Relazione F. Martini Comitato Direttivo FILCAMS CGIL, 09/05/2011

Lo sciopero del 6 maggio 2011
Arriviamo a questa sessione del Comitato Direttivo dopo dieci giorni densi di appuntamenti importanti. 25 aprile, 29 aprile, 1 maggio, 6 maggio, sono date che hanno tracciato un itinerario tematico, che ha visto la categoria impegnata su diversi fronti, quello delle polemiche sulle aperture festive, e quello dello sciopero generale indetto dalla Cgil.
Proprio la giornata di venerdì ha visto la Filcams protagonista in tante piazze del Paese. Debbo trasmettervi il riconoscimento diffuso della confederazione per l’impegno mostrato dalle nostre strutture, la cui presenza massiccia nei cortei è stata caratterizzata da grande partecipazione numerica e da insolito dinamismo, offrendo l’immagine di un settore veramente in forte crescita. La Filcams sembra finalmente aver cominciato a lasciarsi alle spalle quell’eccesso di modestia che l’ha tenuta per molto tempo nell’ombra, mostrando oggi il volto di una categoria consapevole del
ruolo che è chiamata a svolgere, ed al tempo stesso consapevole delle grandi potenzialità che può esprimere nel dibattito e nell’iniziativa della Confederazione. Anche le adesioni allo sciopero hanno mostrato livelli superiori alle altre occasioni. Indubbiamente, abbiamo avuto il ritorno della mobilitazione e del rapporto con i lavoratori, tenuto in queste settimane in occasione delle vertenze contrattuali che coinvolgono molti nostri settori. Ma è indice anche di un malessere diffuso e crescente, per gli effetti della crisi sulle concrete condizioni di vita delle persone. Nel Paese sembra crescere il rifiuto di immaginare quale condanna insuperabile, un governo che non ha dedicato nulla alla cura dei mali che affliggono l’economia e la società italiana. Anzi, giorno dopo giorno appare in tutta la sua dimensione grave la
distanza che separa l’operato del Governo, paralizzato dalle vicende giudiziarie del Presidente del Consiglio e i bisogni materiali delle persone che lavorano o che il lavoro lo cercano, dei pensionati, dei giovani, dei migranti. Il risultato della partecipazione allo sciopero ed alle manifestazioni rappresenta una significativa iniezione di fiducia, per intensificare il lavoro, che dovrà riguardare le realtà più difficili, nelle quali si sono manifestati limiti maggiori, indici di condizioni sociali ed organizzative più gravi. Tutta la categoria sarà chiamata a farlo, per rappresentare ancor più tutta la ricchezza e le peculiarità delle identità del lavoro terziario e farne soggetto avanzato del cambiamento di cui il Paese necessita.

La consultazione sull’accordo separato del TDS
Con questo Direttivo concludiamo formalmente la consultazione sull’accordo separato nel terziario distributivo. Ciò non significa che non proseguiremo il nostro lavoro di discussione con le lavoratrici ed i lavoratori, soprattutto nei punti meno toccati dal nostro lavoro abituale. Dobbiamo sapere che il rapporto con i lavoratori dovrà rappresentare una costante del nostro lavoro futuro, perché gli effetti dell’accordo separato si faranno sentire nel tempo e noi dovremo continuare a rappresentare un punto di riferimento per tutti coloro che ne subiranno le conseguenze.
Tuttavia, ci eravamo dati un tempo, per poter rappresentare un dato, significativo dell’orientamento prevalente sull’intesa sottoscritta. Sapevamo che la consultazione svolta solo dalla Filcams non sarebbe stata formalmente riconosciuta, ma sul piano politico essa ha offerto numerosi elementi che rendono esplicita ed indiscutibile la
valutazione che viene fatta sui luoghi di lavoro.Intanto, la partecipazione offre un primo dato interessante. Il numero delle assemblee svolte e dei lavoratori che si sono pronunciati è superiore alle precedenti occasioni che abbiamo avuto. Hanno votato oltre 61.000 per un totale di 2900 assemblee, il che corrisponde al (oltre 155 mila dipendenti).
