Relazione F. Martini Campagna “La Festa non si Vende”, 29/04/2011

Con l’iniziativa di stamani concludiamo la prima fase della campagna nazionale lanciata dalla Filcams “La Festa non si vende”.

Voglio –innanzitutto- ringraziare i nostri ospiti che stamani daranno vita ad un confronto sulle problematiche sollevate dalla campagna. La loro presenza è per noi importante, perché non siamo gente indisponibile a cambiare opinione. Abbiamo certamente le nostre opinioni, ma le mettiamo a confronto con altre, anche di segno opposto, perché è così che può nascere una sintesi tra interessi diversi.

Ringrazio, in particolar modo, tutte le nostre strutture che in questi tre mesi hanno costruito sul territorio questa campagna, dando vita ad iniziative anche originali, cercando il contatto con la gente, non solo con le istituzioni e le associazioni di categoria. Dare voce ai rappresentati e a chi non è rappresentato è un compito che ci siamo proposti, soprattutto per verificare la nostra aderenza con il sentimento ed i bisogni diffusi delle persone in carne ed ossa. Tanto più che oggi la campagna conclude solo la sua prima fase e da domani proseguirà con altre iniziative ed altre strutture impegnate.

Un ringraziamento particolare –consentitemelo- al nostro Segretario Generale Susanna Camusso, che ha subito mostrato una attenzione nuova e sincera alle problematiche del mondo che rappresentiamo, quel mondo invisibile del terziario, popolato da tanta solitudine, ma da tanta voglia di conquistare un posto di rispetto sulla scena sociale. Siamo convinti, con il lavoro della Filcams, di contribuire ad un rinnovamento culturale dell’intera Cgil, in grado di interpretare il valore della confederalità, nel terzo millennio. E’ importante per noi che chi è alla guida della Confederazione oggi colga pienamente il valore della sfida che ci siamo proposti. Ringrazio, anche per questo, le strutture confederali regionali e le Camere del Lavoro che ci hanno dato sostegno in queste settimane e con le quali continueremo il lavoro.

Il mio compito non andrà molto oltre, perché i protagonisti della mattinata saranno gli ospiti che abbiamo invitato. Devo solo richiamare sinteticamente il senso di questa nostra campagna. Anche perché, se dobbiamo riconoscere di aver ricevuto una discreta attenzione dagli organi di informazione e da importanti opinionisti, non sempre, però, si è dimostrato di interpretare il senso autentico del nostro messaggio. In alcuni casi lo si è proprio distorto, non sappiamo se volutamente o per pigrizia mentale. Sicuramente, abbiamo pagato il dazio alle logiche comunicative funzionali ad una visione molto mediatica della politica. Le polemiche suscitate dalle decisioni di aprire i negozi il 25 aprile e –soprattutto- 1° Maggio, che hanno visto l’epicentro proprio a Firenze, e lo sfrenato protagonismo mediatico di alcuni personaggi ne sono un esempio inequivocabile.

Dario Divico, giornalista del Corsera, che avevamo invitato questa mattina, ma che per precedenti impegni non ha potuto partecipare, dopo aver dedicato una inusuale attenzione nella fase di avvio, l’altro giorno, replicando a Susanna Camusso ha definito stravagante la nostra campagna nazionale. Debbo dirvi che istintivamente quell’aggettivo mi è subito piaciuto e per verificare se ero io ad avere qualche problema, ho aperto il dizionario, trovando conferma del fatto che stravagante è chi è fuori dal comune, si dice “un artista stravagante”, quasi un complimento per la Filcams (siamo una categoria fuori dal comune!)… Poi, però, il dizionario proseguiva la spiegazione, definendo stravagante “chi è fuori dai limiti normali o previsti”.

