Referendum: Polo, il sofferto sì di governatori e sindaci

03/10/2001





LO STRAPPO

Polo, il sofferto sì di governatori e sindaci


Anche il «Foglio» di Ferrara boccia la linea del centrodestra: che senso logico ha votare no?

      MILANO – Alla fine la «riformucola dell’Ulivo», come l’avevano ribattezzata i suoi oppositori, avrà anche il loro sì. Il sì dei Formigoni , dei Ghigo , dei Fitto e dei Chiaravalloti . In tutto sono 7 su 11 i «governatori» polisti che non si opporranno al progetto ulivista. Con loro, sindaci di Forza Italia e di An. Presidenti di Provincia e semplici consiglieri berlusconiani. Un voto, il loro, condito da «se» e da «ma». Tormentato dal dilemma tra l’appartenenza ad una coalizione (la Casa delle Libertà), che quella «riformucola» l’ha combattuta in Parlamento e continua ad osteggiarla, e il loro ruolo di amministratori. Un voto faticoso, preceduto dalla premessa che «non è certo questo il vero federalismo, però, tutto sommato…». Però alla fine voteranno sì. Come ieri consigliava – a conferma del malessere che sul tema attraversa il centrodestra – il «Foglio» di Ferrara: «Che significato logico ha il "no"? Se voglio fare di più e meglio, perché devo negare il meno che è stato fatto?». Voteranno sì gli amministratori polisti. Ignorando le sirene – tutte per il «no» – dei partiti del centrodestra. Sapendo di sfidare l’ira dell’alleato leghista e il disappunto di un governo ufficialmente neutrale sul voto di domenica, ma in realtà infastidito da questa eredità referendaria lasciata dall’Ulivo. Voteranno sì non per convinzione: solo per pragmatismo. Perché, come alcuni di loro hanno detto in questi mesi, «quella riformucola è una base sulla quale ampliare, anche se di poco, poteri e competenze di Regioni ed enti locali, abolendo alcuni vincoli statali».
      In questa «conversione» (con tutti i limiti del caso) degli amministratori polisti, un ruolo determinante l’hanno giocato due tra i «governatori» più importanti del Nord: il piemontese
      Enzo Ghigo e il lombardo Roberto Formigoni . Il primo, forte anche della sua veste istituzionale di presidente dell’assemblea di tutti i «governatori» italiani (cosa che comunque non gli ha risparmiato le stoccate degli alleati), ha sin dall’inizio svolto un ruolo di mediazione, evitando di farsi coinvolgere nelle dispute ideologiche: «A quel testo non mancano carenze anche consistenti, ma sarà proprio applicando questa riforma che potranno essere attuati quei trasferimenti di poteri alla base della devoluzione» ha spesso ripetuto. Il secondo, a volte accusato di volere un federalismo troppo spinto, si è via-via rassegnato alla prospettiva del referendum, comunque convinto che «il vero federalismo lo faremo noi con la devolution». A loro si sono accodati il ligure Sandro Biasotti e il friulano Tondo . Con il risultato che al Nord, sul fronte del no, è rimasto il solo Giancarlo Galan (Veneto): «Quella riforma è solo un pasticcio».
      Sicuramente sofferto anche il «sì» dei sudisti
      Chiaravalloti (Calabria), Fitto (Puglia) e Cuffaro (Sicilia). Ma meno forse di quanto si potrebbe immaginare: non è un mistero infatti che molti di loro guardino con diffidenza alla devolution bossiana, temendo che il trasferimento alle Regioni di pieni poteri su scuola, sanità e polizia locale allarghi l’attuale divario tra Nord e Sud. Rischio che invece non si corre con la riforma ulivista. Incerte restano le posizioni del «governatore» dell’Abruzzo Pace (An) e soprattutto quella del presidente del Lazio Storace (An). Quest’ultimo sta da giorni incalzando i leader della Casa delle Libertà perché mettano in campo un progetto alternativo a quello dell’Ulivo che comprenda, oltre al riconoscimento a Roma dello status di città-Regione (proprio ieri Bossi si è detto d’accordo), anche il presidenzialismo e un corposo pacchetto di risorse.
      Tra i sindaci polisti, non sono tanti quelli usciti allo scoperto. Ma è significativo che l’Anci, che rappresenta oltre 6.500 degli 8.000 Comuni (tra questi molti primi cittadini del centrodestra), si sia schierata per il sì. Stessa cosa ha fatto l’Upi, che riunisce le Province. Tra coloro che hanno preso posizione, il sindaco di Verona
      Michela Sironi (Fi), quello di Catania Scapagnini (Fi), il presidente della Provincia di Roma Silvano Moffa (An), il capogruppo forzista in Lombardia Gigi Farioli . Si sono invece tenuti fuori dalla mischia il milanese Albertini e il bolognese Guazzaloca .
Francesco Alberti


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