Relazione di Ivano Corraini all’XI Congresso Filcams Cgil – Roma, 22/01/2002

Gentili ospiti, compagne e compagni, amici,

con il congresso nazionale che celebriamo in questi giorni, chiudiamo una fase molto importante della Filcams, quella di un percorso congressuale non facile, che ha visto la partecipazione alle assemblee congressuali di base di un numero rilevante di lavoratori iscritti alla Filcams, quasi 90.000 sui 251.600 iscritti al 31. 12. 2000.

Partecipazione che si è concretizzata con l’effettuazione di 6250 assemblee.

Anche solo questi tre numeri dicono molto di quello che siamo, soprattutto il numero elevato delle assemblee effettuate dicono quale è stato l’ impegno, il lavoro, realizzato dalle compagne e dai compagni delle Filcams territoriali, in tempi molto ravvicinati e senza tralasciare nulla degli impegni di gestione sindacale e direzione politica che pure abbiamo assolto in questo periodo.

E’ per questa ragione che ritengo doveroso ringraziare, a nome di tutta la Filcams Nazionale tutti quelle compagne e quei compagni delle Filcams territoriali e regionali che con il loro lavoro hanno consentito un confronto democratico largo con l’insieme dei lavoratori da noi organizzati sulle tematiche al centro del nostro congresso.

E questo in un momento politico di aspro scontro contro le scelte che si sono via via delineate da parte del governo in carica e in un momento in cui eventi internazionali tragici ci hanno segnato nel profondo, e che con angoscia ci hanno fatto discutere in tempo reale con migliaia di lavoratori e di quadri del sindacato, in merito a valori, alle scelte, al ruolo del sindacato nella società civile.

Vedete, rispetto a quanto è accaduto, sul fronte interno in rapporto alle scelte dell’Esecutivo e lo scontro che si profilava con il sindacato e in particolare con la CGIL e in rapporto agli avvenimenti internazionali con il tremendo atto terroristico dell’11 Settembre e il precipitare della crisi nel territorio martoriato della Palestina, potevano sorgere opportunità di aggiornamento del congresso stesso.

E’ stato un bene che ciò non sia successo, questo ci ha consentito di avere su questioni rilevati come queste una discussione ampia tra i lavoratori e i delegati e un confronto serrato, in tempo reale, dentro il sindacato.

Abbiamo potuto misurare le coerenze o le incongruità tra il dibattito in corso con quanto descritto nei documenti congressuali.

Abbiamo potuto da un lato cogliere il più alto momento di discussione democratica nel sindacato per affrontare questioni etiche, di valori fondanti la società oggi e il nostro agire, ma dall’altro abbiamo anche potuto misurare quanta strada dobbiamo percorrere ancora perché questa discussione non venga strumentalmente piegata a ragioni di battaglia politica, in questo caso alle ragioni della battaglia congressuale.

Ciò non è avvenuto spesso e ovunque, ma è avvenuto ed è giusto che noi lo rileviamo come un limite che è stato presente nella nostra discussione.

Fare ciò è la precondizione per lavorare nella direzione che molti interventi uditi nelle assise congressuali territoriali e regionali hanno auspicato, ossia che la discussione nel rappresentare il pluralismo esistente nella CGIL si fondi, in primo luogo, su una rinnovata capacità reciproca di ascolto che consenta la comprensione delle ragioni dell’altro tale da cosentine la continua ricerca di sintesi rispetto al merito delle questioni e permettere l’azione comune, in secondo luogo, nel senso comune, forte, di appartenenza ad una unica organizzazione sindacale che ha un suo programma fondamentale e perciò autonoma.

In questo senso il pluralismo delle idee e delle proposte, nella CGIL, può rappresentare davvero una ricchezza e non una articolazione lacerante, tale da consentirci di ricercare sintesi sempre più avanzate, capaci cioè di individuare proposte unitarie di iniziativa rispetto ai punti unificanti, sfuggendo il vizio costante della sinistra, e con essa alle volte della CGIL, della sua capacità di esaltazione delle distinzioni, delle differenze, e della loro continua riaffermazione.

Credo di poter dire che ciò è quanto ci viene richiesto nelle assemblee congressuali di base e dal dibattito che si è sviluppato nei congressi territoriali.

Come credo di poter dire che questo è quanto si aspettano da noi le centinaia di nuovi delegati che abbiamo incontrato per la prima volta nelle discussioni congressuali.

La stessa discussione preoccupata e appassionata che si è sviluppata nei congressi in merito ai tragici fatti dell’11 settembre alle Torri Gemelle di New York e al Pentagono ha, a mio parere, marcato l’esigenza forte di trovare il minimo comun denominatore sul quale attestarci e in rapporto a ciò’ promuovere iniziative, mobilitare coscienze costruire alleanze, far diventare il movimento sindacale, i diversi movimenti sindacali, un soggetto capace di stare nella scena mondiale per spostare l’equilibrio verso la giustizia, i diritti universali di libertà e di vita dignitosa, il diritto alla pace.

E’ convinzione unanime che quanto è successo quell’11 settembre è stato in qualcosa di tragico che ci ha cambiati nel profondo.

Un atto terroristico tremendo che accanto alle tante, troppe, vittime innocenti ci ha consegnato la convinzione di una vulnerabilità permanete.

Non c’è stato e non c’è individuo che possa sentirsi sicuro se questa forma di terrorismo non viene vinta.

Un atto terroristico che ha già fatto tornare indietro il processo di integrazione fra culture, etnie, religioni, di convivenza fra popoli diversi, che fa parte, anzi ne è tratto distintivo della azione politica e sociale della Cgil.

E’ convinzione unanime che questo terrorismo va battuto e sradicato.

Bene, oggi che il regime Talebano appare sconfitto in Afganistan, nella nostra discussione, dobbiamo mettere l’accento, non nelle dialettica politica passata che pure ha visto, anche nella CGIL oltre che nella sinistra, articolazione di posizioni, bensì su ciò che tutti abbiamo affermato, ovvero che il contrasto efficace al terrorismo lo si realizza se oltre all’uso della forza si mette in campo la politica.

E’ proprio oggi che dobbiamo recuperare questa parte delle nostre discussioni e fare in modo che diventino iniziativa.

Oggi, e non solo ieri, devono trovare udienza le affermazioni fatte in merito alla necessità di dare battaglia politica, in una sorta di nuovo internazionalismo, perché le condizioni oggettive sulle quali si alimenta il terrorismo vengano risolte, in un processo, certo, e necessariamente lungo, ma risolte e mai e poi mai usate come alibi o giustificazione di atti terroristici.

La povertà, la democrazia negata, i diritti negati, che spesso nel Sud del Mondo sono il primario diritto alla vita, devono essere al centro delle nostre iniziative.

In questo senso l’iniziativa sindacale unitaria realizzata a Genova il 18 Luglio in concomitanza del G8, deve trovare una sua continuità non può rimanere un fatto episodico.

Il manifesto che il movimento sindacale mondiale lì seppe assumere su iniziativa di CGIL CISL UIL in merito ai diritti umani e democratici, alla giustizia sociale, ai diritti del lavoro e nel lavoro, alla cancellazione del debito dei paesi poveri, allo sviluppo sostenibile, al lavoro dignitoso per tutti, ai pari diritti e opportunità per le donne, al commercio equo, alle nuove regole democratiche per le istituzioni e l’economia, in sintesi quella che definiamo, la globalizzazione dei diritti, deve rappresentare un manifesto che continua a vivere nelle iniziative e rappresenta un orizzonte ideale che il sindacato offre a migliaia di giovani che si sono avvicinati alla politica alta e che chiedono, ci chiedono, di rappresentare il loro bisogno di impegno civile, di rifiuto delle ingiustizie.

Il secondo punto riguarda l’iniziativa da portare avanti perché si compia una riforma democratica delle istituzioni sovranazionali a partire dall’ONU all’Organizzazione mondiale del commercio alla Nato che sopravvivono con le stesse immutate regole ai mutamenti profondi che hanno cambiato il mondo: dalla fine della contrapposizione fra blocchi alla globalizzazione dell’economia e dei mercati.

Perché’ è a Organismi Sovranazionali ai quali gli stati sovrani delegano quote di sovranità che vanno assegnati i compiti di difendere un ordine mondiale, di intervenire a fronte delle tragedie alle quali abbiamo assistito.

L’Europa stessa, in quanto tale, deve avere un suo ruolo con una sua autonomia politica.

La costruzione dell’Europa partita con l’Euro , deve continuare in campo sociale e nello stesso campo della difesa.

Questo è l’unico percorso che può in un futuro evitare che un qualsiasi stato possa ergersi in un ruolo di stato guida.

Noi siamo poca cosa rispetto a questi scenari, ma dobbiamo sentirci parte di un grande processo di cambiamento per il quale vale la pena di impegnarci per l’affermazione dei valori di pace, solidarietà, lotta alle ingiustizie, affermazioni dei diritti nel lavoro e per il lavoro.

E’ coerente con questa battaglia politica e ideale, non solo partecipare alle iniziative del movimento sindacale in questa direzione, ma svolgere il nostro ruolo , con maggiore incisività, negli organismi sindacali europei e mondiali di cui facciamo parte.

