Relazione F. Martini Comitato Direttivo FILCAMS CGIL, 23/07/2009

Direttivo Nazionale Filcams – Roma, 23 luglio 2009
Relazione introduttiva di Franco Martini

Oltre 37 mila lavoratrici e lavoratori che hanno partecipato a più di duemila assemblee si sono pronunciati nella consultazione sul Patto per il lavoro siglato il 23 giugno scorso. I favorevoli all’accordo sono stati più del 91%, offrendo con ciò un consenso ampio e diffuso all’intesa con la quale viene posto fine alla lunga vicenda dell’accordo separato del 18 luglio 2008 e potrà definirsi in modo unitario la stesura del Ccnl del terziario. I contrari sono stati il 5,05%, mentre il 3,55% si sono astenuti.

Il dato offerto dal riepilogo generale, sostanzialmente omogeneo su tutto il territorio nazionale, ci parla di un andamento del dibattito che ha compreso ed apprezzato le ragioni contenute nel Patto, senza con ciò nascondere interrogativi e perplessità. Ma il significato politico dell’operazione, che consente di recuperare la frattura dello scorso anno, ha rappresentato l’elemento dominante del consenso registrato, confermando ancora una volta, se ve ne fosse stato bisogno, che l’importanza del tenere unito il fronte delle lavoratrici e dei lavoratori è molto sentito alla base, molto più di quanto a volte lo si avverta nei quadri e gruppi dirigenti del sindacato, proprio in ragione della distanza, se non del distacco di chi lavora in produzione, dalle dinamiche che accompagnano i rapporti tra le organizzazioni.

Al tempo stesso, è stato percepito il fatto che il risultato dell’accordo del 23 giugno si inquadra nello sviluppo dell’iniziativa realizzata dalla Filcams fin dal primo momento della rottura. La risposta messa in campo attraverso la massiccia mobilitazione contro l’accordo separato non ha mai avuto come obiettivo prioritario il consolidamento di quella condizione, assolutamente inedita e sfavorevole per la nostra funzione in questa categoria, ma quello di creare le condizioni per individuare una soluzione che, per quanto frutto di un inevitabile compromesso, riuscisse a far prevalere i principi alla base del nostro dissenso e condizioni favorevoli alla loro difesa e valorizzazione.
Non abbiamo nascosto che il Patto era un compromesso, peraltro non risolutivo, dell’intera problematica aperta dall’accordo separato, come nel caso dell’apprendistato e questo linguaggio della trasparenza e della verità, da noi adottato fin dal primo momento, è stato l’elemento che ci ha consentito di mantenere un rapporto di fiducia con la gente, quelle stesse persone alle quali avevamo chiesto di seguirci nella protesta ed alla quale abbiano chiesto di sostenere questo risultato, sulla base del fatto che il bilancio complessivo delle attività e passività in esso contenuto, consentirà di rendere più incisivo il ruolo che il nostro sindacato, la Filcams, potrà e dovrà giocare nelle prossime settimane sui problemi aperti nella categoria.
Credo che il risultato della consultazione, senza inutile enfasi e stupido propagandismo, ci parli di una maturità e di una consapevolezza delle lavoratrici e dei lavoratori, che in alcuni casi ci ha anche sorpresi e dalla quale dovremo trarre nuova linfa per alimentare il lavoro che ci attende, per la gestione dello stesso Patto.

