“Referendum” I cattolici a Berlusconi: «Scegli il low profile» (A:Minzolini)

06/06/2005
    giovedì 2 giugno 2005

    Pagina 11

    L’EX DC GARGANI È STATO L’ULTIMO A SUGGERIRGLI: «PUBBLICIZZARE LA TUA ASTENSIONE NON CONVIENE NÉ A TE NÉ ALLA CHIESA»

    I cattolici a Berlusconi
    «Scegli il low profile»

      In ambienti vicini al Vaticano si pensa che una presa di posizione
      del premier spingerebbe gli anti-berlusconiani ad affollare le urne

        retroscena
        Augusto Minzolini

          ROMA
          A Silvio Berlusconi parlare per un’ora, dalle 14 alle 15 di ieri, con un ex democristiano lealista della sua corte mette buonumore. In fondo Giuseppe Gargani, già stimato consigliere di Ciriaco De Mita ai tempi d’oro dello scudocrociato, è stato uno degli architetti della sua politica su un argomento delicato come la giustizia. Se si è fidato su questioni del genere, figurarsi se il Cavaliere non è attento alle parole di Gargani quando si parla di temi in cui l’ex dc sguazza da quarant’anni come la politica e il mondo cattolico. E in quei sessanta minuti serrati nello studio di Palazzo Grazioli si sono affrontate anche le questioni inerenti ad una scadenza estremamente delicata: il referendum sulla fecondazione assistita. Gargani è stato l’ultimo di una lunga serie di consiglieri che ha sconsigliato al premier una presa di posizione pubblica in favore dell’astensione. «Non conviene a te – gli ha spiegato – né alla Chiesa». Per cui il premier si è sentito ancor più confortato nella sua scelta di evitare accuratamente l’argomento (l’altro ieri non ne ha fatto parola neppure nella cena con le donne del centro-destra). Insomma, il Cavaliere sarà estremamente rispettoso della decisione assunta, quella della libertà di coscienza: non andrà a votare ma non pubblicizzerà, né propaganderà la sua scelta.

          In fondo nè lui, né soprattutto la Chiesa vogliono rischiare un epilogo come quello che ebbe l’invito dell’«andate al mare» di Bettino Craxi. Una presa di posizione del premier potrebbe, infatti, spingere gli anti-berlusconiani del Bel Paese, che non sono certo pochi, ad affollare le urne e già solo questo basterebbe a mettere in crisi la strategia dell’astensione scelta dal card. Ruini e dai vescovi italiani. E, conoscendo il personaggio, di raccomandazioni al silenzio ne sono arrivate non poche al Cavaliere da Oltretevere. Qualche giorno fa dalle colonne del Foglio un deputato di Forza Italia vicino a Cl, Maurizio Lupi, chiese al premier di prendere una posizione in favore dell’astensione. Il giorno dopo, monsignor Rino Fisichella, rettore della pontificia università lateranense e cappellano del Parlamento, gli telefonò per ringraziarlo: «Hai fatto una buona cosa, ma non esagerare. Se vogliamo che la scelta dell’astensione riesca, non bisogna richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e, in fondo, bisogna stare attenti che sul referendum non si innneschi uno scontro politico. Ecco perchè Berlusconi fa bene a mantenersi riservato». E, non è stato il solo Fisichella a consigliare a Lupi prudenza: «Ho avuto anche la telefonata di un’alta personalità del Vaticano – racconta lui stesso – ma il nome non lo faccio». E del fatto che Oltretevere la scelta «low-profile» del premier sia stata non solo capita ma addirittura consigliata, è a conoscenza anche Ferdinando Adornato, presidente della commissione giustizia della Camera e uno degli animatori dei teo-con italiani: «E’ ovvio che la Chiesa non vuole che Berlusconi si schieri apertamente. Una battaglia politica è la via più efficace per aumentare l’affluenza alle urne».

          Quindi, mai come adesso si potrebbe dire che per il Cavaliere il silenzio è d’oro anche se, conoscendo la propensione del personaggio alla loquacità, l’imprevisto è sempre dietro l’angolo. Ma il premier specie negli ultimi mesi sembra aver acquistato una grande capacità di manovra. Ad esempio, l’ipotesi del partito unico del centrodestra nelle sue diverse forme, gli ha ridato smalto. E il processo, a quanto pare, va avanti: il 14 giugno ci sarà un nuovo convegno in cui saranno proposte le “regole interne” che si dovrebbe dare il nuovo partito.

          Ieri l’argomento, almeno nella versione più cara agli ex dc, è tornato prepotentemente nel colloquio tra Berlusconi e Gargani, lasciando particolarmente soddisfatto quest’ultimo. L’ospite è stato esplicito con il padrone di casa: «caro presidente Chirac è stato sconfitto, Schroeder pure. Mi sa che la leadership meno logora in Europa sia la tua. Solo che per rilanciarla devi fare delle mosse azzeccate. Se punti davvero a creare il Ppe italiano puoi mettere in crisi il centro-sinistra. Da quanto ho capito Prodi lascerà la Margherita e Rutelli e gli altri non la spunteranno sul cambio della leadership nell’Ulivo. A Strasburgo D’Alema esclude pubblicamente l’ipotesi Veltroni: “mai e poi mai”, dice. Se puntiamo sulla sezione italiana del Ppe, invece, di perdere pezzi, possiamo anche strapparli al centrosinistra».

          Il ragionamento, anche se svolto da un ex dc, ha fatto tornare il sorriso sulla bocca del premier. «Guarda – ha spiegato al suo interlocutore il Cavaliere – io sono prontissimo. Per me il nuovo partito, chiamatelo come vi pare, può essere tranquillamente la sezione italiana del Ppe. Io sono disponibile a tutto. Il mio riavvicinamento a Casini serve proprio a favorire l’unione tra due partiti come Forza Italia e l’Udc che aderiscono entrambi al Ppe. Credo che anche dentro An non siano pochi quelli interessati a questa partita. Bisogna veder cosa farà Fini, se verrà di qua o rimarrà dentro quella formazione che sicuramente si collocherà alla destra del nuovo partito. In poche parole, se c’è qualcuno che non ha problemi a percorrere la strada che unifichi tutte le realtà politiche italiane che si rifanno al Ppe, quello sono io. Anzi, ti dirò di più: se questa operazione convincesse anche una parte della Margherita a partecipare alla nascita del nuovo soggetto politico dei moderati italiani, alla nascita di un sistema che vede da una parte tutti i moderati uniti e dall’altra parte la sinistra, ebbene io potrei anche fare un passo indietro nella leadership del nuovo partito. Sarebbe un risultato storico e se, per conseguirlo, dovessi collocarmi in un’altra funzione, in un altro ruolo, ebbene io sarei pronto ad accettarlo».

          Inutile dire che nella testa di Berlusconi il padre del “nuovo bipolarismo” dovrebbe salire al Quirinale, ma questo il Cavaliere non lo dice. Anche perché si sta ancora parlando di sogni. Ma il premier non è tipo da scoraggiarsi: «Nel ‘94 – sono le parole con cui si è lasciato con Gargani – ci ho impiegato tre mesi a creare Forza Italia dal niente. Forse creare il Ppe italiano potrebbe rivelarsi un’operazione anche più semplice».