Naturalmente, se dovessimo assumere come dato di riferimento i famosi tre milioni di addetti al settore, non potremmo che giungere ad una conclusione amara, dato che il dato degli aventi diritto ruota attorno al 5%. Ed anche se assumessimo come riferimento un dato degli addetti di 2 milioni, non andremmo oltre l’8%. Ma è del tutto evidente che assumere tale parametro non ci porterebbe molto lontani, poiché il nostro è un settore nel quale, oltre la grande e media distribuzione, si staglia l’immenso oceano della polverizzazione commerciale, dove è difficile arrivare. Quindi, non possiamo pensare di esprimere valutazioni sulle nostre consultazioni, solo in termini puramente statistici. Così come non possiamo neanche avallare la tesi che ha portato Fisascat e Uiltucs a ritenere impraticabile la consultazione, poiché scarsamente indicativa dell’orientamento della grande massa dei lavoratori. Come dire, “siccome sono pochi quelli che votano, non serve fare la consultazione, non vale!”. Nel nostro caso la consultazione ha veramente un suo valore politico, poiché il risultato è ineccepibile, con l’88,61% di contrari all’accordo separato e questo dato non può che essere interpretato politicamente in un modo solo: la stragrande maggioranza delle lavoratrici e lavoratori ha detto NO all’accordo e chi lo ha sottoscritto sa di averlo fatto senza disporre del consenso della gente, sia di quella rappresentata sindacalmente, che no.

Ed anche questo è un dato importante, che giriamo alle altre organizzazioni sindacali. Non ci attendevamo fenomeni significativi di disdette e abbandoni, anche se questa volta qualcosa in più delle altre volte si è verificato.
Ma le nostre assemblee sono stati momenti aperti a tutti, non vi hanno partecipato solo iscritti e simpatizzanti Filcams e il dissenso è stato unanime, trasversale alle sigle sindacali. In alcuni casi, questo dissenso si è reso esplicito da parte di rappresentanti delle altre organizzazioni, che lo hanno manifestato apertamente nei confronti delle loro segreterie nazionali. Questo è un sindacato che non può andare avanti molto a lungo così, senza regole. Il nostro caso è la dimostrazione più lampante della condizione di arbitrio nella quale opera chi impone le intese separate, sfruttando il fatto che nel nostro paese non si è mai data soluzione all’articolo 39 della Costituzione, con il quale i padri costituenti
rimandavano ad una fase successiva il problema della misurazione della rappresentatività dei sindacati. Oggi, chi agisce in assenza di regole lo fa sapendo di sfruttare una condizione contraria allo spirito costituente e lo fa piegando la democrazia a progetti politici e sindacali, in questo caso aventi quale obiettivo l’isolamento della Cgil.
Rinnoviamo da questa sede la stessa domanda fatta il 26 febbraio: perché a Pomigliano SI e qui NO?! Sappiamo che si tratta di una domanda retorica, poiché conosciamo la risposta: perché a Pomigliano si sapeva di vincere, mentre qui si sapeva di perdere. A Pomigliano lo scambio con i diritti, per quanto improprio, era per l’investimento; qui è solo a perdere, è solo per scaricare la crisi sui lavoratori e si sapeva che non sarebbe stato accettato per questo!
La democrazia sindacale non è il corollario di un progetto politico determinato in partenza, quindi è bella solo se ci dà ragione, se ratifica quel progetto. Per noi la democrazia è il riconoscimento di una volontà sovrana, affidata al voto libero ed autonomo dei lavoratori e delle lavoratrici. Il sindacato deve fare fino in fondo il suo mestiere, spiegando le sue ragioni, in un confronto aperto, competitivo, poi, però, alla fine devono essere sempre i lavoratori a decidere. E l’argomento con il quale ci si oppone ad una regolamentazione per legge (le diverse concezioni del sindacato, quella degli iscritti e quello generale) sono semplicemente strumentali, innanzitutto, perché non c’è un solo rappresentante di Cisl e Uil che accetti di applicare quelle intese solo ai propri iscritti; in secondo luogo, perché non si capisce la ragione per la quale nei settori privati non possa essere applicata una regolamentazione come già è stata definita nel pubblico, anche se, d’intesa con questo governo, si è riusciti a mancare di rispetto pure a quella. Dopodiché, non ci sfuggono i limiti della nostra consultazione. Ma questo è altro tema, è il tema di come un sindacato del terziario possa inventarsi modalità nuove con le quali estendere il proprio raggio d’azione. Non possiamo essere un sindacato che esaurisce il suo intervento solo nell’area della grande e media distribuzione. Ovviamente, questo significa portare la discussione anche nella Cgil, per assumere pienamente la consapevolezza della necessità di una nuova politica di distribuzione delle risorse, dove la media del pollo non può più corrispondere all’investimento politico ed organizzativo di una strategia confederale in grado di nterpretare i bisogni i una rappresentatività più diffusa, in particolare nelle aree più deboli. Così come non vogliamo sottovalutare (e i dati disarticolati lo dimostrano) le difficoltà e le debolezze soggettive della nostra organizzazione, che descrivono lo stato di salute dei diversi gruppi dirigenti e delle strutture, specie, in particolari aree territoriali del Paese. Non è un problema di sottovalutazione o di lassismo, tuttavia, dobbiamo impegnarci in un’analisi più attenta, più obiettiva delle nostre difficoltà, con l’obiettivo di intervenire a fondo su di esse.