Ma una lettura critica dei dati ci obbliga ad una valutazione anche nell’altra faccia della medaglia, sugli aspetti problematici che lo stesso esercizio della consultazione ha mostrato. Intanto, i dati sulla partecipazione. Pur non essendo ancora definitivi, i dati ci parlano di oltre duemila assemblee per un totale di poco più di 90 mila addetti. Il raffronto con precedenti esperienze è difficile ed improprio per diverse ragioni. Innanzitutto, per il fatto che questa consultazione ha visto l’impegno solo della nostra organizzazione, mentre quella del 2004 era unitaria, quindi, con un dispiegamento di forze superiore; poi, perché il tempo a disposizione è stato veramente limitato, un mese dalla firma dell’accordo ad oggi, con in mezzo la riunione di tutti gli organismi e degli attivi dei quadri; inoltre, non è indifferente il periodo in cui l’abbiamo svolta, in concomitanza con l’inizio della programmazione dei turni di ferie, che ha inciso non poco nella presenza dei lavoratori alle assemblee. Sicuramente, non è indifferente neanche l’oggetto della discussione: un conto è una consultazione “a caldo” sul contratto di lavoro, che spesso da tutti è atteso dopo mesi e mesi di negoziati; un altro conto è una consultazione su un accordo distante un anno dalle vicende contrattuali e che mostra significati più politici che normativi e salariali.
Non è indifferente neanche il “piglio” con il quale il nostro quadro dirigente, dai funzionari ai delegati, ha affrontato questo appuntamento, con grande consapevolezza, ma non altrettanto entusiasmo. Inutile nascondere che un conto è rappresentare istanze di protesta e mobilitazione contro quello che si è ritenuto essere stato un torto subito, una ingiustizia, altro è rappresentare il significato di una operazione politica, che può facilmente sfuggire alla comprensione di chi vuole toccare con mano i risultati e di chi quella mobilitazione l’ha promossa, organizzata, costruendola nel rapporto quotidiano con i lavoratori.

Ciò nonostante, credo doveroso rivolgere a nome della segreteria nazionale, un ringraziamento a tutto il gruppo dirigente, che non si è sottratto alle proprie responsabilità e che, nelle difficoltà citate, ha messo in campo un impegno di grande significato, una prova di maturità che, con tutti i limiti evidenziati, ha fatto si che la scommessa della consultazione venisse accettata e giocata fino in fondo.

Questo è l’altro elemento di valutazione, si poteva fare di più? Indubbiamente si, più che in assoluto, nella sua articolazione territoriale. I dati parlano chiaro e mostrano un andamento non sempre lineare tra una regione e l’altra. Qui, il problema non è di dare le pagelle o voti in condotta, ognuno se li darà per sé. Il problema è un altro: la Cgil ha deciso che fra le regole che dovranno far vivere la democrazia e la rappresentanza, il ricorso alle procedure di validazione dei contratti (o delle piattaforme per il loro rinnovo) dovrà rappresentate un punto ineludibile, un punto di non ritorno. Questo è un tratto distintivo del terreno sul quale dovremo ricostruire i rapporti con le altre organizzazioni sindacali ed in ogni caso, lo sarà per la Cgil, sempre più in futuro.

Occorre, dunque, che nelle nostre menti questo fatto entri come un fatto che caratterizzerà sempre più il nostro modo di vivere e far vivere l’azione contrattuale del sindacato. Tra l’altro, lo abbiamo già detto nelle precedenti discussioni, le consultazioni non rappresentano solo la sede di verifica burocratica dei risultati ottenuti, non è solo una procedura, la consultazione che, oltre ad essere l’esercizio del voto è l’occasione di discussione con i lavoratori, il momento della costruzione di una necessaria consapevolezza sul contenuto della nostra azione rivendicativa, rappresenta la condizione principale per avere sempre con noi i lavoratori, sia nei momenti di difficoltà del negoziato, che nell’iniziativa necessaria a favorirne gli esiti.

Per questo, dovremo investire sempre più nel rapporto democratico con i lavoratori e nella pratica della consultazione dovremo dotarci di regole e metodi sempre più omogenei fra noi. Dire che si fa la consultazione va bene, è il primo stadio, ma dire come va fatta, come deve essere certificato il consenso è un altro passo che dobbiamo fare tutti insieme, ripeto, non per puro democraticismo, che a poco servirebbe se espressione rituale scollegata da un rapporto permanente con la nostra base. Insomma, non è andando ogni quattro anni (o se diventeranno tre) nelle assemblee di consultazione che noi rendiamo più democratica la nostra azione.
Tra l’altro, qui si colloca un altro problema grosso come una casa. Come è evidente, lo scarto fra gli addetti al settore, interessati al Ccnl del terziario ed i lavoratori coinvolti attraverso le nostre assemblee è semplicemente abissale. A mala pena riusciamo ad interessare un terzo degli addetti alla grande distribuzione, che a loro volta sono, a mala pena, un quinto degli addetti all’intero settore terziario. Ovviamente, dobbiamo stare con i piedi per terra e non è neanche lontanamente immaginabile la possibilità di coinvolgere l’intero settore. Ma dovremo sempre più ingegnarci per trovare modalità, forme e strumenti che ci consentano di parlare sempre più a coloro che stanno più lontani dai punti più strutturati della nostra catena produttiva, anche se il “core bussines” rimarrà la grande distribuzione organizzata.

