare condizioni vantaggiose per una platea sempre più ampia di lavoratrici e lavoratori.

Così come nelle piattaforme dobbiamo provare a rimontare le posizioni perdute sull’apprendistato ed evolvere quelle sul part-time.
Ma, al tempo stesso, dobbiamo dirci se le piattaforme debbono provare ad affrontare con molto più realismo e concretezza questioni legate alla condizione di lavoro, alla salute e sicurezza, alle malattie professionali, per lungo tempo oggetto di nostra grave distrazione, salvo confermare la dimensione inquietante dei dati.

Nelle vertenze aziendali ci troveremo di fronte delle vere e proprie montagne da scalare, dato che le aziende frapporranno tutte le resistenze possibili. Anche per questo dobbiamo cercare di tenere unito il fronte sindacale, cosa non del tutto semplice, ma non particolarmente più difficile, quando le rappresentanze aziendali o territoriali riescono ad avere voce in capitolo. E, soprattutto, dobbiamo inventarci un modo di combattere. Da soli i risultati non vengono e siccome non piace ripetermi voglio solo ricordare che questo è il tema delle lotte con le quali pensiamo di poter sostenere le nostre battaglie.

4. Ed è il tema che ci troveremo sui tavoli per il rinnovo dei Ccnl del turismo e della vigilanza privata. Questi tavoli nei prossimi giorni entreranno nella loro fase culminante. Rinnoviamo la nostra intenzione di fare di tutto per provare a rinnovare unitariamente questi Ccnl, il che significa, intanto, provare a farlo nei tempi più rapidi possibili. Il problema è come tenere insieme “presto e bene”.
Dobbiamo essere chiari con le nostre strutture e con le delegazioni trattanti, che questi negoziati non si svolgono in situazioni di normalità, dunque, occorre uno sforzo per favorire lo sviluppo del negoziato anche in presenza di una possibile sofferenza “democratica”. Le delegazioni trattanti devono assumersi la responsabilità di condurre i negoziati, nelle forme richieste, senza con ciò sentirsi delegittimate per non poterlo fare attraverso percorsi democratici compiuti, in questa prima fase. Ma non credo che i lavoratori non capiscano, soprattutto se saremo capaci di informarli tempestivamente dello sviluppo dei negoziati.

Altra cosa è gestire una eventuale ipotesi di accordo. E’ chiaro che qualunque ipotesi di accordo verrà da noi sostenuta nella contrattazione di ritorno e tanto più l’avremo preceduta da un rapporto costante con i lavoratori, quanto più essi sapranno apprezzare i risultati che porteremo.

Sul piano del merito, oltre alla questione salariale, sulla quale non potremo che provare a trovare una via di mezzo, diventa per noi importante fare un’operazione normativa, che intervenga sulle regole, tema determinante in entrambi i casi.
Nel turismo è quello delle esternalizzaizoni, processo di vero depauperamento della struttura industriale e del lavoro.
Nella vigilanza privata sono quelli del cambio di appalto e del campo di applicazione del Ccnl.
Se noi riuscissimo in qualche modo a segnare i Ccnl con avanzamenti in queste due direzioni, il rinnovo potrebbe considerarsi abbastanza in discesa. Ma allo stato non è dato e nei prossimi incontri dovremo verificare le reali disponibilità della controparte. Anche qui, il filo unitario sarebbe importante tenerlo, perché sono settori dove è già difficile incidere quando siamo tutti insieme, figurarsi se dovessimo essere separati. E’ lo sforzo che stiamo facendo, comprendendo le ragioni degli altri, ma occorre dire che anche le nostre ragioni hanno una loro dignità e sotto una certa soglia noi non potremmo scendere.
Ripeto, tuttavia, che qualunque sia l’esito dei tavoli, nostro dovere è farli vivere in un rapporto di larga informazione e partecipazione dei lavoratori interessati.

5. Su tutti questi argomenti abbiamo svolto incontri di verifica degli accordi con Confcommercio e Ancc. Nel primo caso, in particolare, abbiamo anticipato la verifica sull’applicazione del Patto per il Lavoro, il cui bilancio è fatto di luci ed ombre, come già sapevamo fin dall’inizio. Sarebbe velleitario affermare che il Patto ha condizionato significativamente il comportamento delle aziende. Sappiamo che ad ostacolare questo ruolo vi è stata la crisi di serie proporzioni, unitamente allo scarso livello di rappresentatività dell’Associazione dei Commercianti, soprattutto verso la GDO.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato affermare che il Patto non ha lasciato tracce di sé. In diverse aziende, dopo un inizio stentato, si è tentato di fare gli accordi sul lavoro domenicale, tant’è che oggi ne disponiamo di un certo numero utile a riflettere su quella che potrebbe essere domani una soluzione che sostituisca la norma sperimentale. Poi, il Patto ha favorito la cultura delle relazioni, ha gradualmente “inculcato” nella mente di Confcommercio l’idea che le relazioni costituiscono una ricetta migliore della separazione. Lo si è visto successivamente, nel lavoro delle commissioni sull’apprendistato e sulla bilateralità, dove le nostre posizioni hanno trovato interlocuzione, spesso inedita nelle controparti.
Confcommercio resta una Associazione poco disponibile ed aperta a nuove mentalità in materia di relazioni industriali, tuttavia, la cultura del Patto non ci ha certo svantaggiati, ponendo più gli altri che noi di fronte alle proprie contraddizioni.
Per questo penso che non solo non dobbiamo dichiararci pentiti di quello che abbiamo fatto, ma dobbiamo considerarlo un risultato che ci ha consegnato un credito in termini di credibilità ed autorevolezza, che noi dobbiamo saper spendere, non solo nella diplomazia sindacale, ma nella forza di una proposta autonoma sulle cose e nella capacità di sostenerle.
Dico questo, perché nelle polemiche sul Ccnl TDS che hanno seguito le vicende di Esselunga io non ho trovato solo un attacco personale, quanto, soprattutto, il tentativo di discreditare una esperienza dell’intera categoria.
Voglio anche in questa sede cogliere l’occasione per chiarire i contenuti ed i contorni della polemica in questione, con la speranza che questo chiarimento possa essere quello definitivo.

