Relazione di Ivano Corraini al XII Congresso Filcams Cgil – Palermo, 14/2/2006

Gentili ospiti, compagne, compagni, amici

In questi giorni, qui a Palermo, chiudiamo una fase molto importante per la Filcams, quella di un percorso congressuale che ci ha visto impegnati, in un tempo tanto breve quanto intenso, nel lavoro delle assemblee di base e nei congressi territoriali e regionali.

Questo ci ha consentito di coinvolgere nel dibattito, sui temi che abbiamo scelto, 113.367 lavoratori che hanno votato i documenti congressuali in ben 6001 assemblee in rappresentanza di 307.769 iscritti alla Filcams Cgil al 31.12.2004

Anche in questo congresso, queste tre semplici cifre, danno la misura di quello che siamo e come abbiamo assolto l’impegno democratico del coinvolgimento nel dibattito congressuale di migliaia di lavoratori che rappresentiamo, che ci danno fiducia e guardano a noi, alle volte, come l’unico loro strumento di difesa.

Questo lavoro l’abbiamo svolto contemporaneamente al lavoro di gestione della vertenzialità diffusa nei settori di cui ci occupiamo e della iniziativa politica più generale a cui siamo stati chiamati.

Così facendo, abbiamo fatto diventare, il dibattito congressuale sui temi che gli sono propri, la gestione della vertenzialità e l’iniziativa più generale, come ad esempio la partecipazione allo sciopero generale del 25 novembre, un modo esemplare di rapporto con i lavoratori in cui si rendono evidenti le coerenze della strategia della Cgil e con essa della Filcams.

Anche per questa somma di fatiche mi sento in dovere, a nome della Filcams nazionale, di ringraziare tutte le compagne e i compagni delle Filcams territoriali e regionali che con il loro lavoro hanno reso possibile tutto questo.

Nei congressi territoriali e regionali che hanno preceduto questo congresso nazionale si è giustamente messo l’accento sulla scelta unitaria con cui abbiamo aperto la fase congressuale e da tutti, senza eccezione, si sono fatti gli auspici per una conclusione altrettanto unitaria.

Abbiamo fatto la scelta giusta e, per questo, apprezzata dai lavoratori che rappresentiamo.

Ce l’hanno dimostrato nelle migliaia di assemblee che abbiamo fatto.

Non sarebbe stata compresa una Cgil divisa su questioni strategiche con la necessità di fronteggiare problematiche sempre più acute e tragiche che lo scenario internazionale ci mette di fronte.

Scenario caratterizzato da una crisi ancor più acuta della questione mediorientale, da una guerra in Iraq che ha consumato più vite umane dal momento della sua fine ad oggi, da una crisi nel mondo arabo esaltata dalla esplosione del fondamentalismo per il quale la guerra, le eterne ingiustizie in quei paesi, l’impotenza degli Organismi sovranazionali sono quanto meno concausa di tutto ciò.

Come, ancor di più, non sarebbe stata compresa una Cgil divisa su questioni strategiche con la necessità di costruire un progetto per il paese in grado di fronteggiare il declino produttivo, lo smantellamento dello stato sociale così come da decenni lo abbiamo configurato, la difesa della democrazia, di una giustizia indipendente dal potere dei potenti del momento, la difesa della Carta fondamentale del Paese, della sua unità dentro un federalismo solidale, unico quadro di riferimento per la difesa e consolidamento dei diritti di coloro che noi rappresentiamo: i lavoratori dipendenti, facendo assurgere il lavoro come valore fondante delle scelte strategiche.

Progetto per il paese che la Cgil ha l’ambizione di presentare al confronto delle altre forze sindacali, delle forze politiche ed istituzionali.

Vedete, care compagne e cari compagni, tutti assieme abbiamo lavorato in questa direzione in questi quattro anni che ci separano dall’ultimo congresso.

Aver dovuto difendere le proprie posizioni, spesso da soli in netto contrasto con un Esecutivo che aveva come obiettivo esplicito la sconfitta della Cgil e con essa del sindacato confederale o quanto meno del suo ruolo alieno ad ogni forma di subalternità e collateralità con il manovratore, ci ha aiutato molto ad esser unitari, dobbiamo esserne consapevoli.

Affermo questo perché c’è un approdo possibile del congresso che può sancire la scelta compiuta dell’unità interna e noi dobbiamo dare un contributo in questo congresso perché questo accada.

Dobbiamo confermare qui, in questo congresso nazionale della Filcams, quanto abbiamo realizzato in tutti i congressi territoriali e regionali nei quali il dibattito sui documenti, compresi le tesi contrapposte sulla contrattazione e sulla democrazia, non hanno portato a contrapposizioni nei gruppi dirigenti, ma hanno consentito conclusioni unitarie.

In questo modo possiamo rendere sempre più vera l’affermazione che il pluralismo delle idee e delle proposte, nella CGIL, può rappresentare davvero una ricchezza e non una articolazione lacerante, tale, quindi, da consentirci di ricercare sintesi sempre più avanzate, capaci cioè di individuare proposte unitarie di iniziativa rispetto ai punti unificanti, rifuggendo il vizio costante della sinistra, e con essa, della CGIL, che è quello della straordinaria capacità di esaltazione delle distinzioni, delle differenze, e della loro continua, ossessiva, riaffermazione.

Ma perché questo accada non sono mai sufficienti gli atti che si compiono, occorre una propensione radicata delle singole compagne e dei singoli compagni, propensione che si costruisce nel tempo in una pratica che non deve essere mai dimenticata anche nelle piccole cose, per evitare che ciò che prima ho affermato si riduca a ben poca cosa e diventi semplicemente una brillante affermazione dialettica utile solo per bypassare momentaneamente un problema.

    Intanto va capitalizzato quanto siamo riusciti a realizzare di visione comune assieme a tanta parte dell’umanità sui temi importanti della pace, del ripudio della guerra ancor più se preventiva.

    Non riprendo risoluzioni già assunte in merito e quanto affermato dalle tesi della Cgil approvate quasi all’unanimità, mi limito solo ad osservare quanto i processi di pace non solo siano difficili e complessi, ma quanto possono repentinamente imboccare strade inverse e pertanto porci l’imperativo di riprendere, purtroppo con più angoscia, le iniziative a loro sostegno.

    Non sfugge a nessuno, l’aggravarsi della situazione in medioriente dopo l’affermazione in libere elezioni in Palestina di Hamas come non ci sfugge che nelle prossime elezioni in Israele possa affermarsi, come reazione, la parte più oltranzista del Likud rappresentata da Netanyahu.

    Hamas e Netanyahu hanno rappresentato nel 1993 gli oppositori al trattato di pace di Oslo stretto tra Arafat e Rabin trattato in cui avevamo riposto molte speranze ma che può, oggi, essere definitivamente sepolto.

    Ebbene, noi ci ricordiamo le nostre analisi in merito alle quali sostenemmo e sosteniamo che la pace in quella parte tormentata del mondo in cui generazioni intere di giovani e di donne cresciuti per quarant’anni, in una costante e terribile spirale di atti di guerra, atti di terrorismo, repressione violenta è la condizione da cui non si può prescindere per lavorare per la pace e la lotta al terrorismo internazionale.

    Sappiamo che c’è stato e c’è un uso strumentale di quel conflitto per alimentare il terrorismo internazionale, che va combattuto, come c’è stato un uso strumentale del fenomeno terroristico per alimentare l’idea che ad esso ci si contrappone con la follia della guerra come in effetti è successo in Iraq.

    Noi non ci vogliamo rassegnare a questa terribile contrapposizione e cosi come continueremo a batterci assieme a tutto il popolo della pace, così ci vogliamo chiedere, visto il nostro ruolo specifico di organizzazione sindacale, assieme alle altre organizzazioni sindacali europee, la CES, quale contributo fattivo per far si che il processo di pace non si interrompa definitivamente ma riprenda il suo lento cammino.

    Io non ho la presunzione di delineare processi politici, proposte strategiche, altri, a partire dai gruppi dirigenti dei popoli coinvolti hanno questo grave compito, ma se sono vere le nostre analisi per le quali il fondamentalismo e il terrorismo trae alimento, si nutre delle condizioni materiali di vita spesso miserabili in cui interi popoli si trovano, condizioni in cui la povertà, la democrazia negata, i diritti negati, e tra questi, spesso, il diritto alla vita sono i propri compagni di viaggio, se è vera questa analisi, allora il compito di un movimento sindacale non può non partire da qui.

    Da un lato sostenere i processi di democratizzazione della società palestinese anche se i risultati delle elezioni portano un segno nella direzione opposta e convivere con l’occupazione non è certo facile e, dall’altro, affermare il riconoscimento dei diritti di tutti gli abitanti di Israele, a prescindere dal loro credo religioso come tema cruciale anche per un parallelo processo di democratizzazione laica della nascente Palestina e come diritto universale, in qualsiasi paese del mondo.

    Le stesse condizioni sociali dei lavoratori in Israele devono essere al centro delle iniziative del sindacato europeo. Non può uno stato permanente di guerra rappresentare la ragione, anch’essa permanente, della loro compressione.

    È giusto che le contraddizioni si esprimano e facciano il loro corso.

    L’attualità di questi giorni, con l’esplosione del fondamentalismo islamico, alimentato dai nemici della pace, in tutto il medioriente ci impone di tornare a riflettere su questi temi per lavorare perché ciò non continui a rappresentare l’unica forma di riscatto e di emancipazione per intere popolazioni, ma lo siano, invece, certamente la politica con le sue scelte, come lo deve essere però anche l’azione in difesa dei diritti individuali e collettivi e delle condizioni umane, di vita e di lavoro, in cui il movimento sindacale abbia la sua voce in capitolo e produca iniziative concrete e coerenti

    Vedete, l’assillo di cercare con puntigliosità e coerenza quale compito spetta al sindacato in ogni campo, non è per limitare la sua azione, ma al contrario è per esaltarne il ruolo.

    Inverare nella proposta e nella iniziativa concreta gli ideali e i valori per i quali ci battiamo: la pace, la libertà, la solidarietà, l’emancipazione, i diritti della persona dentro e fuori il luogo di lavoro, far diventare la contrattazione intesa in senso lato, in tutte le sue forme, lo strumento principe del nostro agire, che rende evidente l’affermazione di quei principi e dà la misura delle nostre coerenze, è l’essenza dell’essere un sindacato, che lo fa diverso da altre organizzazioni, è l’essenza dell’essere sindacalisti.

    Ed è anche per questo che noi abbiamo scelto di fare questo lavoro.

    Questo vale per le grandi vertenze che spostano coscienze, impegnano risorse ingenti, mobilitano migliaia di lavoratori e fanno audience, ma vale altrettanto per le piccole vertenze, spesso sconosciute, delle piccole imprese fino a quelle individuali.