In ogni caso, per quello che essi rappresentano, dovremo assumere i dati di questa consultazione come una base di riferimento e di partenza per costruire, partendo da essi, un impegno crescente della Filcams, un impegno che si arricchisca del contatto frequente con quelle lavoratrici e lavoratori con i quali abbiamo parlato, che a suo tempo abbiamo mobilitato ed ai quali in futuro dovremo dare conto degli sviluppi del nostro lavoro.

Con la consultazione che ratifica l’intesa del 23 giugno, potremo –dunque- procedere alla stesura unitaria del Ccnl del terziario. Qui si pone la domanda più impegnativa: si conclude con ciò la vicenda dell’accordo separato e la vita può riprendere con tranquillità? Possiamo archiviarla come un incidente di percorso? Chi pensasse questo smarrirebbe il punto nel quale ci troviamo oggi collocati, che è punto molto complesso e non privo di pericoli.

Intanto, la stessa gestione del Patto. Abbiamo già detto delle difficoltà e dei nemici che questa intesa si è tirata dietro, soprattutto nel campo avverso. Il compromesso offerto dal Patto, lo abbiamo detto e ripetuto, è stato quello di spostare sul terreno del secondo livello il famigerato punto di dissenso, soprattutto relativo al lavoro domenicale. Il Patto non rappresenta l’abrogazione della norma contestata, ma la fa vivere su un nuovo terreno, facendola diventare oggetto di accordo, aziendale o territoriale, in assenza del quale può continuare ad essere applicata da parte delle aziende. Questo era l’unico modo che avevamo per provare a neutralizzarla ed è l’opportunità che dobbiamo cogliere, non per fare un dispetto a chi ha voluto l’accordo separato, ma perché è la via migliore per risolvere le stesse esigenze delle aziende. Naturalmente, chi fra le aziende della grande distribuzione ha puntato alla norma dello scorso anno, non ha voluto il Patto e non intende rispettarlo. Questo già lo sapevamo ed è quello che sta accadendo. Gruppi importanti, che costituiscono un bel pezzo della grande distribuzione, già in questi giorni stanno contestando l’attuazione del Patto, mostrando anche un certo disprezzo per i nostri richiami.

Questa posizione, dopo l’accordo del 23 giugno ed ancor più dopo la stesura del Ccnl, si configura come il mancato rispetto del Ccnl, in quanto il Patto diventa parte integrante del Ccnl e si presta, quindi, alle stesse contestazioni di natura giuridica che noi potremmo promuovere. Un conto è dire che se non c’è l’accordo si applica la norma esistente, altro è dire che l’accordo non c’è perché si nega lo stesso tavolo dal quale potrebbe scaturire. Siamo sindacalisti e conosciamo bene il nostro mestiere, si discute, si tratta, alla fine ci può essere l’accordo come pure no ed in questo secondo caso, ognuno deciderà cosa fare. Altra cosa è negare la possibilità del confronto.
I casi che si sono immediatamente proposti dopo la firma del Patto riguardano proprio le principali fattispecie previste da quell’intesa: le disdette degli accordi aziendali, i tavoli di confronto e le stesse misure di tutela dell’occupazione. Aziende importanti, come Esselunga, Pam, Coin e la stessa Carrefour, pur nella peculiarità della vicenda che la caratterizza, hanno deciso di assumere comportamenti assolutamente in contrasto con la filosofia e la lettera del Patto. Poiché è un fatto che avevamo messo nel conto, il punto oggi non è stabilire se abbiamo sbagliato a compiere l’operazione che abbiamo realizzato, quanto decidere quale debba essere la risposta da mettere in campo. Credo sia giusto affermare che, oltre alle valutazioni e conseguenti iniziative di tipo legale, dobbiamo puntare ad una risposta politica e sindacale sia nei confronti delle aziende, che di Confcommercio, che ha siglato l’intesa, chiedendo di farsi parte in causa per farla rispettare.

