RELAZIONE DI SERGIO COFFERATI AL C.D. DEL 27-28 SETTEMBRE 1999

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      Relazione di Sergio Cofferati al Comitato Direttivo del 27 – 28 settembre 1999

      La scorsa settimana, come vi è stato comunicato attraverso i normali canali informatici, abbiamo discusso con il governo in due occasioni distinte: nella prima, alla presenza delle associazioni imprenditoriali, nella seconda in rapporto diretto e bilaterale. Abbiamo discusso dei temi che riguardano l’applicazione del Patto per lo sviluppo firmato nel febbraio di quest’anno, e la traduzione del Documento di programmazione economica e finanziaria in testo di legge per la Finanziaria del 2000, testo che dovrebbe essere presentato entro la fine del mese alle Camere. È perciò indispensabile alle compagne e ai compagni del Comitato direttivo, in aggiunta alle informazioni già fornite, una rapida descrizione dei due incontri ed esprimere anche qualche valutazione di merito.
      L’incontro di verifica dell’attuazione del Patto per lo sviluppo, che ha assunto poi formalmente anche la funzione di sessione autunnale di politica dei redditi, ha riprecisato quanto era stato, con discreto dettaglio, già anticipato sullo stesso tema nell’ultimo incontro con il governo nel mese di luglio, in risposta a una serie di sollecitazioni che avevamo prodotto. Il quadro che si presenta, anche con effetti e con scansioni temporali visibili, è quello della ripresa dell’attuazione dell’intesa di febbraio.
      Se dividiamo in due grandi capitoli, come abbiamo sempre fatto anche per comodità di ragionamento, i temi che sono contenuti in quell’accordo, si può dire che, per quanto concerne in genere le politiche infrastrutturali e gli interventi immateriali, è in corso di attuazione una quota consistente degli impegni sottoscritti; la loro trasformazione in risultati occupazionali sarà in larga parte legata non soltanto ai tempi di completamento degli investimenti ma anche, in parallelo, all’accumularsi di auspicabili, ma allo stato ancora non consistenti, investimenti privati nelle aree che sono direttamente interessate da questi primi interventi di carattere infrastrutturale.
      Gli investimenti sono quelli noti, non è il caso di richiamarli, e in parte li abbiamo descritti nelle note che sono state inviate subito dopo gli incontri. Mi preme invece sottolineare un aspetto delicato della fase attuativa dell’accordo. Anche dopo la trasformazione delle norme in dispositivi di legge e anche di fronte a una serie di investimenti che hanno assunto le dimensioni quantitative e temporali previste dall’intesa, permane come elemento di difficoltà non risolto, l’effetto negativo di una semplificazione delle procedure ancora non integralmente realizzata. Voglio dire che anche la realizzazione dello sportello unico, che pure era prevista ed è in via di attuazione, al dunque si traduce solo in una parziale semplificazione e riduzione dei tempi e delle procedure precedenti, perché rimangono ancora eccessivi i momenti di verifica nella richiesta di autorizzazione degli investimenti che i vari livelli di competenza, governativa o delle amministrazioni locali, devono poi assolvere.
      Credo che sia stato giusto, come abbiamo fatto, indicare come questo permanere di difficoltà procedurali e amministrative rappresenti l’elemento più arretrato di attuazione dell’intesa. È un problema, perché non riguarda soltanto le difficoltà che pure si riscontrano nell’attuazione delle politiche infrastrutturali, ma anche difficoltà che si potrebbero ripetere, più o meno con le stesse caratteristiche e con gli stessi effetti, di fronte a qualsiasi investimento che nelle aree indicate si dovesse realizzare in una fase successiva. Va da sé che l’attuazione delle norme di riforma, soprattutto di quelle gestionali degli enti locali, cioè dei terminali dello Stato, potrà aiutare, anche in tempi successivi, una qualche soluzione in materia.
      Per quanto concerne le politiche di sostegno alle attività produttive – le risorse immateriali, da quelle relative all’innovazione e alla ricerca fino a quelle che riguardano più direttamente la formazione – lo stato di avanzamento dell’attuazione del piano è più significativo e più visibile. Credo che sia stata importante soprattutto la definizione nel mese di luglio del master-plan per la formazione; le risorse relative sono state confermate e sono in via di utilizzo; si tratta adesso di attivare tutti i provvedimenti relativi alla formazione nei singoli impegni amministrativi, procedurali e attuativi degli investimenti, cercando, anche sul piano contrattuale – questo, com’è ovvio, riguarda le categorie, in primo luogo, sia nella contrattazione aziendale che in quella nazionale – di attuare quelli previsti, potendo contare su politiche chiare e anche su risorse che in precedenza non avevamo.
      A questo proposito, il governo si è impegnato a varare un decreto legge sull’articolo 17 del Regolamento attuativo sostanzialmente bloccato, come ricorderete, dalla decisione della Corte dei conti che sembra avere un’ostilità nei confronti delle materie formative e soprattutto di questo aspetto dell’accordo (che risale addirittura a intese precedenti l’accordo di febbraio); a varie riprese la Corte ha infatti fermato l’attuazione del regolamento e ha protratto anche l’espressione formale del suo dissenso per un tempo molto lungo. Il governo aveva, su nostra richiesta, preso in seria considerazione la via della registrazione con riserva, ma l’ultima formalizzazione dell’opinione della Corte dei conti impedisce anche questa soluzione tecnica, e così non resta altra via che quella del decreto legge che il governo si è impegnato a varare nelle prossime settimane.
      Gli elementi di novità più consistenti per quanto concerne il Patto per lo sviluppo riguardano la programmazione negoziata; finalmente il governo conferma che questa è la strada che intende percorrere per quanto concerne gli interventi di programmazione territoriale, in particolare nel Mezzogiorno, accantonando così ipotesi di ripensamento che erano state affacciate in precedenza su una parte degli strumenti; e che avrebbero prodotto la ricerca di soluzioni alternative a quelle che avevamo definito per tempo.
      I patti e i contratti sono in fase di attuazione ed è cominciata una discussione per l’individuazione delle regole per la seconda generazione degli uni e degli altri che si concluderà rapidamente.
      Credo che sia molto importante la conferma dell’asse della programmazione negoziata non semplicemente perché l’accordo di febbraio, ma anche la parte dell’accordo del ’97 che riguardava l’occupazione o addirittura l’intesa firmata con Prodi nel 1996, sceglieva per il Mezzogiorno, dopo il superamento definitivo dell’intervento straordinario, la via della programmazione territoriale.
      Anche se i patti riguardano l’intero territorio nazionale, in questa scelta di intervento specifico, definito temporalmente e territorialmente, c’è la nostra idea alternativa, sul piano dei vantaggi da definire territorio per territorio come elemento attrattivo degli investimenti, alla riproposizione di strumenti generali e generalizzati che stanno alla base delle scelte di intervento sulla flessibilità a fronte, invece, della priorità degli interventi necessari per gli investimenti e per l’allargamento della base produttiva.
      È un discrimine, un asse spartitorio di non poco conto, e avevamo commentato insieme, anche a luglio, con preoccupazione, il permanere di qualche opinione all’interno dello stesso governo sull’opportunità o meno di dare vita a una fase successiva, a un intervento di seconda generazione per i contratti d’area. Ora, che si sia confermato quest’asse sviluppo-qualità almeno nelle politiche che riguardano l’intervento diretto o l’intervento che viene sollecitato da parte del governo, è molto importante.
      La disputa di questi mesi non casualmente è tornata ad avere, tra i punti centrali di divisione, anche all’interno del sindacato, quelli che riguardano direttamente la flessibilità e la mobilità che non sono state presentate come politiche capaci, nella loro dimensione fisiologica, di integrare, accentuare e rendere più efficace lo sviluppo e la crescita, ma come politiche sostanzialmente alternative. Le compagne e i compagni che hanno partecipato al convegno del 16 settembre scorso su "Occupazione, Sviluppo e Competitività", che avevamo opportunamente previsto per la ripresa autunnale, sanno esattamente di cosa stiamo parlando.
      Credo che questo non sia semplicemente argomento di polemica, come è apparso nel corso di tanto tempo, ma che davvero rappresenti un confronto strategico, e che non riguardi soltanto le dispute sindacali o i rapporti tra il sindacato e il governo, ma assuma sempre più esplicitamente il carattere di modello contrapposto anche tra le politiche dei governi o addirittura degli assetti sovranazionali che si sono via via evidenziati nel mercato globale.