    In tutti i congressi territoriali e regionali che hanno preceduto questo congresso nazionale, qualche volta dichiarato, spesso inconsciamente, questo è stato il filo conduttore del congresso stesso e questo perciò definisce l’identità culturale a cui la Filcams tende, ne costituisce i tratti distintivi che noi ci dobbiamo sentire impegnati a consolidare, non più inconsciamente ma in esplicito.

    La ragione sta nel fatto che questo ci rende riconoscibili come portatori di contenuti e non di sola ed effimera dialettica nel dibattito interno all’organizzazione è per questa via che il peso politico della nostra organizzazione si afferma nel dibattito interno, rappresenta un punto di riferimento concreto per molti lavoratori che si avvicinano al nostro sindacato, e ci rimangono perché abbiamo una proposta credibile.

    È per questa ragione che la nostra organizzazione diventa sempre di più interlocutrice necessaria delle Istituzioni Pubbliche come vedremo quando affronteremo il tema delle politiche settoriali della categoria.

    È da tempo che percorriamo questa strada, lenta, senza clamore, ma efficace perché costruisce coscienze.

    La percorriamo certamente quando, assieme a tutti gli altri, ci mobilitiamo per la pace, la democrazia, la solidarietà, la difesa dei diritti civili e di civiltà come la difesa della 194, dei PACS e cerchiamo di portare con noi in piazza quanta più gente possiamo.

    La percorriamo quando su un problema enorme quale è quello della pace in medioriente, come prima abbiamo tentato, cerchiamo di individuare quale azione del sindacato e in merito a che cosa dovrebbe indirizzare la propria iniziativa.

    Ma, soprattutto la percorriamo quando traduciamo nel concreto della contrattazione l’affermazione di quei valori e di quegli ideali.

    Questo vale quando in assenza di una politica contrattuale concreta noi avanziamo, non da soli, ma in sintonia con Fisascat e Uiltucs, una proposta a livello europeo di contrattazione nelle multinazionali della distribuzione.

    Non ci limitiamo ad analizzare e a denunciare quanto dei diritti dei lavoratori e del sindacato viene negato nelle multinazionali che operano in Europa e soprattutto fuori da essa, nemmeno pensiamo che sia sufficiente il lavoro che fin qui è stato fatto in termini di pressioni e relazioni internazionali, ma riteniamo necessario un vero e proprio salto di qualità nelle relazioni con queste imprese aprendo veri e propri tavoli negoziali, quantomeno a livello europeo, con la partecipazione al tavolo dei sindacati nazionali in cui insiste la società multinazionale e diretto dalla organizzazione sovranazionale dei sindacati di categoria.

    E questo con un duplice obiettivo.

    In primo luogo la verifica del rispetto degli accordi sottoscritti nei singoli paesi in tema di diritti dei lavoratori, da quelli contrattuali a quelli dell’organizzazione sindacale e in secondo luogo per affrontare, per via negoziale e non di “bon ton” temi possibili di valenza transnazionale, quali potrebbero essere i diritti dei lavoratori che lavorano nella società in franchising, i diritti dei lavoratori delle imprese che lavorano in appalto per le imprese multinazionali e, quindi, a questo riguardo, le responsabilità in solido delle multinazionali stesse.

    Su queste basi, la nostra proposta la corrediamo di una scelta precisa e che è quella della nostra disponibilità ad una cessione di pezzi di sovranità nazionale sui temi trattati a livello transnazionale, ovviamente a condizione che la costruzione della piattaforma, la trattativa ed esito del negoziato vedano necessariamente coinvolti i sindacati nazionali interessati.

    Questo lo stiamo affermando in tutte le occasioni in cui ci viene data la possibilità, dal congresso mondiale di UNI ai convegni territoriali con la presenza dei maggiori sindacati dell’Europa come quello che si è tenuto in Lombardia, così come al convegno europeo della distribuzione commerciale che si è tenuto quest’anno al CNEL, così nella definizione di un punto specifico nelle tesi confederali della CGIL.

    Inverare valori e ideali nella pratica contrattuale là dove si impone una nuova proposta dunque, ma anche là dove la contrattazione si sviluppa già.

    Questo vale quando nella contrattazione che facciamo nel comparto del turismo affermiamo che lo sviluppo dello stesso si può dire sostenibile non solo quando rispetta l’ambiente, rispetta l’economia del territorio in cui insiste, ma anche quando rispetta i diritti dei lavoratori e non viola la dignità dei più deboli e, a tal riguardo, facciamo assumere per via negoziale alle imprese codici etici di assoluto contrasto al turismo sessuale e quando questo, diventa anche per le imprese che lo assumono, un valore su cui spendersi.

    Questo vale quando, con questo congresso, avanziamo un’idea forza, un’idea programmatica per il futuro della contrattazione di secondo livello aziendale, l’idea di includere gli esclusi, nel luogo di lavoro, con la contrattazione.

    Per noi non c’è solo un problema di inclusione per i lavoratori per quanto attiene lo stato sociale, per quanto attiene il lavoro, per quanto attiene il problema più complesso dei migranti.

    Questo problema c’è e va affrontato tutti assieme con la politica e l’iniziativa più generale del sindacato, ma c’è una questione che riguarda gli esclusi dal ciclo organizzativo nell’impresa, “gli altri” con meno diritti per i quali se includerli o meno dipende da noi , dalle nostre scelte di politica contrattuale.

    Tema questo che abbiamo assunto come logo del nostro congresso e che ha rappresentato, su nostra sollecitazione, un punto importante nelle tesi confederali in merito al modello contrattuale.

    E vale ancora quando con determinazione ci battiamo contro i doppi regimi salariali nella stessa impresa che separino strutturalmente vecchi lavoratori dai nuovi assunti come lo sono stati i casi che abbiamo affrontato nella vertenza di Coop Estense e di Carrefour.

    La prima risolta con una intesa positiva e unitaria, la seconda nella quale abbiamo chiamato ad un referendum tutti i lavoratori del gruppo.

    Un referendum difficile nel quale in modo emblematico, quasi come in un caso di scuola, si doveva declinare l’essenza della solidarietà tra i lavoratori: agli attuali occupati veniva chiesto di respingere l’accordo non in quanto negativo per loro, ma in quanto negativo per quei lavoratori che sarebbero stati assunti successivamente e che, al momento, ovviamente, non potevano esprimere la loro opinione.

    Qui noi davamo corpo ad una posizione ferma assunta fin dal precedente congresso nel quale respingevamo con determinazione l’idea, che pure aveva fatto proseliti nell’ambito della sinistra, per la quale l’estensione dei diritti per i lavoratori doveva passare necessariamente con la riduzione di quelli esistenti, come se questi, e in questo caso il salario realizzato contrattualmente, potessero essere considerati dei privilegi.

    In quel referendum fummo sconfitti, ma nonostante fossimo soli a sostenere quella tesi, diversamente si esprimevano l’impresa e le altre due organizzazioni sindacali, raccogliemmo un rilevante risultato politico con il 45% dei consensi.

    Risultato che ci conforta e ci è da guida sia quando verrà ripresa quella vertenza aziendale e sia come comportamento guida nelle altre vertenze che dovessero porre, in situazioni analoghe, la stessa questione.

    Fa parte a pieno titolo di questo cammino che, via via, sto delineando, il nostro comportamento nei rinnovi contrattuali e la assoluta coerenza che abbiamo tenuto con quelle che sono state le battaglie in difesa dei diritti, su cui, ricordiamocelo, abbiamo fatto un congresso intero, il precedente, diritti, non solo minacciati ma violentemente lesi, dall’azione del governo in carica e dalla miope linea delle controparti imprenditoriali.

    Noi con molti altri abbiamo partecipato, abbiamo mobilitato lavoratori, creato aspettative di prospettiva per migliaia di lavoratori, spostato coscienze nella direzione della difesa dei diritti nel lavoro e nella società in quanto cittadini.

    Il 23 marzo 2002 a Roma si celebrò il momento più alto di questa strategia di difesa e di contrasto di leggi inique che ebbero come portabandiera l’attacco all’art. 18.

    Fu il momento più alto perché su un ideale, su un valore condiviso mobilitò giovani nati molto dopo lo statuto dei diritti dei lavoratori e chi con le sue lotte rese possibile questa legge fondamentale, chi per collocazione nel mondo del lavoro e per reddito non ne ha un vantaggio diretto e chi vedeva in essa lo scudo fondamentale per i propri diritti. Chi per tradizione si collocava dentro un ben definito schieramento politico di sinistra e chi no.

    Noi sapevamo però, che quello era solo un momento della iniziativa per quanto rilevante, che sarebbe stata indispensabile anche una iniziativa legislativa ma, che aveva bisogno di un comportamento altrettanto coerente nell’azione contrattuale per rendere leggibile il comportamento del sindacato a tutti i lavoratori e in particolare a tutti quei giovani che, con l’entusiasmo che li contraddistingue nelle battaglie ideali, ci avevano dato credito quando li avevamo chiamati alla mobilitazione.

    Questo è quanto ci ha guidato nel rinnovo del contratto del turismo in cui per noi centrale ed irrinunciabile era la risposta che dovevamo dare al forte contrasto politico innalzato nei confronti della legge 368 che ha sostanzialmente liberalizzato in modo totale i contratti a temine relegando il ruolo del sindacato a notaio o negoziatore degli aspetti marginali.

    Perché di questo ritratta quando si afferma che tutti i contratti a termine di durata inferiore ai sette mesi sono liberi.

    L’aver riproposto e realizzato, in alternativa alla legge, il prodotto della contrattazione storicamente determinato in materia di contratti a termine, rende evidente la continuità della battaglia iniziata su di un piano politico e così pure, e forse meglio, evidenzia la coerenza dei comportamenti il risultato realizzato in materia di diritto di precedenza nelle assunzioni per i lavoratori stagionali.

    Dicevo che lo dimostra ancor di più perché qui noi esibiamo anche un legittimo orgoglio della categoria in quanto il diritto di precedenza per gli stagionali fu una conquista contrattuale storica dei lavoratori del turismo, poi tradotta in norma di legge con valenza quindi generale, successivamente cancellata dalla legge 30 e poi riconquistata ancora per via contrattuale.

    Non mancheremo di riproporla come norma di legge al prossimo governo, questo è un impegno.

    Con questo io non voglio dare un giudizio sul contratto in questione, questo lo hanno dato e positivo i lavoratori del settore stesso, ma voglio rendere evidente la scelta che abbiamo compiuto di aver individuato quale erano le priorità per i lavoratori del settore messe in discussione dalle scelte in materia di mercato di lavoro dall’esecutivo, in un settore in cui la precarietà e il lavoro a termine è tanta parte, e la decisione di andare fino in fondo su quelle priorità.