Questa seconda cosa noi la faremo sia nell’immediato, già in sede di stesura del contratto, sia nelle sedi di verifica del funzionamento dello stesso Patto, che se sarà necessario chiederemo di anticipare, poiché il rispetto degli impegni è condizione imprescindibile per mantenere in vita l’accordo. Non si può chiedere il rispetto degli impegni a senso unico, noi abbiamo scelto di giocare su un terreno difficile, quello dell’accordo al secondo livello, ma non accettiamo che ci venga sottratto il terreno di gioco, altrimenti, per noi, quell’accordo non esiste più. Questo deve essere chiaro a tutti ed è un punto che per noi dovrà caratterizzare l’impegno di tutto il sindacato. In ogni caso, lo sarà per noi.
Credo, tuttavia, che non dobbiamo tirarci indietro dalla partita che si è aperta, poiché il Patto ci ha rimessi in gioco e sarebbe ancor più dannoso per noi pensare che la condizione nella quale eravamo prima avrebbe potuto maggiormente tutelare e valorizzare il ruolo che la Filcams può e deve giocare.

Per questo dico che, oltre alle cose che dovremo fare subito per chiarirci con chi con noi ha condiviso l’operazione che ci ha portati al Patto, per dire, appunto, “patti chiari, amicizia lunga…”, dobbiamo mettere in campo una iniziativa di maggiore respiro, che risponda alle problematiche sollevate da questa situazione, giocando all’attacco e non chiudendoci in difesa.

La prima questione è il tema del lavoro domenicale. Anche la consultazione ha confermato che dobbiamo uscire da questa trincea. Ormai è chiaro che la posizione tenuta in tutti questi anni ci ha spinti gradualmente in una posizione di debolezza, sia nei rapporti con le aziende, sia nel rapporto con gli stessi lavoratori, divisi da normative e trattamenti che alimentano crescenti divisioni. La difesa della volontarietà, pur nella legittimità della posizione, è tema che ci fa parlare con una quota sempre più ristretta di lavoratori, mentre ci allontana da una quota sempre più ampia di coloro che sono più recentemente entrati nel settore.
D’altro canto, il tema del lavoro domenicale non può essere ricondotto a tema esclusivamente di natura sindacale, poiché la richiesta delle aziende di liberalizzare le aperture è palesemente assecondata dai livelli istituzionali, per cui, la nostra battaglia sulla volontarietà rischia di diventare la battaglia contro i mulini a vento.

Credo che, con tutta la difficoltà del caso, nel prossimo autunno dovremo ridefinire la nostra posizione sul lavoro domenicale, incardinandola su due punti essenziali: il primo, una iniziativa generale del sindacato di categoria che rilanci il tema degli orari e dei regolamenti del commercio, per provare a ricostruire un quadro di riferimento omogeneo sulle normative prodotte regionalmente e localmente ed in questo ambito provare a regolamentare il lavoro domenicale; il secondo, introducendo nell’ambito della contrattazione di secondo livello il principio della rotazione, come terreno di ridistribuzione del disagio. Non dobbiamo avere paura di dire la verità e se questa è la verità che tutti pensiamo dobbiamo dirla. Naturalmente, trattandosi di una evoluzione difficile e sofferta, della nostra posizione, dovremo costruirla, prepararla, farla metabolizzare, in alcuni casi senza molte speranze, ma in tanti altri casi con molte aspettative. L’alternativa è rimane re imprigionati in una fortezza, sempre più presidiata e sempre più sguarnita, dato che la stessa composizione della forza lavoro va spostando decisamente il baricentro verso gli assunti con l’obbligo del lavoro domenicale.

Questo delle domeniche è il primo aspetto. Poi vi è quello relativo alla crisi, alle risposte che va dando la grande distribuzione ed alle trasformazioni che questo settore rischia di subire. Qui veramente dobbiamo alzare naso ed occhi per capire cosa ci sta capitando intorno. Salvo qualche caso, come pare Esselunga, non vi è ombra di dubbio che la grande distribuzione non se la stia passando bene con questa crisi. Tra l’altro, i dati forniti dal Cnel in queste ore, parlano di un prolungamento delle difficoltà per l’economia italiana nei prossimi mesi, dunque, la sofferenza non è finita. Sulle difficoltà della GDO pesa la crisi odierna, col drastico calo dei consumi, che accentua –però- difficoltà già esistenti, frutto dei ritardi e delle mancate scelte nel campo delle innovazioni necessarie. Oggi, tutta la grande distribuzione denuncia un calo progressivo, addirittura un azzeramento della marginalità, con la conseguente adozione di piani di riorganizzazione aziendale, basati sulla riduzione dei costi, a partire dai costi del lavoro, spesso realizzati con il ricorso a nuova precarietà, ma anche attraverso il tentativo di riduzione salariale (altro non sono le disdette dei CIA).