      Abbiamo qualche interesse ad insistere molto perché ci sia coerenza tra l’obiettivo di ordine generale e le sue ricadute specifiche, particolari, anche quelle che riguardano più direttamente l’applicazione di accordi e di intese già fatte. Credo che l’accordo di febbraio abbia opportunamente scelto di sposare quel modello, si tratta oggi di dargli attuazione per intero, stimolando i nostri interlocutori a scelte di campo netto.
      Come potete bene immaginare, il problema politico riguarda l’asse economico intorno al quale il governo, in Italia e in Europa, intende muoversi, perché ci sono intenzioni di segno opposto rese esplicite da una parte non irrilevante del sistema produttivo delle imprese italiane. La riproposizione di idee qualche volta confuse, altre volte invece più definite e precise, di interventi generalizzati sulla flessibilità, dalla sospensione degli effetti delle leggi a tutte le soluzioni di ordine generale che riguardano i comportamenti contrattuali, sono, nei fatti, alternative all’ipotesi di qualità nella crescita e nello sviluppo che noi abbiamo sempre prospettato.
      Non è che questo confronto si risolva con la sola attuazione integrale del Patto di febbraio, ma ognuno comprende come il rispetto di molti di quei capitoli e l’accentuazione degli impegni, in primo luogo verso i fattori che determinano la qualità (la formazione, la ricerca e l’innovazione, il contesto infrastrutturale), siano importanti per il Mezzogiorno ma anche per l’idea di modello competitivo che bisogna avere a riferimento sistematico davanti agli occhi, in modo tale poi da avere anche comportamenti coerenti.
      Penso che anche nel proseguo della discussione sul tema dell’applicazione dell’accordo che avremo con il governo e con le imprese, questi sono argomenti che ritorneranno. Non vi preoccupi più di tanto l’andamento ciclico di una parte della disputa; considerate le cose concrete, e guardate a come finalmente, dopo un periodo non breve di titubanze, anche la nostra iniziativa ha imposto nello stesso dibattito qualche riflessione sui modelli a confronto. Si può arrivare alla conclusione che si vuole, ma è innegabile che la stessa discussione sulla flessibilità e la mobilità oggi, per nostra fortuna, non vede più questa organizzazione isolata nel sostenere alcune tesi ma ha, anche fuori di noi, assunto un carattere oggettivamente più impegnativo, assai più corretto, in virtù non soltanto dell’ispirazione delle proposte che abbiamo avanzato, ma anche di qualche fatto concreto che rende visibile come la mancanza di qualità non sia mai compensabile attraverso forme esasperate di flessibilità o di mobilità. E se permangono diseconomie esterne che penalizzano alcune aree del Mezzogiorno, è importante stimolare l’intervento su queste diseconomie, ed è possibile farlo anche attraverso un’attuazione integrale dei contenuti e dei criteri che sono alla base dei contratti d’area e dei patti territoriali.
      Avremo, di conseguenza, un confronto che prosegue su questi temi; d’altro canto politiche complesse, politiche che generano i loro effetti in un arco di tempo medio-lungo, necessitano di un monitoraggio sistematico. Abbiamo prospettata al governo anche l’esigenza di avere valutazioni quantitative sugli effetti di queste politiche, e c’è un impegno a utilizzare il Cnel come sede della raccolta dei dati di monitoraggio, che non dovrebbero essere utilizzati soltanto in occasione delle sessioni di politica dei redditi di primavera e di autunno ma tutte le volte che si deciderà, comunemente o per richiesta di una delle parti, di procedere a una verifica sull’attuazione degli impegni presi.
      Abbiamo poi affrontato i temi della legge Finanziaria partendo, com’è ovvio per quanto ci riguarda, dalle osservazioni che avevamo prodotto nel mese di luglio, osservazioni che solo in parte convergevano con quelle di Cisl e Uil, e in ogni caso noi abbiamo tenuto fermo, e credo che sia opportuno farlo anche oggi e domani, quel punto di riferimento per valutare ciò che il governo intende fare per il 2000, traducendo il Dpef in articolato per il varo della Finanziaria. C’è stato presentato uno schema in divenire, è un abbozzo che subirà ancora aggiustamenti e alcuni sono in corso addirittura in queste ore.
      E’ previsto un incontro per quanto concerne gli aspetti fiscali di cui poi di dirò, ma credo che si debba considerare il confronto sulla legge Finanziaria come un confronto ancora aperto. Non ci siamo mai trovati di fronte a una proposta organica e conclusiva: ci sono processi di aggiustamento, per quanto questi si consumino in un’arco breve di tempo, che riguardano anche i rapporti e le relazioni interne al governo, oltre che quelle con le parti sociali. Uno schema in divenire, di conseguenza, ancora non concluso, con mutamenti rilevanti rispetto al Dpef, mutamenti che tengono conto di una serie di osservazioni che noi avevamo avanzato.
      Le osservazioni che avevamo formalizzato nel confronto di luglio e che vengono accolte nello schema indicato dal governo, portano a queste novità: per quanto concerne la quantità e la composizione della Finanziaria, si ritorna dai 17 mila miliardi annunciati ai 15 mila iniziali.
      Ricorderete come inizialmente il governo sembrava orientato a utilizzare come elemento esclusivo della manovra finanziaria il dimensionamento della spesa. Ci sono dai 3.500 ai 4.000 miliardi, probabilmente alla fine saranno 4.000, di entrate extra-fiscali, non c’è un incremento della pressione fiscale: sono sostanzialmente cessioni di immobili quelle che stanno alla base di questa quota di entrate che ridimensiona il taglio di spesa a 11 mila miliardi. Credo che questo sia un passo in avanti importante. Ognuno comprende come una quota di tagli di spesa più contenuta, riduca la possibilità che questi abbiano effetti sulla spesa sociale che a noi sta a cuore.
      Secondo elemento di qualità: gli interventi prefigurati per quanto concerne i tagli di spesa, non hanno nessuna ricaduta diretta sul sistema di interessi e di diritti che noi rappresentiamo, né sui pensionati, né sui lavoratori dipendenti. La composizione sostanziale dell’intervento è data da una rinegoziazione degli interessi sui mutui contratti dallo Stato, da una riduzione dei trasferimenti verso gli enti locali, da una serie di razionalizzazioni nell’acquisto di beni e servizi che vengono centralizzati agli effetti del Patto di stabilità che gli enti locali hanno contratto per loro parte con lo Stato; e poi da una serie di rientri di disavanzi previdenziali dei regimi speciali che si prefigurano come attuazione e completamento della legge di riforma del 1995. In questo caso, scompare – ed è cosa assai importante – ogni qualsiasi idea di intervento in materia previdenziale sugli assetti della legge del 1995, che avevamo contestato ma che il Dpef non escludeva.
      Penso che anche questo sia uno scostamento importante dalle intenzioni manifestate a luglio, ottenuto sostanzialmente per effetto dell’iniziativa politica che abbiamo messo in campo: non solo non ci sono tagli di spesa che incidono negativamente sulla nostra rappresentanza, ma quelli più pericolosi, ipotizzati in materia previdenziale, scompaiono. La quota di risparmi che si prefigura riguarda un provvedimento ancora non definito per le pensioni alte, e la collocazione, attraverso un’evidenziazione contabile, dei fondi speciali degli elettrici, dei telefonici e del clero nel fondo dei lavoratori dipendenti; evidenziazione che verrà pagata dalle imprese. L’evidenziazione consentirà di far carico alle imprese dello squilibrio che si è determinato in quei fondi per cui la differenza verrà pagata dalle imprese stesse; è una sorta di partita di giro con una serie di vantaggi per alcuni, e con un adeguamento sulla differenza di contribuzione che era rimasta nel corso degli anni per quanto concerne gli elettrici. Non ci sarà più nessun intervento rispetto a quanto annunciato dallo stesso governo per quanto concerne i pensionati attuali dell’uno e dell’altro settore. Dico tra parentesi che, a mio parere, qualche problema relativo a condizioni difformi per questa platea rimane, ma credo che sia giusto che qualsiasi ipotesi di intervento su queste difformità non faccia parte della Finanziaria e ci si limiti, invece, a trasferire nel fondo dei lavoratori dipendenti i fondi speciali che erano rimasti fuori.
