Relazione F. Martini Comitato Direttivo FILCAMS CGIL, 13-14/01/2014

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Le ore che hanno preceduto questa sessione del direttivo sono state caratterizzate dalle prime reazioni che hanno accompagnato l’accordo di venerdi sulle regole attuative dell’accordo Cgil-Cisl-Uil e Confindustria del 31 maggio scorso.

Tra queste reazioni, quella che più ha colpito e preoccupato molte compagne e compagni è stata la decisione della Fiom di sospendere le assemblee congressuali in attesa di una riunione del Direttivo Nazionale Cgil, dove la stessa Fiom, con ogni probabilità, chiederà di sottoporre al voto delle lavoratrici e dei lavoratori lo stesso accordo.

Non vi è dubbio che una intesa così importante per rendere esigibile l’accordo sulla rappresentanza avrebbe richiesto un coinvolgimento del gruppo dirigente più ravvicinato, più continuo nelle sue varie fasi di maturazione. Invece, il fatto che esso sia stato partorito non dico in silenzio, ma senza alcun passaggio propedeutico, salvo un timido accenno nella riunione dei segretari generali di Firenze dello stesso giorno, ha fatto si che la questione di metodo esplodesse con tutta la sua forza, condizionando la stessa valutazione di merito, che rischia di passare in secondo piano.

Non è la prima volta che registriamo un modo di agire delle segreterie confederali che non aiuta la comprensione degli atti che si producono, generando diffidenze, malcontenti, interpretazioni forzate che non fanno il bene dell’organizzazione e tanto più di coloro che rappresentiamo. In questo caso, poi, appena varato il percorso congressuale, questa polemica rischia di travolgere il patto unitario fatto nella Cgil, che già stava subendo qualche tensione per una impostazione della campagna congressuale caratterizzata da personalizzazioni poco coerenti con lo spirito unitario che ha partorito il documento congressuale di maggioranza.

Dovrebbe essere compito di tutti fermare questo piano inclinato, per non gettare alle ortiche il fatto politico rilevante, che era stato apprezzato dalla stragrande maggioranza dei nostri iscritti, cioè, lo sforzo di presentarci al Paese con una Cgil coesa, senza con ciò rinunciare alle idee plurali presenti al nostro interno. Occorre un atto di responsabilità da parte di tutti, adesso che siamo ancora in tempo, per non regalare ai detrattori ed ai rottamatori di partiti e corpi intermedi della società, la stessa Cgil.

Per questo credo che la decisione della Fiom di sospendere le assemblee congressuali, chiedendomi cosa c’entrano le assemblee congressuali, sia molto preoccupante, una forzatura che rischia di produrre un’ondata polemica ad effetto domino e azzerare gli sforzi fatti finora. Mi auguro che non prevalgano nelle valutazioni delle compagne e compagni della Fiom ragioni che hanno solo in parte a che fare col merito dell’accordo, ma che rispondano più a dinamiche congressuali interne.

Purtroppo, la polemica rischia di mettere in secondo piano l’operazione fatta, prima con l’accordo, poi con il regolamento.

L’accordo del 31 maggio è stato definito da molti un accordo storico. Al di là dell’enfasi, non c’è ombra di dubbio che quell’accordo ha rappresentato una svolta nella lunga storia dei rapporti con le altre due confederazioni, assumendo il principio della misurazione della rappresentanza e del voto dei lavoratori. Sono sempre stati due obiettivi della Cgil, che quell’accordo ha conquistato, aprendo una fase nuova nel sistema delle relazioni sindacali nel Paese, tant’è che abbiamo subito chiesto di estenderlo a tutto il mondo del lavoro. Abbiamo così siglato la stessa intesa con le centrali cooperative e abbiamo avviato il tavolo con Confcommercio, altro settore dove la contrattazione era prigioniera della discrezionalità.

La dimostrazione del valore di quell’intesa l’abbiamo avuta proprio per il fatto che si è tentato di sabotarla fin dall’inizio, rendendo impossibile definire il regolamento attuativo. Lo stesso segretario generale della Fiom ha più volte denunciato nel direttivo Cgil che proprio quell’assenza rendeva quell’accordo lettera morta.

Il regolamento sottoscritto venerdi rende, invece, esigibile l’accordo del 31 maggio, cioè, rende esigibili le conquiste della Cgil e sostenere che è un altro accordo, come abbiamo sentito in queste ore, è profondamente sbagliato e infondato.

