Relazione A. Amoretti Comitato Direttivo FILCAMS CGIL 13/10/1997

    Relazione introduttiva svolta da Aldo Amoretti al Comitato Direttivo nazionale Filcams tenutosi ad Ischia nei giorni 13-14-15 Ottobre 1997

    Siamo tutti presi dalle vicende immediate della crisi politica che pare a soluzione, ma lo scenario è fatto di altre cose che non vanno dimenticate:

    ¨le manifestazioni del 20 settembre;
    ¨il terremoto di Umbria e Marche;
    ¨la frana di Niscemi.


    La riunione del direttivo Cgil conclusa il 1° ottobre ha costituto uno snodo davvero importante della vicenda recente e mi sembra utile richiamarne il senso di svolgimento e conclusioni.

    I tre documenti votati esprimono giudizi radicalmente differenti sulle proposte governative di legge finanziaria per il 1998.

    Si va da “sostanzialmente positivo”, ma che “non può nascondere la persistenza del grande problema politico legato alle questioni dello sviluppo e dell’occupazione”; a “La finanziaria “98 predisposta dal Governo esprime contenuti negativi e non condivisibili dalla Cgil sia per la sua impostazione generale che per la composizione quantitativa degli interventi proposti”; e poi “iniqua, sbagliata, fondata su una logica di tagli che non apre la strada ad una prospettiva di ripresa e di sviluppo del Paese”.

    Il mio voto è andato al primo documento, quello che ha ottenuto la maggioranza dei consensi rilevando la “sostanziale coerenza della legge con il DPEF” e apprezzando in particolare:

    ¨“Lo sforzo compiuto dal Governo per reperire fondi da destinare agli investimenti produttivi e agli incentivi per la creazione di lavoro nelle aree con maggiore tasso di disoccupazione.

    ¨La costituzione di un fondo speciale gestito dalla Presidenza del Consiglio per il lavoro, l’istruzione e le politiche dell’orario in cui ricomprendere la questione dei congedi parentali.
    Sarà necessario nella gestione del fondo, tenere conto dell’alto tasso di disoccupazione giovanile e femminile, specialmente nel Mezzogiorno e predisporre progetti mirati ad affrontare il problema.

    ¨Il ridimensionamento a 5.000 mld dei tagli alla spesa sociale la cui composizione andrà definita prima dell’inizio del dibattito parlamentare, con il proseguimento della trattativa sindacale.

    ¨La rivalutazione del Fondo Sanitario Nazionale, la riconferma del modello pubblico ed universalistico del SSN, l’assenza di nuovi tickets sulle prestazioni.

    ¨La creazione, per la prima volta, di un Fondo Nazionale per le politiche sociali che permetterà di utilizzare meglio le risorse comunitarie e di avviare la sperimentazione per il reddito minimo di inserimento. Il rafforzamento dell’assegno al nucleo familiare.
    Il rifinanziamento delle leggi sull’handicap e la tossicodipendenza. L’insieme di queste misure discusse nel corso della trattativa sulla riforma del welfare, dovrebbe permettere l’avvio di una politica seria contro la povertà e l’esclusione sociale.

    ¨Gli incentivi e gli strumenti individuati per la casa e la manutenzione degli immobili.”

    Si individuano questioni non secondarie che rimangono aperte quali quelle conseguenti e collegate alle rimodulazioni Iva, “l’assenza di raccordo tra le misure previste nella Legge finanziaria e una legge quadro sull’assistenza che ridefinisca gli assetti istituzionali e gli strumenti per rendere effettiva la spesa sociale;” le politiche per la famiglia.

    Ma ciò che ha fatto più discutere è il capitolo previdenza. A questo riguardo “il Direttivo della Cgil riconferma in merito i contenuti del documento unitario Cgil Cisl Uil sullo Stato Sociale e in particolare per quanto riguarda la riforma Dini:

    ¨la necessità di avere regole uguali per tutti e di passare quindi dal processo di armonizzazione a quelle di unificazione di tutti i regimi. In questo quadro va ricompresa l’equiparazione tra settore pubblico e privato collegata all’istituzione del TFR e alla possibilità di costituire fondi-pensione integrativi anche per i dipendenti pubblici. L’attuazione di queste misure di equità è condizione indispensabile per accedere a qualunque altra modifica della riforma.

