Relazione C. Romeo Comitato Direttivo FILCAMS CGIL 18/04/2001

      COMITATO DIRETTIVO FILCAMS CGIL – ROMA 18/19 APRILE 2001

      Relazione introduttiva svolta da Carmelo Romeo, Segreteria Nazionale

      (BOZZA NON CORRETTA)

      Questo CD si colloca immediatamente dopo l’Assemblea dei Quadri della Cgil del 3 e 4 aprile scorso alla quale hanno partecipato oltre 2.000 dirigenti della nostra organizzazione sindacale. E’ quanto mai opportuna una nostra riflessione sui lavori della stessa in quanto uno dei temi centrali dell’assemblea, riguardante i diritti universali della persona e nella società, è fondamentale per l’intero mondo del lavoro, ma lo è ancora di più, se possibile, per la nostra categoria e per la pluralità dei lavoratori che rappresentiamo.

      Questa considerazione nasce dai contenuti della relazione introduttiva svolta da Guglielmo Epifani a nome della Segreteria della CGIL, dalle conclusioni di Sergio Cofferati, oltre che, naturalmente, dall’intervento di Ivano Corraini e della delegata delle imprese di pulizia della FILCAMS di Roma, che hanno posto all’attenzione della platea dei delegati uno scenario costituito da diritti negati, quotidianamente .

      Oltre al tema dei diritti l’Assemblea dell’EUR ha affrontato i seguenti aspetti:

      ·Il quadro internazionale;

      ·lo sviluppo del Mezzogiorno e del Paese;

      ·la riforma dello Stato in funzione di un federalismo solidale;

      ·l’introduzione di un sistema fiscale più giusto ed equilibrato nel segno della coesione e dell’equità sociale;

      ·il ruolo del Sindacato Confederale per la difesa dei diritti individuali e collettivi e degli interessi che rappresentiamo.

      QUADRO INTERNAZIONALE

      La fase di sviluppo che ha attraversato l’economia statunitense negli ultimi dieci anni, tra le più forti del dopoguerra, ha subito un forte ridimensionamento nel corso degli ultimi mesi anche in conseguenza di una grave crisi dei mercati finanziari mondiali, particolarmente allarmante in Giappone ed in Sud America.

      Sono questi gli effetti di una globalizzazione incontrollata. Io mi rendo conto che la parola globalizzazione provoca reazioni diverse al nostro interno. Per Cofferati è un processo stimolato dalle nuove tecnologie che mutano per milioni di persone la percezione del tempo e dello spazio. Essa nasce dal contrasto tra bisogni primari insoddisfatti e dall’eccesso di produzione nei paesi sviluppati. Condivido queste affermazioni così come sono d’accordo sul fatto che spetta al sindacato cogliere in questa trasformazione un occasione di crescita per i lavoratori, per i ceti più deboli per le popolazione dei paesi sottosviluppati, superando le legittime preoccupazioni rispetto all’evoluzione di processi che rischiano, se non sono regolati, di provocare rotture traumatiche tra paesi poveri e paesi ricchi, a vantaggio dei più forti.

      Negli Stati Uniti, i primi segnali della Presidenza Bush denotano una forte spinta protezionistica che ha assunto caratteristiche paradossali attraverso la messa in discussione del punto di equilibrio raggiunto nelle sedi internazionali su un tema delicatissimo come quello dell’ambiente per privilegiare prioritariamente l’apparato industriale interno.

      E’ questo il prezzo che deve pagare ai suoi sostenitori il Presidente della 1a potenza mondiale?

      Non solleciteremo il Governo italiano, in occasione del G8 che si terrà a Genova nel prossimo mese di luglio, perché in tema di globalizzazione si introducano delle regole nei trattati e nei rapporti commerciali ,per poter affrontare le crisi delle istituzioni internazionali con l’obiettivo di salvaguardare un equilibrio economico che tenga conto del ceti più deboli e non solo od esclusivamente la crescita economica di un solo paese.

      UNIONE EUROPEA

      Il rallentamento della crescita del Commercio mondiale comporterà per il nostro Paese una ridotta possibilità di esportare e, conseguentemente, l’esigenza di aumentare la competitività, che dovrà poggiare essenzialmente sulla qualità, la ricerca, l’innovazione.

      Su questi tre elementi bisognerà ricercare le condizioni per consolidare lo sviluppo di questi ultimi anni, che ci ha permesso l’ingresso nell’Unione Monetaria Europea, grazie all’impegno convinto dei lavoratori e dei pensionati che hanno sopportato gran parte dei sacrifici che erano necessari per favorire il processo di integrazione europea.

      A differenza di parte del mondo imprenditoriale nostrano che ha sempre manifestato la tentazione di allontanarsi dai vincoli europei, come è avvenuto recentemente in occasione della prospettiva della moneta unica, la CGIL sostiene la necessità di governare i processi di trasformazione rafforzando la cooperazione tra paesi attraverso un quadro di regole interne ed internazionali condivise che salvaguardino l’ambiente, le tutele, i diritti.

      La teoria della tutela dei diritti a geometria variabile, sostenuta in perfetta sintonia anche temporale dalla Confindustria e da esponenti del Centro Destra è per noi inaccettabile.

      Mossi da queste considerazioni abbiamo posto con forza, nel recente passato, l’esigenza di superare una persistente carenza di rappresentanza a livello europeo.

      La carta dei diritti varata a Nizza, preparata da un’apposita commissione nominata dall’U.E. considera i diritti della persona, del cittadino e del lavoratore indivisibili. Mentre i primi due costituiscono patrimonio comune di tutte le legislazioni europee, i diritti del lavoratore nascono con l’ingresso nel mondo del lavoro non possono essere separati ed hanno lo stesso valore dei diritti dell’impresa.