L’allargamento del dialogo sociale, la diffusione dei CAE arricchendone l’azione in modo da rendere più incisivo il loro ruolo e, soprattutto, lavorare per una loro trasformazione in Comitati di Impresa Mondiali in rapporto alla estensione mondiale delle imprese che fanno capo ai nostri settori; far diventare prassi costante l’inserimento negli accordi con le imprese multinazionali clausole sociali, codici di condotta, per il rispetto dei diritti fondamentali sia in Italia che, soprattutto, nel Sud del mondo, con una capacità di verifica della loro applicazione per la quale i CAE riformati possono avere un ruolo determinante, tutto ciò, deve rappresentare un fronte del nostro impegno che deve trovare riscontro in UNI, EFFAT ed UITA.

Cosi come vanno continuate le iniziative di largo respiro politico che UNI già ha prodotto nei confronti dei Governi e delle Istituzioni sovranazionali mondiali per la cancellazione del debito.

Noi misureremo anche in rapporto a ciò come stare dentro questi organizzazioni sindacali mondiali ed europee.

Il terzo punto riguarda l’impegno forte che la CGIL, che tutto il movimento sindacale, deve profondere perché cessi il conflitto israeliano – palestinese perché, anche questa, è una delle ragioni dell’alimentarsi del terrorismo internazionale.

Credo che ormai abbiamo raggiunto la consapevolezza che la precondizione per affrontare in tutta la sua complessità la questione Mediorientale sia quella di fermare questa spirale tragica, e che sembra senza fine, di atti terroristici e repressioni cruente che sta insanguinando questo martoriato territorio.

Va alzata forte la voce: questa spirale va fermata anche con un atto di forza di interposizione tra i due popoli che si stanno dilaniando, ciò in quanto, la ragione, in questo momento, non è presente.

C’è la consapevolezza che fintanto che, in medioriente, non si realizzerà la convivenza nella sicurezza reciproca, tra due popoli e due stati autonomi in territori distinti con i confini sicuri, il terrorismo mondiale troverà strumentalmente alibi, alimento e proseliti.

Rispetto a tutto il dibattito che si è sviluppato in questi mesi sulle tragiche vicende internazionali io, davvero, chiederei lo sforzo di concentrazione in merito a queste tre questioni che nello stesso tempo rappresentano campi di lavoro.

Sono questioni determinanti su cui c’è una sostanziale unità nel mondo sindacale e tra le forze della sinistra e possono rappresentare un modo di guardare avanti per sviluppare iniziative, smuovere coscienze, realizzare risultati importanti, senza attardarci con la testa rivolta all’indietro, ai molteplici distinguo di cui noi, ahimè, siamo maestri.

Nel dibattito congressuale si sono levate molte voci in questa direzione sia perché si rappresentasse un punto di riferimento unitario tra i lavoratori sui temi della lotta al terrorismo, della pace, dello sviluppo della democrazia e della giustizia sociale e sia perché l’unità della CGIL e del movimento sindacale è più che mai oggi necessaria per fronteggiare l’attacco che l’attuale governo sta portando al sistema di diritti, di tutele, e non solo nel mondo del lavoro, allo stato sociale, al ruolo del sindacato.

Le due ore di sciopero in difesa dell’art.18, la manifestazione del 12 a Palermo, l’avvio con lo sciopero generale nella Puglia del programma di 4 ore di sciopero che coinvolgerà a scacchiera tutte le regioni sui temi dei diritti del mercato del lavoro, del mezzogiorno e della previdenza, lo sciopero preannunciato del 14 febbraio del pubblico impiego da il segno della dimensione dello scontro politico in atto nei confronti delle scelte compiute dal Governo.

Man mano che il Governo opera si rende evidente come i suoi atti facciano parte di una strategia definita tesa davvero a cambiare nel profondo regole, condizioni sociali, ruoli sociali delle parti, stato sociale e molti fondamenti strutturali del nostro stato democratico che abbiamo contribuito a costruire in questo ultimo dopoguerra.

Davvero questa affermazione non rappresenta una contrapposizione ideologica da parte di un sindacato alla natura di destra di un governo, ma è la risultante di una valutazione di tutti gli atti compiuti da questo governo e di quelli che si appresta a compiere.

Prescindiamo pure da quanto compiuto nei primi cento giorni, realizzato per tacitare interessi personali di bottega o per pagare cambiali elettorali immediate al sistema delle imprese, ma gli interventi in tema di sanità e in particolare sulla scuola danno il segno politico della controriforma di pezzi importanti di tutela sociale e di diritti, in questo caso, all’ istruzione.

Diritti che oggi ancora fondano su un carattere universale, di cui è la collettività a farsene carico, mentre si vorrebbe utilizzare il mercato, non come un indicatore di efficienza come vorrebbero farci credere, ma come invece lo strumento di selezione rispetto a chi potrà usufruire del diritto stesso e del suo livello di qualità.

L’imbarbarimento in merito ai temi della giustizia che si è evidenziato in maniera enfatica in questi giorni all’inaugurazione dell’anno giudiziario è davvero preoccupante se pensiamo che ciò viene immediatamente di seguito a quanto era capitato in tema di rogatorie internazionali, di mandato di cattura europeo, di rientro dei capitali all’estero.

Certamente si tratta di un tentativo di piegare la giustizia in difesa di interessi di parte.

Quello che è oltremodo grave, è che si procede per tappe forzate verso una trasformazione profonda che vede i diritti dei cittadini sempre più piegati agli interessi forti ai ceti abbienti, con una lesione del principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

Questo significa mettere in discussione l’automatismo dell’azione penale a fronte di un reato e l’indipendenza del potere giudiziario dal potere politico!

Se c’è un punto, però, in cui con maggior cogenza, ed evidenza vediamo l’attacco ai diritti consolidati dei lavoratori, lo vediamo in rapporto ai temi del mercato del lavoro, o meglio del diritto del lavoro, che con la redazione della legge delega, seguito naturale del “ Libro bianco”, si intende completamente riscrivere, capovolgendo la gerarchia di valori che attualmente uniforma il diritto del lavoro.

Vedete, all’epoca in cui si commentava il “Libro bianco” mi si chiese se ero dell’opinione di assumere una linea di rifiuto in blocco o invece ero dell’opinione di discutere punto per punto le questioni che li venivano avanzate.

La via vocazione contrattuale, guidata da un sano pragmatismo mi faceva propendere per la seconda, ma la lettura della legge delega rende impervia quasi impossibile tale strada.

E ciò perché tutta la legge delega ha un filo conduttore unico, coerente, che vede, da un lato, la completa destrutturazione del mercato del lavoro e la marginalizzazione del sindacato ad un ruolo di erogatore di servizi, di notaio delle scelte delle imprese e dell’accettazione del lavoratore delle stesse e, dall’altro lato, introduce coerentemente un ribaltamento della attuale gerarchia di valori nel diritto del lavoro, concedendo il primato alla contrattazione individuale che può derogare anche in peggio dalla contrattazione collettiva che a sua volta può derogare anche in peggio dal dettato della legge, marginalizzando, per questa via, la contrattazione collettiva e il valore che noi ancora diamo al contratto nazionale di lavoro.

E’ in questo contesto che si propongono leggi che vanno nella direzione di abbassare i diritti dei lavoratori interinali per renderli concorrenziali ai contratti a termine di fresca liberalizzazione, si pensa alla riduzioni dei diritti dei lavoratori part time definiti dalla recentissima legge e si introduce il part time a chiamata, la revisione dei diritti previsti dai lavoratori dati dalla legge che disciplina il trasferimento di ramo d’ azienda, la pietra tombale sul divieto di appalto di manodopera introducendo il leasing di manodopera, si proliferano in modo incomprensibile le tipologie di impiego con l’invenzione, oltre a quelle già esistenti, del lavoro occasionale, a progetto, accessorio e, via cosi.

Voglio dire con chiarezza che oltre a contrastare questo disegno, in ogni caso ciò non rappresenterà, faremo di tutto perché non rappresenti, un vantaggio per le imprese che insistono nei nostri settori.

Anni di contrattazione su temi del mercato del lavoro, delle flessibilità ; di impiego e dell’organizzazione del lavoro hanno prodotto risultati normativi nei nostri contratti che rappresentano un equilibrio importante tra interessi delle imprese e condizioni di lavoro.

La stesso sviluppo della contrattazione sulle flessibilità che abbia al centro la rimodulazione ed arricchimento dei diritti dei lavoratori, ha ancora un futuro.

Quel che è certo che la completa deregolazione del mercato del lavoro avrà come risultato una rottura di quell’equilibrio con il risultato certo di una esaltazione della conflittualità nei luoghi di lavoro, a meno che l’operazione si completi con l’assunzione da parte delle organizzazioni sindacali di quel ruolo di certificazione di scelte compiute da altri, abbandonando il cuore del loro ruolo che è la negoziazione, accontentandosi di uno posto in prima fila negli organismi bilaterali.

La Filcams non è di questa opinione e, come sono certo , non è opinione di Fisascat e né di Uiltucs.

La stessa mobilitazione unitaria contro le leggi delega sull’art. 18, sulla previdenza sta a dimostrare che esiste una convinzione comune che a fianco dell’attacco ai diritti dei lavoratori c’è un attacco al sindacato e al suo ruolo.

I tentativi rozzi e maldestri del governo di contrapporre CGIL a CISL e UIL cercando la rottura sindacale cercando di isolare la CGIL, ma offendendo CISL e UIL proponendo loro una doppia subalternità o alla CONFINDUSTRIA o alla CGIL, si incaricano di chiarire ulteriormente i termini del problema.

La questione dell’art,18 sta dentro a questo contesto, ne è parte importante.