Possiamo proporci un progetto organizzativo, che parta da questo dato della consultazione, per consolidarlo e assumerlo come riferimento per progressivi avanzamenti. Dobbiamo proporci di migliorare sistematicamente ogni futuro appuntamento consultivo, attraverso progetti mirati ed il necessario monitoraggio.
Un accordo che non riconosciamo
Per noi, dunque, quell’accordo mantiene la sua illegittimità politica, prima ancora che formale. Sul piano formale, sappiamo che la giurisprudenza in materia non ci ha mai offerto pronunciamenti certi e lineari. Del resto, se così fosse stato, avremmo indirettamente già risolto il problema della mancata applicazione dell’articolo 39 della Costituzione.
La nota che vi è stata inviata nei giorni scorsi da conto di un confronto avuto nelle scorse settimane con l’ufficio giuridico della Cgil. La nostra indicazione è che in ogni caso occorre creare una condizione di tutela dei nostri iscritti e di tutti coloro che non si riconoscono nelle organizzazioni firmatarie di quell’accordo. Per questo, riteniamo necessario che ogni struttura proceda ad inviare ad ogni azienda ed alle associazioni territoriali una lettera con la quale formalizziamo la non applicabilità della parte normativa del contratto per questi lavoratori. Riteniamo che questo atto debba essere compiuto dalle strutture ed evitare una iniziativa affidata ai singoli lavoratori, la cui tutela deve stare dentro l’azione che collettivamente la Filcams, in ogni realtà dovrà sviluppare.
Con l’ufficio giuridico della Cgil abbiamo predisposto un modello di lettera, che potrà essere assunto da tutte le strutture, per un’azione congiunta e coordinata. Chiediamo di evitare l’assunzione di iniziative individuali e scoordinate, poiché la materia è molto controversa e l’unica cosa che non possiamo permetterci è di determinare un quadro caratterizzato da eventuali pronunciamenti l’uno contraddittorio con l’altro. Questo non darebbe forza alla nostra azione sindacale, prima ancora che legale.

Una risposta prevalentemente sindacale
Infatti, la nostra risposta deve essere prevalentemente sindacale e su questo terreno dobbiamo cercare di conseguire l’obiettivo principale di questa stagione, quello della riconquista dei diritti messi in discussione dall’accordo separato.
Naturalmente, si tratta di un obiettivo difficile, che potrà essere perseguito interamente io parzialmente a seconda delle condizioni e con modalità molto diverse ed articolate fra loro. Quello che deve risultare chiaro è che un accordo non riconosciuto, quindi, un contratto che non vede la nostra adesione, non può essere applicato come se nulla fosse, senza un coerente tentativo della Filcams di ostacolare quel cammino.