    Avremmo potuto dividerci, cosa che non è stato, sulla quantità delle cose realizzate, ma non sulla coerenza delle scelte.

    Cosi pure per quanto riguarda il rinnovo del contratto di lavoro del terziario in cui volutamente scegliemmo di incentrare le nostre coerenze sul tema del part-time.

    La ricostruzione puntigliosa e pedante dei diritti che avevamo nel precedente contratto e nella precedente legge sul part-time prima che arrivasse la sciagura della legge 30, non solo rimette giustizia in una parte importante di lavoratori che purtroppo diventa sempre più rilevante tanto che dovrà diventare uno dei centri della nostra iniziativa nella contrattazione successiva in materia di diritti e di reddito, ma anche qui, marca con nettezza la assoluta coerenza con il contrasto realizzato su di un piano più generale e politico rispetto alle leggi inique emanate in materia di lavoro.

    E così è avvenuto nel contratto della vigilanza privata dove siamo riusciti, paradossalmente, a piegare a nostro vantaggio il decreto legislativo sull’orario di lavoro che negli altri contratti noi abbiamo osteggiato e continuiamo a farlo, per i nostri obiettivi di controllo dell’orario di lavoro e di riduzione graduale ed intelligente, perché fatto con il consenso dei lavoratori, del lavoro straordinario.

    Ecco, questa impostazione politica, come dicevo, di inverare con l’azione concreta, con la contrattazione, ideali, valori e coerenze con le battaglie più generali che diamo per la loro affermazione, proprio in rapporto ai lavoratori che rappresentiamo e a cui noi dobbiamo rispondere quotidianamente, deve esse il nostro assillo e deve diventare la nostra identità da tutti riconosciuta come tale.

    Per un sindacato la contrattazione non è un sottoprodotto della politica come non lo è per un politico la concretizzazione di norme di legge.

    L’uno e l’altro parlano con i loro prodotti e con essi impostano, condizionano e modificano il futuro, in una parola, con essi fanno politica, quella vera.

    Quanto più questo si afferma nel sindacato tanto più agevole si farà il dibattito al suo interno, e tanto più vera diventerà l’affermazione che il pluralismo delle idee e le diverse sensibilità sono una ricchezza per il sindacato in quanto, le idee e le sensibilità, si devono misurare e, alle volte scontrare, con la concretezza dei fatti.

    C’è la consapevolezza, in ogni caso, che sul tema dei disastri compiuti in materia di mercato del lavoro la contrattazione rappresenta si una continuazione coerente e indispensabile dell’iniziativa di contrasto alle leggi inique, ma di per sè non esaustiva del problema.

    Sarà necessaria l’iniziativa legislativa che cambi nel profondo le leggi sul lavoro emanate a partire dalla impostazione di fondo che le ispira.

    Impostazione che vede nella precarietà, nella negazione dei diritti di chi lavora, nella marginalizzazione del ruolo del sindacato e nella subalternità della contrattazione collettiva il loro fondamento.

    La raccolta dei cinque milioni di firme realizzata dalla CGIL sulle proposte di legge di iniziativa popolare che ispira le proposte della confederazione contenute nelle tesi congressuali che condividiamo, rappresentano, per quanto ci riguarda, il progetto su cui misurare i comportamenti del legislatore nella prossima legislatura.

    Questo ci porta ad una riflessione, non già di merito sul tema, ma di ordine generale sulla quale ci siamo misurati nei congressi territoriali.

    C’è una convinzione comune che una volta vinte le elezioni dal centro sinistra si debba metter mano nel cancellare, abrogare, modificare tutta quella serie di leggi inique, di cui vi risparmio l’elenco completo, ma che hanno investito tutti i campi, dalla giustizia, alla scuola, al mercato del lavoro, al fisco, alla previdenza, l’informazione e le leggi ad personam, che l’attuale governo ha prodotto in questa legislatura.

    Ma, intanto, è condizione sine qua non, che il centrosinistra vinca, noi lo auspichiamo pur nella nostra autonomia e distinzione di ruolo non delegabile a nessuno, semplicemente perché il progetto che la Cgil, e noi con essa, con questo congresso mette in campo per il Paese, risulterebbe incompatibile con altri 4 anni di governo del centro destra.

    Noi lo auspichiamo, ma non lo diamo per scontato.

    La campagna elettorale è ancora lunga è non è dato ancora di sapere quanto danno può fare un potere politico che somma in se un così rilevante potere economico, totalmente a disposizione, e l’occupazione di quasi tutti gli spazi della comunicazione.

    Occupazione degli spazi che fa dire a molti di noi che, davvero, non se può più, ma il guaio è che noi abbiamo già una nostra ferma convinzione.

    Risolta la precondizione, io credo che si semplifichi troppo ad immaginare che, una volta che il centro sinistra ha vinto, sia sufficiente proporsi di cancellare le leggi sbagliate ed inique che abbiamo contrastato per cambiare in radice le cose.

    E non già perché in una coalizione composita l’applicazione di un programma di governo è affare complicato.

    E non già perché non è scontato che le istanze che noi rappresentiamo, il progetto che noi faticosamente abbiamo messo in piedi per cambiare il paese, abbia un automatica udienza, anzi di questo ne sono sicuro.

    Mi conforta solo il fatto che mi aspetto che per un governo di centro sinistra il confronto di merito e la pratica della concertazione, nel ripristinarli, non rappresentino solamente un atto di cortesia.

    Non già per tutto questo, ma perché le politiche e le leggi a sostegno di quelle politiche, hanno cambiato nel profondo il paese e non sarà sufficiente cancellare questa o quella legge per rimontare nella direzione che auspichiamo.

    L’assenza di una politica industriale e di orientamento dello sviluppo economico in cui non solo i settori produttivi tradizionali, ma anche quelli innovativi e, per quanto ci riguarda, il terziario commerciale, turistico e dei servizi alle imprese sono stati abbandonati a sé stessi in un momento di forte competizione nel mercato globale e di ridisegno delle posizioni dominanti anche nel mercato europeo.

    Questo non per incapacità, ma per pura scelta politica, quella del lasciar fare e di delegare alle imprese ed al sistema delle imprese la politica economica produttiva e semmai toglier alcuni impacci alla loro libertà di impresa con le conseguenze di declino non solo industriale produttivo, di competizioni sui mercati ormai definitivamente perse e di un peggioramento sostanziale delle condizioni di chi lavora, ma quel che è grave, l’assenza di prospettive.

    Questa situazione non la si rimonta semplicemente cancellando qualche legge sbagliata.

    I guasti compiuti dalla legge 30 sono profondi, ma non tanto per effetto diretto dell’applicazione della legge stessa, anzi posso azzardare di dire che i guasti per suo effetto diretto sono ancora inespressi per i pasticci compiuti dagli estensori della legge e tutte le correzioni introdotte in corso d’opera, per il contrasto che è stato messo in campo dal sindacato all’introduzione delle norme più odiose.

    Il guasto vero è l’aver costruito una opinione diffusa nell’imprenditoria che la precarietà nel lavoro, da loro chiamata flessibilità, è la panacea per il costo del lavoro e della competizione e questo elemento ha prodotto un vero e proprio cambiamento culturale, esso si colpevole della diffusione della precarietà strutturale a vita.

    Un solo dato, nella distribuzione commerciale dal 2001 al 2004 si sono prodotti 800.000 nuovi posti di lavoro.

    Voglio tralasciare la polemica rispetto a quanto ammontano i posti di lavoro regolarizzati e come vengono computati più contratti a termine per un solo soggetto, ma quello che va messo in evidenza è che gli 800.000 posti di lavoro ci sono ma a parità di ore lavorate.

    Questa frantumazione del lavoro non è tutto imputabile alla legge 30 e pertanto non lo si rimonta semplicemente cancellando una legge, ma mettendo in pista azioni positive di natura legislativa e scelte di ordine contrattuale che rimontino lo stato delle cose con percorsi credibili di inclusione nella stabilizzazione del rapporto di lavoro, costruendo una cultura diversa tale per cui si possa dire che, prendendo in prestito da altri una parafrasi di un celebre titolo di un libro di Cesare Pavese, “precariare stanca”.

    Così come si può dire dei guasti profondi prodotti dalla dissennata politica fiscale.

    Anche qui non vi voglio tediare con una analisi approfondita che invece trovate nelle tesi, ma dare un elemento conoscitivo: nel periodo 2001-2005, l’IRPEF pagata da lavoratori dipendenti e pensionati è aumentata del 14% mentre quella degli altri redditi, vale a dire quelli graziati dalla cosiddetta riforma fiscale, è diminuita del 25,4%.

    Questo, in pratica significa, contemporaneamente, una insopportabile disuguaglianza sociale con uno squilibrio nella distribuzione del reddito che non ha eguali e una riduzione drastica delle risorse pubbliche.

    Non sarà sufficiente modificare l’impostazione di una finanziaria per recuperare questo stato di cose.

    Ma ciò che secondo me è ancor più grave è il cambiamento profondo che si è indotto nella cultura e nella coscienza dei cittadini con le scelte che si sono compiute.

    Si è indotta l’idea che i servizi essenziali, compresi quelli sociali che dovrebbero fondare su di un carattere universale per cui è la collettività a farsene carico in un sistema solidaristico per il quale tutti concorrono al suo sostegno in rapporto al reddito, possono diventare un fatto privato sostenuto da una ”una tantum” dal governo centrale se ci sono soldi, o meglio, se la campagna elettorale lo consiglia.

    Che altro si può dire, se non questo, quando assistiamo al taglio in finanziaria di 500.000.000 euro destinati agli enti locali per i servizi e contemporaneamente la spesa, una tantum, di 600.000.000 euro per dare 1000 euro ad ogni figlio nato nel 2005 con lettera autografa di accompagnamento del Presidente del Consiglio.

    Cos’altro possiamo dire quando prendiamo atto della modifica legislativa sulla legittima difesa, forse che ci aspettiamo che si inventino un bonus per comprare la prima Beretta con lettera di accompagnamento autografa del ministro Calderoli.

    Beh, si sa, la Beretta è una eccellente fabbrica della Val Trompia in provincia di Brescia.

    Queste e molte altre leggi che portano questa impostazione, non sono solo sbagliate, ma inducono cambiamenti culturali tra la gente attratta dalla ingannevole “nuova opportunità” tangibilem, che viene loro offerta e non si chiede se è giusto che lo Stato, le Istituzioni abdichino al loro ruolo e lascino solo il cittadino con in mano un temporaneo bonus.