    ¨La fine dei prepensionamenti.

    ¨Il rafforzamento della normativa sui lavori usuranti che non può essere demandata solo alla contrattazione di categoria ma necessita di un coinvolgimento diretto del Governo, delle Confederazioni e delle controparti datoriali.

    ¨Il rafforzamento della normativa sulla contribuzione figurativa per tutelare il lavoro precario e discontinuo.

    ¨L’adeguamento del rapporto contribuzione-prestazione per tutti i tipi di lavoro a partire dal lavoro autonomo.

    ¨La lotta all’evasione contributiva e al lavoro nero.”



    A questo riguardo mi sembra utile segnalare il documento sulla lotta al lavoro nero approvato dal Direttivo Cgil nella sua precedente riunione del 5 settembre e che trovate su Magazine.

    La scelta di rimettere mano alle pensioni di anzianità nasce dal riconoscimento “che la verifica dei conti previdenziali avvenuta nei gruppi tecnici governo – sindacati rivela uno scostamento consistente e crescente negli anni della spesa pensionistica rispetto al PIL, anche se di misura inferiore a quella prospettata dal Governo. Su questo punto il sindacato si era impegnato a proporre misure correttive salvaguardando l’impianto complessivo della riforma Dini”. E nasce dal fatto che “va esclusa l’estensione del sistema contributivo a tutti che comporterebbe un abbassamento delle prestazioni previdenziali per lavoratori e lavoratrici che non hanno possibilità di compensare la perdita con la pensione integrativa.”

    Perdonate la pedanteria, ma voglio leggervi il dispositivo della proposta:

    “Per colmare lo scostamento finanziario con misure di carattere strutturale si tratta di individuare forme di rallentamento delle pensioni di anzianità nel periodo transitorio che non modifichino la struttura portante della legge 335 e che abbiano un netto segno di equità sociale.

    E’ stato fondamentalmente il lavoro operaio ad essere colpito dalla riforma Dini con il prolungamento da 1 a 5 anni dell’anzianità contributiva necessaria per l’accesso alla prestazione pensionistica. E’ il lavoro operaio e manuale che la Cgil si propone in primo luogo di salvaguardare da ulteriori modifiche per quanto riguarda le pensioni di anzianità, escludendo dalle misure che saranno adottate le persone già toccate dalla riforma del “95; i lavoratori e le lavoratrici che hanno iniziato a lavorare prima dei 18 anni; i lavori usuranti.”

    Si aggiunge che:

    “In tale ambito vanno anche attivate verifiche specifiche fondo per fondo, per valutare il concorso dei pensionati che hanno goduto di tassi impliciti di rendimento superiori alla media, all’operazione di riequilibrio della spesa. Infine va riconfermata la disponibilità dei pensionati a contribuire all’attivazione di strumenti di riforma del welfare di tipo inclusivo e improntati all’obiettivo di rafforzare la solidarietà tra generazioni.”

    Questo approdo è la sintesi fra opinioni differenti che si sono espresse anche all’interno della maggioranza del Direttivo.

    Nel suo intervento il segretario generale della Fiom ha sostenuto che non solo non si dovessero toccare le pensioni di anzianità degli operai o dei lavoratori dell’industria, ma nessuna forma di pensionamento anticipato.

    Invece da parte mia si è sostenuto che non è malvagia l’idea della quota 90 o altre analoghe perché non considero che ci sia un valore e tanto meno un principio nell’idea di pensionamento a 50-55 anni. Vedo invece un problema grave per coloro che perdono il lavoro in queste fasce di età ….. anche se non hanno i 35 anni di contributi versati. E considero proprio necessaria la unificazione delle regole per tutte le categorie.

    Abbiamo risollevato questioni note:

    ¨il comma 20 dell’art. 1 della legge 335 del 1995 individua fra le condizioni per il diritto alla pensione che il suo importo “risulti essere non inferiore a 1,2 volte l’importo dell’assegno sociale”. Alla luce di proiezioni che abbiamo fatto risulterebbe difficile raggiungere il diritto alla pensione per lavoratrici le quali lavorino a part-time oppure con rapporti di lavoro stagionali. In certi casi anche trenta anni di lavoro non sarebbero sufficienti. Ci sembra equo modificare l’1,2 in 0,8. Gli effetti di questa misura si avrebbero con la riforma a regime e con costi modesti.