Stiamo parlando del secondo livello di contrattazione e del fatto che non potremo che convivere nei prossimi tre anni con questa condizione anomala. Gli scenari che potranno presentarsi sono diversi fra loro. Innanzitutto, là dove possibile dovremo perseguire la via della non applicazione dell’accordo, impegnando il maggior numero di aziende a sottoscrivere una semplice intesa di rispetto delle normative contenute nel Ccnl del 2008, in particolare su malattia e permessi. Questo obiettivo potrebbe già valere, di per sé, buona parte della nuova stagione contrattuale di II livello, poiché, eviterebbe un serio arretramento delle condizioni date. Sappiamo che in alcune circostanze della storia, la difesa dei diritti, contro il tentativo di arretrarne la soglia è di per sé un buon risultato, dovendo fare i conti con i rapporti di forza non sempre a noi favorevoli. Ciò non significa che, là dove possibile, la contrattazione di secondo livello debba e possa intervenire sulle situazioni delle specifiche aziende, producendo avanzamenti economici e normativi, anche se non potrà essere una condizione molto diffusa. Accordi di questo genere sono già stati sottoscritti in alcune realtà, accordi semplici, con i quali le aziende si impegnano a rispettare le condizioni del precedente contratto. Siamo consapevoli che non potrà trattarsi di una condizione largamente diffusa, ma là dove questo è possibile dobbiamo cercare di farlo, e di farlo sapere! Penso sarà utile aprire una finestra specifica sul nostro sito, che diffonda tutti i risultati ottenibili lungo questa linea. Tale obiettivo in molte situazioni non potrà che essere perseguito parzialmente, anche perché ogni azienda ha la sua storia, vive le proprie condizioni, ed in molti casi la presentazione delle piattaforme non potrà annullare di colpo il lavoro e l’esperienza costruita con le Rsu e le altre organizzazioni sindacali. Occorrerà in questi casi muoversi con molta intelligenza tattica, con grande senso della realtà, ricercando le possibili mediazioni e sintesi che evitino l’isolamento della nostra organizzazione, dirottando l’iniziativa verso un binario morto. Quello che voglio dire è che, una volta definita la scelta politica di fondo, la disapplicazione dell’accordo separato, ogni struttura, ogni azienda cercherà di realizzare questo obiettivo come potrà e se non potrà farlo evitiamo di aprire una discussione tra noi per catalogare i buoni dai cattivi, i virtuosi da quelli un po’ meno o per niente. Non dimentichiamoci che l’Italia non è tutta uguale, né per presenza del settore, né per le potenzialità della nostra organizzazione. Sicuramente, il fronte più complicato sarà quello della GDO, che ha voluto questo contratto e cercherà di applicarlo fino in fondo, a partire dai suoi effetti sul II livello, mettendo in discussione gli stessi accordi aziendali.
In questo caso, sappiamo che la partita sarà molto difficile e dobbiamo fare molta attenzione ad alimentare aspettative difficilmente perseguibili. La battaglia della Filcams non sarà, purtroppo di qualche settimana solamente, né di qualche mese, tanto meno dei prossimi tre anni. Dobbiamo uscire da questo tunnel con un esercito in buona salute e non potremo farlo gettando al fronte tutte le nostre risorse e le nostre riserve in quella che qualcuno potrebbe immaginare come una guerra lampo. I vari coordinamenti dei gruppi (in parte hanno già avviato) dovranno valutare le rispettive situazioni ed in molti casi, la ricerca di mediazioni per attenuare l’impatto negativo dell’accordo separato potrà avere un valore non inferiore a quello che in alcune aziende potremo ottenere, attraverso la non applicazione dello stesso accordo. Quello di cui abbiamo bisogno è una regia della contrattazione, evitare che le diverse condizioni tra aziende e territori, si traducano in prodotti contraddittori nei contenuti. Si possono ottenere risultati totali, parziali o nulli, ma non si può fare una cosa e il suo contrario. Proprio per questo, vi proporremo di mettere in agenda entro il mese di maggio una sessione seminariale del Comitato Direttivo, dedicata alla contrattazione di secondo livello e alla bilateralità, al fine di individuare le linee di indirizzo entro le quali orientare e sviluppare questa nostra iniziativa.
Il governo della bilateralità
Se da un lato non riconosciamo l’accordo separato, dall’altro, non possiamo minimamente immaginare che questa situazione possa avere ripercussioni sul governo della bilateralità, che ci possano escludere.
L’esperienza della bilateralità e del welfare contrattuale nel terziario è frutto di una storia contrattuale e una cosa che viene da lontano e non può essere messa in discussione da un accordo arbitrario, come quello di cui parliamo. Per questo, ed a maggior ragione per gli elementi di dissenso che incrociano la bilateralità, noi dobbiamo rafforzare la nostra presenza e la nostra iniziativa, al fine di difendere le coerenze per le quali ci siamo impegnati in questi ultimi tempi.