Allora, a quel punto, ho capito che la nostra campagna viene definita stravagante perché spinge il merito oltre i limiti previsti, cioè, previsti da qualcun altro e da qualcun altro elevati a normalità. Forse, con la nostra campagna abbiamo voluto mettere in discussione una normalità definita da altri? Se è così, e temiamo che sia proprio così, anche questo è un complimento, perché l’idea che cambiare si può, se il cambiamento è una necessità per le persone che rappresentiamo e per il Paese intero, è un’idea che ci appartiene e che definisce il tratto più significativo della nostra missione.

Che cosa vogliamo cambiare?

Intanto, ripetiamo per l’ultima volta, che la nostra non è una campagna contro il lavoro domenicale (ed anche quello festivo, in alcuni casi). Al di là del fatto che vorremmo tutti quanti non lavorare mai la domenica e nei giorni festivi, siamo consapevoli che il settore commerciale può e deve aprire anche la domenica. Noi siamo contro la liberalizzazione delle aperture, siamo contro l’annullamento di ogni regola, siamo contro il modello H24 x 365, modello a cui si ispirano coloro che chiedono per il commercio piena libertà di aprire in ogni dove. Nel Comune che ospita questa iniziativa, le decisioni unilaterali assunte dall’amministrazione consentono già di tenere aperti gli esercizi commerciali in città fino a 362 giorni su 365! La nostra contrarietà non c’entra niente con l’ortodossia o l’allergia Cgil all’innovazione o alla modernità, come è stato detto. Fosse così, saremmo in buona compagnia, perché sono già diverse le città dove il 1° maggio si terranno scioperi unitari con Cisl e Uil, a partire da Firenze e Milano.

C’è una ragione innanzitutto sindacale che ha portato alle proteste unitarie e per capirla bisogna smetterla con i luoghi comuni e le mistificazioni, che denotano spesso la non conoscenza della realtà anche da parte di chi ha responsabilità importanti nel governo delle città o del Paese.

Ci siamo sentiti dire che la liberalizzazione delle aperture serve per combattere la crisi dei consumi, come se un negozio aperto avesse il potere miracoloso di moltiplicare i soldi che ogni cittadino ha in tasca. La crisi dei consumi è una cosa molto più seria, per combattere la quale occorrono innanzitutto politiche di sostegno ai redditi da lavoro e da pensione. Nella valanga di parole spese per spiegarci l’utilità dell’apertura il 1° maggio non una sola parola è stata spesa per denunciare l’assenza di quelle misure fiscali in grado di restituire il necessario potere di acquisto dei redditi, delle pensioni, dei salari. Non è del modello dell’auto che dobbiamo discutere, ma del carburante da mettere nel serbatoio…

Del resto, siamo già a 362 giorni, qui a Firenze e se la crisi non passasse e 362 giorni non bastassero più? Vogliamo ricordare che ne abbiamo a disposizione 365 in un anno e se non bastassero più neanche quelli?

Ci siamo, poi, sentiti dire che la liberalizzazione delle aperture porta nuova occupazione. Ma di cosa stiamo parlando, di quale occupazione stiamo parlando?! Chi conosce la realtà del commercio, specie dei centri commerciali, sa bene che parliamo di occupazione fragile, di tanto part-time, di contratti a termine, questa è l’occupazione, che ha fatto si che l’Italia chiudesse il 2010 con un saldo del 76% di nuove assunzioni avvenute con contratti flessibili, senza solide prospettive di continuità. Del resto, non può che essere così, le aperture domenicali costano! E se si pensa che vada aperto per combattere la crisi, l’azienda sarà costretta a fare un’operazione di riduzione dei costi e non potrà che farla aumentando la flessibilità e riducendo il costo delle maggiorazioni, tant’è che già si parla della necessità di considerare ormai la domenica un giorno “quasi normale”, quindi, da prestazione ordinaria!

Scusateci, ma se l’ortodossia è occuparci delle conseguenze che sul piano economico e delle condizioni materiali si scaricano sui lavoratori (per non parlare dei turni decisi all’ultimo momento), allora si, siamo ortodossi, ma il nostro mestiere nasce da qui, dal rappresentare le condizioni e i bisogni del lavoro, questione quasi del tutto scomparsa dalla scienza politica e sociale.