Il valore della battaglia politica per impedire la cancellazione di un diritto che ha segnato uno dei momenti più alti della vittoria del movimento sindacale con la conquista dello Statuto dei Diritti dei Lavoratori è del tutto evidente.

A riprova di ciò sta che ciò ha significativamente ricompattato il movimento sindacale, che certamente non sta’ attraversando uno dei suoi momenti più alti di unità, come ha messo in campo energie, impegno, passione di migliaia di lavoratori, rappresentando in particolare per i giovani delegati che hanno partecipato alle iniziative a sostegno della lotta, un momento alto della battaglia per i diritti dei lavoratori individuando in questo, prima ancora nella difesa di un diritto sindacale, la difesa di un diritto di civiltà, quello di essere reintegrato nel posto di lavoro a fronte di un licenziamento fatto senza giustificato motivo.

Viene, cioè, correttamente colto il significato più profondo che sta nella difesa di questo principio, ovvero impedire la ricattabilità permanente del lavoratore nel luogo di lavoro, renderlo libero nelle sue scelte.

Davvero in ciò è difficile vedere le posizioni del sindaco come conservatrici, arroccate a regole di un lontano passato, non aperto al nuovo che avanza, ai bisogni della modernizzazione dell’economia e del mercato, accuse che non risparmiano nemmeno ambienti a noi vicini.

Altro è, prendere atto che con la difesa di questo diritto non abbiamo assolto il compito di difendere diritti per l’insieme dei lavoratori, oggi, ma anche ieri per la verità, ci si pone e ci si poneva il compito di definire diritti e tutele per una parte larga di lavoratori che da ciò sono esclusi.

Si tratta dei lavoratori collaboratori coordinati e, se passerà al legge delega di Maroni, i lavoratori, occasionali, a progetto o quelli accessori, anche se ancora non sappiamo chi sono, ma che spunteranno una volta definita la legge.

Si tratta di tutti i lavoratori precari, quelli che lavorano in nero o in grigio, si tratta dei nostri lavoratori degli appalti che perdono ogni diritto quando le regole del cambio di appalto non vengono rispettate, si tratta dei lavoratori stagionali per i quali il diritto a lavorare la stagione successiva, prima previsto da una legge che era stata una grande conquista della nostra categoria, con la nuova legge sui contratti a termine non c’è più se non la si riconquista per via negoziale.

Si tratta di tutti coloro che un lavoro non ce l’hanno.

Tutte fattispecie per le quali non esiste una risposta unica per intervenire e realizzare i diritti negati.

Occorre una azione plurale in diversi campi e livelli di intervento.

Una cosa chiara, però, mi sento in dovere di affermare.

La povertà o l’assenza di diritti per tanta parte di lavoratori , vecchi e i nuovi indotti dalle trasformazioni dell’economia produttiva, dell’organizzazione delle imprese e dalla frantumazione del mercato del lavoro, la necessità di conquistare diritti che a loro sono negati, non può essere scambiato con una modifica in peggio del diritto previsto dall’art.18.

Questo sarebbe un imbroglio.

E a questo imbroglio noi non ci presteremo.

Questo lo affermo perché l’accusa rivolta al sindacato e in particolare alla CGIL di arroccarsi a difendere l’esistente e in particolare gli occupati, quelli che i diritti li hanno, non vedendo il mare nuovo dei diritti negati, è spesso l’argomento preliminare per affermare un’idea sbagliata, di cui la stessa sinistra non ne è totalmente immune, ovvero che l’estensione dei diritti per l’insieme del mondo del lavoro, dei cittadini, passa attraverso l’abbassamento della soglia dei diritti esistenti.

Tanto da far assumere l’idea che i diritti esistenti ora nel mondo del lavoro in realtà sono dei privilegi anacronistici che devono essere rimossi in quanto ostacolo per l’affermazione di diritti veri, moderni.

L’attacco ai diritti consolidati dei lavoratori non è un fatto episodico, fa parte di una strategia chiara che ha nella CONFINDUSTRIA l’ artefice , anche teorico, principale – non credo di risultare offensivo se sostengo che la redazione dell’articolato della legge delega è opera dell’ufficio studi della CONFINDUSTRIA – che il Governo ha acriticamente fatto proprio, con i distinguo delle altre Organizzazioni Imprenditoriali che sono nostre controparti nel Terziario a partire da CONFCOMMERCIO.

Distinguo che abbiamo apprezzato nel loro giusto valore.

L’assunto principale di questa strategia sta nell’idea che il successo della competizione oggi delle imprese, del sistema delle imprese italiano, nella globalizzazione dei mercati passa attraverso la compressione dei costi in quanto la riduzione dei costi fa vincere sul mercato.

E dato che i diritti rappresentano un costo in sé e in quanto vincoli per le imprese, per ridurre i costi la via più breve è quella di tagliare i diritti.

Se poi ciò può significare anche regolare i conti con il sindacato sconfiggendo i più riottosi e delineando un nuovo ruolo subalterno alla scelte centrali dell’impresa, perché non cogliere l’occasione.

Le imprese dei settori con cui noi abbiamo a che fare non sono immuni da questa idea.

I settori di servizio che lavorano in appalto, in primo luogo le imprese di pulizia, che da sempre hanno fatto centro dei loro successo la concorrenza sul prezzo quindi sulla compressione dei costi, massacrando per questa via i diritti dei lavoratori si trovano a loro agio.

Le stesse imprese commerciali a partire in particolare dalla grande distribuzione coinvolta in una competizione aspra sul mercato interno sia per i processi profondi di riorganizzazione tipologica e di sistema che per la presenza sempre più forte dei competitori stranieri, le stesse imprese turistiche , per ragioni analoghe aggravate, oggi, dai mutamenti indotti dei tragici fatti dell11 settembre, fanno di questa idea una scelta.

È una linea perdente, in primo luogo perché in una competizione globale, in un mercato della produzione e dei consumi che non ha confini, per le nostre imprese i fattori di successo vanno ricercati nell’innovazione sia organizzativa che di prodotto, nella qualità del prodotto, nella qualità del servizio.

In secondo luogo perché una linea cosi definita, se non realizza le precondizione di una subordinazione del sindacato alle scelte dell’impresa nella costante trasformazione in peggio dei diritti, innesta una conflittualità davvero pericolosa anche per l’impresa stessa.

In terzo luogo perché nelle imprese del terziario e dei servizi il fattore lavoro, l’apporto soggettivo del lavoratore in tema disponibilità, di professionalità accresciuta dalla motivazione, ha un peso decisivo e ciò non lo si realizza in un contesto di accresciuta conflittualità per effetto dell’attacco ai diritti dei lavoratori.

Qui sta davvero il punto.

E, semmai, è una aggravante che, a fronte della opposizione del sindacato e dei lavoratori a cancellare o ridurre i diritti per i lavoratori oggi occupati si imposti una sorta di doppio regime dei trattamenti: uno per gli occupati attuali e uno per quelli che verranno.

L’architettura delle scelte sulla previdenza , che abbiamo rifiutato, e per la quale stiamo scioperando, ha questa impostazione.

Difesa delle pensioni di anzianità, per ora, ma riduzione dei contributi versati per i nuovi assunti, con la prospettiva reale di riduzione del trattamento pensionistico per questi lavoratori quando andranno in pensione non ritenendo credibile che il costo si scarichi sulla fiscalità generale e, contemporaneamente, messa in crisi nel futuro delle stesse pensioni di anzianità.

Lo stesso dicasi per l’art.18 che varrebbe per tutti gli attuali occupati che ne hanno diritto , ma non varrebbe in altre fattispecie, guarda caso tutti nuovi assunti, quelli che emergono dal nero, quelli per cui trasforma il contratto di lavoro da determinato in indeterminato, quelli che vengono assunti in imprese che per effetto dell’assunzione superano la soglia dei 15 lavoratori, i quali si dovranno accontentare di stare un po’ meglio di prima.

Questa è la logica.

Abbassare la soglia dei diritti cominciando dai nuovi ingressi al lavoro, affermando con più evidenza che quelli che oggi sono diritti debbono considerarsi invece privilegi.

Una logica che porta a dire che chi ha un posto di lavoro certo è un privilegiato rispetto ad un precario, chi ha regolarmente un contratto applicato è un privilegiato rispetto a chi lavora i nero, chi ha una tutela rispetto al licenziamento è un privilegiato rispetto a chi non ce l’ha, chi ha una lavoro è un privilegiato rispetto ad un disoccupato e via cosi i una logica che non ha fine.

No, questi non sono privilegi sono diritti da difendere e da estendere con l’azione contrattuale legale e con tutti gli strumenti che il movimento sindacale dispone.

E’ da queste considerazioni e dalle tre ragioni che prima indicavo per le quali rifiutiamo l’impostazione delle imprese sulla competizione che meglio si po’ comprendere, non solo l’ostilità della Filcams ad un tale approccio ma anche la determinazione con cui ha sostenuto la impercorribilità di alcune scelte contrattuali che alcune controparti ci hanno proposto a partire dal Gruppo La rinascente,

Qui non si tratta di già di non avere una propensione pragmatica di ricercare e trovare soluzioni tecniche a situazioni davvero complesse, ma si tratta di essere indisponibili a scelte che oggettivamente si collocano all’interno di una linea complessiva e generalizzata, non solo non accettabile per le ragioni dette ma, a mio avviso, anche perdente per le imprese stesse.