    Questi danni non si recuperano semplicemente cancellando una legge sbagliata.

    Ecco perché io la vedo dura anche se, come ci auguriamo, il centro sinistra dovesse vincere le elezioni.

    Anche da qui si spiega la giustezza della scelta della Cgil di presentarsi in questo congresso con un sua idea sulla necessità di riprogettare il paese delineando scelte di politica economica e settoriale per superare la crisi, di politica sociale e di redistribuzione della ricchezza, di stato sociale e di lavoro stabile, di politiche contrattuali a cui, ovviamente vi rimando.

    Una scelta che molto opportunamente, rispettando le scadenze, fa coincidere l’assunzione di determinazioni del nostro congresso con la costruzione dei programmi di governo, marcando con un atto emblematico l’autonomia del sindacato dalle formazioni politiche proprio in quanto esso, partendo dai valori fondanti, nel nostro caso il lavoro, ha un suo progetto che non cambierà a seconda di come andranno le elezioni.

    Non faremo un altro congresso dopo le elezioni.

    È in questo quadro che si costruiscono le politiche e le proposte settoriali della Filcams come complemento del progetto della Cgil.

    Siamo in grado di farlo perché le politiche settoriali dei comparti che stanno dentro il perimetro di cui ci occupiamo le costruiamo, via via, nel tempo, in rapporto ai processi che si evolvono dentro i settori stessi, in rapporto alla nostra visione di sviluppo, della evoluzione delle stesse nostre controparti, dei diritti dei lavoratori da difendere ed in rapporto alla contrattazione che su questi temi riusciamo o meno a sviluppare.

    Lo dobbiamo fare e lo facciamo perché è cresciuto il peso del terziario di mercato e dei servizi alle imprese, perché questi settori, anche grazie al nostro lavoro, si impongono all’attenzione della politica e del sociale, perché la crescita organizzativa ci impone di presentare ai nostri associati non solo una tutela, ma anche una prospettiva con una nostra capacità progettuale visibile.

    Credo che vadano recuperate alcune considerazioni teoriche che svolgemmo un anno fa a Reggio Calabria all’interno della conferenza meridionale della Filcams.

    Lì affermammo con ragione che andava superata una visione arretrata dei nostri settori, viziata da una concezione per la quale solo i settori che producono beni materiali, strumentali hanno la possibilità di essere considerati settori produttivi ed essi soli, secondo una vecchia accezione arretrata, concorrono a realizzare ricchezza, valore aggiunto e incremento del Prodotto Interno Lordo.

    Oggi, anche determinato dall’evoluzione tecnologica, con l’affermarsi della New Economy, il Terziario e il comparto dei servizi, non fanno più parte di un dio minore rispetto ai settori produttivi tradizionali.

    Oggi quello che si afferma è che sono da considerare settori produttivi tutti quelli che producono sia beni materiali che beni immateriali.

    L’innovazione, la progettazione, l’informatica sono beni immateriali

    Il servizio all’impresa, al sistema economico, al sistema sociale sono beni immateriali.

    Le imprese che li producono e li forniscono sono, a tutti gli effetti, imprese produttive.

    C’è oggi una ragione in più a suffragio della tesi esposta e riguarda la forte evoluzione delle imprese e del sistema delle imprese, un’evoluzione strutturale, profonda che attraversa tutti i settori di cui ci occupiamo.

    Pensiamo ad esempio a quello che capita nel settore delle imprese di pulizie con le loro trasformazioni in imprese multiservizi.

    Le Global Services, fra breve, caratterizzeranno in modo strutturale definitivo tutto il settore e la piccola impresa senza capitali e attrezzature avrà un peso residuale.

    La commercializzazione del prodotto, la distribuzione è sempre di più un fattore economico rilevante.

    La sua arretratezza o la sua innovazione-modernizzazione influisce in maniera determinante nell’economia del paese.

    Le stesse dimensioni delle imprese e le loro caratteristiche multinazionali che condizionano pesantemente la produzione dei beni materiali fino a renderla, in alcuni casi, nettamente subalterna alla distribuzione, determinano la natura del comparto.

    La stessa evoluzione ad imprese vere degli studi professionali, imprese,cioè, che creano beni immateriali, di ingegno come complementari alla produzione materiale è li a dimostrarlo.

      Quando si parla di vigilanza privata nessuno ormai ha in mente la vecchia figura del metronotte che gira in bicicletta con la pila in mano.

      La trasformazione stessa dei settori produttivi tradizionali si incarica di rendere più evidenti, più significative, questa nuova configurazione dei nostri settori

      In questo senso le terziarizzazioni, le esternalizzazioni di attività di servizio e supporto alla produzione tradizionale, portano a questo.

      Insomma, non si può onestamente affermare che una attività di servizio alla produzione di beni materiali, quando si trovi organicamente nell’impresa produttiva tradizionale può essere considerata attività produttiva mentre, come oggi, se è esternalizzata non è più considerata tale, ma semplicemente una attività di servizio.

      Ecco, è partendo da qui che noi disegniamo una proposta strategica per i nostri settori e la consegniamo alla confederazione.

      Oggi è il 14 febbraio e a Strasburgo si sta svolgendo una manifestazione europea dei sindacati per imporre modifiche sostanziali alla direttiva Bolkestein in discussione domani al Parlamento Europeo in seduta plenaria.

      Noi non siamo presenti, come invece lo siamo sempre stati per questo obiettivo, perché impegnati nel nostro congresso nazionale.

      Ci auguriamo un ampio successo della lotta, perché se dovesse passare la direttiva nei termini presentata, dobbiamo sapere che rappresenterebbe un colpo tremendo a tutta l’impostazione strategica che diamo ai nostri settori in quanto antitetica a tutto il lavoro svolto e che ci prefiggiamo di continuare.

      Basti pensare al comparto dei servizi in appalto, alle imprese di pulizia.

      Noi da decenni perseguiamo una strada che ha al centro un sistema di regole di tutela dell’occupazione e dei contratti di lavoro applicati e per questa via, difendendo i lavoratori, lavorare per cambiare la stessa struttura produttiva del settore dando oggettivamente spazio alle imprese che stanno alle regole e competono sulla qualità del servizio e della efficienza produttiva e non con costi ribassati a spese dei lavoratori e dei loro diritti, emarginando le imprese che non rispettano regole definite e diritti conclamati.

      Tutto questo, se passa la Bolkstein sarebbe buttato all’aria, e davvero non capisco la freddezza, in merito al problema, di imprese e settori imprenditoriali che si ritengono seri e avanzati, proprio non lo capisco.

      Come, non capisco come mai “Il Sole 24 Ore” giovedì scorso nel dare la notizia di un accordo tra il gruppo dei socialisti europei e il gruppo dei popolari che realizza solamente un piccolo passo avanti nella direzione richiesta dal sindacato, titolava il suo commento con: “Una battaglia di retroguardia”.

      In ogni caso, noi testardamente costruiamo e soprattutto completiamo il nostro cammino in questo comparto.

      Un cammino che è partito molti anni fa con l’individuazione di uno strumento, allora potente, di difesa dei diritti dei lavoratori e di regolazione del mercato quale la conquista contrattuale della garanzia del posto di lavoro in caso di cambio d’appalto che ancora oggi fa scuola in altri settori che lavorano in appalto come il comparto della vigilanza privata.

      Una conquista che mostrò la corda quando le imprese, per vanificarla, adottarono il criterio del massimo ribasso nelle gare di appalto e ci obbligarono a innovare la strategia costruendo un complesso di regole, debbo onestamente dire, anche con il contributo delle associazioni e delle imprese più avvedute, per superare il massimo ribasso e impostare le gare sulla base del prezzo economicamente più vantaggioso in cui contratti e diritti fanno parte costitutiva, con la qualità del lavoro e la capacità organizzativa dell’impresa, del prezzo proposto.

      Anche forti dell’importante convegno realizzato poco tempo fa ai massimi livelli dell’imprenditoria, del sindacato, con la partecipazione delle forze politiche, possiamo affermare che questa politica settoriale oggi va implementata, da un lato con l’iniziativa rivolta nei confronti di tutto il sindacato per una adeguata assunzione di responsabilità e dall’altro nei confronti di tutte le Amministrazioni Pubbliche, a partire da quella a direzione centro sinistra, perché il massimo ribasso venga espunto dalla prassi e la clausola sociale da rispettare nei lavori che le pubbliche amministrazioni assegnano diventi la normalità.

      Altro terreno di iniziativa su cui impegnare tutta l’organizzazione nel comparto degli appalti riguarda il tema della legalità e la sicurezza, estendendo le esperienze positive realizzate in merito agli osservatori sulla legalità e la trasparenza costituiti a livello regionale coinvolgendo anche Inps, Inail, Asl, le autonomie locali, Dia e Guardia di Finanza, con veri poteri ispettivi atti a verificare se esiste o no regolarità nell’appalto in ordine a legalità e sicurezza.

      Questa esperienza, dovrebbe assumere una dimensione di rete che copre l’intero territorio nazionale e che per poter avere una cogenza adeguata, successivamente, dovrebbe essere istituita per legge.

      Un punto teorico deve essere ancora affrontato e al quale dobbiamo dare un seguito e riguarda gli appalti di servizio in licitazione privata per i quali non è prevista la gara d’appalto e quindi le regole del prezzo economicamente più vantaggioso lì non valgono.

      Non credo che estendendo le regole per le gare in tutto il settore pubblico automaticamente si inducano comportamenti virtuosi anche nella licitazione privata.

      Si tratta di cercare e trovare per il privato un punto che abbia la valenza delle gare per l’appalto pubblico.

      A mio parere nei settori dei servizi di pulizia, di ristorazione collettiva, di vigilanza c’è qualcosa che li accomuna ed è l’interesse generale.

      Non è vero che l’interesse in gioco sia solo dell’impresa appaltante e dell’impresa appaltatrice.

      Quando si realizza un appalto nei servizi entrano in gioco gli interessi anche di terzi, che sono la salute, l’igiene e la sicurezza.

      Non c’è solo l’interesse dell’appaltante e dell’appaltatore, ci sono gli interessi di chi usufruisce del servizio che vanno tutelati con regole definite anche per via legislativa.

      Credo, infine, che possiamo completare il quadro riproponendo anche in una sede importante ed impegnativa l’idea unitaria di lavorare nella direzione della costruzione di un contenitore contrattuale nazionale unico per i tre settori del lavoro in appalto: le imprese di pulizia, la ristorazione collettiva e la vigilanza privata che oggi stanno in tre contratti differenti.

      Le ragioni le abbiamo più volte spiegate nei convegni che abbiamo realizzato.