Per questo chiediamo una regolamentazione delle aperture, che consenta, attraverso l’esercizio della concertazione e della contrattazione, una programmazione dei turni di lavoro. La seconda fase della nostra campagna partirà proprio da qui, dall’obiettivo di rileggere l’intera normativa ed aggiornarla. La Bersani ha più di 10 anni e ridotta ad un colabrodo dalla derogabilità esercitata dai comuni. Riteniamo che dentro un quadro nazionale aggiornato, le regioni debbano legiferare, per offrire un sistema che assuma il vincolo della concertazione, il vincolo dell’indisponibilità di alcune feste religiose e civili, che rilanci la programmazione del settore commerciale, con regole e criteri omogenei, perché l’Italia è certamente un Paese particolare, ma non è possibile arrivare fino all’autocertificazione di comune turistico, poiché, tutti i comuni italiani troverebbero il pretesto per definirsi comune turistico. E bisogna anche fare attenzione a dire, come si è detto in questi giorni anche da parte sindacale, che ogni comune deve trovare la sua soluzione, perché quella è la via che sicuramente porterà ad una gara di emulazione, che avrà quale unica conclusione le massime aperture. Per questo è necessario valorizzare, anche in termini gerarchici, la legge regionale, dentro la quale i comuni possano esercitare la loro concertazione. Avremo questa mattina la dimostrazione che è una cosa possibile, anche se non necessariamente votata alla perfezione, dato che la soluzione è sempre un punto di sintesi tra interessi diversi.

Anche in questo caso ci siamo chiesti se vi era una stravaganza italiana nel porre il tema della regolamentazione e più in generale della salvaguardia della domenica quale giornata prevalente di riposo settimanale! In effetti, siamo un po’ stravaganti, si, ma in questo caso perché andiamo nella direzione contraria a quanto accade negli altri paesi. Spesso, veniamo accusati di non guardare all’Europa, di essere troppo provincialisti. Come mai in questo caso non si dice nulla? Come mai non si dice che nella stragrande maggioranza dei paesi europei, quando arrivano le 18 del venerdi, devi aspettare il lunedi successivo per andare a fare la spesa? Sono ortodossi anche loro? Eppure, non stanno neanche peggio di noi!! L’iniziativa della Filcams è diventata parte integrante della campagna dei sindacati europei, per la difesa della domenica, quale giornata prevalente di riposo settimanale ed è importante sapere quale sponda potrà offrire il Parlamento europeo.

Infine, vogliamo difendere il significato più profondo della nostra campagna, che va oltre aspetti meramente sindacali, ma che non possono vedere estraneo il sindacato, quale attore del cambiamento.

La nostra campagna è una iniziativa che intende accendere potenti riflettori sul tema dei modelli di consumo e del settore distributivo. Per chi non l’avesse capito, vi è un intreccio stretto tra modello di consumo, modello distributivo e modello lavorativo. In un caso come questo, difendere la qualità del lavoro, i diritti sul lavoro non sarebbe possibile senza fare un discorso anche sul modello distributivo e, a sua volta, sul modello di consumo.

La spinta alle massime aperture domenicali e festive non è una richiesta che proviene indistintamente dal mondo della distribuzione. E’ una esigenza soprattutto della grande distribuzione, dei modelli distributivi fondati sulle grandi superfici di vendita (il centro commerciale). Per questo abbiamo aperto una riflessione sulla opportunità che questo modello venga reiterato all’infinito. Noi non siamo per principio contro i centri commerciali, ognuno è libero di soddisfare i propri gusti. Siamo contro un modello di sviluppo del settore distributivo a senso unico, per ragioni economiche e sociali. Riteniamo che le peculiarità italiane pretendano la difesa di un pluralismo commerciale, che vada dai grandi formati, al commercio di vicinato. E’ la composizione sociale che ce lo chiede, un target di consumatore tutt’altro che monolitico, con una forte presenza di popolazione anziana e la stessa struttura morfologica del Paese. Il modello del grande formato ha cannibalizzato il piccolo commercio, contribuendo al tempo stesso a desertificare le città, i centri storici, che sono la più grande risorsa che ha questo Paese. Per questo riteniamo indispensabile una moratoria sulle nuove aperture dei grandi formati, e siamo per affermare progetti di riqualificazione delle città, dove le attività commerciali minori possano offrire il loro contributo alla rivitalizzazione delle stesse.