Il tutto con una posizione del sindacato di mera subalternità tesa a registrare il possibile che ci porterebbe , se imboccata come scelta strategica, ad un costante arretramento di cui non se ne vede la fine.

Tutto al contrario di una battaglia per il cambiamento e l’innovazione e con essa la difesa e l’estensione dei diritti evitando che si realizzi una inaccettabile contrapposizione tra diritti e innovazione.

Vedete, io non ho una visione messianica del ruolo del sindacato, né considero il sindacato il soggetto politico che ha un compito di trasformazione della società.

Io vengo da una cultura che assegnava ad altri, alla politica alta, questo compito.

E sono ancora dello stesso parere

Ma non posso escludere che il sindacato sia tra i soggetti che nella propria autonomia di ruolo, facendo il suo mestiere concorra al cambiamento in una direzione e o in un’altra.

E, per la CGIL, tenere ferma la barra nella direzione dei valori che gli sono propri, per il mestiere che fa, aiuta anche la sinistra a ritrovare se stessa e a noi questo sta a cuore sia perché la sinistra è tanta parte di noi, sia perché abbiamo visto che fa differenza chi governa il paese.

Il filo lungo il quale si dipana la difesa dei diritti e le battaglie per la loro estensione è il filo, per noi rosso, lungo il quale abbiamo misurato le coerenze tra dibattito congressuale e il contrasto alle scelte operate dal governo in carica, tra le scelte di contrattazione e la stessa visione dell’Europa oggi e domani propugnando il suo allargamento a tutti i paesi dell’Est europeo.

E ciò, convinti come siamo che il processo di estensione delle regole e dei diritti della Comunità Europea ai lavoratori dei quei paesi, diventa non solo una affermazione di un ruolo solidale del movimento sindacale, ma rappresenta inoltre una garanzia per la difesa dei diritti da noi consolidati.

Rafforzare la nostra iniziativa sindacale in Europa, mettere le premesse per delineare futuri momenti contrattuali a livello europeo con al centro regole e diritti fondamentali per l’insieme dei lavoratori, di quel settore, di quella impresa multinazionale, cominciamo vederlo, oggi, come un orizzonte vicino.

E’ lungo questo filo che sviluppiamo le nostre valutazioni rispetto alle politiche contrattuali realizzate nei settori che organizziamo e le prospettive che indichiamo per il futuro.

Non c’è dubbio che l’interesse della Filcams nel comparto degli appalti di servizio e in particolare, ma non solo, delle imprese di pulizia, sta nella costruzione di un percorso che ha al centro l’ innalzamento della soglia dei diritti fondamentali per questi lavoratori che va dal rendere normale e fisiologico il rinnovo del contratto nazionale di lavoro a rendere sempre meno traumatico e oneroso per i lavoratori il cambio di appalto, sta nell’affermazione dei diritti basilari, da quelli sindacali alla sicurezza sul lavoro, alla dignità sul lavoro.

Per affermare questa strategia abbiamo da tempo scelto di lavorare su più ; livelli e riteniamo che questa scelta debba essere riaffermata e rafforzata.

Tutta la produzione legislativa realizzata sul tema dei capitolati di appalto e delle gare di appalto deve rappresentare il punto di riferimento per i confronti con tutte le amministrazioni pubbliche per il rispetto degli oneri che questa legislazione impone, dal superamento del criterio del massimo ribasso, all’assunzione del “capitolato tipo”, al lavoro da fare per realizzare un ragionevole prolungamento della durata degli appalti tali da consentire alle stesse imprese una concreta possibilità di programmazione della loro attività, al rispetto delle norme sulla sicurezza.

L’altro fronte riguarda il confronto con gli enti previdenziali per la legalità contributiva e l’argine da porre al lavoro sommerso e affermare la legalità in questo settore.

Questa scelta di intervenire sugli elementi strutturali del settore è data perché è nostra ambizione lavorare per una trasformazione strutturale del settore stesso verso la direzione dell’affermarsi sul mercato di imprese multi servizio che per dimensione, capacità imprenditoriale, campo di attività, possano competere avendo come parametri la qualità del servizio, l’efficienza, la capacità imprenditoriale e non lo sfruttamento più nero e la compressione dei diritti primari dei lavoratori.

Il contratto nazionale delle imprese di pulizia, firmato dopo un lungo periodo di lotte, di sacrifici fatti con grande generosità dai lavoratori del settore, ai quali va il nostro ringraziamento, oltre ad essere un vero contratto nazionale dopo tanti anni, ha messo le premesse a questo obiettivo.

Vorremo avere, più ancora che nel passato, la possibilità di assumere questo percorso come obiettivo comune con le Associazioni Imprenditoriali.

La sfida per il cambiamento è alta, la penetrazioni di imprese multinazionali del settore nel mercato italiano la accelererà e il settore deve essere in grado, non di contrastarla, ma di vincerla perché in grado di competere in chiaro, nella legalità, nel rispetto dei diritti dei lavoratori.

In questo senso riteniamo importante lavorare congiuntamente con le Associazioni Imprenditoriali per la affermazione della direttiva europea in merito a regole, diritti fondamentali, procedure da adottare, comuni a tutti i paesi della comunità europea in materia di appalti di servizio.

L’Europa sociale, oltre a quella monetaria è così che ha una possibilità di affermarsi.

E’ mia convinzione che il congresso che stiamo celebrando debba rappresentare un momento importante di rilancio della scelta che, in verità ci ha sempre appartenuto, ma che poco abbiamo valorizzato nel passato, quella di intervento nei settori che rappresentiamo, certamente nella sfera della contrattazione anche con capacità, pignoleria e innovazione, ma anche in merito alle politiche strutturali, economiche, produttive dei settori, per stare dentro i processi di cambiamento e svolgere il nostro ruolo propositivo per meglio difendere gli interessi che rappresentiamo.

E’ una nostra ambizione rafforzare questa parte del nostro ruolo anche perché le condizioni oggi sono più favorevoli: la sensibilità in questa direzione da parte di tutta la Filcams è accresciuta e il ruolo della Filcams nel panorama sindacale ce lo richiede più che nel passato.

E seguendo questa impostazione che quando affrontiamo il settore della vigilanza privata, mentre da un lato rileviamo i notevoli risultati realizzati con il rinnovo del contratto nazionale di lavoro, anche questo molto sofferto, dall’altra parte non dobbiamo dimentica l’impegno che abbiamo per gli obiettivi di riforma di questo comparto.

Con il contratto siamo riusciti a rispondere in maniera unitaria, solidaristica, ancora una volta ai bisogni di trattamento, tutela e diritti per questi lavoratori nonostante le differenti problematiche occupazionali, produttive, organizzative e di mercato che le imprese avevano nelle diverse realtà del territorio nazionale, con una spaccatura netta tra il centro nord e il sud del paese.

Più ancora, siamo riusciti a mettere al centro del rinnovo stesso la questione che è centrale in tutti i sensi: l’orario di lavoro, per un suo controllo soprattutto nella parte riferita dell’abuso dello straordinario che interessa quantomeno metà del paese, utilizzando strumenti conosciti come la contrattazione dei modelli organizzativi e quelli innovativi coma la banca delle ore.

Tutto ciò, però, non avrà un grande futuro se noi non avremo un ruolo rispetto ai processi di trasformazione che stanno intervenendo e in termini rapidi: dalle innovazioni tecnologiche alla scomposizione dei servizi alla assunzioni di nuovi servizi in settori un tempo esclusi, al processi di concentrazione di fatto delle imprese che stanno cambiando, che hanno già cambiato il volto conosciuto di questo settore.

Dare continuità all’impegno assunto in epoca del rinnovo del contratto per realizzare un percorso di riforma che abbia al centro il ruolo giuridico degli istituti di vigilanza, la definizione giuridica della Guardia Particolare Giurata, la sicurezza e l’obbligo di formazione, diventa indispensabile.

Vedete, quando trent’anni fa ho preso per la prima volta contatto con il mondo della Filcams sentii parlare lì della necessità di una definizione per legge della figura giuridica della guardia giurata.

Credo che sia ragionevole darsi atto della necessità di raggiungere questi obiettivi entro la vigenza di questo mandato congressuale.

Lavoro in questa direzione ne è già stato fatto, sensibilità politiche sono state suscitate e anche in presenza di un governo di centro destra, che non ci agevola, noi dobbiamo raggiungere lo scopo.

Ci accingiamo a rinnovare il contratto nazionale del turismo, a fine febbraio dovremo essere in grado di aver costruito la piattaforma rivendicativa.

Dopo i fatti dell’11 settembre, come già abbiamo detto nelle considerazioni generali fatte all’inizio della relazione, in questo settore tocchiamo con mano che molte cose sono cambiate e non abbiamo oggi la percezione esatta di quanto profondi ed estesi in modo strutturale sono e saranno i cambiamenti indotti.

Quel che è certo è che non si ritornerà alle condizioni di prima.

Il trend positivo della situazione economica del Turismo degli ultimi anni trova una battuta di arresto con l’11 settembre attutita dalla crescita del turismo interno per le evidenti ragioni della preoccupazione di viaggiare all’estero.

Le ripercussioni sul piano occupazionale nelle attività ricettive le abbiamo registrate maggiormente sul fronte del lavoro precario.

Il turismo è stato storicamente un settore che ha avvertito l’ impatto con gli eventi esterni, soprattutto quando questi sono negativi.