L’accordo è composto di quattro parti:

    1)Misura e certificazione della rappresentanza ai fini della contrattazione collettiva nazionale di categoria. Qui non c’è assolutamente nulla di diverso rispetto a quanto già definito nell’accordo del 31 maggio, poiché la misurazione avviene attraverso l’incrocio delle deleghe con il dato delle elezioni. Il regolamento definisce nel dettaglio il procedimento.

    2)Regolamentazione della rappresentanza in azienda. Anche questa parte contiene la definizione pratica di come procedere alla costituzione, al rinnovo e al funzionamento delle Rsu, secondo quanto stabilito nell’accordo sulle regole. Si conferma il principio positivo dell’alternatività fra Rsu e Rsa e, soprattutto, altra conquista della Cgil, il superamento del terzo.

    3)Titolarità ed efficacia della contrattazione collettiva nazionale di categoria e aziendale. Viene confermata la soglia di accesso del 5%, come da accordo sulle regole, la consultazione vincolante per la validazione degli accordi e la titolarità della contrattazione aziendale per eventuali intese modificative delle regolamentazioni contenute nei Ccnl, esattamente come quanto previsto dall’accordo del 28 giugno 2011 in materia di deroghe, contrariamente all’accordo per la riforma della contrattazione del 2009 che la Cgil non aveva firmato.

    4)Disposizioni relative alle clausole e alle procedure di raffreddamento e alle clausole sulle conseguenze dell’inadempimento. Questa è la parte che esplicita quanto previsto nel punto 5 del cap.2 dell’accordo 31 maggio 2013 (i contratti collettivi nazionali di categoria, approvati alle condizioni di cui sopra, dovranno definire clausole e/o procedure di raffreddamento finalizzate a garantire, per tutte le parti, l’esigibilità degli impegni assunti e le conseguenze di eventuali inadempimenti sulla base dei principi stabiliti con la presente intesa). Quindi, l’accordo di venerdi non inventa nulla, ma esplicita un punto previsto dall’accordo del 31 maggio. Su questo punto si sono concentrate le maggiori critiche, relative alle sanzioni e all’autonomia delle categorie. Nel primo caso si parla di diritti sindacali, nel secondo caso di “commissariamento” delle categorie.

      Intanto, il cosiddetto commissariamento è assolutamente inesistente, poiché l’accordo dice esplicitamente che saranno i Ccnl di categoria a definire le clausole e le procedure e che la procedura arbitrale da svolgersi a livello confederale vale solo per la fase transitoria, cioè, in attesa che gli accordi di categoria vengono siglati.

      Occorre far notare che in questa parte, per la prima volta, si parla di sanzioni anche a carico delle imprese, cosa che non farà molto felici la parte datoriale.

      Per quanto riguarda la sospensione dei diritti sindacali, occorre innanzitutto precisare che si tratta solo, ovviamente, dei diritti sindacali di fonte contrattuale e non certo quelli costituzionali; e tali diritti non riguardano i lavoratori, ma le organizzazioni, cioè, non saranno i diritti dei singoli lavoratori ad essere eventualmente sanzionati, ma solo quelli delle organizzazioni, tant’è che la norma è prevista in relazione alle sanzioni con effetti pecuniari e trova ispirazione in quanto già esiste nella legge che regolamenta lo sciopero nel pubblico impiego. Una delle ragioni per le quali si è perso tempo nel definire il regolamento è stata proprio la posizione intransigente della Cgil di lasciar fuori i lavoratori dall’apparato sanzionatorio e questo è quanto definito dall’intesa di venerdi. Ed in ogni caso, saranno le categorie a definire quali sanzioni.

Per tutto questo, sempre stando al merito, non si riesce a capire, se non per altre dinamiche, questa grande polemica sull’accordo.

Certo, anche noi riteniamo poco esemplare il metodo, che ci vede spesso acquisire a cose fatte il lavoro della nostra Confederazione. Tuttavia, evitiamo di regalare agli altri lo spettacolo di una Cgil che si divide e si lacera su un risultato che da tutti viene riconosciuto come una nostra grande conquista.