      Il terzo elemento di novità rispetto al Dpef riguarda la certezza negli incrementi della spesa sociale; sono stati infatti indicati i valori per il finanziamento della legge di riforma dell’assistenza, per gli interventi sulla maternità e sugli asili nido, ed è stato risolto, sciogliendo ogni riserva, il problema relativo alla diminuzione della pressione fiscale. Come ricorderete, nell’accordo di febbraio avevamo pattuito che i proventi della lotta all’evasione fiscale, se si fossero determinati, sarebbero serviti a ridurre la pressione fiscale dei lavoratori dipendenti, dei pensionati e delle loro famiglie. Il ‘se’ scompare perché il governo ha annunciato che metterà in Finanziaria una posta specifica, avendo dei proventi dalla lotta all’evasione, che potrà utilizzare per ridurre l’aliquota dell’Irpef dal 27 al 26 e per realizzare una serie di detrazioni per le figure singole o per le famiglie.
      Siamo di fronte, finalmente, dopo tanto tempo, a un risultato che il sindacato aveva inseguito a lungo: avere da un lato, efficacia nella lotta all’evasione e dall’altro, un utilizzo dei proventi della lotta all’evasione a vantaggio dei contribuenti più fedeli che, com’è noto, sono pensionati e lavoro dipendente.
      La composizione della manovra così congegnata, consentirà di liberare circa 43 mila miliardi di risorse da rendere disponibili nel triennio. I capitoli di spesa sono stati genericamente indicati, ma poi rappresenteranno oggetto di confronto anche successivo.
      In questo impianto restano tre aspetti importanti da risolvere, tre questioni che ancora rimangono aperte e che abbiamo indicato al governo come punti sui quali tornare per trovare una soluzione adeguata.
      La prima: i contratti e la contrattazione decentrata nel pubblico impiego. Per quanto concerne la contrattazione decentrata, il governo ha indicato una quantità di risorse in percentuale difforme da quella che era stata pattuita in precedenza (lo 0,4 rispetto allo 0,8 di un tempo). Abbiamo chiesto il ripristino della quantità iniziale anche perché è già stata oggetto di discussione e poi di intesa formale, non c’è nessuna ragione perché venga rimessa in discussione. Anche le risorse sono insufficienti: i rinnovi contrattuali in tutto il settore pubblico nel biennio da negoziare, devono essere ancorati, com’è noto, alla tutela dagli effetti dell’inflazione programmata; la quantità che c’è stata indicata non è sufficiente ad assicurare questo punto d’arrivo.
      Il secondo elemento di ridiscussione riguarda le politiche attive del lavoro e, in particolare, la riforma degli ammortizzatori sociali. Abbiamo cominciato il confronto con il governo sulla riforma degli ammortizzatori per estendere tutele e cambiare strumenti, a partire dal superamento dei prepensionamenti. Lo schema di lavoro che c’è stato indicato è uno schema condivisibile, però, lo diciamo da tempo e lo abbiamo riconfermato, la delega che prevedeva la riforma degli ammortizzatori senza costi per lo Stato, è in verità insufficiente a garantire gli stessi elementi di qualità della riforma che il governo ci ha indicato. Anche lì è necessaria, per questo, una programmazione di risorse che può avere una progressione rispetto a quelle iniziali che, anche in ragione di tempi della riforma che non saranno brevissimi, comunque possono essere più contenute di quelle degli anni successivi. Voglio dire che si può utilizzare lo stesso schema che si utilizza per quanto concerne una parte consistente della spesa sociale.
      I 530 miliardi per il 2000, che poi diventeranno 1.400 per il 2001 e altri 1.400 per il 2002 e che contengono il finanziamento della legge sulla riforma dell’assistenza, su maternità e asili nido, sono l’esplicitazione di poste a sostegno di politiche che assorbiranno in misura crescente. Lo stesso si può e si deve fare, secondo noi, per quanto concerne gli ammortizzatori, sapendo che soprattutto il costo di alcuni ammortizzatori sarà elevato inizialmente poi tenderà a decrescere, mentre invece i risparmi, nel superamento di alcuni degli strumenti che abbiamo utilizzato, hanno un effetto esattamente opposto. Si può fare l’esempio più banale: è evidente che se si supera integralmente il ricorso ai prepensionamenti, il risparmio per lo Stato è inizialmente contenuto ma cresce negli anni a seguire. Ma lo strumento alternativo ai prepensionamenti è uno strumento di solidarietà che ha l’effetto esattamente rovesciato: costa molto all’inizio e va a diminuire progressivamente. Vi ho fatto l’esempio più banale, ma si può fare lo stesso esercizio per quanto concerne le indennità di disoccupazione in rapporto con la cassa integrazione.
      Il terzo punto da discutere riguarda le modalità della riduzione della pressione fiscale. La diminuzione dell’aliquota è semplice da attuare, gli interventi sotto forma di detrazione per i pensionati a reddito più basso, per le famiglie più povere, vanno definiti non soltanto quantitativamente, ma anche con soluzioni tecniche che siano coerenti con gli effetti della stessa riduzione di un punto in percentuale della pressione. Cioè vorremmo conoscere con precisione le dimensioni e le modalità attuative di questo impegno. Lo stesso governo dovrà ragionare attentamente su come operare al di là della cosa più semplice: il passaggio dal 27 al 26 per cento dell’aliquota.
      Sono interventi, quelli fiscali, che riguardano il 2000; contrariamente a quello che sostiene qualche nostro amico, non c’è mai stato infatti nessun impegno per il 1999. Inventarsi obiettivi in corso d’opera comporta sempre qualche rischio.
      Pur permanendo problemi, che, come vi ho detto, si affronteranno e si risolveranno nell’arco dei prossimi giorni, credo che sia visibile lo scostamento in avanti, sulla base delle nostre osservazioni, tra il Dpef e la legge Finanziaria e che, per questa ragione, confermando l’esigenza di vedere risolte positivamente le questioni che abbiamo indicato e che permangono come elementi di completamento della legge stessa, la legge abbia acquisito, per la prima volta, un assetto come in verità non ci era dato da riscontrare da anni.
      Trovo singolare, e l’ho già detto pubblicamente in più di una circostanza in questi ultimi giorni, che un sindacato come la Cisl che indicava, nel mese di luglio, l’esigenza di avere scostamenti significativi nella manovra del governo, poi, per amore di una polemica che oggettivamente rischia di avere altri obiettivi, finisca col sottovalutare le novità e soprattutto col non acquisire come frutto della propria iniziativa una serie di risultati. E’ singolare perché dopo aver insistito per decenni per iniziative contro l’evasione fiscale, per la prima volta arriviamo a una conclusione (poi si potrà obiettare che quantitativamente deve ancora crescere, e sono il primo a essere d’accordo con questa obiezione), che permette di avere vantaggi per coloro che noi rappresentiamo: la parte più povera (pensionati e famiglie) e per la stragrande maggioranza del lavoro dipendente.
      Il risultato di una nostra iniziativa storica, viene fatto vivere malamente o non viene fatto vivere affatto per ragioni che sono sinceramente incomprensibili; così come si dà la sensazione di aver preferito un impatto frontale con il governo su un tema come quello previdenziale, piuttosto che incassare il risultato di aver tolto dall’impianto della Finanziaria interventi sulla legge del ’95 che avrebbero prodotto, certo, la nostra contrarietà, ma presumibilmente anche qualche elemento di difficoltà. Bisognerebbe pensare a che cosa si sarebbe determinato se fossero stati prospettati interventi capaci di dividere la platea di interessi che noi rappresentiamo.
      Ora, tutto ciò pare essere considerato marginale o irrilevante e permangono difficoltà, come avete visto, nei rapporti tra le confederazioni non soltanto per giudizi di merito, che dal mio punto di vista risultano incomprensibili, ma anche perché il giudizio negativo della Cisl è ancorato a elementi che non sono in alcun modo riconducibili ai provvedimenti che una legge Finanziaria deve contenere.
      Per esempio: credo anch’io che esista un problema relativo all’inflazione, tant’è che abbiamo detto ancora l’altro giorno al governo: attenti che una crescita dell’inflazione può portare a effetti pericolosi perché altera i meccanismi redistributivi che utilizziamo, a partire dai contratti per arrivare alle politiche tariffarie e anche alle politiche fiscali. Abbiamo strumenti di tutela: le dinamiche contrattuali prevedono un recupero a posteriori, ma ognuno sa che il modello contrattuale che utilizziamo, sia quello nazionale che quello aziendale, è più efficace quando l’inflazione non solo resta bassa ma si stabilizza, perché i recuperi a posteriori in ogni caso creano difficoltà a chi li attiva, ma hanno qualche volta, quando la dimensione è consistente, l’assurdo effetto di riaccendere potenzialmente le spinte inflative.
