Referendum, la lunga marcia di Epifani verso il «sì critico»

29/04/2003

              29 aprile 2003

              DA UNA VITA IN CGIL, MA IL SINDACATO HA COMINCIATO A SCOPRIRE IL NEOLEADER IL 7 FEBBRAIO 2002: QUANDO PER LA PRIMA VOLTA SI MOSTRÒ «DECISIONISTA»
              Referendum, la lunga marcia di Epifani verso il «sì critico»
              Era partito come delfino del Cinese, parola chiave «evoluzione nella continuità». Può approdare a uno strappo, ma dai toni soft

              retroscena
              Roberto Giovannini


              ROMA

              GUGLIELMO Epifani è da una vita nella Cgil, ma si può dire che la sua Cgil lo ha veramente scoperto solo quel 7 febbraio del 2002, nella seconda giornata del congresso di Rimini. Con un intervento estemporaneo, l’allora vice di Cofferati riuscì (un po’ a sorpresa) a trovare le parole e toni giusti per infiammare la platea dei delegati. Molti scoprirono quel giorno che il pacato e apparentemente sempre sereno sindacalista, da sempre un «vice» di qualcun’altro, aveva i numeri per dirigere. La capacità di navigare e accumulare il consenso, che tutti gli riconoscevano; ma anche il gusto di comandare e di prendere decisioni. Oggi, a un anno e qualche mese di distanza, con la scelta di schierare la Cgil per il «sì» al referendum per l’estensione dell’articolo 18 – nonostante le perplessità del suo ingombrante predecessore, Sergio Cofferati, e di molti autorevoli dirigenti vicini al presidente della «Di Vittorio» – persino chi lo definì una sorta di «esecutore» delle altrui direttive è costretto a riflettere. Non tutti, in Cgil, amano il segretario generale. Tutti ne riconoscono la competenza tecnica, tutti lo definiscono una persona leale, ma c’è anche chi prova fastidio per il suo stile. Non farà mai una polemica, da Epifani non si sentirà mai una parola pesante o quell’inimitabile freddezza mortifera in cui eccelleva Cofferati, ma chi finisce nel suo mirino prima o poi ne paga le conseguenze. Come Cofferati ama il calcio – la sua giornata inizia sempre con la lettura della rosea «Gazzetta» – ma se quello predilige Verdi lui ha nel cuore Fiorella Mannoia. Nessuno dei due è un grande oratore, anche se Epifani tende nella concitazione a salire di un’ottava nei toni, e per questo predilige un’oratoria «diesel», magari non trascinante. Altra differenza, parla molto, moltissimo, al telefono, che sa usare come strumento per cucire rapporti o ricucire strappi. In questi ultimi tempi, il contatto con Angeletti, Pezzotta e Piero Fassino è pressoché ininterrotto. I leader di Cisl e Uil apprezzano queste «attenzioni». Epifani parla anche tanto e spesso con Sergio Cofferati, con cui ha condiviso otto anni alla guida della Cgil e quasi tutte le decisioni importanti. Quando non le ha condivise non ha mosso un dito per creare problemi. Naturalmente adesso Epifani fa «a modo suo», da segretario generale. Con un suo tratto tipico: senza rompere con le scelte precedenti, ma introducendo cambiamenti, a volte piccoli a volte meno. Senza mai spezzare il filo con Cofferati, ma tirandolo qui e là in modo talvolta imprevisto. A volte rude, come si è visto con lo «stop» alla presenza di «Catilina» sul sito della Fondazione Di Vittorio. C’è chi dice che è una normale legge di natura: un dirigente non può che affermarsi e sperare di lasciare la sua impronta «smarcandosi» e «affrancandosi» da chi lo ha preceduto e indicato come successore. Gli amici del segretario generale usano due termini: «risindacalizzazione» e «evoluzione nella continuità». Ma sul referendum sull’articolo 18 la «continuità» potrebbe forse mutarsi nello strappo più lacerante col suo predecessore, con Sergio Cofferati.
              Nei Ds molti scommettevano (o speravano) in una svolta «riformista», che per molti versi non c’è stata: Epifani ha proseguito sulla linea di dialogo e di cooperazione con i movimenti (dalla pace ai no global), anche se ha raffreddato palpabilmente la guerra con la Quercia. Niente più stoccate, ma sull’Iraq il segretario il 22 marzo era in piazza con il movimento, e non con l’Ulivo. Meno attenzione alla politica, più impegno e più «mobilità» sulla linea sindacale. Appena eletto, Epifani tentò un riavvicinamento con Cisl e Uil, che fallì miseramente nello studio di «Porta a Porta», il 22 ottobre, con una quasi-lite da Vespa con Pezzotta, Angeletti e il viceministro Baldassarri. La sua prima scommessa, lo sciopero generale dell’industria della sola Cgil del 21 febbraio, ha funzionato a metà: l’adesione fu deludente, ma bene o male da allora il tema del «declino industriale» è entrato nell’agenda di governo e parti sociali. E con pazienza, è riuscito anche il riavvicinamento a Cisl e Uil. Linea comune sulle pensioni, sul Mezzogiorno, quasi anche sul no alla guerra. La Cgil, sorprendendo tutti, continua a trattare con Confindustria sulla crisi produttiva. Si firmano contratti su contratti di categoria. C’è la spaccatura quasi certa per i metalmeccanici, ma il messaggio alla Fiom c’è: no all’accordo separato, la Cgil è con la categoria, ma se si riapre uno spazio bisogna negoziare. E quando con Cisl e Uil c’è dissenso di principio, si prende atto evitando accuratamente le polemiche. E adesso, la posizione sul referendum. C’è da giurare che al direttivo Cgil del 6-7 maggio Epifani infiocchetterà il «sì critico» in modo tale da evitare nei limiti del possibile la rottura con i «cofferatiani». Sicuramente troverà le parole perché il «sì» della Cgil non appaia uno schiaffo a Cisl-Uil (tutto fa pensare che troverà ascolto, a sentire i dirigenti delle altre confederazioni) né ai tormentati Ds. Non si sa se la pattuglia di «cofferatiani» accetterà il ramoscello di pace, o sceglierà di marcare il dissenso con una contrapposizione al momento del voto, a rischio di trovarsi in pochi, e in compagnia dei «fassiniani». Probabilmente, dicono in Cgil, la rottura non sarà esplosiva, ma le conseguenze si vedranno tra qualche tempo. Di certo, da Bruxelles Epifani non ha letto con piacere il «j’accuse» del segretario organizzativo Carlo Ghezzi apparso su «l’Unità» di domenica. Per Epifani, la scelta di schierare la Cgil per il sì è maturata subito dopo il via libera della consulta al referendum. Per il segretario l’operazione bertinottiana è evidentemente ostile, ma il corpo dell’organizzazione, la stragrande maggioranza dei militanti, il popolo mobilitato dalla Cgil, non comprenderebbe e accetterebbe una posizione diversa dal «sì critico». Un successo dei «no», confida Epifani ai suoi, rappresenterebbe la pietra tombale per le iniziative della Cgil. Ci sono le quattro leggi di iniziative popolare in Parlamento accompagnate dai 5 milioni di firme raccolte. E poi, se le Camere approveranno la delega 848 bis, quella che modifica l’art.18 in base al «Patto per l’Italia», arriverà un altro referendum abrogativo. Promosso dalla Cgil.