La crisi ha colpito maggiormente i Tour Operators ed è stato nostra cura intervenire anche per via negoziale per dare una risposta ai problemi occupazionali che li si sono aperti ma, anche per mantenere operativo in maniera efficiente un settore motore per lo sviluppo dell’attività turistica.

A questo riguardo dobbiamo ancora una volta denunciare la precarietà degli strumenti di sostegno al reddito che si rivolgono ai nostri settori.

Ogni anno dobbiamo rincorrere le proroghe della CGS per le imprese commerciali da 50 a 200 dipendenti e per le imprese turistiche.

Questo è un problema come lo è, più grave, per i lavoratori che lavorano in imprese al di sotto dei 50 dipendenti.

La riforma degli ammortizzatori sociali si imporrebbe, ma è chiaro che l’idea avanzata dal governo di realizzarla a costo zero ci riconsegna, forse aggravato, il problema.

Ma per ritornare al turismo, questa crisi produrrà, a mio avviso, una accelerazione dei processi di trasformazione che comunque interessavano il settore.

La tendenza alla concentrazione , gli ingressi di operatori dall’estero, il processo di concentrazione economica e di direzione finanziaria di filiera del “pacchetto turistico” in una sorta di Impresa globale immateriale si accompagnerà, di converso, ai processi di eternalizzazione di servizi e di attività anche caratteristiche come, ad esempio, la ristorazione negli alberghi, che, a loro volta, saranno interessati, essi stessi, da processi di concentrazione in imprese dedicate.

Uno scomporre e ricomporre del ciclo e dei sistemi di impresa che metteranno a dura prova i nostri assetti contrattuali e la nostra capacità di incidere in positivo in merito alle politiche del turismo nel nostro paese.

Per questa ragione diventa oltremodo importante un nostro intervento perché si attui la riforma della Legge Quadro sul turismo che abbia però la capacità di accompagnare alla necessaria assunzione di titolarità in materia turistica da parte delle regioni, il necessario e indispensabile coordinamento nazionale.

Se da un lato è necessario che venga definito il regolamento attuativo in rapporto agli “Standard Minimi” e l’individuazione a livello locale dei sistemi territoriali turistici, d’altro canto, proprio in una fase come questa in cui il flusso turistico proveniente dall’estero è bloccato, diventa vincente il coordinamento per poter presentare una visione nazionale del turismo all’estero e in particolare in Europa, dando un’immagine, una visibilità degli standard minimi di qualità ; e di servizio che abbia una lettura nazionale per l’esterno.

Standard di qualità e servizio, vale sempre ricordarlo, che in questi settori come del resto in tutte le attività di servizio sono più che mai basati sulla componente umana.

Questo non contraddice la valorizzazione delle specificità locali ma le esalta in un quadro unico di lettura.

Accanto a ciò la nostra iniziativa deve sostenere, perché è ; vincente, le caratteristiche nazionali del prodotto turistico e in questo quadro diventa decisivo consolidare l’obiettivo che lo sviluppo delle attività turistiche e ricettive e delle strutture abbiano una completa sostenibilità con l’ambiente e con la realtà economica e sociale del territorio.

Questioni, queste, che possono rappresentare obiettivi vincenti per l’ imprenditoria, l’economia e l’occupazione del nostro Mezzogiorno.

Il sindacato territoriale avrà quindi compiti rilevati da assolvere.

Il Rinnovo del contratto ha questo quadro di riferimento e noi dobbiamo lavorare perché la stessa piattaforma che uscirà a fine febbraio, nella sua capacità di selezione si incentri su pochi punti ma strategici coerenti con queste necessità.

Noi riteniamo che questi siano: l’ampliamento del ricorso alla contrattazione di 2° livello soprattutto territoriale, soprattutto là dove, come nelle mense, le interpretazioni restrittive delle controparti hanno reso quasi impossibile il suo esercizio reale; mettere le basi per la contrattazione dell’organizzazione del lavoro a partire dalla professionalità e quindi dalla formazione e dall’inquadramento, non dimenticando mai che questo piano risente molto dei rapporti di forza e dalle disponibilità riformatrici delle controparti; sul salario applicare l’accordo del 23 luglio con la consapevolezza che le difficoltà avute nella contrattazione di secondo livello ci consegnano la necessità di un recupero salariale importante del potere di acquisto delle retribuzioni.

E’ con la stessa impostazione che voglio mettere all’attenzione del congresso un settore importante come quello del terziario commerciale.

È fuori di dubbio che anche questo settore è attraversato da processi profondi di trasformazione.

Il fatto che nel 2000 nel commercio i lavoratori dipendenti, come unità lavorative scavalcano i lavoratori indipendenti, è indicativo di un momento, oserei dire storico, che marca nettamente la trasformazione.

La ricerca che vi abbiamo consegnato fornisce informazioni approfondite e dettagliate interessanti in merito, e a quelle vi rimando.

Quello che è significativo rilevare è che siamo di fronte ad un consistente aumento della dimensione di impresa che accanto al processo storico di recupero della polverizzazione del settore vede intensificare un processo consistente e veloce di concentrazione tra le grandi e medie imprese commerciali, attraverso soprattutto le acquisizioni fatte delle imprese straniere e in particolare da quelle francesi.

Processo che sta accelerando un cambiamento rilevante del tipo di offerta commerciale e che non è assolutamente concluso.

Il sistema delle imprese cooperative, nel panorama della distribuzione, rappresenta l’unica realtà imprenditoriale completamente italiana di dimensioni rapportabili con le joint – venture che si sono formate in questi tempi che, con esse, si misura.

Anche in questo comparto, accanto ai processi di concentrazione assistiamo uno sviluppo consistente del franchising che si sta, esso stesso organizzando, oltre ad un processo di terziarizzazione e di esternalizzazione di attività complementari delle attività commerciali quali ad esempio la logistica.

Tutto ciò rappresenta un processo continuo di cambiamento della rete commerciale che ci pone l’obiettivo di essere attori per il suo governo e, per il quale, valgono gli strumenti che la legge Bersani ci mette a disposizione, ma rappresenta anche una sfida feroce in merito alle problematiche che si aprono su tutto il fronte dei modelli contrattuali che da questi processi vengono fortemente messi in crisi e, con essi, la nostra capacità di difendere i diritti realizzati e la capacità di farli acquisire a coloro che non li hanno.

Problemi che già abbiamo incontrato e alcuni hanno rappresento momenti di tensione forte anche unitari ma, per i quali abbiamo avuto la capacità ; di individuare percorsi comuni anche se ancora parziali.

La qualità dello sviluppo, caratterizzato da tipologie commerciali sempre più innovative, ci pone problemi nuovi, devo dire, anche stimolanti, di innovazione contrattuale, come è il caso della contrattazione nei centri commerciali.

Ma le problematiche più complesse riguardano l’evoluzione del mercato del lavoro.

L’occupazione dipendente cresce, ma crescono in termini esponenziali, il lavoro precario, saltuario, cresce il part – time nelle sue più varie tipologie, i contratti a termine, il lavoro interinale, il lavoro coordinato più o meno continuativo vero e falso, crescono i promoters e i merchandising, anche qui, quelli veri e quelli falsi.

Tutto questo in un quadro normativo legislativo che ha consentito, e non è ancora finita, un più ampio ricorso a queste tipologie.

L’organizzazione e la tutela di queste nuove e vecchie figure del mercato del lavoro, oggi assume peso maggiore.

La scelta di essere come Filcams cofondatori di NIDIL va in questa direzione, non solo per consentire una piena organizzazione nel sindacato delle nuove tipologie occupazionali ma, anche, per assumere scelte contrattuali di tutela adeguate.

Per esemplificare, dobbiamo decidere che, da oggi in avanti, si costruiscano scelte contrattuali, che pur in un processo, non escludano più dai risultati economici di secondo livello i contratti a termine e tutte le tipologie riconducibili al contratto a termine.

Non è possibile che queste figure rappresentino fonte di flessibilità e, contemporaneamente, aggiuntivo risparmio salariale.

Cosi pure si dovrà prevedere la valorizzazione previdenziale dei rapporti di lavoro non continuativi per evitare un abbattimento della tutela previdenziale per questi lavoratori.

Sempre sul versante contrattale, a mio pare, da un punto di vista oggettivo, a prescindere dalle volontà politiche delle parti sociali coinvolte per il loro ruolo, proprio i processi di trasformazione che intervengono nel settore, i profili della competizione che le imprese affrontano sul mercato, rende sempre più attuale la riflessione in merito ad un unico tavolo per un unico contratto nazionale di lavoro tra le il settore cooperativo del consumo e il terziario commerciale privato.

In tempi lontani, la Filcams adombrava questa possibilità e definiva anche le direttrici entro le quali il processo era possibile.

Queste direttrici sono ancora valide e ruotano attorno alla necessità di salvaguardare le specificità del comparto della cooperazione in termini di risultati contrattuali storicamente realizzati, soprattutto in termini di diritti che in tema di relazioni sindacali avanzate.

Noi riteniamo, come detto, il tema ancora più attuale, ma è evidente che ciò non può che essere il frutto di una convinzione bilaterale per produrre effetti concreti.

In questo contesto troverebbe ancor più ungente la riforma della struttura stessa del contratto nazionale del terziario privato.

Le parti sociali che lo firmano hanno l’ambizione di rappresentare tutte le attività commerciali di servizio privato all’impresa, al sistema delle imprese e di ingegno che si presentano sul mercato, questo però non lo si assolve semplicemente allargando la sfera di applicazione inserendovi tutti i settori, da quelli tradizionali consolidati a quelli emergenti quali in particolare quelli della New Economy.