      Allora, grande attenzione all’inflazione, bisogna individuare l’origine di questo focolaio inflattivo e abbiamo anche detto che, se come noi pensiamo, l’origine è nell’aumento della benzina, anche per via di un intervento di cartello, in parte occulto, in parte trasparente, il governo prenda in considerazione anche l’ipotesi di interventi fiscali temporanei per contenere gli effetti dell’inflazione, se questi fossero necessari. E se la tendenza non dovesse rallentare, è opportuno un intervento ravvicinato, per tutte le ragioni che ho appena detto.
      Che permanga il problema inflazione e che questo sia per noi molto delicato, è fuor di dubbio, ma non ha alcuna attinenza con il tema della legge Finanziaria.
      Allo stesso modo è difficile ricondurre i ritardi attuativi del Patto per lo sviluppo, di cui prima vi ho dato conto, alla legge Finanziaria.
      Se tutto viene messo insieme indistintamente per giustificare un giudizio negativo sulle intenzioni del governo, va da sé che anche risposte positive al problema dei dipendenti pubblici, a quello fiscale o all’altro tema del finanziamento delle politiche attive per il lavoro, che attengono strettamente alla finanziaria, saranno considerati irrilevanti.
      E’ lecito interrogarsi su quali possono essere le ragioni per indicare come negativa una manovra che, per la prima volta dopo tanto tempo, non solo non chiede sacrifici alla platea che noi rappresentiamo, ma comincia a dare risposte quantitativamente visibili ad alcuni dei temi che abbiamo storicamente agitati.
      Ci sarà in questi giorni il completamento della discussione sulla Finanziaria poi, successivamente, affronteremo i contenuti dei collegati nei quali saranno collocati gli interventi che riguardano il trattamento di fine rapporto e il suo utilizzo. Alla fine del confronto sui collegati, come tema specifico, si aprirà un confronto complessivo sullo Stato sociale.
      A proposito di questo terzo appuntamento, lontano di qualche settimana, probabilmente anche di un paio di mesi, credo sia opportuno fare qualche riflessione. Credo sia giusto apprezzare un risultato che abbiamo ottenuto nella discussione di queste settimane: aver tolto ogni ipotesi di intervento a breve nella Finanziaria, e aver introdotto, come elemento di valutazione che viene finalmente apprezzato da una parte dei nostri interlocutori, l’idea dell’onda lunga della riforma, cioè il superamento di quell’ipotesi che tante volte ci siamo sentiti prospettare del “D-day” per il cambiamento degli assetti previdenziali o delle politiche di Welfare, anche perché su questi temi molte cose sono state fatte ed è giusto apprezzarle.
      Ho ricordato prima, parlando di occupazione e di Mezzogiorno, di formazione, di ammortizzatori, ma anche di politiche sociali (la maternità, la politiche per le famiglie, il reddito di inserimento, le varie forme di assistenza che riguardano principalmente le persone anziane e i pensionati), che la legge Finanziaria prevede a questo titolo una quota consistente di finanziamento, cosa che non avevamo nel ’97 per le ragioni che abbiamo cento volte commentato. E’ il risultato di negoziati che dal 1997 si sono susseguiti centralmente; larga parte sono negoziati confederali, in parte sono anche ipotesi fissate, quelle per gli anziani, dalle nostre organizzazioni dei pensionati, e sono in via di attuazione.
      È ovvio che noi dovremo sistematicamente darci come obiettivo quello di risolvere le anomalie della spesa sociale italiana, anomalie che ci tengono, come valore complessivo, sotto la media europea; dovremo allinearci progressivamente ai valori europei, ma sappiamo che la condizione per poterlo fare è la cancellazione progressiva ma certa del debito: con un debito come quello che l’Italia si trascina, un incremento visibile della spesa sociale è difficile da prefigurare. Ma va detto che, se verranno confermati i numeri che ci sono stati illustrati l’altro giorno, nel 2000 avremo comunque un incremento della spesa sociale rispetto al 1999. Cosa non disprezzabile. Non ci avvicina alla media europea, però è un passo in avanti a conferma che il miglioramento delle condizioni generali, se supportato da scelte coerenti, può portare progressivamente anche a novità su un terreno a noi favorevole, quello del riallineamento. Dall’altra parte, bisogna continuare, con le modalità che avevamo definito, a far sì che si riduca l’altra anomalia, quella che vedeva e che vede ancora adesso nella spesa previdenziale italiana una dinamica più alta di quella di tutti gli altri paesi europei.
      Ora, per quanto concerne questo tema assai delicato, credo che il governo abbia commesso errori nei mesi passati per la genericità, l’approssimazione e la strumentalità con la quale lo ha affrontato; errori che hanno prodotto preoccupazioni, rimesso in moto timori su aspettative che sembravano consolidate. Lo abbiamo detto, lo abbiamo ripetuto ed è di qualche utilità riconfermarlo.
      Ora, però sarebbe un errore da parte nostra ignorare che quella scelta improvvida ha comunque non solo riaperto un fronte, ma rimesso in moto dinamiche tra le grandi forze sociali che possono produrre effetti negativi se non colte nel loro insieme e nei loro effetti potenziali. Sono aumentate le pressioni per una riforma ulteriore del sistema previdenziale; si è creato, per una fase non breve, un arco di opinioni, anche all’interno del mondo che noi rappresentiamo, che aveva come elemento comune l’idea della riforma della riforma. Penso che oggi questa opinione sia un po’ meno diffusa di qualche settimana fa e anche più debole, per effetto di eventi che si sono succeduti: la nostra iniziativa, l’aver speso anche opinioni di merito di una qualche consistenza, l’aver indicato l’esistenza di distorsioni e di anomalie nelle condizioni di tutela di altri sistemi. Abbiamo qualche difficoltà in meno a posizionare la nostra organizzazione rispetto a un paio di mesi fa, e possiamo, a ragion veduta e con qualche margine di successo in più, difendere i fondamenti della riforma del 1995 perché quella è la riforma del sistema previdenziale. E non ci sono ragioni per addivenire oggi a una “riforma della riforma”, ma semmai bisogna completare rapidamente le parti rimaste in sospeso o non integralmente risolte, come quelle relativi ai fondi speciali di cui vi ho parlato qualche minuto fa.
      E’ di qualche utilità, proprio per difendere quella riforma e i suoi fondamenti, aver chiaro quali sono le dinamiche future della spesa previdenziale e definire fin da ora non soltanto quali devono essere i caratteri fondamentali del nostro intervento sul Welfare, ma sapere anche, in quel quadro generale, che cosa conviene fare per quanto concerne il capitolo della spesa previdenziale.
      I problemi che stanno di fronte a noi, in sostanza, si individuano facilmente. Bisogna completare la riforma, in tutti i suoi capitoli, per le cose che ancora sono in via di definizione, dall’integrale completamento della separazione tra assistenza e previdenza all’individuazione delle caratteristiche da assegnare al capitolo del lavoro disagiato, fino al completamento del collocamento dei fondi speciali nel fondo dei lavoratori dipendenti, con le soluzioni che abbiamo identificato e poi sostanzialmente imposto al governo. Guardate che per quanto concerne telefonici ed elettrici, per fare un esempio, era molto delicato e non scontato il modo con il quale si doveva procedere ad evidenziare le difformità di quei regimi e, contemporaneamente, per ragioni di solidarietà, a collocarli nel fondo dei lavoratori dipendenti senza scardinarlo, cioè assegnando la loro quota di diseconomie al sistema delle imprese.
      Credo che per una parte di quei lavoratori ci sarà un problema successivo, ma se ne potrà parlare in un’altra circostanza, che non è integralmente risolto; ci sono alcune anomalie che riguardano le prestazioni e che andranno, presumo, riesaminate anche come elemento di uniformità all’interno del lavoro dipendente; però la gran parte dell’operazione, senza creare rotture e lacerazioni, mi sembra ormai a portata di mano.
      Così come è indispensabile proseguire nella costruzione, per via contrattuale, del secondo pilastro: la previdenza integrativa per tutti i lavoratori, pubblici o privati.
      Ciò detto, quello che rimane ad oggi, ma che sapevamo esistere fin dal momento nel quale abbiamo varato l’accordo del 1995, è questa difformità della spesa previdenziale che si registrerà a partire dal 2006 per oltre vent’anni a seguire. Sono chiare le sue origini, e ci sono chiare fin dall’epoca. Non casualmente fissammo delle verifiche in itinere, perché gli elementi più esposti della riforma andavano controllati e perché ci si sarebbe avvicinati a una fase nella quale un problema noto da tempo poteva diventare delicato da affrontare e comunque si sarebbe dovuta predisporre una soluzione per non rimettere in sofferenza l’intero sistema.