Se mai, se qualcuno dovesse essere meno soddisfatto, quelli dovremmo essere noi, perché se è vero che l’accordo si applica alle imprese con più di 15 dipendenti, l’86% della nostra platea sarà sugli spalti a far da spettatore!

Per questo dobbiamo salutare l’intesa sulle regole come l’occasione per far ripartire il tavolo sulla rappresentanza con Confcommercio, che ha pensato bene di rientrare nella tana, con la scusa che l’accordo con Confindustria era di fatto bloccato.

2- Il congresso Filcams

Per quanto riguarda il nostro Congresso, con l’inizio di questa settimana possiamo dire che la macchina è entrata a pieno regime. Sono stati pressochè definiti i calendari di tutti i congressi provinciali e regionali, necessariamente costretti nei pochi giorni messi a disposizione dal regolamento Cgil, ed anche le assemblee in questi giorni prenderanno il via. Vogliamo ripetere che queste settimane saranno una grande occasione per parlare a migliaia di persone, soprattutto in una situazione del Paese che mantiene un alto tasso di problematicità e che, per quanto riguarda il nostro settore, non ha visto una significativa inversione di tendenza sul fronte dei consumi con l’inizio delle svendite di fine anno. Del resto, i problemi legati al reddito delle persone non hanno conosciuto molte novità positive, né sul fronte fiscale, ne su quello della crescita dei salari e degli stipendi, oltretutto, nel nostro caso, con tutti i contratti nazionali ancora in alto mare.

Per quanto attiene alle procedure formali del congresso non abbiamo altro da svolgere, dopo l’ultima sessione del direttivo svolta il mese scorso.

Oggi vorremmo discutere fra noi come stare politicamente dentro il dibattito congressuale, in particolare per quanto attiene alle problematiche del settore.

Abbiamo detto l’altra volta che nelle assemblee di base l’oggetto della discussione dovranno essere i documenti approvati dal direttivo nazionale della Cgil e solo quelli dovranno essere portati al voto delle lavoratrici e dei lavoratori.

Per questo la nostra idea di contribuire alla discussione attraverso un documento di categoria dovrà prendere corpo a partire dai congressi provinciali, dopo che le platee congressuali siano state definite attraverso il voto dei congressi di base, e solo in quella sede riteniamo utile presentarlo, per poi farlo giungere al congresso nazionale, con l’obiettivo di fissare i contenuti del nostro prossimo mandato congressuale.

Naturalmente, come già detto la volta scorsa, il nostro tentativo di caratterizzare il dibattito congressuale della Cgil sulle nostre problematiche dovrà avvenire fin dall’inizio e potremo farlo agendo su due leve. Oltre alla presentazione di un documento di categoria, a partire dalla seconda fase del percorso congressuale, anche attraverso un approccio dialettico agli emendamenti che potranno essere presentati, sia da altri, sia dagli stessi nostri lavoratori.

Occorre qui ribadire un punto politico importante. Come Filcams abbiamo sinceramente creduto alla scommessa del congresso unitario, abbiamo apprezzato lo sforzo di realizzare una sintesi più avanzata dell’ultimo congresso, anche in virtù della necessità di presentare alle lavoratrici ed ai lavoratori, non solo ai nostri iscritti, una Cgil più coesa, in grado di muovere nuove speranze e nuova fiducia nella crisi sociale del Paese. Per noi la scelta di puntare ad un documento unitario è stata una scelta seria e vera e per questo intendiamo difenderla fino in ondo, evitando di far rientrare dalla finestra le divisioni e le dinamiche conosciute la volta scorsa.

Per noi gli emendamenti debbono rappresentare lo strumento per mettere ancor più in sintonia il documento congressuale della Cgil con la realtà del Paese e del lavoro. Ad esempio, per quanto ci riguarda, potrebbero servire in alcuni casi per recuperare alcuni limiti evidenti, alcuni vuoti che lo stesso documento Cgil ha mostrato di avere sulle questioni del terziario. Se gli emendamenti, invece, dovessero diventare la palestra per tornare a contarci avremmo decretato il fallimento dell’operazione.