Possiamo limitarci a dire che questa è un problema solo delle aziende, cha a noi non interessa? Possiamo realisticamente affermare che la crisi della GDO è questione che non appartiene al sindacato dei lavoratori e delle lavoratrici della GDO? Se rispondessimo affermativamente, non potremmo altro che subire le decisioni degli altri e non ci resterebbe che provare a difenderci fino allo stremo.
Penso, invece, che noi dobbiamo dire la nostra, con tutto il realismo del caso, dato che non possiamo condizionare più di tanto le scelte degli altri, ma credo –tuttavia- che dobbiamo dire la nostra.
Intanto, dobbiamo farci una opinione di cosa sia la crisi della GDO e dobbiamo farcela uscendo da un certo provincialismo che spesso caratterizza il nostro approccio. Noi siamo dentro una crisi che travalica i nostri confini, che in Europa ha già prodotto centinaia di migliaia di nuovi disoccupati, che in Italia rischia di produrne di nuovi nei prossimi mesi, fino a quasi mezzo milione, se le cose continuano a restare così, senza provvedimenti adeguati da parte del Governo e delle imprese. Non possiamo pensare che il nostro orto non venga contaminato da quello che sta accadendo. Questo può aiutarci a capire quanto di strumentale vi sia nelle scelte delle aziende e quanto invece di realistico, di oggettivo vi sia nel rappresentare le difficoltà, tanto più in un sistema di imprese sovranazionale, come quello della GDO. In altri paesi si licenzia a spada tratta, ci si autoriduce il salario, in alcuni casi quasi si chiede di lavorare per poco o niente, pur di mantenere un rapporto con il lavoro, questo sta accadendo. Possiamo dire che l’economia italiana consente ai lavoratori italiani di essere indifferenti a questo quadro drammatico della crisi?

Credo che qui valgano due considerazioni: la prima, che il sindacato, la Cgil, tutta la Cgil debba mettere in campo una forte iniziativa contro la crisi, per politiche economiche e sociali più adeguate, già nelle prossime settimane, appena rientrati dalle ferie, sapendo che molti lavoratori potranno trovare chiusi i cancelli di fabbriche e negozi. Ed è quello che a Cianciano ed al Direttivo nazionale di martedì abbiamo deciso e la Filcams deve fare la sua parte.
La seconda, che nel settore, come categoria, dobbiamo mettere in campo una iniziativa per contrattare con le aziende le soluzioni più adeguate per gestire la fase di crisi, sia sul versante occupazionale, del mantenimento del posto di lavoro (come stiamo facendo in alcune vertenze), sia per il sostegno al reddito, tema che porremo al centro del prossimo confronto col Ministero, previsto martedì prossimo. Noi rischiamo di avere migliaia di lavoratrici e lavoratori privi di ogni tutela, completamente indifesi e dobbiamo produrre risultati tangibili, poiché potrebbe determinarsi una vera e propria condizione di emergenza.
Per questo, quando siamo chiamati dalle aziende a farci carico della crisi, dobbiamo provare a “rilanciare”, facendo diventare quel “farsi carico” un terreno per giocare contropartite utile e necessarie, in questo momento di difficoltà. Non so dire nel dettaglio cosa possa significare, poiché molte e diverse potrebbero essere le situazioni, voglio dire che la Filcams deve sentirsi soggetto autorevole, in grado di avere un approccio autonomo sulle problematiche poste in essere dalla crisi, per non girarsi “dall’altra parte”, bensì, guardare in faccia il problema e avanzare proposte. Credo, tra l’altro, che questo approccio sia quello che ci faccia vedere nella veste migliore da parte degli stessi lavoratori, i quali si attendono che qualcuno dica loro non solo cosa non si debba fare, cosa non si debba accettare, ma anche cosa di debba fare in questa situazione, come uscirne con la prospettiva di un lavoro e di un reddito sufficiente.