      Se si viene a rompere l’equilibrio, riconoscendo alle imprese il diritto a licenziare, si lede la dignità di una persona. Non a caso l’articolo 30 della Carta dei diritti Europei sancisce il diritto del lavoratore a non essere licenziato, in quanto un diritto è tale solo se non nega o viene negato dai diritti degli altri.

      La carta rappresenta un punto di partenza per la costruzione di una dimensione sociale dell’Unione Europea ed un passo importante in direzione di una vera e propria Costituzione europea.

      Solo così l’Europa potrà diventare organo sovrannazionale. Una Costituzione ha bisogno di una carta dei diritti per tutti i cittadini e per tutte le persone che verranno a lavorare. Una soglia minima di diritti contribuisce a ridurre anche i rischi di dumping sociale e la stessa competitività non potrà avere carattere distruttivo. La CGIL, tutta la CGIL, è da sempre sostenitrice, con coerenza, della unificazione europea e della necessità di consolidare il tessuto istituzionale democratico, impegnandosi in tutte le istanze a sostenere con convinzione una nuova fase di rilancio.

      SVILUPPO DEL PAESE

      Nonostante i detrattori di professione ed i profeti di sventura che pontificano dall’interno della Confindustria e del cosiddetto Polo delle Libertà, che hanno ritenuto nel recente passato (Romiti) impossibile oltre che pericoloso per la nostra economia l’ingresso nell’UEM almeno nella prima fase, tutti gli indicatori economici nazionali ed internazionali offrono l’immagine di un Paese in crescita, sia in termini di sviluppo che sul terreno della occupazione, in particolare quella femminile.

      In questi ultimi anni i dati della nostra economia sono migliorati, il debito pubblico si è ridimensionato anche per effetto del calo dell’inflazione, il sistema produttivo e molto più solido del passato. L’unico dato che cresce meno del resto d’Europa è il costo del lavoro: Nell’ultimo trimestre dell’anno scorso, secondo i dati dell’Eurostat, l’Italia ha fatto registrare l’aumento più contenuto in Europa l’1% rispetto al 3,5% dei dodici paesi dell’Euro.

      Questo denota l’infondatezza degli allarmismi di Confindustria che continua a sostenere nei tavoli contrattuali la compressione dei salari ed i tagli alla spesa sociale, mentre occorre utilizzare questi dati per correggere una politica salariale restrittiva che non ha salvaguardato il potere di acquisto dei salari, danneggiando ulteriormente i redditi più bassi.

      Ed ancora! Secondo i dati ISTAT, puntualmente sottovalutati o peggio, banalizzati da C: nel 2000 si è registrata un’importante crescita del fatturato e degli ordini della produzione industriale, sono stati creati 600.000 nuovi posti di lavoro, sono cresciute le importazioni e le esportazioni anche in relazione alla grande crescita del commercio mondiale.

      Si sostiene, da parte dei soliti noti, che l’occupazione è prevalentemente precaria.

      Ed in parte ciò risponde al vero, ma la ricetta che vorrebbero propinare va nella direzione di una maggiore e diffusa precarizzazione del lavoro.

      Gli stessi indicatori economici registrano un notevole incremento delle esportazioni che interessa sensibilmente anche le regioni meridionali, e ciò denota un’inversione di tendenza rispetto ad un modello di sviluppo che ha escluso per decenni le aree più deboli del Paese. La crescita non è omogenea bensì a macchia di leopardo con regioni che crescono più di altre e con territori, all’interno della stessa regione, che registrato uno sviluppo maggiore.

      Certamente non tutto è risolto; e la debolezza del nostro sistema produttivo rischia di destinare al Mezzogiorno investimento per attività a basso valore aggiunto (call – center), di scarso contenuto innovativo perpetuando una scelta, a favore delle aree più deboli e di elevato tasso di disoccupazione, che favorisce il lavoro nero e le attività economiche sommerse.

      Infatti, Il divario occupazionale tra il Nord ed il Sud del l’Italia resta notevole (l’occupazione nelle Regioni del Nord è attorno al 3% mentre nel Mezzogiorno è sopra il 20% con punto che sfiorano il 30% ed il 50% di quella giovanile), ma non incolmabile se c’è la coerenza delle forze politiche e sociali ad adottare politiche mirate che aiutino l’emersione del lavoro ed interventi pubblici a sostegno di una politica delle infrastrutture e della lotta alla criminalità che, come è noto, rappresentano un notevole freno al decollo politico, economico e sociale delle regioni meridionali.

      Per ridurre in modo graduale, ma sensibile, la distanza nei valori economici tra il mezzogiorno ed il resto del paese, accanto alle politiche utilizzate per l’emersione e l’utilizzo dei fondi strutturali europei, occorre lavorare sui livelli di innovazione, utilizzando il rapporto tra università, ricerca e formazione e gli strumenti del contratto di programma, della programmazione territoriale e negoziata.

      Contestualmente, occorre affrontare i problemi che i settori liberalizzati possono determinare sulle condizioni di sviluppo del Mezzogiorno. In assenza di una precisa scelta politica finalizzata a dotare il Mezzogiorno di infrastrutture materiali ed immateriali, si rischia di interrompere quel circuito positivo che ha consentito una consistente crescita dell’occupazione in particolare per effetto degli investimenti nei nuovi settori e nelle nuove tecnologie.

      Ma per consolidare e rafforzare la crescita economica e sociale del Paese occorre puntare sulla qualità dei prodotti, dei servizi, della ricerca, della formazione, dei processi di investimento. Anche su questi aspetti c’è una distanza notevole tra le posizioni della CGIL e quelle della Confindustria.