Perché questa ambizione abbia successo diventa irrinunciabile diventare davvero agenti contrattuali in questi settori riconoscendo le specificità ; strutturali e dotandole di soluzioni normative adeguate, penso in particolare al tema della professionalità e quindi dell’inquadramento professionale come, d’altronde, il tema dell’organizzazione del lavoro e della sua gestione.

In sintesi, il contratto del terziario può continuare ad essere un contenitore sempre più vasto di settori tradizionali ed emergenti a patto che sappia trovare al suo interno l’articolazione necessaria a rappresentare le specificità fondanti dei settori.

L’altro fronte che per noi è aperto in questo contesto è il tema rilevante degli orari commerciali.

Per i lavoratori dipendenti tutta la tematica della regolamentazione delle aperture, degli orari commerciali, per i rilessi che ciò ha nelle loro condizioni di lavoro e, soprattutto di vita è davvero problematico.

La regolamentazione prevista è stata vissuta come una liberalizzazione indiscriminata delle aperture, cosa che di certo non è, ma che rischia di diventarlo nella gestione, soprattutto nella individuazione delle città d’arte e turistiche e le relative deroghe alle chiusure domenicali.

Il problema è complesso.

Non c’è dubbio che sia una esigenza riconosciuta quella di un allargamento degli orari di apertura dei servizi commerciali.

E’ un interesse dei consumatori avere più occasioni per gli acquisti, è una esigenza per le imprese utilizzare al meglio impianti e potenzialità, i centri città senza il coprifuoco serale diventano più vivibili, meno pericolosi.

Una evoluzione del sistema commerciale ha, come indicatore di efficacia, orari commerciali più adeguati alle esigenze del consumatore e in linea con una società con orari plurimi di lavoro, di servizio, di svago, di socialità ma, non c’è dubbio, che per i lavoratori dipendenti questo rappresenta un problema per quanto riguarda le loro condizioni di lavoro.

L’ostilità c’è stata e c’è tuttora.

Ma, vedete, l’ostilità al cambiamento, premesso che a nessuno piace lavorare alla domenica, derivano sostanzialmente da due questioni di cui una è di valenza generale e che riguarda tutti i cittadini.

La prima questione riguarda l’esigenza per i lavoratori del commercio di avere certezze rispetto al proprio orario di lavoro per poter regolare, di conseguenza, la gestione della propria vita, della propria socialità.

Le incertezze, le improvvisazioni, il cambio estemporaneo dei programmi delle aperture, soprattutto domenicali operate dalle amministrazioni comunali creano un problemi gravi e io credo anche per le stesse imprese.

Quel che serve è che in tutte le amministrazioni comunali si dia corso a quanto è previsto dalla legge di riforma realizzando un tavolo di concertazione con le parti sociali interessate per la definizione di un calendario annuo delle aperture, domenicali e serali, risultante dal confronto anche degli interessi diversi che in quel tavolo si rappresentano.

Quelli dei consumatori e dei cittadini, quelli delle imprese tutte, e non solo di una parte di esse, ovvero quelle che fanno la voce grossa, e quelli dei lavoratori dipendenti.

Un tavolo di confronto e concertazione in cui si misurassero i diversi interessi contribuirebbe ad evitare l’uso improprio di una sorta di liberalizzazione degli orari commerciali come strumento per la conquista di mercato di alcune imprese rispetto ad altre spacciandola per qualità di servizio erogato ai consumatori.

In alcune città ciò si è fatto, ma sono poche e per giunta alcuni accordi sono già saltati.

Questo rappresenterebbe un quadro di certezze per le imprese per una loro programmazione delle attività, come rappresenterebbe un quadro di certezze per i lavoratori, e il sindacato che li rappresenta, per poter sviluppare la contrattazione conseguente al fine di definire al meglio le condizioni di lavoro, di orario, di riposo, di trattamento.

In una parola, la rimodulazione dei loro diritti.

La seconda questione per la quale i lavoratori sono restii al cambiamento è di valenza generale e non riguarda, quindi solo i lavoratori dipendenti.

Si tratta della necessaria, indispensabile correlazione che deve intervenire tra le modifiche degli orari commerciali e la riforma degli orari dei servizi, di tutti gli altri servizi della città, da quello dei trasporti, alla scuola, alle poste, agli uffici pubblici.

Al problema generale della sicurezza.

Lavorare fino alle 22 o alle 23 in un ipermercato in periferia è gravoso ma, lo diventa di più se non ci sono adeguati servizi di trasporto che riporti a casa i lavoratori addetti.

Modificare la distribuzione delle ore di lavoro nella settimana mette in crisi l’organizzazione del lavoro di cura se non ci sono orari dei servizi scolastici che lo possano supportare.

Non possiamo dimenticare che l’occupazione nella distribuzione è composta per l’80% da donne.

La questione che rispunta con forza all’ordine del giorno è quella del coordinamento degli orari commerciali, dei servizi pubblici al fine di, come riprende la legge di riforma, “armonizzare l’espletamento dei servizi alle esigenze complessive e generali degli utenti.”

Questo è un compito assegnato ai sindaci che devono, a tal fine, sentire tutte le parti sociali.

La gestione del tempo è un problema sempre più rilevante nelle grandi città.

Molti cittadini non riescono a fare tutto quello che vorrebbero, il lavoro per vivere, il lavoro di cura per una valida socialità, il tempo per sé stessi.

Questo perché di tempo ce né poco e gli sprechi di tempo sono rilevanti, per le code nel traffico, per trovare un negozio aperto quando si è liberi dal lavoro, nelle code negli uffici e cosi via.

I lavoratori avanzano una richiesta di una qualche libertà del proprio tempo dall’organizzazione dell’impresa che non è solo e semplicemente una richiesta di quantità di tempo, ma di poter disporre, quando si ha il bisogno, di un po’ di tempo libero come diritto e non come un favore che può essere dato o negato.

In sintesi, una flessibilità del proprio orario di lavoro in rapporto ai bisogni individuali.

Di contro, da parte delle imprese commerciali, cresce il bisogno di flessibilità della propria organizzazione del lavoro per rispondere alla incertezze e alle variabilità provenienti dal mercato e alle modalità di funzionamento dell’apparato produttivo.

Ciò per stare adeguatamente sul mercato, misurarsi con la concorrenza, offrire un servizio adeguato cogliendo le opportunità che la legge attuale offre in merito all’ampliamento degli orari commerciali.

Due bisogni di flessibilità, dunque, che possono essere ricomposti con una adeguata contrattazione se ci sono le volontà politiche delle parti atte ad affrontarla.

Politiche di settore, scelte contrattuali coerenti, centralità del tema dei diritti è, come dicevo il filo conduttore che dipana il nostro agire per tutta la complessità dei nostri settori,

e a questa impostazione si attengono le scelte che siamo riusciti a compiere in un settore importante quale quello degli studi professionali.

Dopo vent’anni siamo riusciti a realizzare un contratto nazionale unico sottoscritto dalle tre controparti ed è un testo unico a valere per tutti i lavoratori del settore, ivi compresi quelli occupati negli studi professionali non regolamentati dagli Ordini.

Un contratto che oltre a disciplinare ciò che è tradizionale in ogni contratto di lavoro, rende esigibile la contrattazione di secondo livello, in questo caso regionale, e introduce novità in tema di diritti come la possibilità di realizzare l’assistenza sanitaria integrativa.

Ma, con il rinnovo del contratto, coerentemente con le esigenze che derivano dall’evoluzione di questo comparto sempre più proiettato verso la dimensione di impresa, l’iniziativa nostra è andata al sostegno di una riforma che realizzasse una distinzione tra rappresentatività sociale dei datori di lavoro che con le loro associazioni stipulano con noi i contratti di lavoro e gli Ordini Professionali.

Questa iniziativa ha visto nella passata legislatura il riconoscimento al tavolo della concertazione le associazioni datoriali e un avvio di riforma degli Ordini che, però, sta subendo una inversione nel senso della controriforma con questa legislatura, artefice principale l’On. Fini.

Con la stessa impostazione abbiamo lavorato ne comparto degli agenti e rappresentanti dove l’aspetto contrattuale, pure importante, anche perché vorremmo operare nella direzione di rendere meno vessatorie norme come il “patto di non concorrenza” come siamo riusciti a far eliminare norme anacronistiche come quella dello “star de credere”.

Ma nel contempo la nostra iniziativa si muove nella direzione politica di intervento per il risanamento dell’Ente di previdenza degli Agenti che si trova in una situazione molto critica e per la quale occorrono certamente interventi strutturali, ma che possono avere un senso se si procede anche verso una decisiva democratizzazione dell’Ente stesso.

Democratizzazione a cui noi assegniamo un carattere pregiudiziale.

Con questa impostazione abbiamo rinnovato il contratto nazionale prima e il secondo biennio salariale poi, del settore delle terme, avendo come obiettivo il rilancio del settore con l’approvazione della legge di riordino e la gestione dei processi di privatizzazione.

Con la stessa impostazione, per le Collaboratrici famigliari, mentre facciamo il contratto e realizziamo con esso l’allargamento della sfera dei diritti, non ultimo quello relativo alla non licenziabilità della colf in gravidanza e si appronta una strumentazione bilaterale per allargare la tutela in caso di malattia, d’altro canto continua l’iniziativa nei confronti del Governo per l’estensione della legalità con l’emersione del lavoro nero attraverso una maggiore deducibilità dei costi che sono sostenuti dalle famiglie.