Essere della partita, poi, ci consente di capire cosa stia accadendo nel fronte avverso, ci consente di capire perché Confcommercio decide di firmare il Patto e le aziende della grande distribuzione decidono di non rispettarlo. La crisi sta buttando all’aria quelle residue certezze rimaste, anche nel campo della rappresentanza degli interessi. Non vi è dubbio che il mondo del commercio è mondo così ampio, dove gli stessi interessi al suo interno possono configgere. Lo abbiamo visto sullo stesso tema del lavoro domenicale, sul quale la GDO punta ad una liberalizzazione poco condivisa dal piccolo commercio. Già una volta la Filcams ha tardato a capire ciò che accadeva in quel mondo, nella fase che ha separato gli ultimi due contratti nazionali. Dobbiamo evitare nuove distrazioni o sottovalutazioni, perché la qualità e l’efficacia del confronto e dello stesso conflitto non è indipendente dalla piena conoscenza delle condizioni di contesto.

Per tutto questo, non possiamo affermare che il Patto abbia risolto tutti i problemi e la vita ricomincia come prima, passata la nottata. Al contrario, il Patto può averci rimesso in gioco, ma senza una nostra capacità di essere in partita non solo non avremmo spostato di un millimetro la situazione nella quale eravamo prima, ma avremmo sprecato le opportunità offerte da un nostro nuovo protagonismo.
Dopodichè, io resto dell’opinione che le stesse battaglie che avremmo dovuto combattere, a fronte degli scenari che la crisi ci offre, in presenza di un accordo separato, siano oggi sostenibili in condizioni migliori. In ogni caso, ciò che determina la bontà o meno delle situazioni nelle quali ci troviamo è sempre la possibilità di proporre scenari alternativi migliori. Noi oggi sappiamo dove siamo e da dove possiamo rilanciare. L’alternativa migliore ho difficoltà a vederla, soprattutto, nella condizione in cui eravamo, sapendo che nel tempo avremmo comunque dovuto dare risposte alle lavoratrici ed ai lavoratori, che difficilmente avremmo potuto dare come frutto della sola nostra iniziativa.

Dopodichè è a tutti noi noto che il quadro generale è in controtendenza. Mentre questo Direttivo prende atto dell’esito della consultazione, che ricompone la vicenda del Ccnl separato del terziario, abbiamo aperto un tavolo di rinnovo contrattuale con tre piattaforme separate, nel turismo, ed altrettanto faremo nella vigilanza privata. Come possono stare insieme queste due cose? Male, non vi è dubbio! Queste piattaforme separate sono il prodotto dell’accordo separato sulla riforma del modello contrattuale, che ha visto esclusa la Cgil e che produce il suo principale effetto nella impossibilità di definire una sintesi unitaria, soprattutto, in materia di rivendicazione economica e salariale. Non sono molto separate nella sostanza delle problematiche settoriali, lo sono per effetto del meccanismo di difesa del potere d’acquisto.

Per ragioni di tempo non abbiamo potuto fare in questa sede una valutazione politica della situazione determinatasi nel turismo e nella vigilanza privata. Sul primo contratto, in ragione delle procedure previste dall’intesa separata sul modello contrattuale, abbiamo presentato una prima sintesi di piattaforma, alla quale seguirà quella più “vera”, che nelle prossime settimane metteremo a punto e sulla quale svolgeremo la consultazione.
Come Filcams, assumeremo una iniziativa verso Fisascat e Uiltucs per verificare le possibilità e le modalità attraverso le quali ricondurre a sintesi queste piattaforme nel corso del confronto negoziale. La cosa non sarebbe difficile su gran parte delle piattaforme, salvo che nella materia salariale, sulla quale non sono ancora nopte le proposte delle altre organizzazioni, se non il riferimento all’applicazione integrale di quanto previsto nel modello.
Molto dipenderà anche dalla volontà di realizzare questa sintesi unitaria. Inutile nasconderci che nell’aria continua a spirare un vento che spinge all’isolamento della Cgil. Il tentativo di chiudere in breve tempo la partita dei rinnovi, magari per dimostrare la validità del modello, rischia di penalizzare un confronto vero ed un vero negoziato sui problemi delle condizioni di lavoro e sulla struttura dei vari settori.
Nel caso del turismo, ad esempio, anche dall’iniziativa nazionale svolta a giugno si è visto che una serie di debolezze strutturali del settore non sono del tutto ininfluenti nell’azione di tutela delle condizioni di lavoro. Per questo abbiamo posto il tema della riduzione del ricorso alle esternalizzazione, che destrutturato la filiera produttiva del settore; il controllo degli appalti; la valorizzazione professionale, per investire sulla qualità del lavoro; la salute e sicurezza, dato che il settore è ai vertici delle graduatorie in materia di infortuni e malattie professionali.