L’accordo sulla Governance del 2009 ha indicato una strada importante per il settore, definendo criteri di trasparenza nella gestione e di coerenza con la missione definita contrattualmente. Successivamente, abbiamo avviato un lavoro, come Filcams, per radiografare la situazione degli enti territoriali e verificarne la distanza dai contenuti dell’accordo sulla Governance. Dobbiamo riepilogare le ragioni per le quali è indispensabile intensificare qui il nostro lavoro:
• la bilateralità ed il welfare contrattuale sono alimentati dalla contrattazione e, nella sostanza, sono risorse destinate a prestazioni aggiuntive a quelle tradizionalmente affidate alle normative contrattuali. Non è manna che cade dal
cielo, ma salario che prende un’altra direzione;
• per queste ragioni è giusto che i lavoratori abbiano le prestazioni definite dagli statuti, quindi, che la massa critica delle risorse destinate agli enti e ai fondi non venga dirottata verso attività ed iniziative diverse dalle prestazioni. Riteniamo, per questo, che la parte di risorse destinate alle attività promozionali delle parti sociali debba costituire una quota relativa, nei bilanci degli enti ed in alcun modo possa configurarsi come forma indiretta di finanziamento dei sindacati;
• la Filcams, come la Cgil, per anni ha sottovalutato questo settore di attività, mostrando molta allergia, se non diffidenza e ostilità. Sta di fatto che i lavoratori hanno continuato a pagare e noi a disertare la gestione del sistema,
lasciando alle altre organizzazioni sindacali ed alle controparti, la quota più significativa della gestione. Oggi, dobbiamo rimontare questa posizione, scontando inevitabilmente una condizione di quasi marginalità, ma dobbiamofarlo, perché riteniamo di essere una parte che interpretare la gestione nel modopiù coerente con i contenuti della missione.
• Soprattutto dopo l’accordo separato, pur esprimendo il nostro dissenso sui 2euro di contributo dei lavoratori per la sanità, dobbiamo ancor più stare dentro la gestione, per far in modo che le risorse derivanti dalla contrattazione
collettiva vadano a prestazioni. Per noi è necessario ed inevitabile stare dentro questa contraddizione, gestire cose che
non condividiamo, poiché la nostra assenza potrebbe accentuare l’uso perverso dellabilateralità, vanificando lo sforzo innovativo che ci vede impegnati. Per questo, ritengo che la Filcams dovrà accompagnare con una propria dichiarazione tutti gli atti che separatamente i firmatari dell’accordo separato potrebbero compiere in attuazione di tale accordo, per vincolare l’intero sistema e tutte le risorse aggiuntive ai criteri che abbiamo definito nell’accordo sulla governante. Ma dobbiamo far si che nella Filcams si diffondano ancor più consapevolezza e competenze su tutta la partita della bilateralità. Questa è la ragione per la quale pensiamo di indire una sessione seminariale del Direttivo Nazionale della durata di due giorni (25 e 26 maggio), il primo dedicato alla contrattazione ed il secondo alla
bilateralità.

Gli altri tavoli contrattuali
Nonostante la determinazione nel voler isolare la Cgil, il quadro contrattuale continuaad offrire situazione articolate e contraddittorie fra loro. Dopo la nostra firma separata, vi è stata –invece- una firma unitaria, proprio in uno dei settori che ha visto per anni il monopolio della Cisl, quello delle poste. Che logica c’è, tra una Fisascat che da noi ha imposto tutti i contenuti che andavano oggettivamente in rotta di collisione con noi, sacrificando l’esperienza unitaria consolidata da anni di lavoro, e la Cisl nel settore delle poste che, invece, a rinunciato a deroghe, collegato sul lavoro
e quant’altro?! Dopo l’accordo delle poste, altro accordo separato, quello nel settore orto-frutta, dove ancora una volta Fisascat e Uiltucs hanno imposto alla Flai la stessa dinamica riservata a noi.