      Stando alle affermazioni di Parma del Presidente degli industriali italiani, la sfida per la qualità del sistema italiano è rappresentata dalla centralità dell’impresa, per la CGIL sono centrali il lavoro ed i diritti.

      Negli anni 80 e 90 il differenziale del tasso di inflazione del nostro Paese rispetto agli altri Paesi è stato utilizzato quale volano per incrementare le esportazioni a scapito di qualsiasi intervento in direzione della formazione e della ricerca.

      Nel contempo, si andava consolidando progressivamente un sistema di corruzione in particolare negli appalti dei servizi e delle opere pubbliche funzionale al finanziamento illecito delle imprese e delle forze politiche, che ha prodotto conseguenze disastrose sul debito pubblico del nostro Paese che ha raggiunto livello insostenibili costringendo i Governi che si sono succeduti dal 1992, fatta eccezione per il breve periodo del Governo Berlusconi, ad adottare drastici interventi per il l risanamento del bilancio dello Stato e rispettare così gli impegni assunti a livello europeo.

      La scelta dell’integrazione europea ed il conseguente obbligo di restare dentro i parametri fissati nel trattato di Maastricht, scelta, come ho detto in precedenza, non gradita a parte della nostra illuminata imprenditoria, ha avuto come conseguenza il venir meno dei tradizionali paracadute, utilizzati a sostegno della nostra economia.

      Confindustria intende affrontare gli effetti di un mercato sempre di più aperto alla concorrenza che comporterà una restrizione dei margini di profitto e degli ambiti competitivi nel modo tradizionale per la scarsa propensione delle imprese ad investire nella innovazione tecnologica. Se, come dicevo, l’occupazione aumenta ed il costo del lavoro diminuisce il problema congiunturale del nostro sistema non può essere rappresentato dal costo del lavoro bensì da una struttura produttiva fortemente inadeguata in materia di innovazione.

      Finora, infatti, la restrizione dei suddetti margini, è stata compensata da un favorevole andamento della congiuntura che ha agevolato i Paesi esportatori.

      La debolezza dell’ Euro ha, sin qui, ulteriormente accresciuto questo vantaggio.

      Ma in futuro, essendo l’Italia un Paese che esporta prodotti finiti trasformando le materie prime importate, il perdurare della debolezza della moneta europea comporterà un rincaro delle nostre importazioni con conseguente riduzione dei profitti. Ciò renderà impossibile scaricare il maggior costo sulla politica dei prezzi in quanto finirebbe con l’avvantaggiare la concorrenza.

      Quanto sopra non vale soltanto per le imprese industriali ma avrà conseguenze sulla dinamica della domanda interna e, quindi, sui canali commerciali e distributivi.

      Per compensare margini competitivi sempre più stretti ,per effetto di un graduale e sostanziale annullamento del differenziale inflattivo, negli ultimi tre anni le imprese hanno posto in essere processi di delocalizzazione produttiva e di esternalizzazioni che non hanno risolto tutti i problemi esistenti. Sono frequenti nel nostro settore le scelte delle imprese di esternalizzare tutti i lavori a minor valore aggiunto e più poveri fuori dal core business dove l’esigenza del sindacato è fortemente avvertita.

      Per altro verso si tende ad incorporare il lavoro pregiato in un rapporto diretto tra impresa e lavoratori che prescinda dalla mediazione del sindacato, configurandosi come lavoro individualizzato e fidelizzato.

      Una riflessione ulteriore andrà fatta, ma non in questa sede, sulle conseguenze di una mancata diffusione dell’economia digitale, a partire dal commercio elettronico, che introdurrà un nuovo rapporto tra cliente ed impresa e modificherà il rapporto tra imprese

      RIFORMA DELLO STATO

      Riguardo gli scenari che abbiamo di fronte, uno dei problemi più urgenti è rappresentato dalla riforma dello Stato. In più occasioni, la CGIL ha affrontato i temi del federalismo, del regionalismo nonché i limiti ed i poteri di una concezione della riforma dello Stato. Abbiamo sempre sostenuto, a partire dal convegno di Torino, la necessità di dare più spazio alle forme di autogoverno del territorio, all’interno di una visione solidale della riforma del nostro ordinamento.

      Nel corso della legislatura appena conclusa due grandi questioni sono stati affrontate; da un lato, con successo, l’ingresso del nostro paese nell’Euro, dall’altro si è dovuta purtroppo registrare l’incapacità delle forze politiche presenti in parlamento di realizzare un disegno organico di riforma del sistema politico ed istituzionale del nostro paese. Il ritardo e le inefficienze del sistema costituiscono certamente un freno allo sviluppo economico ed alla coesione sociale del Paese.

      Le polemiche di questi giorni tra il Governo centrale e la regione Lombardia sul referendum per la “devolution”, i cui effetti propagandistici sono evidenti anche se sul piano squisitamente politico potrebbero minare la stessa unità del Paese, confermano l’esigenza di una riforma organica, sia per quanto riguarda la legge elettorale che la parte della Costituzione in materia di federalismo, al fine di scongiurare il pericolo di un conflitto tra poteri degli organi dello Stato.

      Un federalismo che non tenga conto, ad esempio sulla questione fiscale, dell’esigenza di una compensazione solidale tra le diverse aree del Paese non può che consolidare una sorta di competizione conflittuale tra i diversi territori e tra questi è lo Stato, in materia di tutela e sicurezza del lavoro, di assistenza, di sanità, di istruzione scolastica di idea di mercato. Conseguentemente saranno a rischio l’universalità dei diritti di libertà e di autonomia delle persone. In sostanza, è la stessa idea sostenuta da quanti, in Europa, ritengono inutile una costituzione dei diritti per i cittadini, puntando esclusivamente ad un contenitore di procedure che rafforzi le differenze territoriali.