Nelle scorse settimane, a seguito di una strumentale iniziativa di Esselunga, si è parlato di patti o accordi segreti che avrebbero offerto una rappresentazione dubbia sulla trasparenza degli accordi che ci hanno portati alla ricomposizione della vicenda del contratto separato. Nello specifico, nel corso dell’Art.28 intentato dalla Filcams milanese, l’azienda avrebbe esibito una dichiarazione dei segretari generali e della presidenza di Confcommercio, sottoscritta il giorno successivo alla firma del Patto, avvenuta il 23 giugno, con l’intendo di dimostrare l’avallo sindacale alle proprie posizioni, di applicazione unilaterale della normativa sulla sperimentazione del lavoro domenicale.
Ho già detto in altre sedi che in quella circostanza Esselunga ha fatto uso improprio e strumentale di un atto riservato delle segreterie generali e della Presidenza di Confcommercio, con il quale si riconfermava il contenuto del patto in materia di lavoro domenicale. Quell’atto si era reso necessario per dirimere una controversia interpretativa sorta nel giorno immediatamente successivo alla firma del Patto, a seguito di una forte polemica esplosa con due aziende della grande distribuzione, peraltro, nette oppositrici alla firma del Patto stesso. Con quella dichiarazione, i segretari generali si assumevano la responsabilità di ribadire che quello che avevano sostenuto per cinque lunghi mesi di trattativa era ciò che aveva portato all’accordo, respingendo l’accusa infamante di Federdistribuzione di aver “barato al gioco”, cambiando le carte in tavola subito dopo la firma, lasciando intendere che la norma sperimentale fosse stata rimossa dal raggiunto accordo. Quella dichiarazione ha evitato il rischio del minacciato ritiro della firma di Confcommercio dal Patto ed ha consentito il 28 luglio di sottoscrivere in Ccnl, dopo un mese di consultazione, nella versione integralmente concordata il mese precedente.

Le circostanze che hanno visto Esselunga fare uso strumentale di un atto volutamente estraneo alla dinamica negoziale, che si era già conclusa, quindi, con una mera funzione di garanzia, hanno evidenziato il limite delle modalità adottate.
Anche qui ho già detto che, sebbene dovuta a circostanze straordinarie ed in parte drammatiche, quella modalità si è rivelata un errore, poiché fonte di sottovalutazioni, equivoci, sospetti e strumentalizzazioni. Per questo, per quanto mi riguarda, si tratta di una modalità irripetibile, anche in presenza di tutta la buona fede che, nella circostanza ha sicuramente abbondato.

E’ ovvio che tutto ciò è stato possibile, per parte sindacale, non solo perché quell’atto non contraddiceva il merito delle intese, ma, al contrario, perché di quel merito era garante, come del resto è lì a dimostrare la stesura del Ccnl, perfettamente coerente con le intese sottoscritte.

Da questo punto di vista, quindi, la categoria ed il suo gruppo dirigente deve stare tranquillo, il Ccnl che abbiamo firmato è esattamente quello che abbiamo voluto firmare, con tutte le virgole ed i punti al loro posto. E questo risultato non ce l’ha regalato nessuno. Lo abbiamo costruito, innanzitutto, nella prima fase di lotta, quando abbiamo chiesto il ritiro delle norme contestate, quando siamo andati in Piazza a Roma, a rappresentare il protagonismo di una organizzazione che non accettava di essere messa all’angolo. Poi, lo abbiamo costruito investendo con intelligenza quella dote, verso l’obiettivo di un condizionamento della norma da noi condivisa, attraverso una sua ricontestualizzazione nel secondo livello di contrattazione, certo, tutto da agire, ma come è l’intera pratica negoziale. Se alla fine l’abbiamo spuntata è perché gli altri hanno capito che senza di noi era peggio anche per loro, perché noi siamo soggetto autorevole e serio, affidabile, tanto sulle cose che non condividiamo, quanto su quelle dove ci rendiamo disponibili alle mediazioni.
Ecco perché dico che quelle polemiche hanno rischiato di mettere in discussione tutta questa esperienza, compresa la sua valenza democratica. So bene che una parte di coloro che hanno parlato di patti o accordi segreti lo hanno fatto per riproporre un giudizio negativo sul Patto per il Lavoro. Visto che ci stiamo addentrando in un Congresso che farà della democrazia un discrimine, chiederei più rispetto per il pronunciamento della stragrande maggioranza delle lavoratrici e lavoratori che hanno condiviso quello che abbiamo fatto, senza necessariamente parlare di straordinari risultati, più semplicemente di un risultato utile per svolgere in condizioni migliori il nostro lavoro e ripartire verso nuovi traguardi.