Purtroppo, dalle prime mosse che abbiamo registrato in questi giorni, questa tentazione è molto presente, soprattutto in chi ha assunto la battaglia degli emendamenti come il terreno sul quale affermare il cambiamento della Cgil, scegliendo addirittura di personalizzare questo terreno con dei veri e propri spot elettorali. Come dire: “il documento della maggioranza parla di una vecchia Cgil, se vuoi cambiare questa Cgil vota il mio emendamento”. Se questo dovesse essere il leit motiv del dibattito congressuale, allora non dovremmo prenderci in giro e dichiarare subito che abbiamo in mente cose diverse, evitando così una grande operazione di ipocrisia nei confronti delle persone con le quali andiamo a parlare.

Per noi emendare il documento congressuale dovrebbe significare lavorare per una sintesi più avanzata del gruppo dirigente non per confezionare una nuova divisione al suo interno. Se non fosse così non credo che questo gruppo dirigente avrebbe molte altre prove d’appello per dimostrare di essere veramente utile alla causa del Paese.

In qualche caso alcuni emendamenti, ad esempio nel nostro settore, possono essere utili per contrapporre ad un approccio populista una visione più realista degli obbiettivi. Se dovessimo trovarci di fronte, ad esempio, una posizione che propone il divieto del lavoro domenicale o il ritorno tout cour alla scelta volontaria, noi sappiamo che si tratterebbe di una posizione demagogica, assolutamente fuori dalla realtà, una pura posizione “raccogli voti” e non avremmo probabilmente nel documento della Cgil sufficiente attenzione per orientare i nostri lavoratori, anche perché il documento Cgil ha voluto mantenere un taglio non ecumenico o enciclopedico.

Si tratta, quindi, sia rispetto agli emendamenti già approvati dal direttivo nazionale, sia rispetto allo sviluppo della discussione, di assumere un orientamento molto laico, sapendo –ripeto- che l’obiettivo non è smontare il documento congressuale, ma rafforzarlo e arricchirlo. Evitiamo un clima da caccia alle streghe, assumendo un orientamento responsabile e, se possibile, coeso da parte del gruppo dirigente, salvaguardando la libertà di opinione di ognuno, ma anche caratterizzando l’approccio Filcams a questa discussione.

Direte voi, successivamente, cosa si muove nei vari territori, contribuendo così ad orientare l’approccio di tutta la categoria. Ovvio che darebbe più forza alla categoria assumere una visione largamente condivisa, evitando l’immagine di un esercito Franceschiello, anche perché gran parte delle nostre problematiche hanno dimensione nazionale, con maggiori o minori accentuazioni.

Il documento di categoria è un altro tipo di contributo al congresso.

Innanzitutto, al congresso verrà presentato un rapporto di attività degli ultimi quattro anni, anche per misurare avanzamenti o arretramenti rispetto agli obiettivi che ci eravamo dati. Sulla base di questo rapporto, potremo ridefinire la missione per il prossimo mandato.

Non so se qualcuno di voi l’abbia fatto, ma procedendo alla rilettura del documento approvato al XIII congresso nazionale potremmo dire che sarebbe sufficiente una riedizione contestualizzata dello stesso per indicare la strada da percorrere per i prossimi quattro anni. Del resto, questi quattro anni sono stati gli anni della grande crisi e molte delle nostre aspettative sono dovute rimanere al palo. Eppure, è proprio la crisi stessa ad aver mantenuto una importante attualità alla cifra culturale del nostro precedente documento congressuale: la sostenibilità nel terziario (il futuro sostenibile del lavoro terziario). Il tema di un nuovo consumo riferito all’evoluzione degli stili di vita e ad un nuovo assetto dei sistemi distributivi è tutto lì ad interrogare ancora una volta la capacità delle classi dirigenti di assumere scelte innovative per il settore. Questi quattro anni, invece, sono stati l’esempio di una grande incapacità e di gravi contraddizioni, da un lato, la forte spinta alle liberalizzazioni nel settore, a fronte di una ipocrita resistenza delle associazioni di categoria; dall’altra, il timido ripensamento che in alcune realtà si è avviato sullo sviluppo degli assetti distributivi, come il caso della Coop che ha avviato una prima riconversione delle proprie strutture, riducendone la dimensione. Ma nel complesso una realtà molto lontana dalle necessità reali di un ripensamento e di una alternativa. Non un governo dei processi, piuttosto una deriva, che trascina ineluttabilmente la continua riproduzione dell’esistente.