      L’esperienza dell’ultimo anno dopo l’elezione dei “Governatori” nelle Regioni, ha consentito al sindacato di realizzare risultati importanti in molte realtà territoriali, specie in materia di sanità ed assistenza. Positivo, inoltre, è stato il confronto e la negoziazione sociale su tariffe, imposte e servizi. Quanto sopra ha consolidato il potere di indirizzo e di programmazione delle Regioni salvaguardando la piena responsabilità amministrativa nel territorio da parte dei Comuni.

      Questo non ci ha impedito di segnare distanze in materia di assistenza scolastica e sanitaria, per le scelte operate da alcune Regioni in contrasto con l’offerta pubblica, che aumentano le diseguaglianze esistenti oltre che accrescere in modo insostenibile i costi. Non a caso uno dei motivi che rischia di far saltare l’equilibrio dei conti dello Stato è rappresentato da una controllata lievitazione della spesa sanitaria delle Regioni.

      La riforma approvata recentemente dal Parlamento e che, introducendo modifiche alla Costituzione, deve essere sottoposta a referendum confermativo, è positiva per quanto riguarda le funzioni ed i poteri delegati alle regioni, ma apre grosse contraddizioni in materia di diritti, sviluppo, mercato se non viene istituita la camera delle autonomie e delle Regioni che può rappresentare le sede per ricercare un giusto equilibrio tra il governo centrale l’autonomia ed i poteri del livello regionale e dei livelli sottostanti (Comuni, Province, Comunità Montane), evitando il rischio di una idea di salvaguardia dei diritti su base territoriale.

      FISCO

      Sul versante fiscale, l’ultima legge finanziaria ha invertito la tendenza degli ultimi anni operando, per la prima volta una redistribuzione del carico fiscale. Ricordiamo tutti come le leggi finanziarie degli anni 90 hanno comportato per il Sindacato iniziative di mobilitazione e di lotta il cui obiettivo era finalizzato ad una redistribuzione equa dei sacrifici.

      Con la Finanziaria del 2001 è stato possibile redistribuire risorse, e ciò ha fatto scatenare le ambizioni di Confindustria nel tentativo di acquisire una parte notevole delle stesse ad esclusivo vantaggio delle imprese. Ricordiamo tutti la richiesta di riduzione dell’IRPEG per imprese operanti nelle aree meridionali che ha spinto D’Amato a chiedere al Governo di condizionare la disponibilità del nostro paese a favorire l’allargamento dell’Unione Europea ai paesi dell’Est., ad un preventivo assenso del Consiglio dei Ministri dell’Unione Europea sulla richiesta di sgravi dell’IRPEG presentata dall’Italia.

      La CGIL ha sostenuto con determinazione, come priorità fondamentale, l’esigenza di una politica di redistribuzione a favore dei redditi dei lavoratori dipendenti e dei pensionati, con l’obiettivo di riequilibrare il potere di acquisto di questi ultimi che, negli ultimi dieci anni, aveva perso il cinque per cento del loro valore anche per effetto dell’aumento del carico fiscale.

      E’ sulla base di questi presupposti che il Governo ha introdotto nella legge finanziaria sgravi fiscali per 12.400 miliardi, alleggerendo il carico tributario senza gravare sul bilancio dello Stato, in quanto si trattava di gettito aggiuntivo derivante dalla lotta all’evasione fiscale. Non bisogna dimenticare gli altri interventi previsti dalla finanziaria in materia di assistenza Sanitario (esenzione Ticket) la conferma degli impegni economici sugli ammortizzatori sociali in vista di una radicale riforma degli stessi, gli investimenti sulla formazione ecc…Sull’ insieme della legge finanziaria, come ricorderete la CGIL ha espresse un giudizio positivo largamente condiviso dal suo gruppo dirigente.

      Resta comunque centrale la questione fiscale nel nostro Pese per una maggiore equità attraverso un processo di graduale riduzione del carico fiscale e tributario compatibilmente con il livello di spesa ed il debito pubblico.

      E’ impressionante, in proposito, la superficialità delle promesse elettorali sul Fisco da parte del centro destra. Dall’affermazione demagogica iniziale riferita ad una riduzione IRPEF nella misura di 180.000 miliardi vi è stato un graduale ridimensionamento – 50.000 miliardi – con l’approssimarsi della campagna elettorale.

      Evidentemente al di là delle dichiarazioni ad effetto di Berlusconi, è maturata qualche riflessione sulla inopportunità di una scelta che, se attuata comporterebbe lo smantellamento dello stato sociale del nostro paese con conseguenze facilmente immaginabili sul terreno delle stessa convivenza civile.

      Nel progetto presentato all’assemblea dell’ Eur la CGIL ha riconfermato la scelta di realizzare una politica fiscale più equa, rivolta ai cittadini destinando le risorse derivanti dal risanamento dei conti pubblici e della lotta all’evasione fiscale alla riduzione dei contributi sociali sul lavoro dipendente a partire dei redditi inferiori ai 20 milioni nonché ad una ulteriore riduzione, sia pure graduale, dell’IRPEF sulle retribuzioni dei lavoratori dipendenti e dei pensionati.

      In tal modo è possibile garantire un livello accettabile di coesione sociale e di difesa delle condizioni dei ceti più deboli, fornendo un sostegno in particolare a quelle imprese che collegano l’innovazione tecnologica e gli interventi su formazione e ricerca allo sviluppo della qualità del lavoro ed al rispetto dei diritti dei lavoratori. I futuri interventi fiscali dovranno essere destinati, inoltre, attraverso il sostegno a favore delle imprese che assumono giovani, investono nella ricerca e nello sviluppo, rispettano i diritti dei lavoratori.