A chi ci da di stravagante anche per queste posizioni, vogliamo ricordare che l’Italia ha scoperto i centri commerciali con oltre 20 anni di ritardo rispetto all’Europa ed oggi, l’Europa, che ha colto i limiti di quel modello, o l’esaurirsi della spinta propulsiva, ha innestato la retro marcia, ha invertito la tendenza, recuperando il valore di un sistema distributivo più equilibrato e plurale. Per questo ci chiediamo: dobbiamo aspettare altri 20 anni, noi, per fare quello che hanno cominciato a fare nel resto d’Europa, oppure, traiamo insegnamento dalle scelte altrui? E quando ci sentiamo dire che l’apertura di un nuovo centro commerciale avviene oggi, a fronte di un progetto presentato da più di dieci anni, ci chiediamo quale ambizioni può avere un Paese che non è in grado di ripensare tempestivamente scelte appartenenti a contesti oggi del tutto superati?! Questa è la prova dell’abbandono della programmazione, quale metodo di governo efficace dello sviluppo.

Infine, la nostra campagna è stata accostata alla teoria della decrescita e noi, seguaci dell’economista e filosofo francese Serge Latouche, perché saremmo contro lo sviluppo della grande distribuzione e contro il consumo.

Al netto della rappresentazione caricaturale che si fa delle nostre posizioni (ho già detto quello che pensiamo della grande distribuzione), alcune nostre posizioni, in effetti, si configurano sicuramente come una riflessione critica sui modelli di consumi che stanno alla base dell’attuale modello distributivo. Noi non siamo contro il consumo, siamo contro il consumismo, che è cosa diversa. Siamo contro il consumismo, oggi ancor più, perché riteniamo che la crisi dentro la quale siamo immersi obblighi tutta la società ad un ripensamento sugli stili di vita e di consumo. Siamo contro la categoria dello spreco e del superfluo, perché crediamo anche all’etica del consumo, crediamo ad un consumo sostenibile, compatibile con una equa redistribuzione delle risorse, con la tutela dell’ambiente, con la salute dei cittadini.

C’è qualcosa di pedagogico in questo nostro approccio? O peggio, di velleitario? Quello che è certo è che ognuno oggi deve fare la sua parte per combattere la crisi attraverso scelte di qualità e, per noi, la prima qualità è la sostenibilità, economica, sociale ed ambientale. Se per i nostri compagni della Fiom è coerente battersi per un futuro dell’auto che assuma le sfide dell’ecologia, del rispetto dell’ambiente, del superamento della dipendenza dal petrolio, per noi è equivalente dire che il futuro del consumo, il futuro di un ipermercato o supermercato (o albergo turistico) sta nel passaggio dal consumismo al consumo sostenibile.

C’è qualcosa di morale in questo approccio? Qui entriamo dentro un confronto tra modelli di società, tra culture diverse e noi ne abbiamo una, precisa, che vogliamo difendere ed affermare al pari delle altre, che non condividiamo anche se rispettiamo.

La nostra contrarietà alla liberalizzazione delle aperture domenicali e festive sta anche nel fatto che la nostra società ha assoluta necessità di far crescere il consumo di beni relazionali, non solo di quelli materiali. La domenica, o il giorno di festa, è uno dei pochi giorni dell’anno nel quale il consumo del tempo perde i ritmi imposti dalla produzione dei beni materiali ed assume la persona, tra le persone, quale principale bene di scambio. Per noi, questo è un elemento di valore che non trova alcuna ragione di scambio o di monetizzazione, né in relazione alla crisi, né in relazione alla crescita della produttività, perché una società che per vincere la sfida della competitività sacrifica quote significative della propria identità di comunità è una società che non ha futuro, destinata ad essere perdente e subalterna, otre ad essere brutta.