      Le origini di quella che i giornalisti hanno chiamato la gobba previdenziale, sono note: una crescita esponenziale dei valori della previdenza dei lavoratori autonomi che, dall’inizio degli anni ’90, hanno gli stessi criteri di calcolo dei lavoratori dipendenti, ma continuano a pagare contributi più contenuti. Quello che non era un problema all’inizio degli anni ’90, stante il numero di persone che potevano andare in pensione in quelle condizioni, diventa progressivamente un problema consistente. Non bisogna mai dimenticare il contributo che alla distorsione della spesa viene da questi lavoratori; la soluzione del problema riguarda le loro rappresentanze, non spetta a noi; noi semmai dovremo valutarne la congruità e la coerenza con il lavoro dipendente. Poi c’è un problema che riguarda tutti, autonomi e dipendenti, ed è dato dagli andamenti demografici che hanno portato, in una certa fase, a un accesso consistente di persone nel mondo del lavoro che, esercitando legittimamente un diritto, potrebbero andarsene tutte insieme.
      Ce n’è, per la verità, un terzo ma questo è irrisolvibile, trattandosi di un fenomeno fisiologico: progressivamente, per ragioni di natalità e di mortalità, escono in quota crescente persone che percepiscono pensioni basse ed entrano percettori di pensioni più alte. Come sapete, le generazioni che ci hanno preceduto sono generazioni che in media godevano di minori tutele. Questo problema è irrisolvibile.
      Penso che possa variare la dimensione della distorsione ma che questa sia destinata a non scomparire. I primi anni dal ’95 al ’99 non sono stati positivi sul piano del ridimensionamento di quella distorsione perché il Prodotto interno lordo è cresciuto meno di quanto avevamo stimato. Tutto questo non ha creato nocumento all’impianto e alla struttura del sistema previdenziale, anzi la stabilizzazione della spesa è proseguita con qualche miglioramento rispetto alle previsioni perché, nonostante una crescita inferiore del Prodotto interno lordo, sono uscite meno persone dal mondo del lavoro. I processi di riorganizzazione, soprattutto quelli industriali, si sono conclusi nel loro ciclo fondamentale e abbiamo avuto soltanto uscite fisiologiche. Questo ha indubbiamente favorito la stabilizzazione della spesa e ha contribuito anche una certa quota di recupero dell’evasione contributiva, che pure c’è stata. Ora, pur avendo una spesa stabilizzata, rimane questo possibile, secondo me indubbio, elemento distorsivo.
      Credo opportuno definire, su questo punto specifico, un primo orientamento. La mia opinione, come ho detto più volte e come riconfermo, è che la distorsione possa variare leggermente sulla base delle previsioni fatte ma che non sia azzerabile agendo, secondo lo schema più tradizionale, sui fattori che la determinano.
      Avrete visto come nella disputa, per il momento annunciata, con le altre organizzazioni confederali, in verità ci sia – ma so che è opinione che corre anche all’interno della nostra organizzazione – un primo elemento di dissenso tra chi considera (io sono tra questi) non solo quella distorsione esistente ma non superabile agendo semplicemente sulla crescita, e chi invece pensa che addirittura la distorsione non esista. Allora, varrebbe la pena di fare una prima scelta, che considererei utile, e non tatticamente: quella di produrre, così come ci ha chiesto la Uil, una verifica ravvicinata sull’esistenza del problema, una verifica da fare non all’interno del sindacato ma tra il sindacato, i ministeri interessati e i presidenti degli istituti previdenziali. Non sto parlando della verifica delle pensioni comunemente intesa, ma di una verifica sull’esistenza del problema "gobba". Perché delle due l’una: se il problema esiste, ed esiste, è opportuno decidere che cosa fare; se il problema invece fosse una pura invenzione, non è il caso di litigare né tra di noi, né con gli altri. Credo perciò che, senza modificare nulla rispetto alla scansione temporale della verifica sulle pensioni, converrebbe accettare l’ipotesi prospettata dalla Uil. Poi, nel caso si confermi l’esistenza di questo problema, occorre riflettere su quali possono essere le soluzioni.
      A questo proposito, quello che fa diverso il sistema previdenziale italiano è l’andamento della spesa previdenziale rapportata al Prodotto interno lordo, quella curva si modifica soltanto in virtù di due ragioni: o diminuisce la spesa complessiva, o aumenta il Prodotto interno lordo. Penso che una diminuzione della spesa complessiva sia possibile, si tratta eventualmente di decidere con quali strumenti realizzarla. Un aumento del Prodotto interno lordo è sempre auspicabile, va in ogni caso stimolato, non foss’altro perché un aumento del Prodotto interno lordo rappresenta anche un vantaggio sul piano occupazionale di cui abbiamo parlato prima, ma la sua crescita per ridurre o addirittura annullare gli effetti di quella distorsione dovrebbe essere in un ordine di grandezza che sinceramente non mi sembra in alcun modo prefigurabile.
      Se occorre agire, fidando su una crescita economica che riduca l’entità del problema, sulle dinamiche di spesa, anche qui la strada che ci si para davanti ha due vie soltanto: o la riduzione avviene per diminuzione degli anni di erogazione, cioè per aumento del numero di anni di lavoro; oppure per un ridimensionamento, poi da compensare nelle forme possibili, per una parte della platea, dei valori finali della spesa. Lo dico perché ho sentito ipotesi, anche nella discussione di questi giorni, apprezzabili per lo spirito con il quale sono state prospettate, ma che non risolvono l’eventuale problema. Qualsiasi forma di solidarietà finalizzata a stabilizzare la spesa previdenziale, non riduce il valore complessivo dell’erogato.
      Una forma di solidarietà o un intervento fiscale, con tutte le controindicazioni che questo ha, per diventare efficace sulle dinamiche di spesa nel loro insieme, dovrebbe comprendere un’intera platea che ha già oggi valori sensibilmente più bassi di quelli della generazione precedente come aspettativa finale. Voglio dire che quando si ragionerà di questo aspetto della vicenda, bisogna non dimenticare che l’effetto combinato di quel che si vorrebbe fare deve garantire equità da un lato ed efficacia dall’altro, e non è scontato che interventi efficaci possano anche avere alla loro base gli aspetti di equità necessari.
      Va fatta, per questo, la scelta più equa immaginando le possibili compensazioni da mettere in campo per gli squilibri che questa dovesse determinare.
      Noi, nel 1995 e poi ancora nel ’97, abbiamo schierato questa organizzazione sia quando decidemmo, come approccio iniziale, di ragionare sul sistema contributivo per tutti, sia quando accettammo in seguito alle mediazioni nel dibattito unitario ma anche nel confronto negoziale con i governi, di considerare il lavoro come fondamento del sistema di tutela che si andava a costruire, cercando di distinguere nel lavoro le condizioni di maggior svantaggio. Noi abbiamo difeso un’idea di allungamento contenuto degli anni di lavoro e soltanto per una platea a vantaggio di altri, per distinguere impropriamente, con gli strumenti possibili, tutti fallaci, l’esistenza di condizioni diverse: l’operaio che era andato a lavorare a 15 anni rispetto all’impiegato che invece aveva avuto un inizio di attività lavorativa molto più alto e che in ogni caso, stante il carattere diverso del suo lavoro, non poteva, neanche nel computo degli anni, essere considerato come il primo.
      Non vorrei cambiare linea rispetto a quello che decidemmo insieme nel ’95 e nel ’97. Per questa ragione continuo a pensare che la scelta più equa non sia quella, come suggeriscono molti fuori di noi, di un intervento sugli anni di lavoro e, di conseguenza sulle anzianità, ma che sia più equo per noi un intervento che riguarda sostanzialmente la stessa platea ma che è legato (per la parte conclusiva dei rendimenti della loro aspettativa previdenziale) ai rendimenti.
      Non c’è bisogno di aggiungere che, anche in questa ipotesi di intervento, sarebbe opportuno ridare il peso che meritano a temi che abbiamo affrontato ma non risolto, come quelli del trattamento per i lavoratori parasubordinati, con il problema irrisolto dei contributi figurativi per coprire alcuni periodi di vuoto, che non riguardano soltanto il tradizionale lavoro parasubordinato ma in primo luogo il lavoro delle donne.
      Per molte tipologie di prestazione, il passaggio al sistema contributivo ha prodotto un cambio nelle dinamiche rispetto al modello precedente che espone di più il lavoro intermittente, frazionato rispetto al lavoro continuato. Questo riguarda, come sappiamo, le donne; riguarda una serie di figure professionali nuove e l’attenzione non va posta soltanto sulla soluzione di qualche problema non risolto del precedente sistema, ma anche sugli elementi di novità che si dovessero determinare nel caso di un passaggio, come secondo me si renderebbe necessario di fronte a una conferma della gobba, a un sistema contributivo con il metodo pro-rata per coloro che sono, a quel punto, interessati.