      Ci sono ragioni strutturali evidenti che legano questi settori, in primo luogo, lavorare in regime di appalto li pone in condizioni strutturali similari anche se differenti, in secondo luogo il settore delle imprese di pulizia è interessato ad una crescita ma è anche attraversato da forti trasformazioni.

      Ormai le multiservizi inglobano servizi di ristorazione e vigilanza oltre che il pulimento e quant’altro, in terzo luogo, in questi tre settori, le parti sociali, sindacali e imprenditoriali, hanno costruito pezzi di strategia comune come quella sugli appalti, le regole e il mercato.

      Una delle condizioni sine qua non perché l’obiettivo si realizzi è il consenso delle controparti.

      Questione che non può essere sottaciuta quando parliamo di appalti di servizio è la questione non risolta del socio lavoratore nella cooperazione di servizio.

      Ribadisco doverosamente che la Filcams non demorderà dal perseguire con determinazione la cancellazione della modifica che la legge 30 ha introdotto nella L.142 la quale proponeva un equilibrio fra quello che è la condizione di lavoratore subordinato e la condizione di socio.

      Ritorniamo a quell’equilibrio, l’abbiamo costruito con il consenso delle parti sociali per vederlo poi diventare norma di legge, ritorniamo a quello che è stato frutto del lavoro congiunto delle parti sociali.

      Se non facciamo questo passerà la convinzione tra i lavoratori che lavorare in una cooperativa è un disvalore in quanto i soci in troppe situazioni avrebbero meno diritti di un lavoratore dipendente.

      E quando la scelta di diventare socio è sostanzialmente obbligata questa convinzione è certa.

      Da tutta questa riflessione credo che si evinca con serenità, ma senza ombra di dubbio, che le posizioni al tavolo del contratto nazionale tenute dalle controparti siano semplicemente irricevibili in quanto antitetiche a tutta questa impostazione.

      Credo che con lealtà non sia difficile prendere atto della indisponibilità della Filcams a percorrere quella strada.

      La definizione di linee politiche settoriali che mettano in correlazione sviluppo e trasformazione del settore dato e una coerente politica contrattuale è la chiave di lettura del nostro approccio in tutti i settori della Filcams, lo è nel settore delle imprese di pulizia come nel settore del turismo.

      Qui in primo luogo, per non contraddire il nostro tradizionale approccio debbo dire che, non è un punto da ascrivere a nostro successo non aver fatto ancora l’assemblea per la validazione della piattaforma rivendicativa del rinnovo del contratto nazionale di lavoro con il contratto scaduto a fine anno.

      Il ritardo è, senza infingimenti, imputabile alle difficoltà incontrate a livello unitario sulla questione della durata del contratto e quindi del salario.

      La concomitanza del congresso ci ha messo in difficoltà per sviluppare la nostra capacità di trovare vie di uscita condivise.

      Il momento congressuale non è, dal punto di vista produttivo, il più indicato per confrontarsi sul contenzioso, ma per riconfermarci la nostra provata propensione per una intesa utile da ricercare immediatamente dopo il congresso.

      Credo di non azzardare se ipotizzo la possibilità di realizzare l’assemblea nazionale entro un mese data.

      I recenti convegni hanno potuto mettere a punto la nostra politica settoriale in questo comparto e a quelli rimando per l’analisi strutturale del comparto.

      Quello che in questa sede è importante mettere in luce è che puntualmente viene, a cicli alterni, recuperato dalla politica nazionale il settore come una grande risorsa che produce pil, valore aggiunto ed occupazione, ma mai che si riescano a vedere i comportamenti coerenti conseguenti.

      Qui, in campagna elettorale, ciò riappare per bocca del centro sinistra e perciò noi puntigliosamente decliniamo quelle che per noi sono le priorità a partire da quello che è il dato peculiare delle trasformazioni che sono in atto, ovvero la tendenza alla concentrazione, gli ingressi di operatori dall’estero, il processo di concentrazione economica e di direzione finanziaria di filiera del “pacchetto turistico” in una sorta di Impresa Globale immateriale a cui si accompagnano, di converso, i processi di esternalizzazione di servizi e di attività anche caratteristiche come, ad esempio, la ristorazione negli alberghi o i servizi ai piani che, a loro volta, saranno interessati da processi di concentrazione in imprese dedicate.

      Uno scomporre e ricomporre del ciclo e dei sistemi di impresa che metteranno a dura prova i nostri assetti contrattuali e la nostra capacità di incidere in positivo in merito alle politiche del turismo nel nostro paese.

      Perciò in primo luogo c’è la necessità di avere una visione del settore come un complesso interdisciplinare, o come si usa dire oggi, di “filiera” con gli altri settori produttivi e dei servizi, in quanto esiste una stretta correlazione tra crescita del prodotto turistico e crescita di atri settori produttivi, dall’artigianato, alla ristorazione, alla produzione alimentare ecc.

      La viabilità, i trasporti, il sistema di infrastrutture in generale, la sicurezza, la cura e la fruibilità dell’ambiente e la sua accessibilità.

      La sostenibilità del prodotto turistico con l’economia del paese o del territorio in cui insiste.

      La sostenibilità con l’ambiente evitando gli investimenti di rapina ambientale.

      Abbiamo salutato con un respiro di sollievo l’azione svolta dalla giunta Soru in Sardegna quando ha emanato quella legge regionale che è conosciuta come “legge salva coste”.

      Inoltre, la sua sostenibilità sociale non intesa semplicemente come attenzione e difesa degli usi dei costumi della storia come alle volte viene inteso, bensì intesa come difesa e valorizzazione dei diritti della persona, delle condizioni di lavoro, dei diritti sindacali.

      Un prodotto o un servizio erogato è sostenibile, se crea ricchezza o valore aggiunto, se rispetta l’ambiente non derubandolo ma, anche, se per la sua produzione o per la sua erogazione viene assunto il valore della difesa dei diritti umani, civili, sindacali e delle condizioni di lavoro come un valore in sé e non solo dal sindacato ma, anche, dalle imprese.

      In terzo luogo è indispensabile dar rapidamente corso alla gestione della legge di riforma del turismo, la legge 135 attuando i “sistemi turistici locali” i quali sono lo strumento adatto a valorizzare il territorio in tutti i suoi aspetti.

      L’annoso problema di una regia nazionale sia per imporre standard verificabili in tutto il territorio che promuovere all’estero il prodotto turistico italiano in quanto tale con risorse adeguate, come d’altronde fanno tutti gli altri paesi europei eccetto noi, è ancora lì: tutti si dicono d’accordo a partire dalle associazioni imprenditoriali del settore, ma una vera volontà politica manca.

      E per finire quello che è il cuore del nostro agire.

      La valorizzazione del lavoro nel comparto che è da considerarsi fra i principali fattori di successo di una attività turistica.

      Questo si declina brevemente, ma in modo inequivocabile in quanto la qualità del lavoro, nel comparto turistico è speculare alla qualità del servizio e, la qualità del servizio è in Italia il fattore di successo per una impresa turistica che voglia durare nel tempo.

      • Ridurre, con percorsi credibili, l’eccesso di precarietà esistente nel comparto, considerandola, come è, nemica della qualità del lavoro;
      • considerare come nemiche della qualità del servizio le terziarizzazioni delle attività caratteristiche;
      • usare con convinzione la leva della formazione;
      • assumere con determinazione l’obiettivo di allungamento della stagionalità come fattore di successo in sé, ma anche come leva per una maggiore valorizzazione delle risorse del territorio, ambiente, cultura e tradizioni;
      • politiche contrattuali che sul piano dei diritti e della remunerazione risultino premianti per i lavoratori.

      Sono i cinque punti che meglio declinano la nostra linea contrattuale.

      Analoga impostazione per il comparto del commercio.

      Due sono le questioni di struttura che hanno per noi una valenza centrale.

      C’è la necessità di riprendere l’analisi rispetto alla gestione della Bersani nei territori, ma nella realtà mutata, tenendo conto di quanto è cambiato dal 1998 ad oggi sia dal punto di vista del tessuto produttivo che dal punto di vista del nuovo quadro economico di riferimento.

      Noi avevamo salutato l’avvento della Bersani con favore in quanto rappresentava l’obiettivo, da noi condiviso, di governare i processi di trasformazione che già allora erano in atto anche per realizzare un equilibrio diverso tra le diverse tipologie commerciali, i centri commerciali, gli ipermercati, i supermercati e i negozi tradizionali a vantaggio della distribuzione moderna, come abbiamo condiviso l’obiettivo della valorizzazione delle attività commerciali specialistiche nei centri storici delle città individuandone scelte di sostegno.

      Era significativamente importante, e da noi apprezzato, che la legge si proponesse l’individuazione della difesa dei livelli occupazionali, il recupero delle piccole e medie imprese, quali indicatori per scegliere tra un progetto e un altro in un nuovo investimento perché ci dava la possibilità di affermare la scelta dell’inclusione, nelle intese che si potevano definire sul territorio, della clausola sociale.

      Il consuntivo è deludente, eccetto rari e felici casi, l’applicazione sul territorio è talmente difforme come se non se ne fosse tenuto conto.

      Passiamo da leggi regionali applicative che la negano in radice a leggi regionali che la confermano tout court salvo consentire il Far West nella gestione quotidiana.

      Occorre ripensare non alla legge, ma alla sua applicazione territorio per territorio, tenendo conto che questa è la prima vera legge federalista il cui carattere, al di là dei risultati, secondo me, va difeso.

      I confronti regionali devono intanto riconquistare un ruolo del sindacato dei lavoratori dipendenti e del sindacato confederale, per la correlazione dell’ attività commerciale con il territorio, con le sue attività produttive e di servizio infrastrutturale; ruolo di interlocutori rispetto la redazione dei piani commerciali e di portatori di esigenze legittime del mondo del lavoro affermando il rispetto della “clausola sociale”.

      Dobbiamo essere consapevoli che questi confronti si aprono in una fase economica di crisi dei consumi che investono tutte le tipologie commerciali, e non come nel passato, solo quelle più marginali con proposte meno aggressive sul piano dell’offerta e del prezzo e questo dà la misura della crisi economica che attraversiamo.

      Altro che “società del benessere” perché abbiamo più telefonini di altri paesi.

      Crisi che ha le caratteristiche di essere strutturale e non legata ad un momento specifico.

      E in ragione di ciò vanno riconsiderate le aperture a go go che abbiamo registrato in alcuni territori e le strutture faraoniche, che come unico scopo hanno quello di sopravvivere meglio delle attuali grandi strutture in crisi e, semmai, a loro spese

      Proprio in questa fase si evidenzia il processo di sbriciolamento della imprenditoria italiana presente nella distribuzione moderna a vantaggio dei competitori stranieri, in particolare francesi, aprendo in termini pesanti un problema in rapporto alla filiera dei prodotti italiani, come si apre in maniera pesante la tenuta della contrattazione e delle relazioni sindacali consolidate in decenni della nostra storia.