L’incapacità di governare i processi è proprio tutta dentro le liberalizzazioni, vera mistificazione, condotta anteponendo interessi di pochi alla pressante necessità di ridefinire una idea di riordinamento sociale, che non fosse quella di un consumismo alienante, completamente tradito dalla recessione.

Questi quattro anni ci consegnano la necessità di riproporre questo terreno di riflessione e di iniziativa, come qualcosa che vada oltre il tema del lavoro domenicale, perché la qualità sociale dello sviluppo e della crescita è tema che persiste nella nostra società anche a negozi chiusi la domenica.

Ed è proprio il terreno dello sviluppo e della crescita a riproporci due nodi importanti delle politiche del terziario, che devono rappresentare oggetto di forte attenzione dell’intera confederazione, uno in senso positivo, l’altro in termini molto problematici.

Nel primo caso, dobbiamo interrogarci sulla necessità che la crescita economica del Paese assuma l’asse cultura-turismo quale tratto distintivo dell’Italia nel panorama europeo e mondiale. Lo diciamo con la coscienza a posto, poiché fin dal primo minuto abbiamo sempre sostenuto l’impossibilità di affermare un terziario innovativo senza una economia manifatturiera solida ed altrettanto innovativa. Noi siamo noi, quindi, ad essere vulnerabili su una presunta dicotomia tra industria primaria ed economia terziaria.

Tuttavia, è arrivato il momento di decidere se sull’investimento culturale e, di conseguenza, sull’economia turistica dobbiamo continuare a fare poesie, oppure, assumerlo come fosse per la Fiom –ad esempio- l’orizzonte del settore auto, del nuovo settore auto. Se è vero che nel pieno della recessione la Germania a triplicato l’investimento culturale ricavandone un contributo importante in termini di Pil, come può non esserlo per il nostro Paese, dove -finalmente!- si è capito che tenere separati i due ministeri, cultura e turismo, è assolutamente sbagliato!

Lo abbiamo detto nell’iniziativa del 3 luglio scorso conclusa dalla compagna Camusso e dobbiamo farlo diventare un terreno identificativo del nostro lavoro futuro, assieme alle politiche del consumo.

L’altro tema, invece, molto problematico è quello legato al settore dei servizi esternalizzati. Non possiamo costringerci nella difesa degli ultimi esemplari di moicani, se la scelta dovesse essere un’altra. Non possiamo continuare a fare presidi in viale Trastevere e raccomandarci continuamente per la sopravvivenza degli appalti sempre più residuali, senza assumere un orientamento strategico aggiornato sulla politica dei servizi pubblici e privati. Le due cose non stanno insieme, da una parte la Filcams che fa i presidi davanti al Miur per salvare il salvabile, dall’altro la Cgil che esce con una posizione che considera deleterie le esternalizzazioni nella P.A.

Nei mari in tempesta si può navigare, ma lo si può fare se si ha una rotta sicura, cosa che al momento la nostra Confederazione non ha con molta precisione.

Le attività in appalto non necessariamente debbono essere subite. Forse occorre ricondurle alla loro iniziale funzione, che non era solo quella del risparmio dei costi, ma innanzitutto quella della specializzazione, che nel caso dei servizi è quella della qualità. Si tratta, quindi, di andare oltre la semplice sopravvivenza, per capire se e quali elementi di futuro possono esistere in questo ambito dell’economia.

Nel documento del XIII Congresso avevamo parlato di universalità dei diritti, avendo capito quale direzione avrebbe preso la crisi. Oggi è il tema di attualità, che la stessa Job Act di Renzi intende porre al centro della ennesima riforma. Per noi è tema di urgente attualità, non di futuri scenari, sapendo che la spinta è a spostare sempre più verso le imprese una quota degli oneri per le tutele, in cambio di un alleggerimento del peso fiscale sul lavoro. Riproporre questa priorità è per noi oggi possibile anche alla luce del lavoro di ricerca fatto in questi mesi con Ires, che ci ha portati ad immaginare proposte concrete, anche per la contrattazione, che abbiamo presentato qualche tempo fa.

