Regolarizzazioni? No, licenziamenti

08/10/2002


            8 ottobre 2002

            Gli immigrati più a rischio sono quelli che cercano di essere «in regola»
            Regolarizzazioni? No, licenziamenti

            La sanatoria rischia di essere un flop. Crescono i casi degli immigrati che non riescono a convincere i datori di lavoro a regolarizzarli. Alcuni di loro vengono addirittura «licenziati». Ma tra i sindacati e tra qualche avvocato si fa strada una proposta: ricorrere al Tribunale del lavoro

            CINZIA GUBBINI

            ROMA Il ragionamento è semplice, fila benissimo, e può aiutare a sbloccare la sanatoria in corso. Che, non è una novità, si sta arenando sullo scoglio durissimo dell’indisponibilità dei datori di lavoro a pagare i contributi e, di conseguenza, a regolarizzare il lavoratore immigrato. La soluzione c’è, dicono numerosi avvocati, sostenuti dai sindacati che, grazie agli sportelli sparsi in tutta Italia, sono perfettamente coscienti che il problema esiste ed è grave. Ricorrere, cioè, al Tribunale del lavoro. Intentare una causa e denunciare il datore di lavoro che, nonostante la possibilità di mettersi in regola con il versamento dei contributi, rinuncia a farlo. Alcuni ricorsi sono già stati depositati da diversi avvocati, e i risultati sono incoraggianti. Il dottor Livio Neri, che lavora nello studio legale Polizzi e Guariso di Milano, ha già salvato dalla clandestinità due lavoratori. Uno di loro lavorava per un’azienda di pulizie che opera nei quartieri «bene» della città. Un altro lavorava in una impresa individuale, anche questa di pulizie. In questi due casi non c’è stato neanche bisogno di arrivare davanti al Tribunale: i «padroni» si sono fatti sentire subito dall’avvocato, appena ricevuta la notifica. Il primo si è presentato allo studio con la ricevuta dei contributi già versati e ha ripreso il ragazzo precedentemente «licenziato» a lavorare con lui. Al secondo è andata peggio: visto che l’immigrato aveva già trovato un altro lavoro, è stato costretto a risarcirlo per licenziamento senza giusta causa. Una soddisfazione per l’immigrato ingiustamente cacciato, ma anche per il giovane avvocato. «La nuova legge sull’immigrazione pare dire che il datore di lavoro "può" regolarizzare la posizione del suo lavoratore immigrato al nero – spiega Neri – ma secondo noi si può chiaramente parlare di obbligo, visto che è obbligatorio versare i contributi, non certo una facoltà. E visto che ora si è aperta una finestra legale per sanare le posizioni contributive irregolari, il datore di lavoro deve farlo». Si può dire che la procedura è poco ortodossa, ma se è per questo ad essere poco ortodossa è la legge, che lega l’emersione del lavoro al nero alla regolarizzazione degli immigrati privi di permesso di soggiorno.

            Ora bisogna vedere cosa diranno i giudici del lavoro: un’udienza su questo tema a Milano è stata fissata per il 15 ottobre, e sarà un banco di prova per questa strategia legale, che tenta di rendere un po’ di giustizia agli «onesti lavoratori immigrati che contribuiscono al benessere del nostro paese» di cui straparla il governo. Peccato che, ironia della sorte, questa strada sia preclusa alle colf perché nel lavoro domestico è possibile licenziare senza giusta causa, spiegano gli avvocati…

            Tuttavia, una risposta al diffondersi di dinieghi alla sanatoria da parte dei datori di lavoro è indispensabile. Il problema è ormai drammatico, soprattutto nella rete dei servizi e nell’edilizia. Sabato scorso, a Roma, un ragazzo del Bangladesh si è buttato dal terzo piano di un palazzo perché – raccontano i suo amici – il benzinaio presso cui lavorava si è rifiutato di regolarizzarlo. Ieri il segretario della Cgil di Roma, Stefano Bianchi, è andato a trovarlo in ospedale «per portare la solidarietà di tutti i lavoratori a un lavoratore che ha subito un’ingiustizia enorme». L’idea di ricorrere al giudice, quindi, prende piede tra i giuristi democratici: «Il punto è riuscire a creare un’azione coordinata in tutta Italia, così da presentare valanghe di ricorsi, in modo che il problema venga fuori», osserva l’avvocato bresciano Manlio Vicini. Il fatto è che qualche problema c’è. Per esempio: se non si riesce a fissare un’udienza prima dell’11 novembre – termine della regolarizzazione per le colf, e anche per gli operai, sempre che venga approvato il decreto alla camera – cosa si fa? Si invia o no la domanda di regolarizzazione? «Secondo noi sì – dicono gli avvocati genovesi Alessandra Ballerini e Marco Vano – pensiamo di agire così: si invia comunque il kit alla prefettura, con ricevuta di ritorno, ma al posto del modulo firmato dal datore di lavoro si invia il ricorso presentato in Tribunale». E se la prefettura, comunque, non accetta la domanda? «A quel punto – aggiunge l’avvocato genovese Roberto Faure – si fa ricorso al Tar, e in quella sede si solleva eccezione di incostituzionalità sulla parte della legge Bossi-Fini che riguarda la regolarizzazione, perché discrimina i lavoratori immigrati in base alla volontà privata del datore di lavoro».

            Insomma, la cosa potrebbe farsi interessante. Ma c’è chi non è molto d’accordo. Inviando il kit compilato alla Prefettura, infatti, l’immigrato «clandestino» viene allo scoperto, in pratica si autodenuncia e rischia l’espulsione immediata. «Ma se non si prova a reagire a questa situazione, l’immigrato rimarrà comunque "clandestino" e per di più con delle norme molto più dure», replica l’avvocato Vicini. «Certo, il rischio c’è – continuano Ballerini e Vano – ma secondo noi ci sono le possibilità concrete per riuscire a sanare chi subisce un’ingiustizia così evidente. Il rischio è un altro: che comincino a pullulare avvocati che si faranno pagare salato per presentare ricorsi fatti male».

            Il problema di avviare un coordinamento a livello nazionale, però, resta aperto. Sarebbe necessaria una vera e propria campagna sulle centinaia di "licenziamenti" che si stanno verificando. Il ruolo dei sindacati, su questo fronte, è importantissimo. La Camera del lavoro di Brescia si è già mossa: durante una riunione con il Comune, la finanza, la questura, la prefettura e 300 immigrati, ha annunciato di aver già raccolto il nominativo di 1.300 immigrati che non verranno regolarizzati dai propri «padroni». «Denunceremo chi non regolarizzerà i lavoratori immigrati – spiega Dino Greco, segretario della Camera del lavoro – ma chiediamo anche la collaborazione delle istituzioni, come l’Ufficio provinciale del lavoro, per provare a conciliare con le imprese». La proposta inedita, però, è un’altra: «Se le imprese non cederanno, allora chiediamo che agli immigrati sia concesso un permesso di soggiorno ex articolo 18 della legge sull’immigrazione». Quello, cioè, famoso per essere stato pensato su misura delle prostitute che denunciano i propri sfruttatori, ma che in realtà si rivolge a tutti gli immigrati irregolari sfruttati. Quindi, a rigore anche quelli sfruttati da un qualsiasi datore di lavoro.