      Infine, un cenno sulle pensioni. La legge di del 1995 ha introdotto elementi di riforma strutturale riconosciuti a livello internazionale. Le imprese italiane sostengono, a torto, il problema del superamento delle pensioni di anzianità, salvo farne un uso spregiudicato per fronteggiare loro esigenze di ristrutturazione Non riteniamo necessario rimettere mano alla riforma delle pensioni in quanto, come sostengono i dati diffusi da Eurostat nell’attuale sistema resterà in equilibrio per gli anni a venire. Quello che occorre, al contrario è un incremento delle spesa sociale parificandola a quella degli altri Paese Europei al fine di garantire l’universalità delle prestazioni sociali anche a quanti rischiano l’esclusione sociale.

      La campagna elettorale che si è aperta in vista delle elezioni politiche del prossimo 13 maggio, è caratterizzata da un fortissimo impegno mediatico – senza pudore e senza risparmio di mezzi economici, inteso a raggiungere gli elettori nelle loro abitazioni, nelle stazioni ferroviarie, negli aeroporti, in tutti i luoghi pubblici. Senza preoccuparsi di cadere nel ridicolo, basta leggere i media stranieri, si fa passare per Mosè, Napoleone e l’imperatore Giustiniano. E’ già stato stampato un libro dal titolo “Il Salvatore arriva nelle case “ che verrà inviato a tutte le famiglie italiane.

      A parte ciò, nella speranza che la maggioranza degli italiani il 13 maggio abbia maturato un senso di rigetto e di rifiuto di una esperienza neo-peronista tanto cara ai paesi latino americani, la campagna elettorale pone comunque in evidenza due diverse concezioni economiche che si contrappongono sia nel nostro Paese che nel resto d’Europa.

      Da una parte un’economia improntata al liberismo più sfrenato, privo di qualsiasi regola anche per quanto riguarda i rapporti di lavoro lasciati alla discrezionalità individuale, dall’altra una scelta che valorizzi la sfera dei diritti universali delle persone, una politica ambientale che salvaguardi il nostro pianeta, una regolazione condivisa di tutti gli scambi commerciali, finanziari e dei servizi.

      Questa seconda concezione rappresenta la sola alternativa a quanti contrappongono ai processi di globalizzazione, la valorizzazione del localismo della comunità, del territorio.

      I DIRITTI DEL LAVORO E NEL LAVORO

      Durante le due giornate dei lavori dell’Assemblea dell’EUR, oltre ad una analisi dei cambiamenti positivi e negativi che hanno interessato il mondo del lavoro in questi ultimi anni, è stato largamente trattato il tema centrale dei diritti.

      “UNA NUOVA STAGIONE DEI DIRITTI “ era il titolo dell’ assemblea dei quadri della CGIL. Nelle conclusioni Sergio Cofferati, richiamando un poema di Tonino Guerra (Il viaggio di Rico e Zaira), ha affermato che lo schema di progetto scaturito dell’assemblea dell’EUR rappresenta lo strumento – la barca – che ci guiderà da oggi al congresso, sulla quale abbiamo bisogno di una bussola che per noi significa i diritti individuali e collettivi dei lavoratori e dei cittadini tutti.

      I diritti rappresenteranno la stella polare , la strategia ,per i prossimi anni, di una CGIL che non è né vecchia né arroccata a difesa di un mondo a torto ritenuto in via di estinzione. Ed è proprio sui diritti dei lavoratori ed il modello contrattuale che lo scontro con la Confindustria e con il Centro Destra rischia di essere inevitabile per le insanabili divergenze che caratterizzano le rispettive posizioni.

      L’offensiva di C. a sostegno dei quesiti referendari sulla disciplina del rapporto di lavoro, bocciati dalla Corte Costituzionale , e l’esplicito sostegno dato al referendum sulla abrogazione dell’art.18 della legge 300 trova conferma nel manifesto di Parma nel quale si ripropone la cancellazione del diritto al reintegro dei lavoratori licenziati senza giusta causa. Un sostegno condiviso da Berlusconi e dai suoi alleati con in testa il Presidente di AN che considera lo statuto dei lavoratori un reperto archeologico, lontano anni luce dalla realtà in cui viviamo. A sentire FINI è più facile divorziare dalla propria moglie che liberarsi da un lavoratore quando è venuto meno il rapporto fiduciario.

      Se si vuole più occupazione- è la tesi- è necessario introdurre maggiore flessibilità (in uscita ) in quanto l’occupazione cresce poco per paura dello statuto dei lavoratori, per la tagliola che scatterebbe sopra i quindici dipendenti. Una valutazione contraddetta dai dati ISTAT secondo i quali l’occupazione cresce nelle imprese con meno di nove dipendenti ed in quelle tra 20 e 50.

      Identico comportamento la Confindustria ha manifestato sulla direttiva europea sul part-time, sulla norma che regola il rapporto di lavoro a tempo determinato, sul lavoro interinale sull’uso dell’apprendistato. Si va via via maturando all’interno di quella parte del mondo imprenditoriale che si riconosce nelle posizioni del Presidente D’Amato l’idea secondo la quale il lavoro deve essere sempre meno regolato da norme ed accordi condivisi. Evidentemente si pensa ad una competitività non regolata dalla qualità del lavoro, ma finalizzata esclusivamente al profitto.