6. Questo mi consente infine di dire quello che penso del Congresso che ci attende. Avremo molte occasioni di discutere del merito. Temo, dalle prime avvisaglie, che sarà un congresso caratterizzato da grandi tensioni interne, dove gli appelli al confronto civile si sono già abbondantemente incrinati nelle prime schermaglie regolamentari. Del resto, è l’inevitabile conseguenza di scelte che in seno hanno il germe della divisione e della contrapposizione. Io resto convinto che la Cgil poteva interrogarsi sul proprio futuro strategico, senza ipocrisie, senza presentare documenti diversi, che, in realtà, rischiano di apparire come una vera manifestazione di ipocrisia. Troppe cose risultano incomprensibili, a partire dalla difficoltà di sintonizzare questa situazione con la consolidata fase unitaria che ha caratterizzato la vita dei gruppi dirigenti Cgil di questi ultimi anni. E’ difficile ricordare qualcosa che ci ha sostanzialmente divisi negli ultimi due anni e non credo possa esserlo il processo alle intenzioni, intentato sulle vicende che hanno portato ad un nuovo rischio di isolamento della Cgil. Ad esempio, non accetto che il nostro tentativo di firmare i Ccnl del turismo e Vigilanza privata (ammesso e non concesso) possa essere rappresentato –semmai qualcuno lo facesse- come la volontà di far rientrare dalla finestra l’accordo sul modello contrattuale separato fatto uscire dalla porta.
La nostra non è mai stata una visione accademica, né dogmatica, quanto il tentativo di agire nella realtà concreta i principi ed i valori a cui si ispira la nostra Confederazione.

E quello che più mi inquieta è vedere nel processo in atto, una nuova cristallizzazione della visione del lavoro, prigioniera di una visione dualistica, oscillante tra la cultura manifatturiera e quella pubblica, separata dal bisogno di una nuova confederalità, l’unica dimensione in grado di tenere insieme settori forti e settori deboli.
E’ certo che la Cgil deve mettere in chiaro le sue posizioni su tante questioni, ma credo, onestamente, che per quello che ho letto su due punti –ad esempio- del documento Moccia, sanità integrativa e bilateralità, si sarebbe potuto tranquillamente operare una sintesi comune. Insomma, non è quella la vera differenza. Del resto, chi si alza la mattina e si sobbarca il compito di gestire nel concreto queste problematiche, sa che non è lì la vera differenza ed in ogni caso, lì stiamo già provando a sostenere “un mondo migliore” e lo stiamo facendo insieme.

In ogni caso, credo che tutte le posizioni meritino dignità e rispetto. Per quanto mi riguarda, vorrei proporre che il Congresso Filcams evitasse di tradursi in una palestra dedita ad esercitazioni muscolari. Vorrei che il congresso Filcams fosse il congresso dove potessimo mettere al centro il progetto sul quale abbiamo discusso fino ad oggi, il progetto di un nuovo terziario del terzo millennio. Un progetto di valorizzazione della persona nel lavoro, contro tutte le precarietà che inibiscono i diritti individuali e collettivi. Vorrei che il nostro congresso fosse un congresso per tenere insieme, perché per fare quello che ci siamo proposti di fare c’è bisogno di tutti e c’è bisogno di forte discontinuità. La discontinuità non è appannaggio dell’una o dell’altra posizione, ma innanzitutto in ognuno di noi, a partire da ognuno di noi.

Non c’è retorica in questo, ma forte consapevolezza. Non è tempo di appelli retorici, ma di assunzioni di responsabilità. Stiamo parlando della Filcams che ci toccherà in sorte di guidare il giorno dopo questo congresso ed è certo che, per quanto mi riguarda, il processo di rinnovamento delle idee, delle donne e degli uomini non potrà che andare avanti e considererei veramente frustrante e contraddittorio che questo progetto dovesse dipendere dalle analisi del sangue.

Nel salutare il compagno Popi, al quale rinnovo la fratellanza della Filcams, voglio assicurarlo che in noi troverà una organizzazione ancor più ancorata ai valori della solidarietà e della cooperazione internazionale. Le generazioni alle quali ci apprestiamo a consegnare la Filcams non hanno conosciuto il Vietnam, non hanno conosciuto Cuba, del Cile hanno ascoltato con ritardo le canzoni degli Inti Illimani. L’investimento che vogliamo rinnovare sulla politica internazionale ha anche questo valore, per capire che le nostre beghe interne sono nulla rispetto alle grandi sfide della globalizzazione e noi quelle sfide le potremo vincere se saremo insieme.