“Referendum” Gli astensionisti vincono la battaglia degli eccessi (F.Rondolino)

10/06/2005
    venerdì 10 giugno 2005

    pagina 6

    UNA CAMPAGNA REFERENDARIA NELLA QUALE SI SONO SPESSO FORZATI I TONI

      Gli astensionisti vincono
      la battaglia degli eccessi

        L’enfasi li ha addirittura portati a paragonare i fautori del sì a Goebbels
        Il primato spetta alla Fallaci: «Macelleranno i nostri figli come i bovi»

          analisi
          Fabrizio Rondolino

            AI tempi del divorzio, il privilegio dell’enfasi toccò agli antidivorzisti. Quali che fossero le loro ragioni, le esprimevano in modo esagerato: alcuni di loro gridavano che con il divorzio i mariti sarebbero fuggiti con la cameriera, e seminavano irrisione invece di consenso»: è quanto ha scritto Giuliano Ferrara sul «Foglio» dello scorso 23 maggio, per concludere che «a parti rovesciate, quel gioco retorico è ricominciato dalle parti del Sì» ai referendum di domenica. Ma è davvero così? Sembra piuttosto, tirando almeno provvisoriamente le somme di una campagna referendaria particolarmente vivace, che sia stato il fronte del No, e ancor più quello dell’astensione, a forzare un poco i toni, a esagerare un tantino nel dipingere un futuro governato dai «mecenati dei dottor Frankenstein» (così Oriana Fallaci) in cui «i nostri figli mai nati» verrebbero «massacrati», «ridotti a farmaci da iniettare o da trangugiare» oppure «macellati come si macella un bove o un agnello» per «ricavarne tessuti e organi da vendere come si vendono i pezzi di ricambio per un’automobile».

            Proprio la lettura del «Foglio» di queste settimane – e, per la verità, anche di molte settimane precedenti – pare confermare la presenza di un «estremismo astensionistico». Sabato scorso, per dire, il giornale di Ferrara pubblicava una mitragliata di articoli così intitolati, pagina dopo pagina: «Progettare i discendenti: ci ha già provato Joseph Goebbels, non è il caso di riprovarci ancora», «Le tentazioni del dio uomo. La tirannide del pensiero eugenetico e il mito faustiano del’immortalità», «La scienza follia per follia: il sogno eugenetico dell’uomo migliore e del figlio sano». Un po’ troppo, forse: anche perché la paroletta magica così ricorrente fra gli ultrà dell’astensione – «eugenetica» – con il referendum non c’entra affatto. Ma la tentazione di rilanciare la posta, a costo di imbrogliare un poco, è troppo forte: «Non c’è più l’eliminazione delle persone – ha sostenuto per esempio il professor Neri, direttore dell’Istituto di Genetica del Gemelli – ma la pratica asettica, pulita, “elegante” della selezione embrionale, che promette figli sani e belli. Ora sono chiamate in causa alcune gravi malattie, ma la deriva è evidente».

            Sul versante «laico» l’accusa di eugenetica rivolta ai fautori del Sì è sfociata a volte in una condanna senz’appello della scienza e del progresso tecnologico in quanto tale. Significativi, di nuovo, due titoli del «Foglio»: «Le uova fatali della scienza: il romanzo con cui Bulgakov denunciò la presunzione del progresso» e «Oggi l’embrione, ieri l’atomo: quando la scienza si è accorta che il progresso non sempre va verso il bene». Quest’ultimo ha peraltro un sapore vagamente surreale, perché capita nel momento in cui si riparla di uso civile dell’energia nucleare, quasi a dimostrare che «verso il bene» il progresso tutto sommato riesce ad andare.

            Sul versante cattolico, l’esponente più emblematico dell’oltranzismo antireferendario è probabilmente Antonio Socci, autore con il leader del «Movimento per la vita», Carlo Casini, di un pamphlet «In difesa della vita» appena uscito da Piemme. «Non andrò a votare – ha spiegato Socci – per scongiurare la riduzione di esseri umani a cavie o a serbatoio di organi». Con tanto di teorizzazione storico-culturale: «Tutti i regimi pagani dell’antichità sono basati sui sacrifici umani. Il cristianesimo irrompe poi nella storia come una novità radicale». Insomma, la fecondazione assistita sarebbe una ripresa dei sacrifici umani. Meglio forse, come ha fatto don Franco Rapullino, parroco della chiesa di Santa Caterina a Formiello a Porta Capuana, nel cuore di Napoli, invitare dal pulpito i fedeli ad andare al mare, «e la chiesa vi paga pure il biglietto d’ingresso per il lido flegreo Varca d’Oro!». Decisamente più pittoresca, invece, l’avventura capitata ad alcuni attivisti diessini di Pompei, che si sono trovati circondati da un gruppo di gesuiti che scandivano in coro un ritmato «Vade retro Satana»…

            Qualche eccesso – inevitabile, del resto – è venuto anche dal mondo politico. Francesca Martini, deputata leghista, ha definito «figli di serie B» i nati da fecondazione eterologa, e addirittura «persone con diritti affievoliti». Carlo Giovanardi, ministro dell’Udc trascinato in tribunale perché un manifesto nel suo collegio accoppiava nella stessa immagine le SS in sfilata davanti a Hitler e i sostenitori del referendum, non soltanto non si è scusato del paragone, ma ha rincarato la dose: «Io sostengo – ha scandito – che la vivisezione dell’embrione e la non tutela del concepito riportano la legge al periodo nazista».

              E a proposito di tribunali, suona senz’altro come un eccesso la decisione di Severino Antinori, in qualità di presidente del comitato «Libertà e Ricerca», di denunciare monsignor Ruini e tre ministri (Alemanno, Buttiglione e, di nuovo, Giovanardi), per il reato di «induzione all’astensione», che effettivamente il nostro Codice Penale punisce con la reclusione da sei mesi a tre anni. L’idea è stata poi ripresa qua e là, fino a diventare – come sempre accade con le assurdità – una buona arma nelle mani degli avversari. In effetti, non bisognerebbe mai esagerare (per esempio, non ha certo reso un buon servizio alla propria causa l’«Unità», titolando il 29 maggio a tutta pagina: «Referendum, 4 milioni di malati condannati dalla legge crudele»), perché l’iperbole polemica può diventare un boomerang e sortire l’effetto opposto. Da quest’errore, tuttavia, dovevano forse guardarsi soprattutto i fautori del non voto: che non soltanto avrebbero fatto meglio a non forzare i toni (come ha teorizzato e praticato il comitato pro-astensione «Scienza&Vita» guidato dal professor Dallapiccola), ma che, forse, avrebbero proprio dovuto tacere. Meno si parla di un referendum, infatti, e meno gente andrà a votare: almeno da questo punto di vista i fautori del Sì possono dirsi moderatamente ottimisti.