      Va da sé che la caduta o la modifica di aspettative, possa rappresentare non solo un problema politico, ma anche un’indubbia esigenza di ricerca rapida di alternative di compensazione. Per questo credo che sia importante affrontare il tema del secondo pilastro, quello della previdenza complementare, compiendo anche qui delle scelte drastiche: la prima è quella di indicare l’utilizzo del Tfr come utilizzo esclusivo per la previdenza integrativa, destinando cioè al rafforzamento dei fondi pensione contrattuali: l’altra è quella di affrontare il problema della adesione volontaria che ci espone oggi ad una adesione bassa, pericolosa per i comportamenti futuri dei giovani. Occorrerà, passando attraverso un riordino del regolamento dei fondi, definire un sistema nel quale la soluzione contrattuale valga per tutti, salvo la possibilità di recesso che deve essere lasciata, com’è ovvio, a ogni singola persona.
      Tutto ciò implicherà una discussione al momento del collegato, se il governo, come ci ha preannunciato, vorrà collocare lì i provvedimenti per i trattamenti di fine rapporto lavoro. E implica anche qualche riflessione sui fondi in essere perché la loro efficacia, soprattutto per la platea dei lavoratori meno giovani, è adeguata se verranno riviste alcune delle condizioni con le quali essi sono stati costruiti. L’esclusione della possibilità di adesione per alcune fasce d’età, ovviamente, renderebbe difficile l’utilizzo, ai fini di previdenza complementare, dei trattamenti di fine rapporto e ci farebbe ricadere esattamente sui consumi che possono produrre qualche effetto dal punto di vista delle ricadute occupazionali di breve periodo, ma che non mi pare siano oggi il problema fondamentale che sta davanti al mondo del lavoro dipendente che rappresentiamo.
      Io credo che di questo si tratti: non di prefigurare una riforma della riforma ma di avere ben chiaro che il completamento della riforma è praticabile ed è efficace se, nel contempo, un’organizzazione sindacale si apre a una verifica risolutiva sull’esistenza dell’unico problema che possiamo immaginare ancora di avere e se costruisce una sua opinione sul come affrontare e risolvere quel problema.
      A questo proposito, all’inizio del mese di settembre, contravvenendo a una regola che mi ero imposto in precedenza, ho ritenuto utile assumermi qualche responsabilità anticipando una mia opinione su queste materie. Non volevo con questo precludere, come è ovvio, né l’autonomia, né la responsabilità decisionale di questo Comitato Direttivo, ma so bene di avere condizionato così, senza dubbio alcuno, una parte della discussione che da lì in avanti si è sviluppata. L’opinione del segretario della Cgil, quando viene esplicitata, pesa nel dibattito politico e in quello sindacale. Ho deciso di renderla nota dopo averci pensato, dopo aver riflettuto, prescindendo da opinioni diverse o simili che erano state prospettate anche nel dibattito precedente da esponenti sindacali o da rappresentanti delle forze politiche della maggioranza e dell’opposizione. Mi preoccupava oltre ogni dire che stesse prendendo corpo un senso comune, che attraversava anche il nostro mondo e che poteva portarci a una difficoltà crescente di fronte a un’offensiva che poteva diventare non soltanto ossessiva, come in larga parte lo era ancora, ma tale da segnare rotture con il corpo dei nostri iscritti.
      Io credo che sia giusto, anche se non deve essere considerato usuale, che ci si assuma responsabilità di questa natura se si avverte soggettivamente l’esigenza di determinare una qualche rottura nel dibattito e se si pensa, come ho pensato, che questo dibattito potesse portare con sé conseguenze particolarmente negative per la nostra organizzazione. Con la mia presa di posizione qualche effetto si è determinato, mi pare infatti che sia innegabile che oggi la discussione sul tema previdenziale ha preso un altro indirizzo anche in virtù degli elementi di novità che le nostre opinioni hanno prodotto nel dibattito e del mutamento di atteggiamento che sul piano dei comportamenti concreti il governo ha deciso di tenere in conseguenza dell’iniziativa politica dell’insieme della nostra organizzazione. Che si discuta della nostra ipotesi e non di altre, è di qualche utilità anche perché in questo modo siamo riusciti a evitare che i punti di dissenso della Cgil, prospettati con franchezza su tante ipotesi, venissero strumentalizzati. Abbiamo impedito che riprendesse corpo un’idea di un intervento, per noi assai punitivo e negativo, come quello sulle pensioni di anzianità che la destra economica intendeva far diventare nell’autunno oggetto del confronto specifico con il governo sul tema previdenziale.
      Lo scompaginamento che si è determinato, a mio parere ha avuto inoltre un effetto non irrilevante sul clima pesante che si era determinato contro di noi e che poteva segnare negativamente l’autunno anche per quanto concerne il rapporto con la campagna referendaria del partito radicale. Accreditare l’idea che il sindacato italiano, il sindacato confederale sia un soggetto di conservazione, è stato relativamente facile, almeno per una fase, da parte degli stessi proponenti dei referendum. Io so benissimo che non ce la caveremo semplicemente riproponendo elementi di novità nel dibattito politico e argomenti di merito che possano costringere gli altri a mutare le loro opinioni e a muovere critiche diverse. L’autunno sarà ugualmente pesante, difficile, duro anche su questo versante, e però noi possiamo avere qualche argomento in più se non si consolida l’idea, che era stata agitata contro di noi, che tante delle difficoltà che riguardano aspetti quantitativi e qualitativi del lavoro sono da imputare a un atteggiamento sbagliato e negativo del sindacato.
      Noi dovremo mettere in campo una vera e propria campagna culturale per battere l’offensiva referendaria. Non si tratta di agitare l’idea che i referendum colpiscono il sindacato, come improvvidamente qua e là si è fatto anche all’interno delle nostre strutture. Il bersaglio dell’iniziativa non siamo immediatamente noi: sono i più deboli, sono i diritti delle persone più esposte, sono quelli che senza una tutela, anche legislativa, verrebbero sottoposti a pressioni violente e decisamente condizionati da parte delle imprese.
      Io credo sia importante avere coscienza di questo e predisporre, per i mesi che verranno, una risposta di merito che però abbia fin dall’inizio, in tutte le sue forme pubbliche ed esterne, questo tratto. Accreditare l’idea che i radicali hanno come obiettivo quello di battere o di distruggere il sindacato, è profondamente sbagliata: non crea consensi intorno a noi e io credo, per altro, che non risponda nemmeno esattamente alle loro intenzioni e semmai, se volessimo approfondire l’argomento, l’ostilità che lasciano trapelare è verso un sindacato confederale per il valore stesso della confederalità. Posizioni corporative, anche di carattere sindacale, possono essere tranquillamente tollerate, addirittura stimolate dagli effetti di una parte di quei referendum, dove l’aspetto corporativo sta esattamente nello scambio tra condizioni materiali e diritti delle persone.
      Tutto questo, compresa questa forzatura sugli aspetti previdenziali, ha portato a evidenziare un altro problema, che riguarda il quadro politico e, ancora di più, i rapporti sindacali. Le elezioni amministrative dell’inizio dell’estate e le elezioni europee hanno rilanciato la destra politica, hanno prodotto un riposizionamento di alcune forze di rappresentanza politica e hanno portato a un ripensamento, a una riflessione anche nelle stesse dinamiche politiche delle grandi organizzazioni confederali. La Cgil i suoi ragionamenti li ha fatti in esplicito nel direttivo di luglio; quello che qui mi preme, invece, maggiormente è provare a sottolineare alcuni tratti delle novità che riguardano gli altri.
      Io credo che ci sia un primo problema politico rilevante per la destra. La destra, se vuole vincere nelle prossime scadenze elettorali e vuole consolidarsi, deve puntare a insediamenti sociali visibili e organizzati. Una destra che vive soltanto di politica di immagine, è una destra che può avere risultati elettorali consistenti ma non è in grado di consolidare i suoi successi. Per questo credo che non ci troveremo più di fronte a vicende come quelle del 1993-’94, che hanno portato, certo, a una vittoria della destra ma anche a una sua sconfitta ravvicinata in virtù della mancanza di insediamenti sociali in grado di sostenere la sua politica economica. In che modo la destra cercherà di garantirsi questi insediamenti, è difficile dirlo. Sono propenso a ritenere che non cercherà, come fece con un po’ di affanno nella seconda metà del 1994, di costruirne di nuovi (il sindacato della Lega o tentativi analoghi, anche se meno esposti, di Forza Italia), ma proverà a condizionare quelli esistenti. Badate, non sto parlando degli insediamenti sociali organizzati che riguardano il lavoro dipendente, sto parlando di quelli che riguardano le imprese, sia le grandi che le piccole e medie.
