Regalo alle imprese, beffe per i lavoratori

20/05/2005
    venerdì 20 maggio 2005

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    Regalo alle imprese, beffe per i lavoratori
    Siniscalco annuncia la riduzione dell’Irap con decreto, ma non dice dove troverà i soldi. Taglieranno sanità e contratti. Riproposte le misure per le fusioni di imprese

      di Bianca Di Giovanni/Roma

        CRISI & LOBBY Dopo il vertice a Palazzo Chigi l’unica a cantare vittoria è Confindustria. Il governo rilancia l’«emergenza» Irap e annuncia un decreto a giugno. Ma è ancora nebbia fitta sulle coperture. Senza certezze, il rischio è un altro intervento inefficace. Esattamente come è accaduto con i moduli Ire. Se si fosse arrivati agli sgravi per le imprese prima del crollo dei conti pubblici, forse qualche effetto sul Pil si sarebbe visto. La fiducia sarebbe rimasta salda, e le nuove risorse si sarebbero convertite in investimenti. Ma con la finanza pubblica sotto osservazione in Europa e sui mercati internazionali (ieri esponenti di Moody’s hanno visitato il premier a Palazzo Grazioli), la fiducia appare molto più fragile.

        Nessuna cifra, nessun dato è stato fornito al tavolo né dal premier, tantomeno da Domenico Siniscalco. L’unica cosa chiara è questa: si inizierà subito ad alleggerire il carico fiscale delle imprese, mentre sui contratti si rinvia. Dato che non c’è alcuna certezza sul fatto che i benefici della manovra Irap vadano anche ai lavoratori (diverso sarebbe stato se si fosse iniziato dagli sgravi contributivi da destinare in parte ai salari, capitolo rinviato alla Finanziaria per il 2006), è chiaro a questo punto chi è chiamato a pagare subito la crisi.«Abbiamo dei sospetti. Adesso c’è questo provvedimento, ma bisognerà aspettare Dpef e Finanziaria per capire come si coprirà», commenta Guglielmo Epifani. Sull’altro fronte, a «pagare» sono le Regioni e il fondo sanitario nazionale, oggi finanziato dall’Irap. Come sarà sostituito lo sgravio annunciato oggi? Non si sa ancora. E siamo quasi a fine maggio.

          Siniscalco ha parlato di 12,5 miliardi in meno (corrispondenti al gettito sulla componente lavoro), da effettuare in due o tre anni. In quale quota? Non si sa. L’inizio della manovra è anticipato a giugno per decreto, al fine di evitare che i contribuenti si rifiutino di pagare in vista della «bocciatura» da parte della Corte europea. Tesi, quest’ultima, più volte sostenuta dal Sole24Ore in base ad anticipazioni del tutto improprie dei dottori commercialisti. Come dire: le pressioni di chi non vuole pagare (ma deve, finché la legge è in vigore) è talmente forte, che è meglio ridurre subito la tassa. Nello stesso decreto compariranno misure per la liberalizzazione dle mercato elettrico ed interventi in favore della fusione delle imprese. Benissimo. Se non fosse che esattamente gli stessi capitoli comparivano anche nel decreto competitività appena votato in Parlamento. I due «paragrafi» però, sono scomparsi. Quello sulle fusioni d’impresa per mancanza di fondi: per essere davvero efficace dovrebbe seguire le norme utilizzante anche per le banche, ovvero uno sgravio totale sulle operazioni di fusione. Troppo oneroso. Oggi quei soldi sono stati trovati? O siamo ancora di fronte a parole vuote? Quanto alla liberalizzazione del mercato elettrico, il governo si ritrova davanti all’ennesimo, faticoso (e tardivo) dietrofront. Una misura possibile (e non costosa) è l’allargamento della platea dei clienti idonei a scegliersi il fornitore di energia. Ma la concorrenza arriva davvero se si agisce sulla produzione di energia (non solo sui clienti) esattamente come aveva previsto l’Ulivo riducendo la capacità produttiva dell’Enel. Con il centro-destra, invece, il gruppo elettrico ha riottenuto la possibilità di produrre una quoata superiore al 50% del mercato italiano. E oggi si torna indietro.

            Anche qui: troppo tardi? Altra misura avanzata al tavolo, il pressing sulle banche per agevolare il credito sia alle imprese che alle famiglie. Ma se c’è una cosa che oggi è a buon mercato in Italia è proprio il denaro. Le aziende sono già super-indebitate, le famiglie non si indebitano certo per consumare. Come scelta appare davvero strana.

              Ad aprire il tavolo di ieri è stato il presidente del consiglio, che ha richiamato le parti sociali alla responsabilità collettiva in un momento come questo. Poi la parola è passata a Siniscalco, che ha ribadito il timing: subito un decreto, poi il Dpef, infine con calma la Finanziaria. Non c’è più fretta: i tempi tornano lunghi. E soprattutto torna la melina sulle cifre. Intanto le agenzie riferiscono di un incontro di mezz’ora degli esperti di Moody’s con Siniscalco e lo stesso Berlusconi. Iter assolutamente inedito: gli analisti di solito si recano in Via Venti Settembre. Per ora le agenzie di rating hanno mantenuto fermo il loro giudizio: ma forse vogliono saperne di più sulle privatizzazioni e sugli effetti per il debito, voce a cui guardano con maggiore attenzione. Sui mercati internazionali, poi, arriva come una bomba l’ultimo numero dell’Economist. »Il governo di Berlusconi ha dedicato la maggior parte della prima metà dei cinque anni della legislatura a legiferare a favore degli interessi personali e imprenditoriali del presidente del consiglio», scrive il settimanale, che punta il dito sulle mancate liberalizzazioni.