      E in ragione di ciò dobbiamo ripensare in termini progettuali nuovi alla contrattazione di secondo livello nella distribuzione organizzata le cui basi vanno ancorate a quanto abbiamo definito in un recente Comitato Direttivo dedicato proprio a questo tema e che si muovono in due direzioni.

      Una direzione necessariamente obbligata di difesa dei diritti contrattuali realizzati rispetto l’assalto che viene dato alla passata contrattazione e l’altra verso una nuova progettualità del sistema delle relazioni sindacali con al centro il valore lavoro, la sua qualità, la sua stabilità, la sua disponibilità consapevole, la sua remunerazione.

      Questa nuova progettualità che ruota attorno al tema della partecipazione ai processi organizzativi e che realizza nuove libertà e autonomie dall’organizzazione del lavoro noi la immaginiamo coerente con programmi e processi di sviluppo delle imprese e la proponiamo in primo luogo a imprese e a settori che fanno della socialità e della partecipazione il loro tratto distintivo, mi riferisco al mondo della cooperazione, ma lo proponiamo anche a tutte le altre imprese della distribuzione come alternativo al loro modello che fa della precarietà e della partecipazione “obbligata” il loro tratto distintivo.

      E proprio in questa fase si fanno più acute le problematiche che riguardano il mercato del lavoro.

      L’occupazione dipendente cresce, ma crescono in termini esponenziali, il lavoro precario, saltuario, cresce il part – time nelle sue più varie tipologie, i contratti a termine, il lavoro interinale, il lavoro coordinato più o meno continuativo vero e falso, crescono i promoters e i merchandising, anche qui, quelli veri e quelli falsi e ora gli apprendisti.

      Si consolidano gli orari di lavoro disagiati per i quali vengono assunti da hoc lavoratori assegnati perennemente a quel turno, ci troviamo di fronte a lavoratori impiegati perennemente per il lavoro festivo e le condizioni normative e remunerative spesso sono differenti dagli altri e gli ultimi che arrivano sono quelli che trovano le condizioni peggiori e gli ultimi sono quasi sempre i più deboli e tra i più deboli la maggioranza sono i migranti con il loro portato aggiuntivo di problemi.

      In sintesi cresce la precarietà, la frantumazione delle tipologie e degli orari, si consolidano in modo strutturato le differenze tra i lavoratori nello stesso luogo di lavoro, questo per le scelte organizzative delle imprese ma, in molte occasioni, anche per nostra colpa, perché abbiamo abdicato al nostro compito di contrattazione o, una volta sconfitti, abbiamo alzato le mani.

      Ed è in ragione di ciò che noi avanziamo la nostra forte proposta di riprendere con slancio la contrattazione dell’organizzazione del lavoro che, ricomponendo la frantumazione che si è realizzata, costruisca percorsi di inclusioni nel processo organizzativo di tutte quelle tipologie di impiego che sono ai margini del nucleo fisso dei lavoratori stabili, dove il concetto della programmazione porti ad equità le condizioni di lavoro e, quindi, dei trattamenti e si individuino percorsi di stabilizzazione dell’occupazione con un reddito meno evanescente.

      Non si tratta di cambiare in un giorno le cose ma di invertire una tendenza e imboccare un processo positivo, si tratta di riscoprire nell’azione concreta il significato di solidarietà e della necessità di farla diventare un valore unificante, giorno per giorno nel rapporto con i lavoratori.

      Ed è, in fine, in questa fase che, a mio parere, possiamo noi, con la nostra iniziativa, rendere meno opprimente la questione delle questioni: le aperture domenicali e festive.

      E’ storica l’ostilità dei lavoratori del commercio al lavoro domenicale e festivo come vengono da lontano le iniziative attuate per contenerlo.

      La condizione di crisi e la relativa improduttività, che alle volte diventa una perdita vera e propria, nell’eccesso delle aperture domenicali; il processo di dominanza, in molti territori, della distribuzione organizzata e quindi la loro possibilità di realizzare, tra loro, intese di cartello, tutto questo può realizzare le condizioni per intese più equilibrate per le aperture domenicali a partire dalla esclusione delle aperture nelle festività religiose e civili.

      La sede istituzionale del confronto, utilmente la regione, deve anche servire per portare come questione complementare la tematica degli orari dei servizi delle città.

      Lavorare fino alle 22 o alle 23 in un ipermercato in periferia è gravoso ma, lo diventa di più se non ci sono adeguati servizi di trasporto che riportino a casa i lavoratori addetti.

      Modificare la distribuzione delle ore di lavoro nella settimana mette in crisi l’organizzazione del lavoro di cura se non ci sono orari dei servizi scolastici che lo possano supportare.

      Non possiamo dimenticare che l’occupazione nella distribuzione è composta per l’80% da donne.

      La questione che rispunta con forza all’ordine del giorno è quella del coordinamento degli orari commerciali, dei servizi pubblici al fine di, come riprende la legge di riforma, “armonizzare l’espletamento dei servizi alle esigenze complessive e generali degli utenti.”

      Dobbiamo sapere che questo è un compito assegnato dalla legge ai sindaci i quali devono non solo assolverlo ma, per farlo, devono sentire tutte le parti sociali.

      Il filo conduttore che ci guida per la costruzione di una progettualità nei settori di nostra pertinenza in cui l’individuazione degli elementi strutturali di riforma, la politica contrattuale che li aggredisce, la coerenza con le battaglie più generali che abbiamo condotto è una costante anche per valutare la sostanziale chiusura del contratto della vigilanza privata realizzata mercoledì scorso.

      Oltre a quanto ho già detto all’inizio in merito all’orario di lavoro, qui, nell’avviso comune delle parti sociali al Ministero degli Interni che, ragionevolmente, pensiamo possa esprimere il suo consenso, marchiamo un pezzo importante di riforma da noi richiesto includendo attività di vigilanza che non necessitano dell’uso dell’arma.

      Non dobbiamo dimenticare che nella lunga vertenza avevamo respinto una operazione esattamente contraria che le controparti avrebbero gradito usando impropriamente le contraddizioni che il decreto n. 66 sull’orario di lavoro poteva mettere loro a disposizione.

      Le nostre coerenze qui le misuriamo sul tema del mercato del lavoro quando, indicando le tipologie di impiego che in via esclusiva si possono utilizzare, escludiamo il lavoro somministrato a tempo indeterminato e il lavoro a chiamata.

      Si potrà dire che questo è un settore speciale, ma nessuno può negare questo risultato politico.

      Così pure non si può non tener conto degli avanzamenti apportati in rapporto al tema della garanzia del posto di lavoro in caso di cambio di appalto.

      La nostra marcia può essere lenta ma va sempre nella stessa direzione.

      Io mi rammarico che nel congresso precedente avevamo assunto l’impegno di realizzare, dentro quel mandato congressuale, il progetto di riforma del settore che attende da sempre.

      Non ce l’abbiamo fatta, il governo c’ha messo del suo, le imprese pure, ma questo per noi non è un alibi, continueremo a perseguirla perché per noi è un impegno assunto con i lavoratori.

      Per quanto ci riguarda, la riforma continuerà ad avere come capisaldi:

        la definizione dello Stato giuridico della Guardia Particolare Giurata;
        la natura e ruolo degli Istituti di vigilanza;
        gli ambiti territoriali per il rilascio delle licenze;
        l’obbligatorietà della formazione professionale;
        le tariffe di legalità.

      Stessa nostra impostazione per quelli che generalmente vengono definiti i settori minori quale ad esempio quello delle collaboratrici familiari.

      Io mi chiedo e chiedo a tutta la Cgil se è possibile chiamare settore minore un settore che, mal contato, occupa due milioni di lavoratori dei quali, secondo le stime, un milione e seicento mila sono stranieri con tutta la loro problematica aggiuntiva a partire dal fatto che se per una lavoratrice la perdita del lavoro è spesso un dramma, per loro è un dramma doppio perché in base alla Bossi–Fini sono obbligati a rimpatriare o entrare in clandestinità.

      Settore nel quale le questioni dell’evasione o elusione dei contributi previdenziali, dell’evasione dei diritti contrattuali, di regolarizzazione, coinvolge la maggioranza di questi lavoratori e, quand’ anche ci fosse la regolarizzazione dei contributi questi si risolvono in un vantaggio per l’Inps, cosa che va anche bene, ma zero, o vicino allo zero vantaggi per i lavoratori.

      Al Meeting Internazionale Antirazzista di Cecina lo definimmo “un settore dai diritti approssimativi”.

      Lì individuammo, oltre alla conferma dell’obiettivo del contratto nazionale di lavoro, la necessità di affrontare i nodi strutturali del settore.

      È evidente l’impossibilità di realizzare risultati soddisfacenti fintanto che il rapporto tra sindacato e lavoratrice rimane ad un livello individuale.

      Questo ci induce a lavorare perché si promuovano forme associate, cooperative o meno, forme di impresa partecipate anche dagli enti locali che, salvando l’elemento distintivo che è il rapporto di fiducia tra utente del servizio, la famiglia e la collaboratrice, identifichi soggetti collettivi in grado di affrontare tematiche, non solo contrattuali, ma anche della formazione per la crescita professionale e per l’inserimento nella società italiana nel caso delle lavoratrici straniere.

      La seconda questione sorge quando si mette in evidenza l’innegabile valore sociale che assume il lavoro della assistente famigliare nel lavoro di cura, quella figura che con un termine da questura, negli atti pubblici, viene definita “badante”.

      Questo tira in ballo il soggetto pubblico per la sua responsabilità sociale sui temi dell’assistenza, le risorse di sostegno, le attività formative per la crescita professionale e di inserimento per le lavoratrici straniere e i modelli organizzativi.

      Un campo di cui vogliamo e dobbiamo occuparci.

      Lungo questo canovaccio si dipana la nostra iniziativa nel settore termale in cui oltre al doveroso rinnovo del contratto di lavoro, ci impegna a fronteggiare la crisi che lo investe anche in rapporto alle scelte sciagurate che sono state poste nell’ultima finanziaria.

      A Dicembre siamo stati costretti a mobilitare i lavoratori in una manifestazione a Roma con la quale siamo riusciti solamente a limitare il danno della riduzione del personale in tre realtà territoriali ma altri problemi occupazionali sono aperti come ad esempio nel territorio toscano.