Analogamente, si rinnova il contratto per i portieri cercando di introdurre innovazioni coerenti con una evoluzione anche professionale nel servizio prestato da questi lavoratori ma, si estende altresì, la possibilità di erogazione di servizi e vantaggi a questi lavoratori rafforzando gli strumenti della bilateralità.

Le stesse soluzioni contrattuali Nazionali adottate nelle farmacie speciali e la piattaforma che si sta costruendo per le farmacie private rispondono, anche qui, ai processi di cambiamento strutturale rilevante in corso in questo comparto.

Come si evince anche da queste ultime cose dette, per noi la contrattazione ricopre un ruolo centrale ed è principalmente con questo strumento che sviluppiamo la nostra azione politica settoriale.

Per questa ragione, non solo abbiamo l’assillo di innovarne i contenuti, ma dobbiamo altresì mettere sotto osservazione lo stesso modello contrattuale per adeguarlo sia alla evoluzione strutturale che alle priorità che di volta in volta ci assegniamo.

Per noi il contratto collettivo nazionale di lavoro ha una centralità irrinunciabile.

Per noi è lo strumento della solidarietà nazionale, della identità settoriale per milioni di lavoratori.

E’ lo strumento con il quale il sindacato assolve al suo ruolo a nome e per conto di coloro che possono esprimere a viva voce le proprie esigenze e l’affermazione dei loro diritti cosi come per coloro che non hanno voce perché non gli è consentito.

La difesa del contratto nazionale di lavoro, che per molta parte dei nostri lavoratori rappresenta, attualmente, nei fatti, l’unico momento in cui i loro interessi economici e normativi vengono presi in considerazione è un obiettivo irrinunciabile.

Oggi, più che mai, la difesa del contratto nazionale di lavoro passa attraverso l’affermazione del secondo livello di contrattazione in termini pieni, generalizzato e riformato.

È per questa radicata convinzione che penso che nella eventuale riforma del modello contrattuale che è uscito dal 23 Luglio non sia determinante decidere se la durata del contratto nazionale è di quattro anni, è di due anni più due anni, è di tre anni o altro, ma quello che è dirimente è, se ci sono due livelli di contrattazione e al livello nazionale si assegna principalmente il compito della solidarietà nazionale nelle normative e nei diritti, della difesa del potere di acquisto dei salari che tenga conto dell’andamento generale dei settori e il secondo livello assuma una cogenza e una estensione decisamente superiore alla attuale.

È decisivo che a fianco dell’impegno per lo sviluppo della contrattazione di 2° livello aziendale, con le regole che contrattualmente abbiamo definito, si sviluppi l’estensione in tutti i territori la contrattazione territoriale di secondo livello.

Ciò vale per terziario commerciale come per il turismo e, a maggior ragione, per i settori degli appalti e dei servizi.

La ragione non sta semplicemente nel fatto che dobbiamo esigere un diritto che abbiamo conquistato e per dotare tutti i lavoratori del secondo livello contrattuale, motivazioni di per se sufficienti, ma la scelta si impone perché se scegliamo il livello nazionale come il principale per la solidarietà e la definizione di norme, diritti comuni, allora dobbiamo cogliere in un altro momento i differenziali territoriali che nei nostri settori ci sono, differenziali di mercato o di condizioni generali della competizione fra le imprese nel territorio.

Dobbiamo essere consapevoli che se non lo realizziamo nel secondo livello, alla lunga si può affermare la linea, da noi respinta, di chi pensa che ciò vada fatto sostituendo il contratto nazionale con tanti contratti provinciali.

Le stessa tenuta della solidarietà nazionale può essere messa a dura prova.

Una scelta coraggiosa che vada in questa direzione può rappresentare un grande momento di riscossa nel protagonismo dei territori del mezzogiorno potendo essi, come gli altri territori, coniugare politiche di settore confronto con le parti sociali e istituzionali, occupazione e contrattazione.

La stessa politica fatta per la legalità e l’emersione con i contratti di riallineamento può trovare un nuovo impulso ricercando nuovi strumenti, e alleanze.

Non c’è dubbio, comunque, che più è alta e frequente ed estesa la contrattazione e più si riduce lo spazio del sommerso, dell’evasione, dell’illegalità e non c’è dubbio che se non c’è pressione politica in un contesto che va in quella direzione, e non c’è repressione, l’emersione non trova “ ;stimoli” sufficienti per realizzarsi.

Le operazioni di Tremonti in questa direzione si stanno dimostrando un fallimento.

In coerenza a ciò dobbiamo perseguire un rinnovamento della nostra stessa contrattazione aziendale, in particolare quella dei grandi gruppi nazionali.

Noi dobbiamo avere la capacità di rilanciare con forza la contrattazione vera dell’organizzazione del lavoro e con essa di tutti i fattori che la declinano.

Il confronto sui fattori produttivi, la contrattazione sui modelli organizzativi atti a sostenerli e quindi delle flessibilità necessarie ci riporta ad essere presenti nelle condizioni di lavoro materiali degli occupati, ci consente la possibilità di coniugarle con esigenze, anche nuove perché nulla rimane fermo, che vengono espresse da quei lavoratori che operano in quel posto di lavoro, esercitando un rapporto diretto tra modifiche e vantaggi come contropartita, in un processo democratico di validazione diretto.

Si può, per questa via, attuare con successo la sperimentazione di nuovi diritti che sappiano cogliere anche le esigenze nuove che si affacciano tra i giovani nel mondo del lavoro, declinando nuove libertà.

In coerenza a ciò si impone di lavorare in maniera decisa nella direzione del decentramento della contrattazione dei grandi gruppi nazionali.

Questa è una scelta importante, anche delicata e complessa, che vogliamo costruire con i compagni di Fisascat e Uiltucs, come condizione sine qua non per una sua percorribilità.

Ma è una scelta di cui siamo fortemente convinti.

Crediamo che se da un lato vanno salvaguardati i grandi successi realizzati in questi quasi vent’anni di contrattazione nazionale fatta nei grandi gruppi, d’altro canto crediamo che essi non possano avere uno sviluppo nell’impianto attuale.

Le ragioni vanno ricercate nelle motivazioni per le quali vogliamo rilanciare la contrattazione territoriale e le ragioni per le quali si ritiene giusto rilanciare nella contrattazione aziendale, la contrattazione dell’ organizzazione del lavoro.

La contrattazione, dicevo, per noi è centrale nella nostra iniziativa e trova un suo compimento se si afferma , anche qui in modo rinnovato, il sistema della bilateralità che trae origine dalla contrattazione ed ad essa è subordinata.

Ormai abbiamo una lunga e vasta esperienza della bilateralità che va dagli Enti Bilaterali veri e propri definiti ormai per quasi tutti i contratti, ai fondi di previdenza complementare al fondo di formazione per i Quadri alla assistenza sanitaria integrativa anch’essa per i Quadri, alla Cassa Portieri.

Il valore di questa bilateralità consiste certamente nei servizi riesce erogare ai lavoratori e alle imprese ma, consiste anche nell’offrire una occasione per aprire un dialogo tra le parti sociali soprattutto nei territori in cui ciò, ancora oggi, il rapporto è molto difficoltoso e che può essere riavviato anche diventando sede di attivazione degli strumenti bilaterali di gestione del contratto quali ad esempio le commissioni paritetiche.

Per queste ragioni la Filcams conferma la validità della scelta politica e intende continuare ad alimentarla.

Ma proprio per questa ragione, unitariamente, debbiano riflettere, a fronte dell’esperienza maturata, in ordine alla necessità di procedere ad una riforma del sistema, una riforma che, a mio parere, dovrebbe muoversi nella direzione di una semplificazione del sistema con una riduzione del numero degli Enti.

La proliferazione degli Enti con una scarsa massa critica e con una articolazione di soggetti, alla lunga può portare alla costituzione di Enti che sopravviveranno a se stessi creando danni al sindacato oltre che ai lavoratori.

La seconda direzione dovrebbe riguardare il rapporto tra Enti Bilaterali e i destinatari dei servizi dell’ente nel senso che sempre di più la direzione degli enti dovrebbe riguardare direttamente i finanziatori degli enti che sono poi coloro che usufruiscono dei servizi, marcando in modo più evidente, anche nella loro direzione, la distinzione tra ruolo della contrattazione e ruolo dell’Ente Bilaterale.

Un primo passo in questa direzione potrebbe essere la definizione di una sorta di incompatibilità tra cariche direttive degli enti e cariche esecutive delle parti sociali.

La terza direzione è quella dei contenuti, dei servizi erogati, per i quali ritengo si debba andare verso la direzione di assunzione di priorità e, a mio parere, una delle priorità oggi è la progettazione della formazione e l’altra è, certamente, quella del sostegno al reddito per i nostri settori soggetti a forti momenti di riorganizzazione di precarizzazione e anche a fronte dell’incertezza che ci deriva dal punto di vista del Governo.

Anche su questo versante la percorribilità ha una precondizione che è la disponibilità di tutti i soggetti interessati.

Compagni ed amici, la consapevolezza della necessità di dover procedere assieme, unitariamente, nelle sfide che ci si presentano, per difendere al meglio gli interessi dei lavoratori è forte e radicata in noi, anche se il suo esercizio può avere, nel tempo, degli alti e bassi.