    Può andare nella direzione giusta, ma non è la risposta, quella della contribuzione figurativa.

    ¨Un altro punto è quello del superamento anche graduale del decreto 602 che prevede la possibilità, per i soci di cooperative, di pagare gli oneri sociali non in base alle retribuzioni contrattuali o di fatto, ma in base a retribuzioni convenzionali. E’ il problema che attiene la discussione più generale sul socio-lavoratore, ma che ha intrecci evidenti con la politica delle entrate e con il diritto alla pensione.

    ¨Infine è singolare che si faccia un grande dibattito su di una riforma globale degli ammortizzatori sociali e non si faccia il poco costituito dal miglioramento della indennità ordinaria di disoccupazione con il suo passaggio dal 30 al 40% della retribuzione. Da notare che si tratta di impegno contenuto nel protocollo di politica dei redditi del 23 luglio 1993.

    Tutto ciò ripropone la questione di come far vivere e far valere le ragioni, i problemi e le proposte della categoria dentro il dibattito confederale sapendo che c’è il problema di sostenerle, stare al gioco generale e non fare o essere dei grilli parlanti.

    Il modo è sostenerle tutti noi a qualsiasi livello e senza imbarazzi minoritaristici, ma tentare di farlo unitariamente. Abbiamo proposto a Fisascat e Uiltucs di svolgere una Assemblea nazionale di quadri e delegati che promuovesse un pronunciamento serio. Non c’è stato un no alla iniziativa, ma sapete bene come sia facile non fare le cose se non se ne ha voglia.

    Si è sollevata una critica a Cofferati per il fatto di avere proposto il passo della messa a punto di una posizione come avvenuto al Direttivo. Ciò alla luce del fatto che si era a lungo insistito che si dovesse passare a parlare di misure alla luce dei conti e dopo che la maggioranza di governo avesse esplicitato le sue proposte.

    Ebbene sui conti c’è la chiarezza ed era un bene uscire allo scoperto anche per incassare uno degli approdi ai quali era pervenuta la posizione del Governo e cioè la esclusione del passaggio accelerato per tutti al calcolo contributivo e la riduzione del taglio sulla spesa sociale ai 5 mila miliardi dopo che si era parlato di 9 mila e 6.200.

    D’altra parte è singolare che la critica provenga soprattutto da chi nelle ultime settimane aveva sollecitato i tempi di una consultazione dei lavoratori sulla piattaforma. Naturalmente una consultazione, per avere la efficacia desiderabile non può che avvenire alla luce dei dati di fatto e di proposte concrete.

    Questo è il passo che si rendeva necessario e sul quale occorreva pure una forzatura su Cisl e Uil alla luce di non lievi difficoltà insorte con loro a proposito della consultazione e sul come e quando farla.

    Cofferati è intervenuto su questo punto nella sua replica al direttivo e mi sembra utile richiamarlo:

    “se inseguiamo i paradossi tutto si può affermare, persino che se la crisi politica si è determinata è perché la Cgil esiste o perché ha fatto il suo direttivo in questi giorni. Ma la prova della nostra autonomia sta nell’aver completato un percorso logico, razionale, sul punto più delicato della riorganizzazione del sistema di protezione sociale, quello previdenziale. Il documento unitario che abbiamo varato in giugno conteneva formulazioni condivise e precise su molti capitoli. Il capitolo previdenziale era risolto con l’indicazione di criteri di massima impegnativi, non marginali e con una affermazione che all’epoca nessuno ha contestato e, cioè, che per quanto concerne gli andamenti della spesa previdenziale bisognava costringere il governo ad una verifica a conclusione della quale il sindacato, per la sua parte – il governo era libero di fare quel che voleva – qualora si fossero registrati degli scostamenti, avrebbe indicato, come intervenire sugli scostamenti stessi. La verifica è sostanzialmente conclusa e la ragione per la quale il direttivo della Cgil deve parlare, e ha parlato, anche di questo punto, non è legata ad esigenze di ordine politico esterno, ma alla coerenza con le scelte che aveva fatto. Non farlo in queste ore, quella sì, sarebbe stata una caduta di autonomia. Ed aggiungo che sarebbe stata anche una privazione dei nostri spazi di proposta e di contrattazione futura, perché su questo punto poteva, e può ancora determinarsi, il tentativo di costruire un equilibrio politico tra le forze della maggioranza. Se questo tentativo sarà messo in campo e arriverà ad una conclusione, non sarò certo io colui che disprezzerà il merito che il tentativo potrà produrre. Se però la Cgil, a quel punto, non avesse una sua opinione, sarebbe fuori campo e non avrebbe la condizione né il diritto di poter dire se quel punto di equilibrio è giusto, è utile o non va bene. Io credo che l’autonomia non sia una dimensione astratta, vaga e generica, ma sia cosa che in concreto si esercita. Per quanto concerne le vicende previdenziali – ognuno di noi ha le sue opinioni ed è libero di mantenerle vive nella discussione che successivamente continueremo a fare – siamo di fronte a dei fatti precisi che valgono oggi, così come varranno quando avremo un interlocutore con cui discutere anche di questi aspetti. Essi riguardano gli scostamenti che si sono determinati nel corso di questi mesi per tante ragioni, sommate e connesse tra di loro, e che portano però al quadro che, senza drammatizzazioni particolari, ma semplicemente con il realismo che serve, ci è stato descritto. Noi non abbiamo l’obbligo di rispondere ad una esigenza contabile, finanziaria per il 1998. Questo è un dato, ma c’è una cosa in più: la correzione necessaria e rapida degli andamenti delle dinamiche previdenziali serve ad evitare che queste aumentino e che le esigenze di intervento successivo diventino drammatiche per tutti.”

    E non si butti via, in tutta la discussione che si fa, il fatto che nella proposta di legge finanziaria del 1998, per la prima volta, dopo tanti anni il fondo per la sanità, con le ipotesi che sono state annunciate, aumenta di seimila miliardi. Una cosa giusta, dal momento che sulla sanità si era operato in eccesso nel ridimensionamento precedente.

    La crisi politica apertasi in coincidenza con il direttivo Cgil e che portò alla sospensione di ogni negoziato ha poi avuto gli sviluppi conosciuti. E’ diventata crisi di governo con tutti i trambusti che abbiamo visto. In un documento del 9 ottobre Cgil-Cisl-Uil considerano la crisi “un evento di gravità eccezionale per le conseguenze negative che possono derivare ai lavoratori e ai pensionati.”

    Adesso sembra che sia intervenuto un compromesso, ma è esistito il pericolo che non si approvasse nessuna legge finanziaria, che si passi per l’esercizio provvisorio compromettendo i risultati fino qui ottenuti nella lotta alla inflazione, nel riequilibrio dei costi pubblici e quindi le possibilità di stare al passo degli appuntamenti per l’Unione Europea. E che si azzerasse un importante lavoro parlamentare compreso quello della Bicamerale che tra l’altro rianimerebbe la Lega di Bossi.

    Sono fra coloro che si aspettavano, alla luce della replica di Prodi in Parlamento, un atteggiamento positivo di Rifondazione Comunista, anzi mi aspettavo che cantassero vittoria! Invece si è cantato sconfitta con le conseguenze inevitabili che abbiamo visto.

    Perciò sono stato deluso, sorpreso e preoccupato, ma non mi sono sentito tradito da nessuno.

    E’ da un pezzo che ho preso atto della esistenza di almeno due sinistre e che rifiuto la individuazione della Cgil come sinistra sociale che dovrebbe andare di conserva con quella politica.

    Mi faccio autocritica per non avere intuito prima quale era il tipo di tempesta che si preparava. Infatti, a ben vedere il segno della manifestazione di rifondazione del 13 settembre era quello di un distinguo troppo di fondo da quella del 20 settembre. Il partito comunista che ho conosciuto io non avrebbe mai fatto una manifestazione in concorrenza con quella unitaria dei sindacati.