      Quello che più ci fa arrabbiare è che il settore termale con risorse mirate all’applicazione della legge sul riordino del sistema termale, rafforzando l’offerta di servizi idonei a soddisfare una domanda in crescita come l’alimentazione e nutrizione, l’antistress, i massaggi e cura del corpo, i trattamenti estetici, sarebbe un settore per nuova occupazione e nuova ricchezza.

      E sempre secondo questa linea che cerca di affrontare i nodi strutturali del settore per darne, anche per via negoziale una risposta seppur parziale, e alle volte, purtroppo parzialissima per l’estrema esiguità dei rapporti di forza e spesso l’indifferenza, se non ottusità delle forze politiche, ci muoviamo negli altri settori come quello dei portieri che occupa quasi 50.000 lavoratori minacciati dai processi di dismissioni del patrimonio immobiliare, il settore degli agenti rappresentanti settore in cui 250.000 lavoratori vivono una sorta di limbo sospeso tra la condizione sostanziale di lavoratori dipendenti e una ufficiale di lavoratori autonomi, padroni, si fa per dire, del loro destino.

      Riconfermiamo per costoro il nostro impegno al rinnovo dell’accordo collettivo scaduto nel 2002; vi ricordo che per rinnovare il precedente ci vollero 10 anni e riconfermiamo la nostra impostazione in rapporto al loro Ente pensionistico, l’Enasarco.

      Il nostro obiettivo di sempre è l’elezione democratica degli Organi di gestione dell’Ente per dare finalmente corpo ad un vecchio slogan ovvero l’ente degli agenti gestito dagli agenti perché la partecipazione non sia una finzione.

      Lo stesso settore acconciatura estetica che gravita nel mondo dell’artigianato e occupa circa 300.000 lavoratori sparsi in 120.000 aziende ci impegna oltre che nel rinnovo del loro contratto nell’ambito delle regole dell’artigianato, ad essere attori sia a livello europeo che nazionale nella evoluzione e modernizzazione del settore dove il tema della formazione ha una sua collocazione importante.

      Con tenacia rinnoviamo i contratti delle farmacie private e delle farmacie pubbliche e, quasi sorprendentemente, riusciamo, in questo settore, a sviluppare una contrattazione regionale di secondo livello.

      Qui affronteremo la questione all’ordine del giorno in merito alla liberalizzazione della vendita dei farmaci da banco nella distribuzione commerciale e le contraddizioni che questo potrebbe aprire.

      Per affrontare il capitolo importante della contrattazione, un capitolo che ha visto una articolazione nel dibattito congressuale anche con due tesi che si sono misurate dialetticamente, dico subito che, volutamente, ho dipanato in tutto il percorso fin qui svolto una parte importante di strategie contrattuali e contenuti della contrattazione proprio in stretto rapporto con le problematiche strutturali dei settori e degli obiettivi che ci si pone.

      Questo lo ritengo l’unico modo valido per evitare discussioni astratte, di principio senza riscontri, ma rapportate strettamente al merito.

      Ciò non di meno c’è né una parte che va vista sé stante e tra questa c’è il tema del modello contrattuale e quello delle regole che lo uniformano.

      Per affrontalo, e per non smentirmi, parto dal considerare che nel il settore degli studi professionali quattro anni fa realizzammo un storico contratto che dopo 20 anni vedeva la firma contestuale delle tre associazioni datoriali; quest’anno potrebbe essere l’anno del Testo Unico contrattuale del settore.

      Nel frattempo si è dato vita nel settore al fondo per la formazione continua a cui hanno aderito 20.000 studi per un totale di 75.000 lavoratori; si è dato vita alla cassa di assistenza sanitaria integrativa che associa 61.000 lavoratori.

      Sono maturate altresì le condizioni per un confronto politico ampio sul riassetto del settore e la riforma delle professioni.

      Molte sono le ragioni di questi risultati, ma risultò determinante il protocollo del ’93.

      Un sistema di regole condivise dalle parti sociali a cui legittimamente appellarsi e dalle quali non si poteva prescindere pena una delegittimazione delle controparti rispetto alla problematica politica del settore, fu determinante per il contratto e, di conseguenza per lo sviluppo successivo.

      I rapporti di forza per realizzare buoni contratti sono necessari ma, soprattutto la dove non ci sono o sono deboli, il sistema di regole condiviso è necessario e non inficia le potenzialità la dove i rapporti di forza sono elevati.

      È da questa considerazione che può iniziare un percorso per una sintesi unitaria sulla contrattazione.

      Il modello contrattuale a cui noi guardiamo non può che essere impostato su due livelli contrattuali in cui la preminenza è del contratto nazionale che deve continuare ad avere autorità salariale e normativa.

      La questione salariale non può che essere affrontata superando il concetto di inflazione programmata per l’inflazione reale o attesa, come del resto abbiamo già cominciato a praticare e che quote economiche derivanti dall’andamento del settore non possono che essere destinate nelle priorità individuate settore per settore tra le quali non c’è ragione per escludere a priori la priorità economica

      D’altronde, dalla faticosa analisi dei settori prima fatta, sono evidenti le differenze e quindi le priorità a cui fare affidamento.

      Il secondo livello di contrattazione è da confermare e da estendere e dove lo si colloca dipende dalle condizioni strutturali e oggettive dei settori e dipende dagli obiettivi che ci si prefigge di raggiungere con la contrattazione di secondo livello.

        Se l’obiettivo è affrontare l’organizzazione del lavoro e ruolo delle RSU, il luogo non può che essere quello aziendale e se si tratta di gruppo nazionale si impongono scelte di merito contrattuale proiettate nella direzione del decentramento.

          Se l’obiettivo principale è il tema dell’occupazione e dei diritti collettivi come negli appalti e quando si è di fronte al polverizzato, il luogo non può che essere quello territoriale a meno che i mutamenti strutturali del settore, come nel caso della ristorazione collettiva e delle mense aziendali, non consigli il livello nazionale di gruppo.

          La scarsa realizzazione di risultati in questo livello e stante il fatto che non abbiamo alternative, ci deve indurre a concordare con Fisascat e Uiltucs scelte operative che forzino la situazione quali ad esempio scegliere alcuni territori a campione su cui investire risorse e il peso della direzione nazionale del sindacato in un progetto definito per realizzare gli accordi territoriali.

          Entro questa impostazione, la durata del contratto nazionale deve essere solo funzionale alla difesa dei salari, alla certezza delle scadenze contrattuali, alla possibilità di svolgere la contrattazione di secondo livello: l’esperienza realizzata con i due bienni soggetti a negoziati distinti sacrificano quest’ultimo obiettivo.

          Sulle altre questioni rimando ai lavori del comitato direttivo che abbiamo svolto sul capitolo complesso della contrattazione.

          Sul tema della democrazia possiamo dire con semplicità alcune cose chiare utili per realizzare un orientamento unitario.

          In primo luogo, anche su questo tema, non possiamo prescindere dalla nostra realtà organizzata e rispetto a questa dobbiamo adattare le regole della democrazia al fine di renderle praticabili e cogenti.

          Dobbiamo valorizzare l’intesa unitaria, fin tanto che unitariamente non riusciremo a realizzare regole più avanzate e universalmente riconosciute, che prevede un percorso democratico nella costruzione della piattaforma rivendicativa, che vede il coinvolgimento dei lavoratori e delle RSU con ruoli emendativi sull’ipotesi di piattaforma e l’assemblea nazionale delle RSU e delle Strutture con un ruolo validante della piattaforma definitiva.

          Gli accordi che si sottoscrivono per essere validi devono essere validati democraticamente dai lavoratori destinatari degli accordi con metodi certificati.

          Il referendum è uno di questi metodi come d’altronde la nostra esperienza già ci consegna.

          Dobbiamo confermare che in caso di dissenso tra le organizzazioni sindacali il ricorso al responso dei lavoratori è praticabile come d’altronde abbiamo già sperimentato e, in ogni caso va prevista la possibilità di una pausa di riflessione per consentire all’organizzazione che lo ritiene di svolgere un suo percorso democratico prima di assumere decisioni definitive.

          Voglio ora affrontare doverosamente un punto.

          Voglio affrontare il tema della legalità, della sicurezza nel luogo di lavoro, dell’evasione contrattuale.

          Finora ho parlato di contrattazione, diritti, democrazia, partecipazione.

          Ma c’è un mondo intero, diffuso, tra i nostri settori in cui l’illegalità l’assenza di diritti e le prevaricazioni fino all’umiliazione dei singoli si consumano quotidianamente.

          Non ho intenzione di riprendere temi che costantemente affrontiamo nei convegni a questo titolo dedicati.

          Uno molto importante a carattere nazionale si tenne proprio qui a Palermo non molto tempo fa contro le mafie, al quale anche noi partecipammo.

          Non voglio parlare di idee, proposte per battere criminalità, lavoro nero, anche di questo i convegni fatti sono prodighi.

          Voglio parlare di una idea, di una proposta, più piccola.

          Per i nostri compagni del Mezzogiorno fare sindacato, difendere i lavoratori, i loro diritti, la loro dignità, è molto più difficile di quanto lo possa essere in altri territori del nostro paese.

          L’ostilità del padrone e dell’ambiente, il ricatto, la violenza, la mortificazione delle proprie idealità, l’isolamento che spesso si costruisce attorno a chi si ribella rende molto più difficile fare il sindacalista che in tante altre parti d’Italia.

          Noi abbiamo intenzione di realizzare un progetto che, anche forti delle esperienze che già in alcuni territori del Mezzogiorno si sono fatte, avendo come orizzonte la lotta alla illegalità, al lavoro nero e alla esclusione dai diritti nel mondo del lavoro, marchi una presenza visibile e certa del nostro sindacato in questi territori e, credetemi, celebrare il nostro congresso nazionale qui a Palermo ha un suo significato preciso.

          Questo servirà affinché nell’azione quotidiana i nostri compagni non abbiano come unica compagnia il loro coraggio e i loro ideali

          Non sconfiggeremo l’illegalità, ma renderemo meno soli questi nostri compagni nella battaglia per farlo.

          Nell’affrontare il tema della bilateralità mi limito ad alcune considerazioni che ritengo essenziali.

          La nostra bilateralità, tutta di filiazione contrattuale, ad esclusione dei fondi per la formazione continua e dei fondi per la previdenza complementare, ha assunto una diffusione e un peso rilevantissimo.

          Sia il peso che la sua diffusione non potrà che aumentare nel prossimo futuro.

          Credo che ormai sia urgente che le tre Organizzazioni Sindacali di categoria e tutte le controparti con le quali stipuliamo contratti si pongano almeno tre questioni proprio per difendere e qualificare il sistema di bilateralità che abbiamo.

          La prima è la necessità di procedere rapidamente ad un progetto di semplificazione che riduca il numero degli enti bilaterali di cui noi siamo titolari.