Non possiamo non apprezzare che i più recenti approcci al tema della flessibilità e delle tutele abbia assunto parte della nostra elaborazione, in particolare, dove abbiamo sostenuto la necessità di orientare la flessibilità verso percorsi di stabilizzazione. Al di là di quanto al momento abbiamo sentito, tre anni di sospensione delle tutele, per poi stabilizzare (nel nostro calo potrebbe essere grasso che cola….), la questione è avere chiaro (in chi a le proposte) che il passaggio dalla precarietà (o flessibilità?) alla stabilità è terreno di forte scontro, soprattutto oggi, significa togliere alle imprese il principale terreno sul quale gestire i processi organizzativi. Basta dire che nell’ultimo incontro con Confcommercio per il rinnovo del Ccnl ci è stata chiesta di fatto una sospensione in attesa di conoscere le proposte di Renzi sulla Job Action, rappresentandoci una forte preoccupazione per quanto già sentito!

Ma se si vuol aggredire il 41% della disoccupazione giovanile, se si vuol assicurare una prospettiva previdenziale maggiore a gran parte del mondo del lavoro che oggi annaspa nella precarietà vi sono due passaggi obbligati, quello di ricondurre la flessibilità del lavoro a percorsi di stabilizzazione e quello di ricondurre a flessibilità e sostenibilità il sistema previdenziale, due riforme lasciateci in eredità dal Governo Monti, che vanno assolutamente riscritte.

Il terzo capitolo sul quale dovremo ricontestualizzare il documento congressuale è quello della contrattazione e della rappresentanza.

Sulla nostra contrattazione si è abbattuto un vero e proprio ciclone, come sappiamo, che non è solo quello della crisi, ma anche della scomposizione degli interessi accentuati dalla crisi. Il caso del terziario è inedito da questo punto di vista. Non c’è settore nel quale il sistema della rappresentanza datoriale non sia stato investito da sommovimenti tellurici. Questo ci induce a dover ridefinire gli stessi perimetri della nostra contrattazione, che non sarà solo storia di rapporti di forza, ma anche di identificazione degli ambiti da rappresentare. Non possiamo accettare la scomposizione dell’attuale assetto contrattuale solo perché indotta dalle diatribe della rappresentanza datoriale. Se deve nascere un nuovo contratto non può essere perché due presidenti litigano, se mai perché dal punto di vista “merceologico” è giusto prendere atto che debba essere così! Se deve nascere il contratto nazionale delle mense non può essere perché Angem litiga con Federalberghi, se mai perché le mense non c’entrano niente con un albergo turistico! Ma anche in questo caso, come si rapporta questa discussione con la tendenza a semplificare gli assetti contrattuali, fino ad immaginare il contratto unico?

Forse è il caso che la Filcams e con essa la Cgil elaborino una visione più compiuta dei propri assetti contrattuali, evitando di giocare di rimessa e questo lav oro equivarrà ad una capacità nuova di lettura del nostro mondo.

Infine la rappresentanza, vera novità nel nostro mondo. Ottenere delle regole nel terziario, che –nel nostro caso- guardino alla contrattazione per parlare anche della bilateralità e del welfare integrativo, rappresenta la vera grande novità e l’auspicio è che dopo l’accordo di venerdì scorso si possa subito riaprire il tavolo con Confcommercio.

Abbiamo già detto che ciò configura un nuovo terreno di competizione con le altre organizzazioni sindacali e a noi questo non deve far paura. Naturalmente, questo ci induce a fare il punto sul nostro importante processo politico ed organizzativo che da anni stiamo conducendo, rileggendo quelle che nello scorso documento abbiamo definito le carte del rinnovamento Filcams. E’ un bilancio che dobbiamo cominciare a fare anche in virtù del fatto che questo nuovo mandato congressuale coinciderà con il secondo di tanti di noi e ci chiamerà ad interrogarci sulla Filcams alla quale dovremo passare il testimone.

Credo che nel complesso tutte le strutture Filcams abbiamo la vorato bene, nella direzione indicata all’ultimo congresso. In questo congresso è stato deciso di non affrontare i temi di politica organizzativa e tuttavia dobbiamo offrire alcuni imput per consolidare i processi avviati.

In gran parte li abbiamo indicati nell’assemblea organizzativa del 4 luglio scorso, sia sul versante dell’architettura dei vari livelli delle strutture (regionali – provinciali), sia su quello della rappresentanza dei soggetti che animano il nostro mondo del lavoro.

Se potessimo indicare delle priorità per il lavoro che con questo congresso dobbiamo portare avanti su questo terreno non potremmo che confermarne alcuni già indicati in precedenti discussioni.