    Vuol dire che davvero tutto è cambiato; si deve accettare che un partito critichi un sindacato, ma anche il contrario. Del resto ci ricordiamo tutti il congresso del Pds e io lo avevo salutato dal pubnto di vista del metodo, come una felice innovazione.

    Ma in questi giorni si è andati molto aldilà parlando di palese ed esplicita “subalternità della Cgil al Pds e alla politica del Governo Prodi” (Danini); che “se Cofferati non cala la sua esposizione politica e non offre un terreno di confronto si favorisce chi pensa che a due sinistre debbano corrispondere due Cgil” (Patta); che “un sindacato non può scegliere a maggioranza, deve tener conto del pluralismo” (Rocchi).

    Si è arrivati a parlare di “presenza sempre più soffocante di un sindacato…….”, oppure “basta a questa concertazione su tutto. E’ un altro tabù che deve cadere” (Cossutta).

    Ma ci sono stati anche interventi rassicuranti come quello che riconosce che “ non sono “traditori” coloro che oggi nelle file del movimento operaio pensano alla “capacità” di conquistare spazi di codecisione nella gestione possibile delle flessibilità” (Ingrao).

    E non è stata considerata come ingerenza inammissibile la sollecitazione di Sabattini e Cremaschi verso Rifondazione secondo la quale “sarebbe importante se non ci fosse la crisi di Governo al fine di permettere una trattativa sindacale che possa concretizzare e possibilmente migliorare quanto presentato dal Presidente del Consiglio”.

    Mi auguro che si diradino le nebbie e si smaltiscano le ubriacature di questi giorni in modo che si possa intervenire con efficacia a sostegno delle ragioni che rappresentiamo.

    Una non soluzione della crisi ed eventuali elezioni anticipate avrebbero incattivito i rapporti fra i partiti della sinistra e reso probabili ripercussioni dentro la vita dell’organizzazione sindacale alle quali bisognava saper fare fronte.

    Adesso, alla luce del compromesso trovato tra le forze politiche, ci potrebbe essere la tentazione a non disturbare una situazione politica che rimane probabilmente fragile, precaria e perlomeno concorrenziale nei rapporti tra i partiti.

    Quindi bisogna mettere a punto un complesso di iniziative che sostengano le nostre ragioni nei riguardi di tutte le forze politiche.

    Vi possono trovare spazio le ragioni della categoria. Quelle già dette e altre che mi provo a citare:

    ¨la cassa integrazione per le imprese del Terziario da 51 a 200 dipendenti;

    ¨i contratti di solidarietà “poveri” che vengono a scadenza alla fine dell’anno.

    E anche, e vale per tutti, misure di cassa integrazione per i lavoratori colpiti dal terremoto.

    C’è anche da vedere che seguito avrà il Decreto legislativo varato dal Governo sulla riforma del collocamento. E’ il decreto che concretizza il decentramento alle Regioni e la possibilità di ingresso dei privati nella gestione. Ci sono cose positive come l’obbligo per i privati di “connessione e di scambio dei dati tramite il Sil “ (Servizio informativo lavoro) oppure il vincolo secondo il quale “nello svolgimento dell’attività di mediazione è vietata ogni politica discriminatoria basata sul sesso, sulla razza, sulla cittadinanza, sull’origine territoriale, sull’opinione o affiliazione politica, religiosa o sindacale dei lavoratori.”

    Norma bellissima, che abbiamo chiesto noi, ma priva di sanzioni che la rendono efficace. La via che proponiamo è quella dell’inversione dell’onere della prova.

    Seguita a non avere soluzione anche la questione di efficacia del diritto di precedenza per gli stagionali e per i lavoratori con contratti a termine.

    E non riusciamo a capire perché anche la Cgil non si convinca della plausibilità di norme che assicurino uno sbocco positivo finale già a metà percorso per gli apprendisti e quelli in formazione e lavoro anche in eventuale prospettiva di unificazione dei due istituti.

    Altri due fronti di iniziativa ci vedono impegnati in intrecci complicati con la legislazione fatta e da venire ed in relazione stretta con la confederazione : lavoro interinale e parasubordinato.