      Ho la sensazione, ma i compagni delle categorie ne sanno senza dubbio più di me, che in più di una circostanza gli elementi di pressione e di potenziale condizionamento politico della destra verso le forme tradizionali della rappresentanza economica sono cresciute, e sono cresciute a tal punto da cercare di condizionare dall’esterno anche la scelta dei gruppi dirigenti.
      Ora, a questo tentativo, scontato dal mio punto di vista, che comincia ad avere qualche visibile epicentro in grandi associazioni imprenditoriali (il rinnovo delle cariche, la riorganizzazione anche interna in settori importanti della rappresentanza di impresa, sono un’occasione ghiotta per chi ha questa esigenza e cerca di risolverla), si accompagnano i problemi del rapporto con gli insediamenti sociali rispondenti alla propria visione politica, rispetto alla visibile crisi del centro politico. In un sistema che è bipolare ma non ha ancora consolidato il suo modello di rappresentanza, la crisi delle grandi forze che tradizionalmente, attraverso l’interclassismo, garantivano anche una composizione di una parte rilevante del conflitto sociale, produce molte delle dinamiche pericolose di queste settimane. Aggiungete che il venir meno di riferimenti espliciti di appartenenza, può portare anche settori storicamente legati a un’idea di netta distinzione delle funzioni e dei compiti, a ricercare o nuovi riferimenti, o a rendersi autoreferenziali e autosufficienti.
      L’idea che è stata riproposta nella Cisl di dar vita a un aggregato sempre più simile a un partito, può affascinare non soltanto una parte ristretta dell’attuale gruppo dirigente della Cisl, ma una platea larga che, non avendo più un’appartenenza politica definita, può pensare di sostituire se stessa alla rappresentanza politica. D’altro canto, e abbiamo polemizzato tante volte con un’idea distorta di concertazione, quando la concertazione supera la soglia della regola del metodo e diventa, com’era nell’accezione più volte riproposta, autoreferenziale perché prefigura patti neocorporativi che hanno l’obiettivo esplicito di mutilare le prerogative del governo o addirittura di condizionare il Parlamento, il passo della trasformazione in rappresentanza politica dei soggetti che esercitano quelle modalità di concertazione è brevissimo.
      Io credo che molte delle dinamiche che hanno portato alle polemiche di questi giorni, debbano essere lette così: c’è il tentativo di rappresentare in proprio partendo dalla crisi degli altri. L’idea di rappresentanza in proprio, come l’ho chiamata un po’ sommariamente, poi anch’essa ha bisogno di un referente sociale, di un blocco; un blocco al quale proporre vantaggi da questa scelta di autorappresentanza. Io credo che l’ipotesi, ad esempio, di scambio tra politiche di flessibilità estreme e pensioni, avanzato dalla Cisl nel mese di luglio, risponda esattamente a questa esigenza. Il tentativo di parlare a una parte del mondo del lavoro oggi esistente, alle amministrazioni e alle imprese, con un’ipotesi non casualmente di flessibilità caratterizzata dalla prospettazione sistematica di un doppio mercato, dove nulla viene messo in discussione per coloro che sono occupati oggi e tutto viene messo in discussione per quelli che non ci sono, manifesta anche l’idea di parlare in esplicito a un blocco sociale: quelli che oggi sono occupati, che dovrebbero essere garantiti e mantenuti sia per quanto riguarda l’intangibilità delle loro tutele, a partire dalle pensioni, sia per quanto riguarda l’intangibilità delle loro condizioni relative alle modalità del rapporto di lavoro.
      Questo a me pare l’asse di un blocco sociale prefigurato, e un’idea che sta alla base di uno stravolgimento delle funzioni e dei compiti di rappresentanza. Altrimenti non si comprende quello che è successo nel mese di luglio e che si sta ripetendo sistematicamente. L’ultimo caso è quello, che vi ho descritto, del giudizio sulla finanziaria nei rapporti tra le grandi confederazioni. E non mi si venga a dire: “Le grandi organizzazioni confederali hanno opinioni diverse”: abbiamo opinioni diverse da sempre. Sulla partecipazione, quante volte abbiamo misurato la nostra idea con quella degli altri? Avevamo la stessa opinione in materie come la struttura contrattuale? Mi pare di no. Abbiamo firmato l’accordo di febbraio a conclusione di una trattativa condotta su due piattaforme distinte: la nostra e quella della Cisl, con un atteggiamento non definito integralmente della Uil.
      La vera novità comincia da lì, cioè da quando è venuta meno la disponibilità a cercare punti di convergenza, di mediazione, visto che le differenze tra le organizzazioni ci sono sempre state e io credo addirittura che, per quanto riguarda le grandi opzioni, qualche decennio fa fossero ancora più marcate di quelle di adesso. Noi, durante la trattativa che ha portato al Patto di Natale, tentammo tante volte una discussione sul modello contrattuale; il risultato, come sapete, fu quello di arrivare al dunque con opinioni diverse. Il salto di qualità che si consuma prima dell’estate è questo: si passa da distinzioni anche marcate a comportamenti negoziali difformi che si concludono con gli accordi separati. L’accordo separato di Gioia Tauro è un accordo separato pericoloso, ma non ha effetti esterni a quella dimensione territoriale; l’accordo separato dell’Ama di Roma prefigura il doppio mercato del lavoro di cui vi ho detto poc’anzi ma riguarda un’azienda, anche se l’ambizione è quella di farlo diventare punto di riferimento per un sistema di imprese in via di riorganizzazione. L’accordo separato di Milano è altro, è un fatto nazionale perché prefigura la modifica di regole e contratti, perché con esso si ipotizza il cambiamento di leggi dello Stato e di contratti collettivi nazionali.
      La riprova l’abbiamo avuta in questi giorni: di fronte ad affermazioni ripetute del segretario della Uil di Milano e della segretaria della Cisl di Milano sulla loro intenzione di considerare intangibili regole e contratti, alla Camera del Lavoro di Milano che ha avanzato la proposta di definire insieme – anche noi che non abbiamo firmato – lo schema delle soglie insuperabili, mentre la Uil ha risposto: "Siamo disposti a parlarne", il segretario generale della Cisl nazionale, non la segretaria della Cisl di Milano ha ribattuto: "Prima firmate, poi potrete venire al tavolo". In verità, qualche minuto dopo è stato scavalcato dal sindaco di Milano che ha invitato anche la Cgil al tavolo senza bisogno di un atto formale.
      Io credo che quella sia una condizione tatticamente utile e bene faranno le compagne e i compagni di Milano a partecipare agli incontri, ma state tranquilli che da lì emergerà la verità. Dietro quel protocollo apparentemente innocuo (salvo qualche formulazione discutibile, non c’è grande sostanza che giustifichi la mancata firma da parte della nostra organizzazione) si nasconde non l’idea di provvedimenti mirati a risolvere il problema degli immigrati, ma l’idea della modifica di regole fondamentali del mercato del lavoro. D’altro canto si fa presto a fare qualche conto: se, come dice il sindaco di Milano, ci saranno persone che potranno essere avviate al lavoro con uno stipendio mensile di 600.000 lire, di leggi e di contratti bisognerà cambiarne tanti per arrivare a quella soglia. Ma guardate che quell’ipotesi non riguarda né Milano, né gli immigrati: è un’idea di costruzione chiavi in mano di un modello di esternalizzazione dell’attività dei comuni attraverso la costruzione di un reticolo esterno di società che dovrebbero gestire, a condizioni alterate di mercato del lavoro, cioè ridimensionate, gran parte delle attività dei comuni. E l’ambizione del comune di Milano è di trasferire quel modello progressivamente in un certo numero di comuni importanti di Italia; la qual cosa consiglia non soltanto noi a cercare di fare tutto quel che serve per impedire che si attui a Milano, ma anche di verificare se esistono le condizioni e la possibilità in altri comuni di imporre modelli di intervento diversi da quelli di Milano. Dobbiamo sapere che questo, però, sarà un altro degli impatti possibili delle prossime settimane. Contratti flessibili, dove per flessibilità si intende il superamento di vincoli e la scelta del modello assegnata singolarmente alla persona. Dal punto di vista concettuale, le cose contenute negli allegati della discussione milanese, che poi non casualmente sono stati fatti sparire, sono particolarmente significative: non c’è più nulla di negoziato, ci sono delle condizioni generali senza diritti che verrebbero automaticamente attivate su richiesta dei singoli.