      Il progetto su cui si muove da tempo Confindustria è legato essenzialmente a puri elementi di quantità, sia quando richiede la riduzione del prelievo fiscale, sia quando affronta i costi dell’impresa, sia quando pone l’esigenza di ridurre i diritti dei lavoratori e gli standard di sicurezza.

      Come si vede lo logica del nostro sistema imprenditoriale è quella tradizionale: aumentare i profitti e le quote di mercato agendo soltanto sui costi.

      Non diversamente possono essere giudicati gli interventi nei diversi settori merceologici, al Nord come al Centro ed al Sud, tesi a recuperare il più possibile sul versante del mercato del lavoro, inventando forme di flessibilità aggiuntive a quelle esistenti. (è il caso del job on call della Zanussi), andando oltre la legge che regola il part-time, incrementando le percentuali di lavoro variabile sul tempo determinato, lavoro interinale, apprendistato..

      Anche su questi temi C. tende ad allontanarsi dalle regole europee e dall’uniformità del mercato del lavoro a cui sono improntate, grazie anche alle nostre rivendicazioni, le direttive comunitarie.

      E’ questa la flessibilità sognata dalla Confindustria e dalle altre associazioni imprenditoriali che viene sperimentata nel settore delle imprese di pulizia, delle guardie giurate, delle attività in franchising della grande distribuzione.

      Certamente, per la nostra esperienza, queste sono le realtà in cui il sindacato incontra grandi difficoltà nel rinnovo dei contratti di lavoro.

      Quello che conosco meglio, il settore delle imprese di pulizia, presenta caratteristiche del tutto particolari rispetto al resto del mondo del lavoro. Oltre 400.000 lavoratori occupati in 20.000 Imprese delle quali il 52% ha un giro di affari inferiori a 5 Miliardi, non applicano correttamente il contratto di lavoro facendo registrare una notevole evasione contributiva.

      Le imprese con un fatturato tra 5 e 10 MLD sono il 23%. Basti pensare che in Germania il 70% delle imprese ha un fatturato superiore a 10 MLD.

      Per il resto, un mondo composito di “imprese” cresciute durante la fase delle tangenti e consolidate con la legge sugli appalti al massimo ribasso, con imprenditori o presunti tali che obbligano i lavoratori a prestazioni lavorative a volte inferiori alle 4 ore giornaliere, a part-time che nel migliore dei casi raggiunge la soglia di 14 ore fissate dal contratto collettivo, ad aderire a cooperative fasulle costituite esclusivamente per aggirare le norme contrattuali ed evadere i contributi previdenziali ed assistenziali.

      Le stesse considerazioni valgono per il settore delle Guardie giurate il cui contratto scaduto il 1° ottobre 1999 incontra resistenze per gli effetti negativi indotti dal sistema degli appalti e le tariffe sui contenuti del CCNL.

      L’altro modello di riferimento è quello delle affiliate in franchising, – caso emblematico i McDonald’s – mutuato a piene mani dalle multinazionali della grande distribuzione.

      Un settore in cui si registra una crescita vertiginosa negli ultimi anni – + 15% – tanto che oggi esistono nel nostro paese 28.000 unità affiliate con un fatturato di 30.000 mila miliardi ed una occupazione di 80.000 addetti. Conosciamo per esperienza diretta la sensibilità delle aziende che operano in franchising – che fruiscono addirittura di contributi pubblici per estendere al loro esperienza nelle arre del mezzogiorno – per il rispetto delle leggi e dei contratti di lavoro così conosciamo bene l’ostilità pregiudiziale riguardo qualsiasi forma di relazioni sindacali.

      Un modello organizzativo, quello di Mc Donald’s, che privilegi l’assunzione di giovani al disotto dei 30 anni, preferibilmente studenti disposti ad un lavoro a part-time, in turni a volte impossibili decisi autonomamente dai responsabili aziendali e modificabili in qualsiasi momento.

      La parola d’ordine è flessibilità e conseguentemente turnover altissimo. Questi orientamenti sono la base delle difficoltà frapposte dal gruppo Mc Donald’s, nonostante la mediazione del Ministero del Lavoro, riguardo la trattativa per l’introduzione del primo contratto di lavoro aziendale di gruppo, che, al massimo, subirebbe solo per i dipendenti diretti e non anche per i lavoratori dei punti di vendita in franchising.

      Sempre in materia di diritti, ritengo estremamente importante la campagna della CGIL per la prevenzione e la sicurezza dei luoghi di lavoro. Una campagna di sensibilizzazione che obblighi a corsi di formazione e coinvolga i delegati in una preparazione maggiore sui temi della sicurezza e della tutela della salute.

      La campagna di sensibilizzazione contro gli infortuni (tre morti al giorno in media, prevalentemente nel settore dell’edilizia e dell’agricoltura, un milione di incidenti l’anno), che si concluderà entro il prossimo congresso della CGIL, entrerà nelle scuole per diffondere una cultura della prevenzione basata sulla individuazione del lavoratore come soggetto attivo della sicurezza.

      Non siamo su questo tema all’anno zero. Anche nei nostri settori, sono stati introdotti strumenti legislativi e normativi finalizzati a rafforzare la tutela reale dei lavoratori. E’ stata approvata infatti, la legge 327 contro le offerte anomale negli appalti pubblici per rendere incompressibili, nelle gare di appalto, i costi contrattuali del lavoro e quelli della sicurezza.

      Sono state chiarite da parte del ministero del lavoro le norme tese a regolamentare e a rendere certo il diritto d’informazione sui piani di sicurezza nei luoghi di lavoro ai R.S.L. E’ stata inserita la materia della sicurezza del lavoro nell’obbligo formativo.