Sulla gestione del Patto e sulla gestione delle piattaforme per i rinnovi contrattuali terremo nei prossimi giorni un incontro con Fisascat e Uiltucs per verificare le condizioni di una iniziativa comune, secondo una impostazione che la stessa Confederazione ha scelto: coerenza con le nostre posizioni e ricerca, dove possibile, di convergenze unitarie.
In quella sede tenteremo dimettere all’ordine del giorno un’altra questione che nella nostra categoria va assumendo dimensioni sempre crescenti, anche in ragione delle decisioni assunte dal governo, la questione della bilateralità.
Quello che pensiamo della bilateralità lo abbiamo detto nel seminario di gennaio e su quelle basi ci apprestiamo a sostenere il confronto aperto nelle stesse commissioni contrattuali, che hanno come obiettivo proprio quello di ridefinire scopi e gestione del sistema.
Nelle ultime settimane il tema si è riproposto in relazione alla legge 2/09, che attribuisce agli enti bilaterali il compito di concorrere con il 20% all’erogazione degli ammortizzatori sociali. Come sapete, la Cgil non è d’accordo, ma non lo erano neanche le parti sociali del nostro settore, che con l’Avviso Comune avevano manifestato il proprio disaccordo con il vincolo imposto dalla legge. Il Governo ha tirato diritto ed in questi giorni l’Inps ha presentato il modello di convenzione con gli enti bilaterali. Il rischio è che la nostra posizione possa apparire come quella che ostacola un elemento di tutela e di sostegno al reddito dei lavoratori colpiti dalla crisi. Per queste ragioni, la Cgil ha assunto la decisione di marcare la propria posizione di dissenso attraverso modalità che sono state formalizzate alle strutture, di perseguire l’iniziativa di incostituzionalità del provvedimento, ma di non recare danno ai lavoratori.
Per quanto ci riguarda, dobbiamo immediatamente riprendere il confronto con le altri parti sociali, poiché è del tutto superfluo ribadire che la legge del Governo, senza adeguati meccanismi di finanziamento, sarà priva di efficacia, poiché, una volta esauriti i pochi fondi esistenti in qualche ente bilaterali, i serbatoi saranno completamente vuoti e difficilmente potranno essere riforniti da adeguate contribuzioni sostenute dalla contrattazione collettiva. C’è una grande confusione e tanta ideologia intorno al problema, con il rischio di creare anche molte aspettative, prive di ogni possibile esigibilità.

In ogni caso, per noi è l’occasione per accelerare il confronto sul nostro pianeta bilateralità, con annesso quello del welfare integrativo, poiché, scarsità dei fondi e eccesso di giacenze sono le facce di una medesima medaglia, che risponde alla domanda: a cosa devono servire questi enti bilaterali?
Su questo, ripeto, è avviato il lavoro della commissione contrattuale, che noi dobbiamo contribuire a riempire di contenuti, possibilmente unitari. E per agevolare questo lavoro, alla ripresa di settembre dovremo calendarizzare la riunione di tutte le nostre compagne e compagni impegnati negli enti e nei fondi, per definire una nostra proposta, riunione che abbiamo ripetutamente rinviato per le vicende legate al contratto del terziario, ma che a questo punto dovremo necessariamente svolgere appena tornati dalle ferie estive.