    Sul lavoro interinale i Decreti regolamentari sono al vaglio della Corte dei conti mentre pare che arriverà una circolare interpretativa del Ministero su diverse norme controverse. Intanto stenta il negoziato con le Associazioni delle agenzie per il rapporto di lavoro dei dipendenti e c’é il problema delle norme per i lavoratori “missionari”. Al riguardo si tratta delle qualifiche ammesse, delle casistiche e del trattamento retributivo. E lo deve fare ogni contratto di categoria. Mia opinione è che sia più importante ottenere una retribuzione piena comprese tutte le differite piuttosto che battagliare per limitare le casistiche. Tuttavia ci sono opinioni anche diverse. Bisogna che organizziamo una discussione ad hoc nella quale cominciare a progettare la gestione del fondo per la formazione e ad inventare forme di qualche efficacia per la rappresentanza dei missionari.

    Sul parasubordinato si discute in sedi parlamentari su una miscellanea davvero notevole di progetti di legge e si è cominciato a trattare con la Confcommercio . C’é una frenata rispetto ai tempi che avevamo immaginato e sarebbe meglio evitare soluzioni legislative di facciata e di nessuna utilità concreta. Anche in questo caso vanno organizzate le riunioni necessarie e la costituzione di una delegazione trattante nella quale seguitare a comprendere Pegaso. Per ora il nostro punto di riferimento rimane lo schema che vi abbiamo mandato il 15 settembre.

    In sedi parlamentari hanno avviato il loro iter anche misure legislative sul commercio e il turismo mentre la ristrutturazione della rete commerciale sta’ entrando in una nuova fase segnata dall’ingresso di imprese straniere.

    C’è una novità sulla legislazione della rappresentanza con il Decreto che la riforma per il pubblico impiego. Sarebbe singolare che si riprendesse l’iniziativa per una legge sulla rappresentanza, ma non anche per l’erga omnes dei contratti. Per il 21 ottobre è convocata una riunione unitaria di confederazioni e categorie per ragionare sui contratti Cisal.

    Abbiamo sollecitato di essere ascoltati dal Ministro degli Interni a proposito di vigilanza privata. Ci sono molte ragioni di insoddisfazione per il fatto che non ci si risponde. Bisogna tradurla in qualche forma di pressione che potrebbe arrivare al Ministro da parte di strutture periferiche ed Rsu.

    Ci sono novità che vanno seguite con molta attenzione nel mondo degli studi professionali.

    C’è un provvedimento legislativo che mira a realizzare una sanatoria per le igieniste dentali.

    Si è creato un movimento e una associazione (Anpa) contro il progetto di legge governativo di riforma dell’accesso alla professione di avvocato. E’ un progetto non condivisibile che mira a chiudere il recinto. Abbiamo appoggiato la protesta anche se non possiamo mirare a esami facili.

    Innovazioni rilevanti possono venire dalla Legge Bersani che ha abolito il divieto di esercitare le professioni nella forma societaria secondo regole che vanno definite. La cosa è contestuale e un pronunciamento dell’antitrust che mette in discussione gli Ordini professionali per come li conosciamo.

    Quindi sono possibili dei cambiamenti importanti nel senso di trasformare l’attività di questo settore verso i sistemi di imprese.

    Alla luce della soluzione che sembra avere trovato la crisi permangono le esigenze e gli spazi di iniziativa su questi problemi.

    Sembra anche aprirsi in una maniera del tutto nuova la faccenda degli orari di lavoro.

    Sarà un bene analizzare e considerare attentamente ciò che produrrà la legislazione in conseguenza del compromesso che è venuto fuori. Per il 12 novembre già è convocata da tempo una riunione Cgil che dovrà tenere conto delle novità.

    Al tempo stesso è da evitare che lo scampato pericolo accantoni totalmente il problema di come si funziona. C’è da temere che nuove crisi si presentino e che si ripercuotano di nuovo della vita interna dell’organizzazione.

    Bisogna che la mettiamo al riparo e la rendiamo capace di sapersi muovere con autonomia e democrazia.

    Ed è cosa che non si risolve con gli appelli al “volemose bene”, ma trovando regole e comportamenti giusti.