Non dobbiamo dare per inarrestabile l’effetto domino e ad ogni tavolo dobbiamo fare tutti i tentativi per ostacolare il disegno che ci vuole fuori dagli accordi. Per rimanere nel settore distributivo, abbiamo davanti a noi il tavolo della
cooperazione, dove si vanno sprecando gli intenti unitari, da parte dell’associazione di categoria. Ma l’approdo non è semplice, né scontato, poiché la cooperazione continua a sostenere che il loro contratto deve riavvicinarsi a quello di
Confcommercio e questo non può che tradursi in un contratto “restituivo”. Va da sé che non ci è dato concedere alla cooperazione ciò che abbiamo giudicato irricevibile nel terziario privato. Non c’è una malattia cattiva per la Confcommercio, che diventa buona per la Coop e lo stesso criterio vale per tutti gli altri punti negativi
del contratto. Il nostro sforzo può arrivare fino a ricercare compromessi compatibili con l’esperienza che nel corso di questi anni abbiamo svolto nella cooperazione, penso all’insediamento cooperativo al Sud, ai processi di stabilizzazione, al governo della flessibilità, ma sono mediazioni che presuppongono l’abbandono del solco tracciato
dall’accordo separato con Confcommercio. Su questo dobbiamo essere chiari tra noi, perché i prossimi giorni saranno decisivi. Anche noi vogliamo fare l’accorso e siamo consapevoli del disastro politico di un accordo separato nella cooperazione, ma non possiamo spingere oltre il ragionevole la coerenza con le posizioni fin qui sostenute.
Credo che il vero tema di fondo, sia capire se veramente nel mondo della cooperazione di consumo sia iniziata una fase nuova, profondamente diversa dalle condizioni che hanno animato anni di contrattazione che abbiamo alle spalle e se tutto ciò debba e possa comportare ripensamenti ed inversioni di tendenza. Ma il tema è anche un altro, individuare quale sia la istintività Coop in un contesto che tende ad avvicinare le distanze e questa discussione a stento riesce a conquistare il suo posto al tavolo negoziale.
Un altro tavolo significativo è quello degli studi professionali. In questo caso, la ricerca delle mediazioni ci ha spinti ad esercitarci sui terreni minati del collegato sul lavoro, ovviamente, con l’obiettivo di tirarlo il più possibile dalla nostra parte, ovvero, su terreni compatibili con le posizioni espresse dalla Cgil. Al punto in cui siamo, questo obiettivo sembrerebbe essere raggiunto sull’arbitrato di diritto. Adesso, stiamo ultimando un lavoro sul tema della clausola compromissoria e della certificazione, terreno molto insidioso, ma sul quale stiamo provando a costruire una interpretazione accettabile, con il supporto della confederazione, e che proprio in queste ore dovrebbe offrirci una risposta definitiva. Evitiamo di dividerci tra i puri e i compromessi, perché il lavoro difficile che i compagni stanno s volgendo ha come obiettivo quello di piantare paletti, se possibile, che ostacolino una deriva inarrestabile. E se riuscissimo a ottenere un buon risultato, ciò contribuirebbe a indebolire il fronte più intransigente che si batte per il nostro isolamento. Va da sé che qualunque ipotesi dovessimo raggiungere, sarà oggetto di una valutazione del gruppo dirigente Filcams, oltre che della Cgil.
Tentativi di gettare il cappello per l’aria, da parte delle altre organizzazioni sindacali, li abbiamo riscontrati anche sugli altri tavoli, dove il confronto negoziale si era spinto abbastanza avanti. E’ il caso del Multiservizi, dove abbiamo vissuto il tentativo di far rientrare dalla finestra tutta la partita del collegato, col chiaro intento di far precipitare l’accordo separato. La nostra delegazione è riuscita a ricondurre nei binari accettabili il negoziato, anche se ciò non significa ancora che lo stesso abbia imboccato la strada che lo porterà al traguardo. Resta molto più complicata la vicenda della vigilanza privata, dove la vertenza langue inesorabilmente. Questa è la ragione per la quale riteniamo sia indispensabile pensare ad un salto di qualità, immaginando una nostra iniziativa più eclatante, in grado di
avere un impatto mediatico molto più forte con l’opinione pubblica. Come lo è, in un certo qual modo, per la vertenza degli appalti storici ed Ex-Lsu. Credo che la nostra solidarietà con le lavoratrici ed i lavoratori di questi settori debba
essere forte, diffusa e debba essere accompagnata dalla chiara percezione che loro devono avere, della nostra vicinanza e del nostro impegno, per non dichiarare persa la battaglia. Può anche essere che alla fine non si riesca ad individuare una soluzione, ma non possiamo mettere nel conto questa eventualità, accompagnata dal senso di
abbandono che potrebbero vivere i lavoratori destinatari di questa ingiustizia.