          C’e un problema di sostenibilità dell’organizzazione, c’è un problema di operatività e di incidenza rispetto gli obiettivi teorici, c’è un problema di qualificazione.

          La proliferazione plurima di enti bilaterali per lo stesso settore in rapporto alla varianza delle controparti firmatarie e la stessa pluralità di enti figliati dallo stesso CCNL va rivista come va rivista l’eccessiva diffusione sul territorio.

          Le scatole semi vuote non sono solo inutili, diventano, alla lunga, dannose.

          Sentiremo qualche grido di dolore per qualche consiglio di amministrazione che cessa, ma lo facciamo a fin di bene.

          La seconda riguarda gli organismi di gestione.

          Abbiamo, ormai, una esperienza consolidata nella gestione di questi enti, è giunto il momento, a mio parere, di fare un salto di qualità nella direzione della democratizzazione della gestione e di una più netta distinzione di essa dalla Parti Sociali che hanno dato vita alla bilateralità, passando da organismi nominati ad organismi eletti dai soci, intendendo per soci le imprese ed i lavoratori, riservando alle parti sociali il ruolo di indirizzo che a loro compete.

          L’autoreferenzialità, alla lunga, diventata dannosa.

          La terza è quella della qualificazione degli interventi selezionando le priorità.

          Tra le priorità degli enti bilaterali contrattuali individuo il sostegno al reddito in caso di crisi o difficoltà nel settore che comportino problemi di natura occupazionale.

          Mentre per quel che riguarda i fondi paritetici interprofessionali, avendo a più riprese sostenuto che questi fondi sono una occasione da non perdere anche per sostenere la contrattazione, è necessario che gli accordi a sostegno dei piani formativi evidenzino impostazioni coerenti con le nostre scelte di merito, allargando nei prossimi avvisi spazi per piani e progetti che favoriscano un raccordo più stretto con lo sviluppo territoriale (filiera, distretti, incentivi all’aggregazione di PMI nel territorio) e attivandosi per la predisposizione di piani formativi strettamente agganciati alla contrattazione dell’organizzazione del lavoro.

          Per quanto riguarda i rapporti unitari, oltre a quanto ho già affermato parlando delle regole per la democrazia di mandato voglio aggiungere che, proprio partendo dalla capacità che abbiamo avuto, magari con qualche asperità, ma i dati caratteriali si prendono per quello che sono, di superare momenti complicati nel passato recente riuscendo a venirne a capo avendo da un lato, rispetto e considerazione delle reciproche posizioni e quelle delle rispettive organizzazioni e dall’altro avendo sempre di fronte, come priorità, la nostra realtà organizzata, proprio partendo da qui vi propongo che i temi della contrattazione e i temi della bilateralità trovino un approfondimento vero al nostro interno.

          Credo che noi abbiamo bisogno di riprendere un vecchio metodo di lavoro che di volta in volta su questioni specifiche portava alla discussione in collettivo i temi prima che finissero per assumere posizioni rigide di organizzazione.

          Questo è un buon metodo di lavoro.

          Credo inoltre che, dopo aver risolto l’annoso problema con la Confcommercio sulle RSU e le RSA che ci ha consentito, tra le altre cose, di stampare con l’ultimo contratto del terziario fatto, anche il precedente contratto, dovremo assumere l’impegno per una grande campagna di rinnovamento e diffusione delle RSU in tutti i posti di lavoro in cui noi siamo organizzati.

          Infine voglio parlare sobriamente di noi.

          La Filcams è cresciuta, è cresciuta come forza organizzata, chiudiamo il 2005 con 321002 iscritti con un incremento di 56448 rispetto al precedente congresso del 2002.

          Siamo ormai la quarta categoria della Cgil e in diverse realtà territoriali di Camere del Lavoro o di Regionali diventiamo la prima o la seconda categoria fra gli attivi.

          Ma cresciamo per il peso politico, che via via assumiamo sia per l’aumentato peso economico dei settori produttivi e di servizio di cui noi ci occupiamo e sia, soprattutto per il lavoro, le idee, e i risultati contrattuali che realizziamo in comparti davvero molto difficili.

          Cresciamo perché la Filcams con il suo lavoro e nel suo lavoro costruisce il suo profilo, la sua identità, come ho cercato di descrivere all’inizio della relazione e questo viene percepito dai lavoratori che si avvicinano a noi e consolida il loro rapporto con il sindacato, come d’altronde, viene percepito dall’insieme dell’organizzazione sindacale.

          La mia lunga militanza in questa categoria mi permette di fare queste considerazioni senza paura di essere smentito.

          Con lo spirito di sempre sappiamo che più che guardare quello che abbiamo fatto dobbiamo prepararci per le sfide di domani e per farlo adeguatamente dobbiamo riprogettare noi stessi, la nostra organizzazione per renderla all’altezza.

          In primo luogo è opportuno rafforzare il centro nazionale con nuove risorse.

          C’è da attendere alla crescita del lavoro contrattuale che registriamo, c’è da liberare energie per consentire ai compagni della segreteria di spostare parte del proprio tempo in direzione delle politiche settoriali in rapporto alla Confederazione, in rapporto alle istituzioni locali e governative oltre che di supporto alle Filcams territoriali sullo stesso tema.

          Dobbiamo rafforzare l’iniziativa a ridosso delle attività di servizio promuovendo nuovi quadri.

          Il progetto Filcams-CdL-INCA che ha formato 19 coordinatori interregionali che faranno cresce altri 100 coordinatori distribuiti nei territori sui temi della previdenza pubblica e complementare, della sanità integrativa, della Cigs, mobilità, disoccupazione, infortunistica, malattie professionali è un esempio significativo.

          Rafforzeremo il sistema informativo digitale.

          Avere un sito che registra 10.000.000 di pagine visitate dal 2002 ad oggi con una media ormai consolidata di 300.000 pagine visitate al mese è un fatto di successo come è un successo il sistema messo in piedi di SMS che, seppur adottato dal 76% ha veicolato nei territori 56.000 messaggi in sei mesi.

          Ma il campo nel quale ci vogliamo impegnare con più determinazione con un progetto strutturato e risorse adeguate è il campo della formazione.

          Il tema della formazione ci ha comunque impegnati in questo ultimo periodo coinvolgendo 360 corsisti e i compagni dei territori ne hanno avuto un riscontro.

          Il punto è che vogliamo impegnarci in modo più massiccio e più esteso.

          Il 27% dei nostri iscritti è al disotto dei 30 anni e ben il 20% è al disotto dei 25 anni e i nostri delegati, RSU o RSA sono oltre 12.000.

          Questi numeri sono di per sé sufficienti per motivare percorsi formativi come d’altronde vengono motivati dalla richiesta di formazione, specifica e di approfondimento, che ci viene rivolta dai dirigenti sindacali.

          Infine in questa riprogettazione dobbiamo rendere più fluido il processo democratico nella direzione del sindacato per valorizzare al meglio esperienze, lavoro, capacità che sono diffuse in tutte le nostre Filcams.

          Ci sono due direttrici su cui lavorare, una è quella della associazione ai momenti di direzione nazionale dei gruppi dirigenti territoriali e l’altra tornare a coinvolgere nei momenti importanti e altamente formativi della contrattazione nazionale un numero sempre più ampio di RSU o RSA.

          In questa seconda, convenendo percorsi unitari e, in ogni caso, di organizzazione.

          Vogliamo continuare ad impegnarci per promuovere quadri e dirigenti donne nella nostra categoria, qualcosa abbiamo fatto e non ci lasceremo sfuggire le occasioni che ancora ci capiteranno, altre le promuoveremo se ce ne saranno le condizioni.

          Attualmente la Filcams impegna 29 compagne nelle Segreterie Generali delle Filcams territoriali o regionali pari al 21,4% del totale in una parte del territorio a cui fa riferimento il 28,5% degli iscritti e nessuna è lì perché donna, ma tutte perché sono dirigenti riconosciute

          Nelle segreterie abbiamo la presenza del 42% delle donne mentre tra gli iscritti la presenza delle donne è del 59%; di converso registriamo il 62% di donne nei comitati direttivi.

          Prima di chiudere voglio ringraziare tutte le compagne dell’apparato tecnico per il loro lavoro prezioso, un lavoro che alle volte non si vede, ma che ce ne accorgiamo subito quando non c’è.

          Voglio ringraziare in particolare i compagni e le compagne della Filcams di Palermo e della Sicilia oltre che la Camera del Lavoro di Palermo e la Cgil siciliana per la loro cortesia di ospitarci e per lo sforzo organizzativo che si sobbarcano per far riuscire al meglio questo congresso.

          Un ringraziamento in anticipo a tutti i lavoratori di questo albergo e quelli degli altri due alberghi che ci ospitano e chiedo loro di essere un po’ pazienti con noi.

          Compagne e compagni stiamo per svolgere l’atto finale del nostro percorso congressuale, un percorso di dibattito e confronto con i lavoratori che ha visto intrecciare la proposta della Cgil e le tematiche categoriali e ha visto misurarsi, nella loro articolazione, opinioni e sensibilità politiche.

          I risultati dei congressi di base sono questi: 6.001 assemblee hanno coinvolto al voto 113.357 iscritti pari al 36,83 % dei 307.769 iscritti al 31.12.2004, il documento generale ha raccolto il 99,34% dei consensi.

          Per quanto riguarda le tesi:

          La tesi n.8, primo firmatario Epifani il 93,87%, primo firmatario Rinaldini il 4,91%.

          La tesi n.9, primo firmatario Epifani l’ 83,08%, primo firmatario Patta l’11,73%, rimo firmatario Rinaldini il 4,49%.

          In Tutti i congressi territoriali e regionali abbiamo saputo sviluppare la discussione di merito concludendoli con documenti unitari e componendo gli organismi con scelte unitarie, questo è un buon viatico per lo sviluppo dei lavori di questo congresso ed è giusto che questo sia un impegno di tutti ed io credo di aver fatto la mia parte con la relazione che vi ho presentato.

          Chiudo ricordando che quest’anno celebriamo il centenario della CGIL.

          Noi ci siamo impegnati nel ricostruire la storia del nostro bel sindacato fin dalle primissime origini che risalgono al 1880.

          Per ora ci siamo fermati al 1925, ma completeremo l’opera fino ad anni storicamente accettabili.

          Io credo che dobbiamo essere orgogliosi di militare in un grande sindacato e di partecipare così alla grande storia della vita in modo pieno, pieno di valori e di sentimenti, consapevoli di contribuire, seppur in piccola parte, a quella storia ma, avendo sempre, nonostante il lungo cammino compiuto, il rammarico di non poter fare anche “quell’altra cosa” che pure avevamo intuito.