Vorrei poter dire, parafrasando Miguel de Cervantes: “ l’unità può ammalarsi, ma mai morire del tutto,” ma non ne sono sicuro.

Questo rischio va combattuto perché l’esito non è dato a prescindere, l’esito è il frutto di una conquista continua.

Ha un grande valore il fronte sindacale unitario che si è costruito per rispondere all’attacco che è stato portato avanti in particolare da CONFINDUSTRIA e dal governo che agisce sotto sua dettatura, ai diritti e agli interessi di chi noi rappresentiamo e dobbiamo lavorare perché l’ intenso programma di lotte riesca senza prestare il fianco ai continui tentativi di divisione che vengono messi in campo.

E’ maturata la convinzione che l’attacco ai diritti dei lavoratori è accompagnato ad un attacco anche al sindacato tutto e al suo ruolo contrattuale.

Questo va capitalizzato e difeso.

Come d’altronde ogni sforzo va compiuto per difendere l’unità d’azione tra Filcams, Fisascat e Uiltucs.

A tal riguardo, la Filcams pone, ancora una volta, un problema aperto da tempo e che riguarda la discriminazione che viene operata nei nostri confronti dalla amministrazione americana per quanto attiene la possibilità di rappresentare i propri iscritti all’interno delle basi USA e NATO.

Noi la nostra parte la stiamo facendo, ma è evidente che una iniziativa unitaria farebbe davvero la differenza.

Qui è in gioco un principio di libertà di organizzazione sindacale che è un principio universale.

Compagni ed amici di Fisascat e Uiltucs, c’è una lunga e non superficiale conoscenza reciproca tra noi e questo è stato un elemento che nei momenti delicati di confronto, anche aspro, ha giocato positivamente per evitare che si giungesse, in alcuni momenti, ad un punto di rottura difficilmente sanabile.

Ma la domanda che ci si deve porre è se questo è sufficiente. Credo proprio di no.

Io credo proprio che a fronte di una improbabile definizione per legge delle regole della rappresentanza, a cui si può tendere, ma che ragionevolmente pensiamo di non vederne la luce in tempi accettabili, noi dobbiamo lavorare per dotarci di una regola democratica che possa intervenire per derimere il dissenso su questioni di fondo, strategiche, quando esso si presenta tra di noi, senza che ciò diventi un passaggio traumatico.

Il confronto libero delle opinioni, l’espressione del dissenso anche su questioni strategiche, deve diventare un fatto fisiologico e l’unico modo per derimerlo senza traumi e quello della democrazia, consegnando questo compito ai destinatari delle nostre decisioni, i lavoratori.

Le riunioni degli stati maggiori abbiamo visto che in questi casi non servono.

Io credo che rispettando le reciproche posizioni sul ruolo del sindacato e dei rispettivi statuti sia possibile lavorare in questa direzione.

Intanto, però, dobbiamo lavorare, oltre che per la direzione di tutte le iniziative di cui siamo caricati, per sanare il vulnus che è tuttora aperto in merito alla agibilità delle RSU per responsabilità delle controparti e per nostra incapacità di trovare una strategia unitaria vincente.

Noi non abbiamo, per scelta politica, enfatizzato il nostro dissenso in merito alla disdetta dell’accordo sulle RSU fatta da Fisascat e da Uiltucs.

Siamo ancora di questa opinione perché vogliamo lavorare con voi per risolvere il problema individuando nella controparte l’avversario da sconfiggere.

Ormai si avvicina l’appuntamento del rinnovo del contratto nazionale del terziario anche per la parte normativa, esso è un appuntamento risolutivo in ogni caso.

Se così non fosse, nei fatti, avremo cancellato le RSU

Nel frattempo non possiamo consentire che non si realizzi, per la prima volta nella storia degli ultimi quarant’anni la mancata stampa del contratto nazionale di lavoro.

A partire da quanto fatto per il ccnl del Turismo dobbiamo arrivare rapidamente alla conclusione formale del percorso.

Compagne e compagni, la Filcams è una organizzazione che vede crescere i suoi iscritti costantemente dal 1985 passando dagli allora 177.000 ai 251500 alla chiusura del 2000 con un incremento medio annuo di 5000 iscritti.

Possiamo dare i dati della chiusura 2001: quest’anno raggiungiamo i 264484 con un incremento, rispetto all’anno precedente di quasi 13000 iscritti.

La costante crescita è certamente avvantaggiata dalla crescita della terziarizzazione della economia e della imprese che la sostanziano, ma non ce dubbio che noi, con il nostro lavoro dimostriamo di essere in grado di intercettare questa crescita.

Vedete, noi cresciamo sia nei settori tradizionali del terziario e dei servizi come cresciamo nei nuovi settori.

Ciò significa che lo sforzo costante, sia di rinnovamento dei modelli contrattuali che dei contenuti della contrattazione è la scelta vincente.

Posso dire anche che, ed è un giudizio soggettivo evidentemente, che la crescita, in questo periodo è stata non solo numerica ma anche di qualità e di valore.

I congressi territoriali e regionali hanno visto la partecipazione di giovani delegate e giovani delegati, che assieme al loro entusiasmo e approccio positivo, hanno portato contributi di idee, di proposte, utili ma soprattutto hanno portato la passione dei valori.

Vale interrogarsi perché oggi questa crescita c’è.

E’ certo che c’è una crescita delle attività produttive terziarie, come è certo che noi abbiamo lavorato per organizzarla ma, da sole, queste ragioni non bastano a spiegare come non basta analizzare che i diritti dentro le imprese continuino essere negati, perché non lo sono solo da oggi.

Noi assistiamo oggi ad una crescita di coscienza da parte delle giovani generazioni rispetto a quello che ci circonda superiore che nel decennio che è passato.

Non c’è indifferenza rispetto alle ingiustizie e ai diritti negati o fuga in altri campi, c’è volontà di partecipare, c’ è volontà di incidere, di essere protagonisti.

Ecco perché questa crescita la registriamo anche nelle aziende di vecchia sindacalizzazione.

C’è una potenzialità che aveva la voglia di esprimersi e noi gli abbiamo offerto la possibilità: abbiamo intercettato la domanda.

La CGIL, in primo luogo, ha offerto questa possibilità con le sue battaglie sui diritti, declinandoli rispetto al nuovo, ma con la fermezza sui valori in cui fonda la sua esistenza, rifuggendo l’eclettismo.

Questo per noi è impegnativo perché nostro compito non è solo intercettare le spinte ma consolidarle, dare risposte alla domanda di partecipazione.

Da qui le scelta di impegnarci unitariamente per il rilancio delle RSU.

Da qui anche le scelte di innovazione nella contrattazione, il decentramento che sappia esaltare anche i diversi approcci alle problematiche del lavoro e l’articolazione delle esperienze diventino ricchezza.

Da qui viene il nostro rinnovato impegno negli strumenti moderni di comunicazione come Internet che hanno saputo diventare, oltreché uno strumento formidabile di lavoro, anche uno strumento di allargamento della partecipazione e della democrazia con la costituzione dei siti di impresa.

Ma proprio perché riteniamo giusto, non solo intercettare le potenzialità nuove che vengono alla Filcams, ma anche per dare risposta ad una richiesta che è venuta da molti congressi territoriali, sarà compito dell’organismo nuovo che uscirà da questo congresso realizzare un grande progetto sulla formazione per giovani delegate e delegati con una rilevante posta economica in bilancio.

L’esperienza realizzata in merito alla formazione, come Filcams e con la partecipazione delle CGIL territoriali è stata positiva, va’ rilanciata, incrementata con idee e progetti nuovi.

L’obiettivo è costruire un rilevante parco di potenzialità di quadri per il rinnovamento della Filcams.

Compagne e compagni, il percorso congressuale, come dicevo all’apertura della relazione, ha visto la partecipazione al voto sui documenti congressuali di quasi 90.000 lavoratori su 251.600 iscritti al 31. 12. 2000. con l’ effettuazione di 6250 assemblee.

Il documento “diritti in Italia e in Europa ha raccolto l’82,94% dei voti e il documento “lavoro e società cambiare rotta” ha raccolto il 17,06% dei voti.

La discussione è stata ampia, in alcune situazioni con asprezze che dobbiamo impegnarci a rimuovere, per dare, come dicevo all’inizio, davvero il senso di appartenenza comune ad una grande organizzazione con un grande progetto in cui il pluralismo delle idee risulti una ricchezza ineludibile.

Io sono certo che tutti i valori positivi che ci hanno accompagnato nella discussione congressuale fin qui svolta, faranno svolgere a questo congresso un dibattito ricco, appassionato tale da condurci ad un epilogo del congresso fortemente unitario, senza che abbia a soffrire la dialettica delle posizioni.

Le sfide che ci attendono, e sono tante e pesanti, hanno bisogno di dialettica, di confronto serrato e trasparente, di una organizzazione unitaria e non di lacerazioni.

Faremo ogni sforzo per essere all’altezza del compito e con il contributo di tutti sono certo che ci riusciremo.

Prima di chiudere sento il dovere di ringraziare anche a nome della segreteria e dell’apparato politico tutti i compagni e le compagne, in particolare le compagne dell’apparato tecnico, che hanno lavorato con impegno per la riuscita di questo congresso.

Grazie a tutti voi.

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XI Congresso Filcams-Cgil Nazionale – Relazione introduttiva – Roma 22-23-24 Gennaio 2002