Oltretutto, chi l’ha detto che l’economia cresce di più se la domenica pomeriggio si vende un televisore in più, invece che un bel concerto musicale, oppure, una rassegna culturale, una manifestazione sportiva, una gita in campagna o alla sagra dell’aquilone o della castagna, dove madre, padre e figli possano stare qualche ora insieme?! Si tratta di scelte, di modelli culturali e questa è proprio una battaglia, per la quale ci schieriamo apertamente. All’isola dei famosi, preferiamo il paese delle persone normali, dove la dignità resti il valore indisponibile, la forza di una moderna civiltà.

Per questo, la nostra campagna La Festa non si vende è l’altra faccia della campagna abbracciamo la cultura, che la Cgil ha promosso in questi mesi, per fare dell’offerta culturale di questo Paese il principale valore aggiunto del suo sviluppo.

Per questo, la nostra campagna è anche la richiesta di ridefinire la nozione di “servizio essenziale”, perché non possiamo fare di tutta un’erba un fascio, non accettiamo di confondere la sanità, la sicurezza, la mobilità, l’informazione con l’abbigliamento o l’elettronica, nè con lo stesso alimentare, abbondantemente garantito da una normale programmazione del servizio distributivo.

La Festa non si vende è tutto ciò, il coraggio di rimettere in discussione certezze acquisite, una prova di discontinuità, con modelli che ci condannano ad essere sempre meno punti di riferimento.

La cosa che ci ha stupito in questo nostro tour è stato che la stragrande maggioranza dei nostri interlocutori era d’accordo con noi! Quindi, non è vero che siamo fuori dal mondo, forse è più vero che abbiamo toccato un nervo scoperto di questa società. Qualcuno, però, ci ha detto che la nostra ragione è tardiva, che tutti i buoi sono ormai scappati dalla stalla. Rispondo come ho risposto la prima volta: questo Paese ha ancora qualche stalla dove non siano già scappati tutti i buoi? In tutti i settori strategici non abbiamo più buoi e neanche agnellini. E’ un Paese da rifare, da ricostruire e per questo dobbiamo avere il coraggio di mettere in campo nuove idee, di mettere in discussione ciò che a parer nostro si oppone al declinare in chiave moderna valori universali.

Il caso ha voluto che questa iniziativa si tenesse nel mezzo a due date importanti, il 1 maggio e il 25 aprile. Il 25 aprile ha consentito che in Italia si tornasse a festeggiare il 1 maggio e chi dimentica questo nesso, chi ci accusa di ortodossia, perché ancorati ad un rituale ormai superato, in realtà ha in mente altro. La messa in discussione del passato, che in questi giorni ha assunto i connotati di una vera e propria opera di demolizione dei valori costituenti (libri di testo sulla resistenza, il superamento della norma che vieta la ricostituzione del disciolto partito fascista, l’equiparazione dei partigiani ai repubblichini, addirittura, la messa in discussione dell’Art.1) è funzionale al futuro che si ha in mente, un futuro non più fondato sulle basi della Costituzione Repubblicana, nata dalla Resistenza. La nostra non è nostalgia, ma difesa dei principi e la memoria è tutt’altro che polveroso museo. La memoria è lo scrigno del nostro futuro ed è salutare che qualcuno si batta per dire che il 25 aprile e il 1 maggio (come nelle altre feste, anche religiose) è molto più importante, per il nostro futuro, avere il tempo per coltivare la memoria antifascista o delle lotte per il lavoro, piuttosto che immergersi e affogare in un centro commerciale.

Si, siamo di parte, è proprio per questo ci sentiamo partigiani, nuovi partigiani, impegnati nel difendere i valori per i quali molte vite e molte speranze sono state sacrificate.

Grazie a tutti voi per averci dato fiducia in queste settimane e per il sostegno che ancora ci darete nei prossimi giorni.