      Dicevo, Milano è l’epicentro, l’accordo separato di Milano riguarda tutti, a partire dalle categorie e non soltanto la Cgil di Milano. Andrà contrastato con comportamenti coerenti da parte di tutti. Le deroghe contrattuali non sono materie disponibili per le strutture confederali ma verranno richieste alle categorie interessate: tutte, nessuna esclusa, perché le attività che oggi sono ricondotte in quelle a carico di un comune, sono attività diffuse, non riguardano soltanto la Funzione Pubblica ma anche tante altre categorie.
      Ora, è quello lo schema più visibile, e anche più violento, di scambio con un’ipotesi di doppio mercato del lavoro e con un’idea di messa in discussione dei diritti delle persone che può portare, non casualmente anche lì, a consolidare un rapporto con l’esistente a discapito di quello che verrà.
      Vi ho rubato qualche minuto per descrivere quello che mi pare il problema più delicato, da non sottovalutare, quello di Milano, perché poi su quella base si sta determinando tutto il resto. Da lì in avanti, nei rapporti con le amministrazioni o nei rapporti con le imprese, l’idea di unità si va progressivamente affievolendo fino quasi a scomparire, tant’è che l’argomento fondamentale con il quale si giustifica questa fase nuova è, di volta in volta, l’indisponibilità della Cgil ad accedere a una pratica unitaria, oppure l’arroganza della Cgil che vuole esercitare diritti di veto impedendo conclusioni negoziali.. Si è aperta una stagione che, secondo me, durerà a lungo. Noi siamo in una condizione, da non sottovalutare, di profonda diversità rispetto al passato recente. Non mi convince l’idea di chi dice: “C’è qualche divaricazione, cerchiamo di riaccostare queste differenze”. Io penso che sia, ahimè, necessario prendere atto delle differenze e, rovesciando radicalmente l’approccio più comodo, cominciare a ragionare come, da lì in avanti, provare a mettere insieme iniziative che costruiscano un tessuto unitario. Per quanto lo si neghi, nessuna occasione contrattuale e neanche le occasioni della concertazione sono più garantite.
      Io non so come si concluderà la discussione sulla finanziaria. Presumo che in tante occasioni negoziali ravvicinate, le distinzioni saranno difficili almeno nella fase di costruzione della piattaforma, saranno al contrario molto più probabili nella fase di conclusione: di fronte a un’ipotesi avanzata dalle imprese l’articolazione che produce poi l’accordo separato è molto più probabile nelle condizioni di oggi di quanto non lo fosse in precedenza.
      E noi abbiamo davanti, in termini ravvicinati, un’occasione delicata che è quella del varo della legge sulla rappresentanza. Anche qui non è casuale che nel mese di luglio si sia scatenata in Parlamento una reazione furibonda anche in forze politiche della stessa maggioranza che avevano invece assecondato progressivamente il varo della legge stessa. D’altro canto, la legge contiene regole che consentono, se applicate, non soltanto di dare certezza alla rappresentanza, ma di consentire un rapporto con i lavoratori che oggi, nella situazione operante, senza la legge non è attivabile. Noi siamo in grado di parlare con gli iscritti quando vogliamo, non siamo in grado di parlare con i lavoratori se non per decisione unitaria perché nessuno può convocare assemblee di tutti i lavoratori se lo decide una sola organizzazione. Anche questo va messo in conto, non è improbabile che in un periodo tutt’altro che breve, noi non si sia nella condizione di poter arrivare a un confronto con i lavoratori, ma ci si debba, di volta in volta, accomodare in un percorso, pur sempre importante, di rapporto esclusivo con i nostri iscritti.
      Vedremo cosa succederà nell’arco dei prossimi giorni per quanto concerne la legge. È evidente che se la fase che si è aperta, come temo, è una fase di competizione non di unità competitiva, l’ossimoro in questo caso non sta in piedi, al di là di ciò che ne dica il mio amico Bruno Manghi. Se c’è l’unità non c’è la competizione per le regole che abbiamo praticato insieme; se c’è competizione l’unità è una sorta di impedimento e senza la legge le difficoltà nei rapporti saranno enormemente più consistenti. Noi partiamo da una condizione diversa da quella di qualche decennio fa perché, nel sentire comune e nella pratica di tutti i giorni, i rapporti unitari nei luoghi di lavoro sono rapporti consolidati, però se permarrà per un periodo lungo l’impossibilità di parlare con i lavoratori da parte delle organizzazioni confederali e se saremo costretti, e lo dovremo fare, ad attivare solo percorsi di organizzazione con gli iscritti, le differenze tra le organizzazioni potranno tornare a essere differenze marcate anche tra i lavoratori. I più anziani si ricordano come, negli anni ’50, le differenze ideologiche erano presenti e fortemente presenti anche tra i lavoratori, non soltanto tra le organizzazioni.
      Siamo in una fase nella quale i rapporti unitari hanno questo carattere: la Uil non sembra orientata ad assecondare un’idea di frantumazione dei rapporti, non sembra voler procedere su una strada, che pur le è stata più volte indicata, di avvicinamento con la Cisl (anche laddove le opinioni di merito sono oggettivamente più vicine tra di loro di quanto non lo siano con noi). Questo è un elemento importante da conservare con attenzione, con qualche pazienza anche nei rapporti di tutti.
      Come ho detto alla riunione dei segretari generali e ripeto a voi, in conclusione, da qui in avanti sono sostanzialmente impraticabili momenti di ricostruzione di un tessuto unitario affidati alla confederazione, anzi sarà la confederazione a dover chiedere, di volta in volta, alle strutture territoriali e alle categorie di mantenere il rapporto unitario possibile, ammesso e non concesso che sia possibile. Anche questo va tenuto in qualche considerazione perché produce dinamiche nei rapporti diversi da quelli di un tempo, quando l’istanza superiore poteva intervenire per conservare quello che veniva considerato un bene indispensabile. Non sarà così, temo, per un periodo lungo, e bisognerà per questo attrezzarci adeguatamente. Se verrà varata la legge nel tempo tecnico necessario e se i contenuti della legge saranno sostanzialmente quelli per noi utili, avremo qualche protezione in più di quella legata al semplice rapporto tra le lavoratrici e i lavoratori e i pensionati che hanno mantenuto un buon tessuto unitario nel corso di questi anni.
      Io non credo che si ritorni automaticamente a condizioni come quelle di qualche decennio fa. La storia non si ripresenta mai allo stesso modo: quel che è successo comunque ha determinato cultura, opinione che, per fortuna, non si modifica. Le generazioni più giovani non hanno le divisioni ideologiche che hanno qualche volta diviso e caratterizzato le generazioni più anziane, però cambia molto dello scenario e del quadro che siamo abituati ad avere di fronte e delle stesse dinamiche che siamo abituati a gestire per avere risultati sul piano contrattuale da poter spendere poi con tutti i lavoratori. Dovremo pensarci, dovremo pensarci guardando a questo. Io sinceramente non sono oggi appassionato a una discussione, che pure vedo invece affascina moltissimi giornali, sulle ragioni per le quali la Cisl e il segretario della Cisl si distinguono, si differenziano. Ci possono essere aspettative personali, ci possono essere anche ragioni politiche, non vanno trascurate nè le une, nè le altre; quello che conta, però, nella nostra discussione è vedere quali sono le dinamiche e le ricadute strettamente sindacali che questo può determinare, in un quadro radicalmente diverso da quello conosciuto per tanto tempo.
      Tutto questo ha bisogno di essere valutato nel Comitato Direttivo e poi dovrà indurci anche a qualche riflessione sul percorso che insieme avevamo deciso per i prossimi mesi. Non vi propongo di decidere nulla in questo Comitato Direttivo, anzi credo che sia necessario prenderci ancora qualche settimana, però il carattere, il tempo delle iniziative future e la congiunzione tra l’oggi, la conferenza di organizzazione e il congresso, vanno ripensati alla luce di questo scenario nuovo. Io credo che sia in ogni caso utile fare una conferenza di organizzazione: le sue modalità, le sue caratteristiche però possono essere funzionali a come si intende fare il congresso successivo e a quando si vuole fare il congresso successivo. Se si dovesse riconfermare, ahinoi, uno scenario come quello che vi ho descritto, senza pensare di essere stato più pessimista del dovuto, forse può diventare necessario nel prossimo Comitato Direttivo immaginare un percorso un po’ diverso da quello che avevamo precedentemente tracciato insieme.