      Sono stati stanziati finanziamenti 600 MLD a favore delle imprese, soprattutto quelle piccole e medie, che investono sulla sicurezza. Tutto ciò è importante ma non è ancora sufficiente per costruire una politica forte della sicurezza.

      Mancano controlli adeguati da parte degli uffici del lavoro, dell’INPS, dell’INAIL della Guardia di Finanza, finalizzati a dare continuità e certezza ai controlli ed alle sanzioni, agevolando le imprese che vogliono mettersi in regola, nella consapevolezza che la vita di un lavoratore vale molto di più del costo necessario per introdurre adeguati livelli di sicurezza sul posto di lavoro.

      Di recente è stato approvato dal Governo un piano straordinario contro gli infortuni sul lavoro che ha consentito un accordo tra il ministero del lavoro, i presidenti delle regioni e delle province autonome.

      L’accordo prevede la costituzione di un coordinamento dei soggetti preposti alla prevenzione ed alla vigilanza, che affida ai presidenti delle regioni e delle province autonome tutte le iniziative riguardanti l’informazione, la formazione, l’assistenza e la vigilanza dei fenomeni connessi alla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro ed alla emersione del lavoro irregolare.

      Al Ministero del Lavoro spetterà il compito di definire modalità di lavoro ed indirizzi che consentano l’integrazione della programmazione operativa di tutte le strutture che hanno competenza in materia di vigilanza (Direzioni Regionali e Provinciali del Lavoro, INPS, INAIL Guardia di Finanza).

      Ho voluto soffermarmi su questi aspetti per la rilevanza e l’interesse che assumono nel nostro settore riguardo un autorevole interlocuzione istituzionale per le problematiche connesse agli appalti di pubblici servizi (vigilanza, pulizie, ristorazione), ed alla esigenza di salvaguardare i diritti, l’occupazione, la salute dei lavoratori.

      E’ storia recente, come dicevo in altra parte della relazione, il rilancio sullo statuto dei lavoratori, nonostante l’esito per noi favorevole del referendum sull’art.18, per acquisire la flessibilità in uscita e la rimessa in discussione dell’impianto contrattuale. Si ipotizza un nuovo modello che superi nei fatti il livello nazionale ed avvicini quanto più possibile la contrattazione soltanto all’interno dell’azienda. L’opzione di Confindustria e di ridurre ad un solo livello la contrattazione, e ,se può scegliere, preferisce quello aziendale.

      DIRITTI SINDACALI

      Partendo da queste considerazioni dall’ assemblea dell’Eur è stata avanzata una proposta per lo sviluppo, la competitività, l’occupazione ed i diritti, proponendo alla CISL ed alla UIL un percorso comune che aiuti a superare le divisioni di questi ultimi anni, rafforzando i valori fondamentali comuni all’intero sindacalismo confederale italiano.

      Occorre uno sforzo comune per chiarire le rispettive posizioni sulla riforma del rapporto di lavoro, sulla democrazia economica e sulla partecipazione, definendo nuove regole per affrontare e superare le divisioni avviando una nuova riflessione sulla legge sulla rappresentanza che unifichi il mondo del lavoro pubblico e privato.

      Io sono dell’avviso che il sindacalismo italiano dovrà trasformarsi rapidamente. Sono trascorsi quasi 60 anni dal giugno 1944 data dell’atto costitutivo del Sindacato Confederale.

      L’autonomia del Sindacato dalle forze politiche è un tema ancora attuale. Il sistema maggioritario spinge verso un modello bipolare che ripropone il tema della autonomia dai due schieramenti politici. Le OO.SS. confederali si sono collocate prevalentemente all’interno dello schieramento del centrosinistra, almeno nel recente passato, in sintonia con quanto avviene in altri Paesi europei. Ciò in quanto è difficile disconoscere una sensibilità diversa nei confronti di quelle forze che sostengono il sistema dei valori a cui fa riferimento lo stesso sindacato.

      La riflessione su cui si sviluppa il dibattito interno alla CGIL è finalizzata a comprendere meglio le ragioni della trasformazione della società, riproponendo un progetto di sindacato unitario che superi le ragioni di una pericolosa contrapposizione-concorrenza tra i sindacati confederali nel momento in cui si registra una profonda divisione del lavoro, un incontrollata competitività, la riorganizzazione degli Stati in Europa e nel mondo, la globalizzazione dell’economia.

      Un progetto che renda visibile il modello di società che si desidera, nella salvaguardia della diversità storica e culturale di CGIL CISL UIL che non ha mai significato contrapposizione.

      L’attacco sistematico ai diritti sindacali, il persistere di una sorta di monopolio della rappresentanza non supportata, come nel pubblico impiego, dal consenso dei lavoratori, rende sempre più irrinunciabile un nuovo processo di unità sindacale.

      E’ una esigenza avvertita dalla maggioranza dei lavoratori ed è essenziale per allargare la sindacalizzazione tra i giovani che si affacciano per la prima volta nel mondo del lavoro e tra i lavoratori tradizionalmente lontani dal sindacato.

      La costruzione di un nuovo modello sindacale, unitario e pluralistico, necessita di regole certe di democrazia, nei gruppi dirigenti, con gli iscritti, tra i lavoratori. E’ necessario che sia un sindacato autonomo, in grado di valutare i governi sulla base dei contenuti dei programmi, conquistando un modello di relazioni partecipate nelle imprese, nell’economia, nelle regole che definiscono lo stato sociale, capace di porsi l’obiettivo di costruire un forte sindacato europeo dotato di poteri di contrattazione.