Infine, una breve considerazione su noi, sulla Filcams, dentro il bilancio di questo quasi primo anno di lavoro insieme. Nonostante gli impegni politici e sindacali, il lavoro attorno al progetto di rinnovamento della categoria è andato avanti in questi mesi e si tratta di un processo che investe sia la struttura nazionale, che quelle territoriali. A settembre saremo in fase pre-congressuale e potremo ricostruire il quadro da dove partiamo, per fissare con ancor più precisione gli obiettivi che dobbiamo darci, in ordine ai futuri gruppi dirigenti di ogni singola struttura.

Per quanto riguarda la struttura nazionale, noi arriviamo alla pausa estiva con una situazione tutt’altro che di ordinaria amministrazione.
A partire dalla Segreteria, che vede la scadenza del mandato della compagna Marinella Meschieri e del compagno Carmelo Caravella, l’intero apparato nazionale, nel corso di quest’anno, ha visto progressivamente ridurre la propria composizione ed ancor più la ridurrà con la seconda parte dell’anno. Per queste ragioni è tempo di dare vita al progetto che già questo Direttivo ha avuto modo di discutere nella sessione di dicembre dello scorso anno.
Ricordo in breve che questo progetto è articolato nelle seguenti decisioni:

    • la Segreteria non verrà integrata dei compagni che non ne fanno più parte e tale rimarrà fino al prossimo congresso, dove decideremo il da farsi;
    • la struttura nazionale verrà integrata con l’ingresso di nuove compagne e compagni, provenienti da strutture provinciali, secondo una progressione che, a partire dal 1 settembre, avrà come obiettivo quello di realizzare entro il congresso il completamento della “pianta organica”; si tratta di un nucleo di giovani dirigenti della Filcams, il nostro investimento sul futuro, che vivrà l’esperienza nazionale senza alcuna prefigurazione sugli assetti futuri, misurandosi con l’impegno richiesto e sottoponendosi alla verifica di tutta la categoria;
    • il lavoro di elaborazione e di direzione della struttura nazionale si avvarrà dell’affiancamento di alcune compagne e compagni dirigenti di strutture regionali o di aree metropolitane, sulla base di progetti specifici di lavoro o di supporto dei settori contrattuali.

Nei prossimi giorni la Segreteria invierà una circolare alle strutture nella quale questo schema di lavoro e le relative responsabilità verranno esplicitate e legittimate. Dopodichè, non ci resterà che partire. Vorrei dire ancora una volta che a nessuno di noi sfugge la delicatezza di quello che ci stiamo apprestando a fare. Si tratta indubbiamente di una scelta coraggiosa e dagli esiti non assolutamente scontati. Ma la direzione di marcia è quella giusta, di questo dobbiamo essere certi, perché è quello di cui ha bisogno la Cgil. A nostra relativa tranquillità, vorrei dirvi che negli stessi giorni di Cianciano, nei quali mi sono dedicato al perfezionamento delle proposte che costituiranno la rosa delle compagne e compagni che proporremo per la struttura nazionale, questo nostro progetto è stato giudicato coraggioso, ambizioso, ma anche un esempio delle cose che la Cgil dovrebbe fare con molta più convinzione. Per questo il successo di questo nostro lavoro sarebbe un risultato in grado di parlare a tutta la Cgil e con questa responsabilità dobbiamo sostenerlo.
Anche per questo voglio ringraziare tutto il gruppo dirigente che nel corso di questi mesi ha espresso parole di incoraggiamento ad imboccare con decisione questa strada, così come ringrazio i compagni della segreteria e della struttura nazionale che hanno concluso la loro esperienza e che in questi anni hanno dato tutto il loro contributo per tenere alta l’iniziativa della Filcams.
Ovviamente, per chi lascerà la categoria troveremo altri momenti per ringraziamenti e saluti. In questo momento non posso che rinnovare a tutti noi l’augurio di un lavoro proficuo, sia per quello che riguarda la struttura nazionale, sia per il processo più ampio di rinnovamento che deve interessare tutta la categoria, convinti come sempre, che se tutto ciò si svilupperà sul terreno di una forte e qualificata iniziativa politica, allora potremo dire che non stiamo realizzando una semplice operazione di avvicendamento generazionale, ma la costruzione di una identità politica nuova della categoria, in grado di fondere il valore e la ricchezza dell’esperienza vissuta, con le nuove sfide, molte delle quali a noi del tutto inedite.