Il dibattito in Cgil sul modello contrattuale
Le vicende contrattuali del terziario confermano l’insostenibilità di un sistema di relazioni sindacali fondato sulla divisione e l’assenza di regole.
Per queste ragioni e’ importante l’iniziativa assunta dalla Cgil, attraverso la proposta sulla democrazia sindacale e quella sulla riforma della contrattazione, con la presentazione da parte della segreteria generale di un documento con il quale aggiornare la proposta da sottoporre al confronto con le altre parti sociali, per definire un nuovo assetto contrattuale, che cancelli l’accordo separato del 22 gennaio 2009. Quello di cui la Cgil non avrebbe bisogno, nel momento in cui è sottoposta ad attacchi provenienti da più parti, è fare di questa discussione una occasione di
divisione interna. Il tema della riforma del modello contrattuale, come lo e’ stato quello sulla democrazia, debba essere terreno di rafforzamento dell’unita’ della Cgil non di nuove divisioni.
Per questo occorre che la proposta parli a tutto il mondo del lavoro e sia in grado di rappresentare ed interpretare tutte le peculiarità che lo caratterizzano. Il mondo del terziario, caratterizzato da larga diffusione di piccola dimensione
produttiva e da un mercato del lavoro con largo ricorso a forme di lavoro flessibili e precarie, necessità di un sistema di tutele incardinato sulla funzione importante del contratto nazionale e sulla valorizzazione di un secondo livello di contrattazione, in grado di intervenire sull’organizzazione del lavoro, a partire dalla contrattazione dei tempi e degli orari. L’obiettivo di un contratto che riunifichi tutte le forme di lavoro presenti nelle aziende costituisce un obiettivo importante nel mondo del terziario, dove spesso i confini tra lavoro dipendente e non appaiono molto labili, con conseguente sottrazione di diritti ad una parte di coloro che vi sono impiegati. Ciò ancor più a fronte del crescente
ingresso dei migranti nei vari settori del Terziario, che pone l’esigenza di rendere esigibili diritti sul lavoro e cittadinanza. La Cgil, poi, deve finalmente definire la propria posizione sulla bilateralità, assumendo ciò che di positivo si e’ sviluppato nelle esperienze delle categorie. La "buona bilateralità" vede nella contrattazione la sua legittimazione e non può confondere forme di sussidiarietà o di intreccio con ruoli sostitutivi delle funzioni affidate allo Stato, in particolare, in materia di assistenza, previdenza, sicurezza sul lavoro e intermediazione di manodopera. In tali campi, la bilateralità può contribuire, anche con interventi sperimentali ed innovativi, a sostenere la diffusione dell’accesso
ai diritti, soprattutto, delle fasce più deboli e meno protette del mercato del lavoro settoriale.
Crediamo, inoltre, che l’esperienza Filcams confermi la necessità che un nuovo sistema di regole per la rappresentanza abbia quale approdo una legge. Nel 2008 avevamo un accordo che stabiliva e codificava le procedure per gestire i dissensi, accordo regolarmente non rispettato, al momento della rottura. Naturalmente, verso l’obiettivo della legge sarebbe ugualmente importante, nel frattempo, addivenire ad una intesa tra le parti, per superare la situazione odierna, priva di ogni soluzione, sia legislativa, che pattizia. Per tutte queste ragioni il dibattito nella Cgil deve vedere un approdo unitario ed è responsabilità dell’intero gruppo dirigente operare per individuare la sintesi necessaria tra le diverse posizioni.
La Festa non si vende
Venerdì 29 aprile si è conclusa a Firenze la prima fase della campagna nazionale "La festa non si vende" ed è stata una iniziativa molto importante, giudicata da molti nostri interlocutori e da molte nostre strutture di alto livello. Ma l’intera campagna nazionale ha rappresentato un momento alto dell’iniziativa Filcams, dopo il congresso nazionale di Riccione. Con essa la categoria ha inteso aprire un confronto nazionale sui principali temi legati alla politica del consumo e del settore distributivo, avviando una riflessione critica sui modelli attualmente consolidati.