      Queste considerazioni sono state espresse durante i lavori dell’Assemblea di Roma con la volontà di rilanciare una nuova fase di dialogo e di lavoro comune con la Cisl e con la Uil, nella convinzione che un sindacato diviso ha poche probabilità di successo all’interno del proprio Paese, non ha alcuna nelle sedi europee e internazionali.

      Una dimostrazione dell’importanza dell’unità sindacale è rappresentata dal risultato estremamente positivo della partecipazione allo sciopero del 13/4 che ha fatto registrare una adesione superiore a quella dello sciopero sul rinnovo contrattuale. Ciò è indice del grado di partecipazione dei lavoratori alle scelte del Sindacato.

      Il nostro invito è stato accolto dal Segretario generale della Uil Angeletti, il quale ha sottolineato la necessità di superare le incomprensioni e differenziazioni degli ultimi tempi, individuando elementi di confronto ed un quadro di regole che consentano di superare il rischio della paralisi e della separazione.

      Diverso il tono ed il contenuto del Segretario della CISL:

      Da un lato ha sostenuto che nessuno può pensare un modello di sindacato da proporre agli altri, dall’altro che le idee, le proposte di ognuno, anche se diverse, appartengono alla storia delle singole organizzazioni sindacali.

      E’ possibile ricostruire l’unità sindacale partendo dal valore, dalla ricchezza del pluralismo sindacale.

      Considerazioni condivisibili a cui ha fatto seguito una puntigliosa puntualizzazione delle diversità:

      ·faremo tutto quanto sarà nelle nostre possibilità per impedire la regolamentazione per legge della rappresentanza;

      ·sono e restano sostanziali le differenze sul significato della concertazione, l’idea di fare il sindaca, il modello di contrattazione , la legislazione in materia di lavoro, la democrazia economica;

      ·partecipazione e democrazia economica significano anche un rapporto più forte con la contrattazione, i risultati di impresa, l’azionariato, i fondi comuni di previdenza.

      Una forte radicalizzazione delle diversità quasi un ’ esplicita contrapposizione alla proposta di lavoro comune avanzata nella relazione introduttiva per costruire l’unità di azione tra le Confederazioni.

      All’esigenza, certamente legittima, di evitare il rischio di qualsiasi forma egemonica si accompagna una pretesa alquanto contraddittoria sulla immodificabilità delle proprie scelte.

      Il tutto accompagnato dal rifiuto di imboccare la strada della democrazia nel rapporto con i lavoratori per la ricomposizione delle differenze, e di confermare i contenuti degli accordi del luglio 1993 sulla legge sulla rappresentanza, manifestando un ripensamento postumo che ha coinciso, temporalmente, con la dichiarata iniziativa lobbystica posta in essere da Confindustria per impedire l’approvazione della medesima legge.
      E’ una scelta influenzata dall’imminente assise congressuale?

      E’ quanto meno auspicabile, altrimenti il cammino verso l’unità sindacale sarà irto di ostacoli.

      In più occasioni il Presidente di Confindustria, a partire dall’atto del suo insediamento, ha sostenuto con enfasi, di lavorare per un progetto di modernizzazione del Paese utilizzando le alleanze di volta in volta disponibili. Confindustria ha, dunque, una propria ricetta, una propria visione di sviluppo del Paese, alla quale si chiede l’adesione degli interlocutori, senza possibilità di poterla discutere ed, eventualmente, condividere.

      Al sindacato spetta unicamente di subire l’iniziativa degli altri.

      Una tesi, quella degli accordi separati condivisa e rilanciata dal Segretario Confederale della CISL Bonanni, il quale, sul Sole 24 ore, durante la difficile trattativa sui contratti a termine, ha proposto di far partecipare al negoziato tutti i soggetti che hanno sottoscritto l’accordo interconfederale del Natale 1998, e di realizzare accordi a maggioranza.

      Evidentemente a molti, e non soltanto al Sindaco di Milano, è sfuggita l’inutilità dell’accordo sottoscritto contro la CGIL a Milano che non ha prodotto alcuno degli effetti contenuti nel patto, enfatizzato oltre misura, non per i contenuti dello stesso ma perché era stata esclusa la CGIL.

      Di fronte ad una eventualità che l’esclusione di una organizzazione diventi una regola ed in previsione di non auspicabili anche se possibili novità nel quadro politico del nostro Paese, abbiamo l’obbligo di adattare ed innovare qualche strumento di analisi e di azione.

      Io sono profondamente convinto della validità e della importanza della norma statutaria che impedisce alla nostra O.S. di sottoscrivere accordi separati. Quello che ritengo inaccettabile è la disparità di trattamento per dirla in termini giuridici.

      La CGIL non può sottoscrivere accordi separati anche se ne condivide i contenuti – imprese di pulizie – subendo i veti di volta in volta frapposti da altre organizzazioni sindacali; non ha alcun potere di interdizione in caso opposto. Noi non vogliamo mettere in discussione gli accordi, le prassi e gli strumenti esistenti a vantaggio della nostra identità e della nostra azione.

      Non vogliamo, per intenderci, offrire agli altri l’occasione per isolarci o dividere ulteriormente le rappresentane sociali. Noi vogliamo confermare quel rapporto che ci ha consentito di governare i processi di cambiamento e di rafforzare l’idea di sindacato generale.

      Per questo, è essenziale condividere e definire unitariamente un quadro di regole che rilancino l’unità d’azione del sindacato confederale.

      In assenza di questa comune volontà, una rivisitazione delle forme e delle modalità per regolamentare i rapporti unitari si renderà, comunque, necessaria specialmente se le rigidità comportamentali penalizzano sempre soltanto la CGIL.

      Credo che questo sarà uno dei temi da affrontare in occasione del prossimo congresso che si concluderà nella primavera del 2002.