Innanzitutto, i nostri quadri sindacali di base, i nostri delegati e le nostre delegate. Questo deve essere il mandato della ricostruzione e dell’implementazione della nostra rappresentanza di base, attraverso tutti gli investimenti possibili, da quello formativo al sostegno anche materiale dell’attività delle rsa e rsu.

Il secondo obiettivo deve riguardare la presenza dei migranti nella nostra organizzazione. Abbiamo voluto dedicare una parte della sessione odierna a questo tema proprio per richiamare l’attenzione del nostro gruppo dirigente all’urgenza e all’importanza di questo obiettivo. I lavoratori stranieri sono ormai presenti numerosi in tutti i settori del terziario. Eppure, la loro presenza in Filcams è assolutamente residuale. Una semplice testimonianza nel direttivo nazionale, una vera rarità nei gruppi dirigenti locali.

Per questo la segreteria nazionale ha varato un progetto per sostenere l’ingresso nelle attività di funzionariato sindacale un gruppo di compagne e compagni migranti, quale sperimentazione da riproporre nel corso del mandato congressuale in tutta l’organizzazione, che assumano quali assi la valorizzazione dei nostri obiettivi strategici quali : la formazione, il tesseramento, l’estensione della rappresentanza, la crescita e il consolidamento politico della categoria.

Si tratta di assumere ed estendere il lavoro politico intrapreso con la Consulta dei Migranti Filcams, che deve essere sostenuto e valorizzato per la crescita culturale che può produrre all’interno della Categoria e della Confederazione.

E’ necessario arricchire di esperienze e di diversità il corpo stesso dell’organizzazione, per esercitare con sempre più aderenza alla realtà il nostro ruolo contrattuale di tutela ed estensione dei diritti dei lavoratori e il nostro ruolo politico di promozione e valorizzazione della classe lavoratrice.

Per questo la Filcams Nazionale ha voluto mettere in campo questi progetti specifici rivolti a delegate e delegati migranti, corredati da obiettivi misurabili e orientati a dare risposte concrete a lavoratrici e lavoratori, per coniugare crescita politica e consolidamento della rappresentanza, con il fine ultimo di instaurare processi virtuosi di rafforzamento del potere negoziale (e potenziamento dei risultati contrattuali raggiunti).

Ne parleremo nel pomeriggio, con l’obiettivo di assumere orientamenti impegnativi per tutta l’organizzazione, che facciano superare i nostri ritardi, in coerenza con quanto deciso dalla Confederazione nell’ultima Assemblea Nazionale del mese scorso.

Sulla base di queste riflessioni e dei contributi che verranno dalla discussione di oggi e domani, la segreteria preparerà una bozza di documento, che non porteremo alla discussione del direttivo, poiché è impensabile una nuova convocazione nel pieno dei calendari delle assemblee di base. Convocheremo ai primi del prossimo mese una riunione dei segretari generali regionali e di aree metropolitane per consegnare la bozza, che verrà a sua volta veicolata in tutti congressi, per trovare la sua sintesi a quello nazionale di Riccione.

Sulle prossime ore e sui prossimi giorni graveranno le incertezze del quadro politico, con un governo sempre in bilico, tra brutte figure e divisioni di merito.

Il nuovo segretario del PD, maggior partito di governo, sembra aver impresso una nuova marcia all’azione di verifica del Governo e questo no può che rallegrarci. Così come non può non farci piacere il fatto che Renzi abbia assunto il tema del lavoro quale tema centrale nei suoi primi atti politici.

La Job Action al momento è un titolo anglofono e un elenco di capitoli tutti da sviluppare. La posizione della Cgil deve essere quella di confrontarsi con quelle proposte sulla base di una propria elaborazione autonoma, che nel nostro caso deriva da tutto il lavoro svolto nella messa a punto del piano per il lavoro.

Mai quanto in questo momento l’autonomia del sindacato e della Cgil è un grande valore. Anche perché ciò contribuisce a mantenere la Cgil quale riferimento solido della nostra cultura politica e sociale e del nostro insediamento, in una fase di profondo sommovimento della rappresentanza politica. Se lavoreremo tutti in questa direzione avremo tutti quanti da guadagnarci, soprattutto il Paese e le persone che cercano un messaggio di fiducia e di speranza nel cambiamento.