Siamo partiti dal tema del lavoro domenicale e festivo, tema che trovò già in occasione delle festività primaverili dello scorso anno un forte momento di polemiche, alimentate dal sindaco di Firenze. Ma il tema del lavoro domenicale, come sappiamo, ha fatto da detonatore per sollevare le questioni più generali. Va da sé che quella problematica continuerà a trovare nella contrattazione la sede prioritaria per definire le modalità organizzative della loro attuazione, in relazione alle condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori. La campagna nazionale ha tuttavia confermato il nesso stretto tra l’intervento di natura sindacale e la necessità di introdurre forti elementi di discontinuità sui temi del consumo e della distribuzione. Siamo di fronte ad una problematica decisamente interdisciplinare, di valenza sindacale, politica, istituzionale, sociale, culturale. Per questo non possiamo fermarci a Firenze e dobbiamo progettare un necessario sviluppo della campagna nazionale.
Volendo capitalizzare quanto fatto, il tema di una nuova regolamentazione degli orari commerciali è fondamentale, come supporto alla concertazione ed alla contrattazione sindacale, per programmare i calendari delle aperture. Per questo, ripartiremo con l’obiettivo della ridefinizione di un contesto normativo aggiornato, cioè, una rilettura
della normativa nazionale, per adeguarla al contesto odierno e la richiesta di un quadro normativo regionale compiuto ed omogeneo. Nel corso della campagna abbiamo incontrato molti pareri favorevoli a questa necessità, anche se non bisogna farsi molte illusioni sui sostegni che il mondo politico potrà offrire. Ma è già un risultato che l’Anci, attraverso il suo presidente nazionale, Sergio Chiamparino, a ritenuto necessario convocare le parti (proprio il 29 aprile) per individuare un tavolo di confronto che individui una sintesi condivisa cono i comuni, e che salvaguardi alcune festività, laiche e religiose, da considerare indisponibili. Nonostante tutta la Vandea agitata dai neo-liberisti del consumo (Di Vico), bisogna prendere atto che la nostra campagna martellante e l’iniziativa sviluppata nei territori, un risultato l’ha prodotto. Al tempo stesso, però, si dovrà dare seguito al carattere sociale e culturale della campagna, estendendo il coinvolgimento del mondo dei consumatori, delle istituzioni, delle associazioni culturali. Uno degli aspetti più interessanti della nostra campagna è che ci ha permesso di venire a contatto con esponenti del mondo della cultura, del mondo accademico, di quello religioso, oltre che dei consumatori e tanto altro, che hanno incoraggiato la nostra organizzazione ad andare avanti lungo questa strada, riconoscendo alla Filcams il coraggio di sollevare questioni che per interessi, convenienze o scambi corporativi, nessuno ha avuto il coraggio di sollevare in questi termini.
Questo livello dell’iniziativa, le cui modalità spesso originali ed inedite hanno spesso reso gradevole e simpatica la stessa campagna, ha assegnato alla Filcams un nuovo protagonismo, contribuendo a rendere la categoria interlocutrice sempre più autorevole nel settore ed al tempo stesso ha rafforzato i tratti di una nuova identità culturale, che dal congresso rappresenta l’impegno attorno al quale tutta la Filcams sta orientando il proprio processo di rinnovamento politico ed organizzativo. La Confederazione a tutti i livelli ha percepito e colto questa novità nel panorama della nostra organizzazione, a partire dal nostro segretario generale Susanna Camusso.
Per questo, assieme all’orgoglio che non sempre le nostre struttute sono riuscite amascherare per questo riconoscimento, dobbiamo investirci di una ulteriore responsabilità, sapendo che lungo questo percorso stiamo veramente costruendo un soggetto nuovo, che non rinuncia a competere su tutti i terreni, che non siano solo
quelli della mera tutela sindacale, individuale o collettiva.
Per questo, consentitemi in chiusura di esprime un ringraziamento a tutte le strutture che si sono impegnate ed a quelle che lo faranno nelle fasi successive della campagna nazionale "la festa non si vende". L’entusiasmo e la convinzione con cui questi appuntamenti e queste sfide sono state affrontate ci consentono un po’ di fiducia ed
ottimismo, di cui abbiamo assolutamente bisogno per fronteggiare le scadenze difficili che abbiamo davanti a noi.